In giro per negozi

L’altra mattina ho fatto un giro per negozi con un’amica. Un giro per negozi non è un giro di shopping, si tratta di una semplice presa di visione di cosa potrebbe piacere e che molto spesso è preludio di un acquisto. Per me è stato un nuovo debutto, per anni entrare in un negozio era sinonimo di acquisto certo e pure compulsivo: era tale la fatica di scegliere e provare da far perdere allo shopping ogni sapore di piacere trasformandolo in desiderio di portarsi via fin troppo per non dover ripetere l’esperienza fino alla stagione successiva. Ora sulla mia nuova due ruote c’è tempo e modo per fare quello che non facevo da anni, come girare con comodità tra gli scaffali, chiedere, toccare con mano e poi uscire pensando a quella cosa che mi ha colpito e che potrei tornare a comprare così come no. Ora il problema è diventato un altro semmai: seduta sulla mia due ruote ho guadagnato in agilità negli spostamenti certo, ma ho perso in presentabilità, ovvero potrei uscire anche in pigiama o eternamente in tuta da ginnastica, sai la differenza, nessuno lo noterebbe. Quindi che li compro fare certi abitini così bon ton, o quelle gonnelline deliziose per forma e colore, o quei pantaloni sfiziosi e alla moda che mi piacciono tanto? Potrei lasciarmi sedurre da camicie e magliette, ma senza osare troppo, sarei fuori posto. Mi dicono che devo vestirmi con quello che piace a me senza pensare se gli altri lo vedranno o meno, dicono che se lo so io basta. Già, loro dicono. Imparerò a fare anche questa alla fine, nell’attesa farò altri giri per negozi guardando quello che mi piace e che non comprerò compiacendomi di quanto sto risparmiando.

 

 

Questo tempo non è tempo

Mi capita spesso in mano un giornaletto free press che gira dalle mie parti. Tanta pubblicità e non troppi contenuti: eventi, costume, qualche furberia commerciale travestita da informazione, ma ci sta, se niente paghi poco puoi pretendere. Quando lo trovo lo tiro su, soprattutto da quando ho scoperto una rubrica che mi ha incuriosita fin da subito: una pagina intera dedicata a bellezza e altro sul genere. In un giornale in cui nessuno si firma, nel quale puoi solo supporre chi scrive cosa consultando il tamburino ben presente sulle pagine finali, ad aprire la rubrica di cui sopra ci sono un nome e un cognome belli in vista. Viene da chiedersi chi sarà mai questa firma evidentemente più prestigiosa della altre per guadagnare un palco d’onore di questo tipo. Ma niente, non l’ho mai sentita nominare. Allora ne deduco che forse il merito è legato all’accuratezza con cui a tocca temi fondamentali come trucco, bellezza, capelli e moda. Per ora ho letto che consiglia di bere almeno due litri di acqua al giorno per idratare corpo e pelle, di mangiare frutta e verdura in quantità e alle ragazze di scegliere sempre una base per il make up della stessa tonalità del proprio incarnato senza mai dimenticare di mettere il mascara. Mai più senza certe perle tanto preziose, non vedo l’ora di leggere le prossime. Spero che questo fenomeno della carta stampata venga pagato molto bene per accettare di perdere la faccia ad ogni uscita di giornale, anche se non credo possano bastare i soldi a giustificare tanta pochezza. Perché se sei disposto a questo, se in una redazione piccola come quella di un free press scalpiti per avere in bella mostra mostra un’inutile firma su pezzi pietosi nei quali non sai cosa significhi fare ricerca anche su temi idioti, quale futuro potrà avere la tua carriera nel mondo del giornalismo? Non è il momento storico giusto per avere altri pennivendoli di questo tipo.

