Che noia di tv, allontanarsene? Certo, devo farlo ed è su questo pensiero che piombo ogni volta perché sto soffocando travolta da un bel po’ di monotonia. Sto appesa troppo alla televisione, lì dove tutto si muove su una programmazione fissa che parla sempre degli stessi argomenti, di cucina in larga parte, con cuochi, o forse nemmeno tali, che si accingono a confrontarsi su piatti composti da ingredienti pesanti, addirittura uguali perlopiù, abbondanti, fin troppo, composti piano dopo piano, uno sopra l’altro, senza nessun rispetto per economia e secondo me nemmeno gusto. Non cucino perché in piedi davanti a un piano cottura io e la mia sclerosi multipla non ci stiamo, aggiungo anche che comunque non ho mai amato farlo, resta il fatto che le portate televisive mi danno fastdio. Per i loro esiti finali, troppo elaborati, ciò che vedo cucinare sono perlopiù autentici “mappazzoni” scomposti, carichi di tutto ciò che amo di meno, sovrapposti, piano dopo piano, fino a formare un chissà cosa che mi sembra perfetto per guadagnarsi il titolo di spreco, completo, assoluto, integrale a totale discapito per chi ha difficoltà a riempire il carrello della spesa. Possibile mi chiedo che nessuno intervenga per bloccare questa visione onnivora composta da poco gusto e molto spreco? Vale la pena continuare su questo livello di tv, allora? No, direi di no visto l’insieme di ciò che offre. Col telecomando in mano procedo per scoprire che, chiusi i fornelli, arriva l’altro tema imperante, la cronaca nera, anche questo come argomento vestito da asse dei palinsesti quotidiani, con argomenti che si replicano, capitoli su altri capitoli, sempre gli stessi, uguali per racconto, narrazione, minimo valore giornalistico. Tizio uccide l’altra, caio insegue l’altro, chicchessia ruba a casa di ognuno. C’è da darsi una svegliata, Cinzia, lo riprendiamo un bel libro in mano per esempio o lo lasciamo coprirsi di altra polvere sullo scaffale, canaglia che non sei altro.
Autore: Quella che prova a farcela
Oceano mare
Sabato Alessandro Baricco sarà a Jesolo per presentare il nuovo lavoro. Appuntamento sopra le righe. Inatteso, fuori dai canoni, suoi e del pubblico che lo legge, amandolo, da decenni. Come me. Una serata che travalica i livelli noti della presentazione di un libro perché assumerà i caratteri di un format in cui il lavoro letterario diventerà anche festa, happening musicale, lezione notturna. Un Baricco proiettato ben oltre se stesso. Non ci sarò ma non per voler starmene alla larga piuttosto per ragioni d’altra natura e ben note su queste pagine. Ma il suo arrivo a Jesolo è stato sufficiente per portare alla luce tutti i ricordi che mi legano alla sua letteratura scoperta direi per caso ma con che soddisfazione. Un’edicola vicina a casa, giornali, quotidiani e qualche libro tipo una collezione di titoli venduti a basso costo, tra questi uno in particolare, Castelli di rabbia, acquistato ben per caso dandomi modo di tuffarmi dentro a una parola mai sentita prima, circondata da quel suo tono fluido, ricco, nuovo, legato a una narrativa sviluppata su un ritmo mai letto, toni arrotolati da una musicalità inedita che non dimentica mai una potenza lessicale, sontuosa, splendente, certamente esclusiva. Benvenuto nella mia vita, signor Baricco. Tocca poi scoprire poco dopo anche il suo Oceano Mare per confermare lo stesso piacere caldo e autentico, mai perso, nemmeno nei tempi successivi. I due esordi di Baricco, quelli che hanno trasformato e arricchito la letteratura italiana a partire da inizio Novecento, raccontano ciò che non è lecito evitare di leggere. Come tutto il resto del suo palinsesto
Noi veneti che non siamo altro
La mia sensazione è che il Veneto, i veneti, il loro modo di pensare, esprimersi, sintonizzare il proprio volto sul pensiero generale appaia orientato su caratteri poco accolti e non recepiti dal resto del paese Italia. Veneti, ovvero popolo caratterizzato da un fondo ben netto di ignoranza, cultura accordata ai minimi termini, cattiveria pura nel complesso, analfabetismo di ritorno quello con cui ne viene disegnato il profilo, né più né meno che in questo modo. Antipatici anche, arroccati attorno a quell’abbondante benessere economico che punge perché non viene nascosto, anzi, fieramente esibito fino a suscitare quella patina di invidia bruma che dà fastidio, allontanata dalla vista positiva dell’intelletto come caratteristica suprema e superiore rispetto a tutto il resto. Da veneta fremo, ma che dire d’altro, condividere? Arrabbiarsi? Sentirsi travolgere da un afflitto senso di inferiorità autentica? Noi veneti eccome se li conosciamo certi limiti culturali di cui siamo corrieri, ma il tono con cui l’informazione ci racconta è parziale? Inadatto a restituirci il vero volto mi chiedo sempre? Stiamo davvero antipatici tanto quanto sembra? Non lo so, ma l’immagine generale che da veneta mi sento dipinta addosso mi sembra questa. E chissà poi cos’altro.
