La ragazza con un filo di perle

È da ieri che mi gira addosso un po’ di malumore, quella roba che fa dire adesso facciamo basta, un po’ di tregua che un minimo di prospettive positive ora sarebbero gradite. È la storia di un licenziamento davvero turbinoso il mio che ha buttato sul tavolo la perdita del lavoro ma anche un cospicuo gruzzolo di soldi che ancora mi spetta e che mi ha fatta salire a bordo di un ottovolante per nulla divertente. Da circa un anno si è aperto un dialogo esclusivo tra avvocati che passa tra buoni intendimenti delle parti in causa, soldi che arrivano seguendo un fiacco lumicino, accordi firmati, più disattesi che rispettati va detto, proposte irricevibili e altre cariche di illusioni, balzi all’indietro e salti in avanti per superare le buche dentro le quali di volta in volta si è rischiato di cadere. E  proprio quando la strada sembrava aver imboccato una direzione senza intoppi,  ecco un nuovo stop, un e adesso chi lo sa cosa succede, pare certo solo che i tempi per chiudere la partita e lasciare il campo si siano allungati di nuovo e i miei progetti con loro. Quindi le brutte nuove di ieri, quelle che parlano di ennesimo cambio di programma, non solo ritardano un’altra volta i termini di un tormento che vorrei si concludesse al più presto, ma in più posticipano la realizzazione con quei soldi di un progetto utile al mio futuro, che di suo è molto instabile. Ora l’intero piano d’azione è da riscrivere, nei tempi, nei modi, nelle forme, consapevoli tutti che se in un anno non è stato possibile seguire una strada ampiamente tracciata dalla legge quello che accadrà da qui in poi è solo un grande boh. Malumore lo chiamo io, quanto sono per bene come ragazza.

Se c’è un posto nel tuo cuore

Pochi giorni fa ho compiuto gli anni e devo riconoscere che è stato pure un bel compleanno, come non accadeva da tempo, forse perché me ne sono fregata del tempo che passa, di certo perché non ho fatto bilanci e in minima, ma non secondaria, parte perché ho voluto sorridere. Mica poco per una testona come me. Mi sono fatta coccolare, ho scartato regali – molto, molto belli – ho ricevuto auguri, telefonate e numerosi wapp. A fine giornata ogni anno faccio una specie di censimento tra chi si è ricordato e chi no e devo dire che è sempre un bilancio più che positivo e mi piace un sacco questa cosa, sarò pure infantile ma così come io cerco di esserci sempre per tutti gli amici più importanti allo stesso modo ci resto male quando qualcuno si dimentica del mio compleanno. Ma c’è un augurio più speciale di altri che ogni anno non manca mai, da almeno 19 anni per la precisione, tra tutti gli alti e i bassi della vita, tra sorrisi e sberle in faccia, tra litigi e abbracci lunghissimi c’è una persona che non manca mai, e io del resto mai per il suo di compleanno. Anche solo con un wapp, il più atteso, il più certo tra tutti gli altri. Quest’anno no invece, che strano mi sono detta, s’è forse rotta la favola? Accidenti alle favole, a loro e a chi le ha inventate ho pensato. E così la sera, ospite a casa di un’amica per un cena preparata apposta per me sono arrivata e ho messo su una faccetta che sembrava un’emoticon, occhi bassi e sorriso all’ingiù, non mi ha scritto ho esordito, aspettandomi una risata come reazione. Invece no, è calato un po’ di silenzio di sorpresa e poi è partito un corale e pure sincero ma scherzi, com’è possibile? Li ho guardati stupita e sono scoppiata a ridere, ma non eravate voi a prendermi in giro ogni anno per l’emozione con cui ricevevo quel wapp? E invece per tutta la sera abbiamo parlato dello stesso argomento, si è riso tanto ricordando quei tempi in cui eravamo tutti molto più giovani e certo con meno pensieri, tirando fuori parole che giravano attorno alla stessa persona perché se lascia un segno forte addosso ad un’amica evidentemente lo lascia anche su tutti quelli che le vogliono bene. E la dimostrazione c’è stata anche la sera dopo quando sono uscita con un gruppo di altri amici storici, una pizza insieme che è cominciata con lo stesso faccino che era più gioco che vera tristezza, le mie parole sono state le stesse, non mi ha scritto ho detto, non mi ha fatto gli auguri, per la prima volta dopo solo 19 anni, cercando di buttare sul piatto anche un po’ di ironia. E invece niente risate, ancora una volta sorpresa piuttosto, impossibile mi hanno detto, sicura che non stia male? Un’altra serata di ricordi, risate e prese in giro, con un continuo sottofondo di stupore per la sua mancanza. Che forza che sei, ho pensato, capace di farti sentire anche con le assenze, ecco spiegate tante cose mi sono detta quando sono tornata a casa.