 

Libri & serie tv

Sono resistente alle serie tv. Nel senso che non ne sono dipendente, poche puntate e poi mi stufo, anche se mi sono piaciute molto finisce che presto o tardi le mollo. Qualcuno che mi conosce starà ridendo a crepapelle visto che ho visto almeno venti volte Una mamma per amica e un buon numero di repliche di Downton Abbey, ma restano casi isolati, credo dipenda dal fatto che concentrano tutto quello che mi piace di più e che non riesco a trovare in altre serie. Una mia cara amica con la quale condivido il grande amore per i libri dice che le serie tv sono la nuova letteratura, le credo ma inorridisco alla stesso tempo, mi piace troppo leggere per pensare di sostituire la mia passione con un’altra che per giunta non mi dà molte soddisfazioni. Solo che mi dà altrettanto fastidio non avere un’opinione su un tema di questo tipo: limita molto le conversazioni, soprattutto con persone con cui mi va di parlare. Allora ho guardato La casa di carta, la serie di cui si è parlato di più in questo ultimo periodo. E l’ho mollata, a ragion veduta, ho tenuto duro per una decina di puntate e poi, soffocata dalla noia ho spento tutto e ho preso un libro mano.

 

Continuiamo così…

Ho rivisto Bianca l’altra sera. Volevo farlo da quando giro il mondo seduta su una sedia a rotelle e il mio punto di osservazione verso le persone è cambiato: non è più il volto la prima cosa che noto ma le scarpe. Come Moretti mi sono detta fin da subito, superba? Direi proprio di sì. C’è, infatti, un livello maestoso di genialità nel monologo dedicato alle scarpe che conclude il film in grado di togliere il fiato per tutta l’intelligenza con cui è condotto. Bianca è un film del 1984, moderno, capace di mettere in scena un linguaggio innovativo dentro una sceneggiatura che per l’epoca deve essere sembrata ai limiti del credibile. La scuola dove insegna il protagonista si chiama Monroe, in classe al posto dell’immagine del Presidente della Repubblica c’è quella di un calciatore, per i professori c’è uno psicologo a disposizione per aiutarli a superare lo stress del lavoro con gli alunni. Rivedere questo film nel 2018 fa uno strano effetto, quello che racconta siamo noi oggi e la conclusione può essere una sola: Moretti come tutti i veri artisti è un autentico genio in grado di spostare lo sguardo verso il futuro anticipando perfino quello che dovremmo ripeterci ogni mattina quando apriamo il giornale: Continuiamo così, facciamoci del male. 

Una pizza e un grande desiderio

Sono uscita con le mie ex colleghe di lavoro l’altra sera, una pizza tra di noi che siamo passate, ma non ancora del tutto sopravvissute, dalle forche caudine di un licenziamento del tutto immeritato. Che strano, ce lo siamo anche dette: mentre eravamo al lavoro non c’era sempre un clima di piena distensione tra di noi, certo andavamo d’accordo, ci si aiutava, si rideva anche ma spesso eravamo armate di coltello tra i denti l’una contro l’altra, roba normale quando si lavora insieme abbiamo concluso, se poi il risultato è una serata molto divertente, tra risate e prese in giro bonarie non c’è niente di male, anzi. Ma qualche rimpianto è venuto fuori soprattutto quello di avere dato un po’ troppo ad un’azienda che invece non ci ha messo molto a dare un calcio nel sedere a tutte. Mi chiedo se faccia bene parlare troppo di quello che è successo, forse tutto questo astio finirà davvero quando la pagina sarà voltata del tutto, quando arriverà un nuovo lavoro, tutti i soldi – tanti – che avanziamo, e quando quel bisogno di rivalsa che sentiamo troverà uno sfogo decisivo. Un bel calcio nel sedere ai quei quattro babbei sarebbe molto utile, ma a me non basterebbe un calcio in senso figurato. Devo solo trovare il modo di fare molto male rimanendo seduta su una sedia a rotelle. Tanto prima o poi tutto quello che voglio fare lo faccio, anche se mi costa fatica.