Storie di tutti i giorni
Ieri, mi sembra, sono stati annunciati i cantanti che prenderanno parte al prossimo Sanremo, il Festival, ovvio, quello che amo sopra ogni cosa da decenni, e di cui devo aver già parlato su queste pagine, almeno così credo. Perché sono cresciuta, invecchiata direi, guardandolo sempre ma il tempo m’è passato addosso cosicché tutto il circolo del Festival, da molti anni a questa parte, mi risulta quasi inedito, troppo giovane per potermi piacere, così lontano da quel “Sanremo è Sanremo” che faceva da sottotitolo a ogni mossa sul palco del teatro Ariston. Mi sa che sarà così pure quest’anno visti i nomi dei partecipanti che ho sentito nominare, molti neanche so chi siano, la causa però sono solo io, la mia inettitudine verso la ricerca del nuovo, l’assenza di studio nei confronti del domani così come il desiderio di voler rimanere inchiodata dietro al ricordo di ieri, quello che sembra l’unico in grado di animare il mio spirito. Eccolo il primo Sanremo che ho guardato: classe 1982, avevo dieci anni, sul palco c’è un tal Riccardo Fogli, mica sapevo tanto di lui, solo che durante l’estate precedente era passata tra le radio una sua canzone che mi era piaciuta. Il gennaio dopo me lo trovo sul palco sanremese, bello, elegante con una canzone in pieno stile festivaliero, calma, placida, racconta di un amore quasi finito tra lacrime e dolore, mi piacque subito, a me e ad altri, vinse difatti. Credo sia nata lì la mia passione sanremese, inseguendo quel Riccardo Fogli che pochi anni prima era stato uno dei Pooh lasciandoli in fretta alla ricerca di una sua scia che da quel momento, e per un po’ di anni, è salita di quota. Io, al di là di tutto, so comunque che anche senza di lui di Sanremo mi sarei innamorata lo stesso anche se poi gli anni sono trascorsi, sono invecchiata, la musica nuova ha assunto il suo corso quello che io non comprendo più, ma va bene lo stesso. “Perché Sanremo è Sanremo”.
Prima serata
Va così, ogni sera, cena finita, pigiama già indossato, denti lavati, crema sul viso ben spalmata, direzione divano, copertina stesa sulle gambe, telecomando in mano sintonizzato sul canale scelto per trascorrere qualche ora, la famosa prima serata, quella con film, puntata della serie tv che più amo o chissà cos’altro. Sì, ecco appunto, vacci cauta con l’amore, tanto prima di te c’è circa un’ora di attesa, come quegli appuntamenti di decenni fa trascorsi aspettando, davanti alla finestra, l’auto del fidanzato che ti passava a prendere, lui, sempre in ritardo, perché prima di te chissà che aveva da fare di più interessante. È come se andasse così anche adesso, nessun fidanzato da aspettare ma comunque tempo sprecato per mettersi in fila per quella che viene definita la prima serata televisiva, quella che apre lo schermo non prima delle ventidue però, mentre io sono lì quasi addormenta ben prima che lei prenda avvio, prima deve passare oltre a giochi e giochetti di terzo grado che prolungano la sbobba a caccia di ascolti. Ero piccola e mi viene in mente quando c’era la Rai, al termine del TG, quello delle 20.00, cominciava lei, nota come la prima serata, me ne veniva consentita la visione fino alle ventuno e trenta, poi a nanna, non discutevo, figuriamoci. Fino a quando arrivarono i canali privati, senza canone, nessun vincolo, a beneficio di tutti, con una programmazione nuova, inedita, inconsueta rispetto al passato, sconosciuta per ciò a cui eravamo abituati, ignoravamo anche fosse l’inizio di un percorso da mettere in carica. Anche l’avvio della prima serata si trasformò: 20.25, cinque minuti prima che terminasse il Telegiornale della Rai, ecco quando cominciava e, a discapito dell’informazione, si cambiava per andare diretti a Dallas, per esempio, a seguire le gesta di J.R. Ewing e della sua famiglia di petrolieri che trasportavano in Texas milioni di spettatori su Canale 5. Sì, robetta ignorante, ma si dormiva almeno.