Dài che si riparte

Ho fatto una lunga pausa dallo scrivere, ho mollato i buoni propositi molto prima che cominciasse l’anno nuovo, ma non devo fare troppa fatica per cercare le ragioni, sono solo una sfaccendata, pigra e indolente, e lo sono da sempre. Nessuna intenzione di lasciare da parte la mia idea iniziale per divertirmi scrivendo, anzi sensi di colpa per non essere più sul pezzo, per una fastidiosa svogliatezza che mi ha fatto trascurare il blog. In questo periodo ogni giorno sarebbe stato buono per aggiungere qualche cosa, un piccolo capitolo di vita da mettere giù solo per il piacere di raccontare qualcosa. Ma invece gli alibi li ho trovati tutti: le feste, gli amici ritrovati, il Natale, perfino il compleanno, perché compio pure gli anni in questi giorni io, ma uno scampolo di tempo per scrivere qualcosa in questo angolo solo mio mica l’ho trovato, figuriamoci. Mi sono detta non so che scrivere, ed era una bugia, e comunque più di tanto non mi sono sforzata e quando uno straccio di idea mi è venuta l’ho messa da parte, tornerà ho pensato, ma di certo non sarà più fresca, un diario non vale dieci giorno dopo, è la regola. Quindi oggi torno, senza avere niente da dire forse, ma solo per il piacere, tutto mio, di volerci essere di nuovo. In fondo questo blog è nato per me, mica per altro, mica per altri. Dài che si riparte.

Anche se questa storia un senso non ce l’ha

È stato un pomeriggio un po’ strano quello di ieri, risultato di un caffè fra persone che insieme hanno condiviso un’esperienza lavorativa lunga e conclusa in modo burrascoso proprio un anno fa. L’incontro l’avevamo cercato, ciascuno di noi sapeva che avrebbe potuto essere pesante ma avevamo detto tutti sì, per ragioni diverse ma abbiamo accettato, consapevoli in cuor nostro che c’era un groppo da sciogliere perché sul  piatto erano rimaste troppe domande irrisolte. Ci siamo ritrovati seduti allo stesso tavolo, davanti ad un caffè buttato giù in fretta, con lo stesso imbarazzo dei primi appuntamenti abbiamo cominciato a parlare di ciò che poteva essere e non è stato, muovendoci a caso con le parole, facendo balzi all’indietro e poi in avanti, mescolando il passato con il presente senza una direzione, liberandoci di parole di cui conoscevamo ogni senso ma senza dare nessuna risposta. Ne saremmo stati capaci del resto? Ci siamo guardati in volto e abbiamo visto le nuove rughe di un anno difficile, tutti diversi o forse inchiodati ancora lì dove eravamo un anno fa. Mi sono chiesta se  l’incontro di ieri ha almeno pulito le nostre spalle dalla polvere che si è accumulata in un anno di silenzi. No, è stata la risposta. A quel tavolo c’era solo amarezza e nostalgia nascosta sotto un tentativo mal riuscito di deviare le carte, di spostare le assi della verità per trovare un senso diverso a tutto soprattutto al futuro. E ancora una volta mi sono vista diversa dagli altri. Abituata come sono a non guardare mai al futuro e a non voltarmi con rimpianto al passato, in questo anno, poco alla volta ma non senza fatica, mi sono lavata via tutto, mi sono data un tempo massimo per astio, delusione e rabbia e prima che mi facessero più male del necessario ho chiuso la partita. Non ho bei ricordi che escono da lì e quelli che ci sono me li sono portata fuori, non appartengono più a quel posto.