Sempre meglio avere vent’anni

Stamattina ho letto sul giornale che una libreria poco lontana dalla mia città  ha avuto come ospite della rassegna letteraria che organizza una ragazza di 15 anni che di professione fa la muser ma anche la scrittrice visto che il suo libro è in classifica tra i più venduti di questa settimana. Ad aspettarla sotto la calura di questi giorni c’erano centinaia di coetanee che volevano conoscerla e farsi firmare una copia del libro. Ora voglio soprassedere sul fatto che nei giorni in cui sono morti Tom Wolfe e Philip Roth nella classifica dei libri più venduti in Italia c’è una quindicenne, potrebbe essere molto brava infatti, che io non la conosca vuole dire molto poco in effetti. La domanda che mi faccio è un’altra: cos’è una muser? L’ho chiesto alle amiche più giovani  mi hanno risposto ma non credo di aver capito, ho cercato qua e là e non è che sia successo molto di più. Fa video, forse canta sulle canzoni del momento, i ragazzi la seguono, ha moltissimi follower  su Instagram e un sacco di visualizzazioni su YouTube e roba del genere. Poi aveva il sogno di scrivere un libro, una casa editrice le ha dato l’opportunità di farlo e via, in due mesi, tac-zac il libro è in vendita, e che vendite. Brava e sveglia, fa pure il liceo classico e ama il greco antico, dice. Mi sto trattenendo da commenti perché so bene che il limite è già sorpassato: quando i giovani non li capisci ti viene da mettere in discussione quello che fanno la battuta successiva è “ai miei tempi non era così”. Non era così infatti, perché loro oggi sono giovani e tu non più. Accidenti a loro.

Finché ignori

Nel 2000 arrivò la diagnosi: Sclerosi Multipla. Da fuori sembrò non fosse successo niente ma era una bugia: cartella clinica in mano lei arrivò e sbaragliò tutto, si fece posto senza chiedere nessun permesso, aprì armadi e cassetti, rovistò tra cose che non le appartenevano mandando tutto all’aria. Saltò sui divani creando disordine, ruppe bicchieri di cristallo in mille pezzi, rovesciò caffè nero su lenzuola di lino, strappò abiti nuovi e tolse il tacco ai sandali più alla moda. Si comportò come la peggiore delle ospiti: arrivò inattesa e senza nessuna intenzione di andarsene. Sono passati anni, sono passate storie, sono passati pensieri e lei sempre presente, sempre fedele accanto chi non la vuole, mai un passo indietro, come la peggiore delle ospiti inattese. Lei che con perfidia e cattiveria fin dal primo giorno ha sussurrato: e vedrai il finale, lo capirai da sola, avrà il profumo del “fine pena mai”. E quando cominci a camminare male, e quando inizi a non farcela a muoverti da sola e quando fai troppa fatica a fare tutto e ti arrendi anche al deambulatore la senti sghignazzare. Ma alla fine ridi anche tu: eccoti nuova ospite inattesa, ti chiami libertà ed eri diventata una sconosciuta. Sei seduta su due ruote adesso ma torni a riprenderti spazi che non conoscevi più da troppo tempo, hai ancora paura di non farcela, ma questa nuova libertà ha un profumo leggero, ha azzerato la fatica, sei quasi felice. Vai dove vuoi, ancora con qualcuno, ma dove vuoi, magari non ovunque, ma molto più lontano di prima. Questa libertà è insperata, ad averlo saputo le avresti spalancato la porta prima, ma non potevi saperlo, perché anche lei è inattesa, una gradevole ospite inattesa. E poi fai un’altra scoperta, cominciata da un dolore molto forte, come quello di una sberla rumorosa, non meritata, malefica e astuta: ti licenziano, loro hanno altri progetti e tu ti ritrovi a casa. Non ti pagano da mesi, non ti danno nemmeno il tfr, comincia ovviamente una causa legale. Hai bisogno di far calmare le acque attorno a te perché i tuoi pensieri sono molto confusi, arrabbiati e delusi. Prendi tempo, devi capire cosa fare, ma devi anche riposare un po’. Per lavoro scrivevi, cose per niente interessanti, sempre le stesse, ti erano venute a noia, meglio non doverlo fare più ti dici, da mesi non scrivi, non ci pensi, non ne senti nessuna esigenza. Poi un giorno per fare un favore ad un amico ti metti al computer e riprendi a scrivere e scopri che ti piace, ma davvero tanto, ne sentivi la mancanza. Eccola la nuova ospite inattesa: la scrittura, ti riempie di gioia farlo e ti rende felice. Fai un bilancio e metti insieme tutto. Così nasce questo blog nel qual racconterai ciò che ti passa per la testa, cose un po’ a caso, senza regole, l’unica certezza sono le tue ospiti inattese, ormai sono roba tua e al diavolo tutto il resto.