Nera che più nera non si può
È sufficiente accendere la tv, a qualunque ora, da mattina a sera, fino a notte inoltrata, se fossi ancora sveglia per verificare. Guardare la televisione è il metodo sufficiente per scoprire che la programmazione, tutta, ma proprio tutta, vira al nero. Cronaca intendo, racconti di omicidi, sempre gli stessi per giunta, sviscerati in termini ripetitivi fino ad assumere toni perfino monotoni da togliere di significato a ogni valore informativo. Ruota il metodo per trascorrere il tuo tempo mi si potrebbe dire, hai molte piattaforme dove guardare film o serie tv di ogni genere, leggi, ancora meglio, è la tua passione autentica. Tutto vero. Ma mi sento lo stesso schiacciata da questi fattori simil informativi, partono addirittura dai tg travalicando il racconto politico perfino, viaggiando sempre verso il nero, in giacca e cravatta, per raccontare quella che appare come l’unica verità, quella da cui non è possibile fuggire. Subisco, subiamo, taccio, tacciamo senza comprendere le ragioni di questi meccanismi, o forse assimilandoli fin troppo bene, qualcuno reagendo meglio di altri, io no, mi abbandono, ferma lì. Al punto che non sono nemmeno andata a votare ieri, per le elezioni regionali del Veneto dove vivo, e di questa scelta non ne sono fiera: sono trascurata dal niente informativo che c’è in giro? Non so che replicare, vuoi vedere che sono in cerca di un alibi, procurato e forzatamente coperto sotto il velo di quella cattiva informazione che tuona dalle casse delle tv ma non da meno sulle pagine dei giornali?
E anche questa visita ce la siamo tolta dalle…
“…Milano – Cortina, 2 ore, 54 minuti e 27 secondi, Alboreto is nothing”. Ecco cosa ho pensato, giorni fa, uscendo dall’ambulatorio dove avevo appena concluso la pratica medica per il controllo annuale che deve giudicare lo stato della mia cara sclerosi multipla. Insomma, dopo la visita, seduta ai tavoli di un bar per consumare una veloce, tarda, colazione con la mia famiglia, pensando a quanto sarebbe stato felice papà per le parole ricevute, “sta ferma lì, nessuna novità da registrare”, dettaglio non certo secondario per guardare alla mia sclerosi multipla, non ho potuto che liberare il mio pensiero verso una citazione non certo dotta ma in piena corsa verso la libertà, quella che mi sono sentita scrivere addosso, sciolta da ansie, fin troppo profonde e ruvide, le stesse che da venticinque anni questi controlli medici si portano appresso. È andata insomma, si passa oltre adesso, appuntamento al prossimo anno, il tempo utile per togliersi dalla mente, con eleganza e mente sveglia, qualcosa, via dalle scatole, tu e il resto, sm che non sei altro. E adesso riguardalo Cinzia, per l’ennesima volta, quel Vacanze di Natale 1980 che, senza vergogna, ti piace tanto.
Edicola Fratello

Questa mattina, come sempre, mi sono svegliata pensando a preparare il caffè, latte, biscotti, alla colazione insomma, quella che apre ogni mia giornata e che mi accompagna mentre guardo alla tv il primo tg quotidiano, lo stesso che presenta la rassegna stampa del giorno, legge i titoli delle notizie più importanti accadute assicurando un bilancio completo su quanto successo durante il giorno precedente. Un piacere che cerco da sempre, raddoppiato poi se su La7, in video, trovo Flavia Fratello e quel suo Edicola Fratello che comincia con lei che arriva in studio piazzando sulla scrivania un mazzo di quotidiani cartacei, quelli che porta con sé dopo averli letti attentamente per noi telespettatori, selezionandoli pagina dopo pagina, titoli, articoli e concetti che ci presenta seguendo il filo logico della notizia che si fa informazione autentica. Lo vedi il lavoro di Flavia Fratello, le pagine presentate sono lì, mai casualmente ma portate in vista seguendo il filo logico di un’informazione logica, razionale e coerente. Sono vecchia di certo ma è quella proposta da Edicola Fratello la notizia che cerco perché il quotidiano letto su app, che pure mi passa sotto gli occhi tutti i giorni, quasi subito mi annoia, distraendomi, mi toglie la concentrazione dalla notizia, mi allontana dall’impegno del pensiero ben prima della sua conclusione mentre quello cartaceo, che pure non leggo da mesi e forse più, mi soddisfa nelle percezioni. Quando Flavia Fratello sfoglia le pagine e legge gli articoli che prima ha scelto, visualizzato in pagina, sottolineato, discusso, evidenziato, considerato, esaminato per noi che siamo lì a seguirla, mi sento più completa e informata e, mentre finisco la mia colazione, sono ricca come piace a me. Poi poggio la tazza del caffè e comincio, soddisfatta, la mia giornata.