Son tutte belle, la mia di più

Mille striature di bianco in testa hanno reso necessario un rapido intervento della parrucchiera per un ritocco di colore capace di restituire un finto senso di giovinezza alla mia chioma. Ieri ci sono andata, diciamo che sono tornata all’ovile, dalla parrucchiera dove va mia mamma, quella che ho abbandonato da tempo alla ricerca di mani più giovani, occhi più attenti alle tendenze della moda, professioniste consigliate dalla tizia e dalla caia di turno che ne declamavano doti e capacità sintonizzate sulle passerelle milanesi. Forse non mi so spiegare bene, mi dicevo ogni volta che, tornata a casa, mi guardavo allo specchio vedendomi addosso lo stesso appeal di Maria Goretti. Ho scelto di lasciare Milano quindi, vediamo che succede mi sono detta tonando alla base e una cosa sostanziale è accaduta alla cassa: Maria Goretti paga molto meno adesso. Ieri mentre avevo il colore in posa e il negozio era vuoto, le due ragazze che lavorano lì hanno cominciato a girarmi attorno, mi sentivo come una preda molto ghiotta pronta per essere soffocata da molte chiacchiere inutili, sai che gioia per me. Sono lì che mi fingo occupata con il telefono in mano e una della due mi chiede coma sta mia mamma, annuisco dicendo che sta bene, sorrido, abbasso la testa, penso di avercela fatta ma lei incalza dicendomi: “Com’è dolce tua mamma”. Mi stupisce, la guardo, forse ho messo su una faccia stranita, di certo sorpresa perché lei interviene subito dicendomi che a volte le mamme in famiglia sono molto diverse da come sono fuori, sembra volermi rassicurare, addirittura consolare perché magari con me non è così dolce. Sorrido e vorrei dirle che ha ragione perché se c’è una persona al mondo con cui mia mamma è diversa sono proprio io, perché con me è troppo, tutto, anche di più di tutto. Sono solo colpita perché quando la vedo muoversi  con gli altri mi sembra così spigolosa, solitaria, per nulla interessate alla relazioni, nella sua testa ci sono solo io che invece vorrei altro per lei, vorrei che potesse vivere qualche momento di autentica e meritata serenità. Mentre gli spazi che si prende sono pochissimi, sempre meno, veloci e a malincuore, come andare dalla parrucchiera, una volta la settimana, lo ha sempre fatto, ci tiene, per lei è importante e io insisto perché continui. Quando ci va la vedono come una donna dolce, invece è una donna triste che vorrebbe sulle sue spalle tutto il mio dolore, ancora di più di quello che ha. Aveva diritto ad un altro genere di vecchiaia mia mamma, e anche mio papà, mi dà fastidio soprattutto questo della stronza di sclerosi multipla, del suo modo di colpire a caso, a destra e sinistra, in alto e in basso, dove vuole. Come tutte le malattie mi si dirà. Già è vero, come tutte. Ma adesso penso solo a quanto è dolce mia mamma.

