Sul palco dell’Ariston c’è stato il debutto ufficiale di Sanremo 2026, ieri sera, ma come accade da almeno un decennio quel brivido intenso, energico, vigoroso, significativo che mi accompagnava in vista della sua attesa, fin da quando ero piccoletta, non c’è stato, la risposta è presto data, conosco meno della metà degli artisti in gara. Anche questo ha comportato invecchiare, mi faccio ridere da sola con queste parole e continuo pure sul tono: perché Sanremo, per me, non è più Sanremo. Devo averlo già scritto su queste pagine quanto in passato mi emozionasse seguirne le puntate, con blocchetto e penna in mano oltretutto per attribuire un voto alle canzoni che preferivo e confrontare il giorno dopo il mio giudizio con quello espresso dai giornalisti in sala stampa che di fatto era il posto dove avrei voluto sedere anche io per ascoltare in diretta i loro pareri. I quotidiani in passato dedicavano paginate intere a Sanremo piene di interviste, immagini, giudizi, retroscena, scandali a piovere, era il Festival delle meraviglie, oggi gli accenti si sono ridotti ma forse va bene così visto quanto accade nel nostro mondo, pianeta che ovvio necessita maggiore attenzione rispetto al nostro Festival. La serata di ieri l’ho vista in gran parte, al di là di quanto prevedessi, ero in attesa che la lavatrice terminasse il suo ciclo, quindi a bordo della mia sedia a rotelle non stavo troppo comoda per affrontare con qualità la solita dormita sul divano. E quindi ho ascoltato molte canzoni, per quel ho sentito mi sono piaciuti Sayf e Fibonacci, mai sentiti prima di ieri sera, ma che in ogni caso io e la mia senilità abbiamo approvato.