Capo chino e stetoscopio
Medicina, passi distesi lungo i corridoi dei reparti, testa bassa, stetoscopio attorno al collo, sguardo pensoso rivolto al pavimento, riflessioni in corso forse, finte o presunte, eppure continue, incessanti, prolungate: ci si laurea solo dopo aver chiarito che il proprio futuro non potrà che avere questo aspetto? Tutte le volte che varco le porte di una clinica li vedo così i medici, se si muovono fuori dagli ambulatori evitano con alterigia (?) lo sguardo, spesso insistente, dei pazienti seduti lì in attesa della loro visita, dell’esame o sai cosa. Camminano tutti così i dottori, con gli occhi giù, al pavimento, bassi puntati al vuoto, evitano, io credo, richieste mosse solo da uno sfogo pieno di domande, spesso intimorite, se non disperate, fin troppo ricche di paure, irrisolte. Mi escludo da questi canoni, mica per educazione ma per autentica paura, di loro, delle loro risposte, delle avanzate violenze, senza pietà nate sotto il segno della sclerosi multipla. Ricordo, infatti, che dopo la diagnosi, nei primi tempi, a ogni visita di controllo partivo da casa con un mazzo di libri e giornali che leggevo mentre aspettavo il mio momento, avevano lo scopo di autoescludermi da ogni contatto col resto che mi stava attorno, niente volevo vedere, ascoltare, tantomeno raccontare. Poi il tempo è passate, io seguo ancora le direttive del mio silenzio, osservo di più forse, come i dottori, il loro capo chino che li allontana dalla sala d’attesa dove sostiamo noi pazienti. Vorrei tranquillizzarli, mi vedete lì ma statene certi, potete alzare il capo su di me, non vi fermerò, o forse solo per chiedervi se a questo modus che mettete tutti in pratica siete stati introdotti dai tempi dell’università.
Parigi val bene un messa

Domenica scorsa, ora di pranzo, in auto con la mia famiglia, edizione straordinaria del tg radio: furto colossale al museo Du Louvre di Parigi dicono, in quasi sette minuti una squadra di pochi uomini ha messo a segno una rapina monumentale che ha sottratto alla custodia francese otto gioielli storici appartenuti alla collezione di Napoleone e all’imperatrice Eugenia. Che brivido ho provato, come tutti credo, chiedendomi come sia accettabile che uno dei musei più importanti, celebri, visitati, autorevoli e prestigiosi al mondo abbia potuto subire un’onta del genere, perché di vergogna e basta penso si debba parlare, forse perché l’esecuzione è quasi assimilabile a una banale rapina di paese, mica molto di più e, giusto per questo, disonorevole nel suo atto. Ho viaggiato poco nella mia vita, nei miei percorsi però Parigi c’è, il museo Du Louvre ovvio, le sale galleria d’Apollon impresse nel ricordo anche ma soprattutto la visita, ferma nella memoria, alla Gioconda di Leonardo. Questo mette in mostra una sostanziale povertà di sapere mi si potrà dire, amare la Monna Lisa significa non avere titoli superiori, già, lo dichiarano in tanti, si tratta di una verità detta in tutte le direzioni, ma, ripeto il mio ma, io davanti alla Gioconda ho provato un brivido caldo, illuminato da luce autentica. Ho fissato il suo sguardo passeggiando lentamente davanti a lei senza smuoverlo mai mentre sentivo che i mei occhi venivano seguiti dai suoi come se mi osservassero tanto da non lasciare mai la loro attenzione che sentivo fissa su di me. Ne so davvero poco di arte, pari a nulla, ma che palpito quella visita di tanti anni fa e che di certo mi ha resa sensibile verso le emozioni ricevute, prima ancora di sapere che, dentro quel paradiso di bellezza, sarebbe stata possibile una rapina come quella di domenica scorsa. Che va risolta con titoli, attenzioni e capacità spese al massimo.