Più ce n’è meglio è

Nei prossimi giorni dovrei uscire con un vecchio amico. Per la verità c’era già una data fissata, ma pochi giorni prima sono caduta, il bernoccolo, il dolore, la paura, insomma tutto rimandato. Siamo amici da più di vent’anni, mica ci vediamo spesso per carità, negli ultimi tempi sempre meno va detto, però è bello mantenere i contatti. Soprattutto pensando a come è nato questo rapporto. Prendete tre ragazzi poco più che ventenni, fategli trascorrere una giornata al mare, in una spiaggia abbastanza vicina a casa che di notte fa esplodere il divertimento con locali all’ultima moda, ad un certo punto uno di loro convince gli altri a trascorrere la notte lì, in uno dei tanti alberghi che si affacciano sul mare, ne scelgono uno gestito da una coetanea che quella sera si vede con tre amiche. È fatta, scoprono di starsi simpatici a vicenda e che non c’è niente di meglio che ridere e scherzare assieme. I tre amici ne hanno altri, le tre amiche anche (tra le quali ci sono io) e poco alla volta si conoscono tutti tra loro, non si vedono sempre ma quando lo fanno si divertono, organizzano cene insieme, pizze, serate in discoteca, al cinema, qualche piccola vacanza, una festa di laurea memorabile. Nascono storie di bella amicizia ma anche d’amore, credo quattro, addirittura un matrimonio, insomma begli incroci di vita che non sono facili da trovare. Negli anni purtroppo molta di quell’alchimia si è persa, perché si cresce, perché si cambia, perché gli impegni sono tanti, c’è il lavoro, la famiglia ma sono certa che pensando a certi momenti passati insieme a ciascuno scappi più di un sorriso.  Per questo sono molto felice di vedere il mio vecchio amico, credo che noi due siamo tra i pochissimi che ancora si sentono, ma cavolo, pensando alla casualità con cui ci siamo conosciuti, la stessa che poi ha portato nella mia vita molti altri bei momenti sarebbe davvero da stupidi fare finta di niente perdendoci magari di vista. Perché se è stato un caso è stato davvero bello che ci sia stato.

 

Noi che abbiamo fatto il classico

Il bernoccolo si è sgonfiato, si è lasciato dietro un po’ di fastidio che diventa dolore solo se lo tocco o poggio la testa. Progressi innegabili rispetto a qualche giorno fa, mi sono perfino lavata i capelli, con grande coraggio e molto prudenza, perché io sono fatta così: tiro fuori i denti quando c’è da superare le salite durissime e improvvise per trasformarmi in una patetica mammola quando il peggio è passato e sarebbe ora di darsi una mossa. A mia discolpa aggiungo che in  questa settimana più o meno da dimenticare qualcosa di buono è pure accaduto come riscoprire il piacere della convalescenza, quel periodo in cui ti concedi tutto, perché te lo meriti, perché c’è da vincere un nemico, perché scegli la coccola come alleata delle tue giornate. Io ho scelto di scaricarmi sul Kindle Gli Spaiati che è un po’ il romanzo del momento, perché lo ha scritto Ester Viola che è un po’ il nome del momento e guarda caso il suo libro è uscito nei giorni della mia convalescenza. Insomma la coccola perfetta al momento giusto. Figuriamoci se mi sarei persa il nuovo romanzo di Ester Viola, ma lo avrei comprato fra un po’, prima avrei finito tutto quello che ho in programma di leggere prossimamente, e poi lo avrei voluto cartaceo perché fatico ad amare gli e-book, anche se sono più comodi, anche se sono più economici, anche se non tocca spolverali quando stanno troppo tempo sulla libreria. Ma stavolta c’era la mia convalescenza di mezzo, c’era da trovare qualcosa di bello che mi desse conforto immediato e quindi, passati i dolori più forti, ho ripreso in mano il Kindle e in pochi secondi avevo Gli Spaiati da leggere, senza attendere i tempi di Amazon, senza uscire verso la più vicina libreria. Grazie Ester, noi che abbiamo fatto il classico sappiamo come farci una coccola vera…

 

Tu non sai chi sono io

Mi avevano detto che sarebbe potuto succedere, anzi che sarebbe stato molto più che probabile succedesse. Non avevo sottovalutato l’informazione, diciamo che l’avevo messa in un ripostiglio nascosto perché quando si tratta di negare l’evidenza, dio mio, quanto so essere brava. Ma contro la realtà dei fatti c’è poco da fare, e infatti è accaduto: l’altra sera, impegnata senza successo a superare una salita minima con la mia sedia rotelle, sono caduta all’indietro, una rovesciata da ginnasta imbranata sopra una marciapiede di mattonelle spigolose, non so se è stato più il dolore o la paura. O la vergogna, o l’umiliazione di non avercela fatta ancora una volta, o l’orgoglio messo a nudo di nuovo. So solo che durante una notte in bianco senza pace perché la testa pulsava a mille con fitte inarrestabili ho pensato di tutto, alla resa in particolare, stavolta non mi voglio rialzare mi sono detta, stavolta che si fottano i tentativi di fare del mio meglio. Perché la paura è stata tanta, potevo farmi molto male, e l’altra sera, dopo tantissimo tempo ho pianto. Ma poi: clic. Come sempre scatta un clic. Sono io che faccio clic mentre penso che sono caduta ed era meglio se non succedeva certo, ma facendo un rapido bilancio oltre ad un bernoccolo grande come un’albicocca altro di grave non c’è, dolore sì e pure molto, passerà presto o tardi, c’è anche una paura smisurata ma voglio vedere chiunque al mio posto, però alla fine dei conti sono queste le regole del gioco dentro il quale sono capitata e io non sono tipo da tirarsi indietro per viltà. ‘Fanculo a te sclerosi multipla, mi hai tolto troppo per darti anche questa di soddisfazione.

La settimana enigmistica

C’è un giochino che va in onda la sera, poco prima di cena, in quella fascia oraria che le regole televisive chiamano pre-serale nata per condurre quanti più spettatori possibile a vedere il tg in onda sulla rete. Lo guardo perché certi aspetti mi interessano: un conduttore vecchio stampo, piacione e a tratti simpatico, un meccanismo sempre uguale a se stesso eppure coinvolgente, domande che per essere risolte richiedono una cultura da cruciverba, una scelta dei concorrenti da mettere in campo tutt’altro che casuale. C’è un campione posto al centro della scena e un buon numero di sfidanti attorno a lui che tentano di soffiargli il titolo ma anche la possibilità di vincere il montepremi finale che spesso si aggira su diverse decine di migliaia di euro. Tutti noi che siamo pubblico tendiamo ad affezionarci ai campioni più bravi, quelli che giorno dopo giorno riescono ad avere la meglio sui rivali e, anche se non sempre portano a casa la cifra finale messa in palio, ci basta avere la certezza che la sera dopo potremo vederli di nuovo per uno strano sistema di immedesimazione che si mette in atto. Le regole dell’auditel sono ben note agli autori televisivi che quindi periodicamente, perso un campione, ne fanno rispuntare dal mazzo uno nuovo che si fa amare allo stesso modo. In questo giorni in carica c’è un giovane ragazzo sui vent’anni, educato e di buone maniere, risponde a gran parte delle domande, anche quelle più impegnative, per questo viene presentato come fosse un colto intellettuale, lui sorride e arrossisce con la faccia di uno che vorrebbe correggere il conduttore spiegando che passa i suoi pomeriggi a risolvere i Bartezzaghi più difficili niente più di questo, ma non lo fa, devono averlo istruito in questo senso. Puntata dopo puntata si è già portato a casa un buon gruzzolo, è bravo, ha vent’anni e allora siamo tutti felici e si continua a tifare per lui. L’altra sera ha vinto 10mila euro ma non ha gioito, il pubblico in studio era quasi deluso, il conduttore ha urlato che anche se erano solo 10mila euro lui era ancora campione e avrebbe potuto fare meglio la sera dopo. 10mila euro per fare un cruciverba sono pochi? O magari sono sproporzionate le cifre messe in palio le altre volte? Le regole dell’auditel devono ammaliare per portare a casa il risultato questo lo so, ma mi chiedo se non si possa almeno contenere i toni, sintonizzarsi sulla realtà dei fatti per dare l’idea di sapere che 10mila euro portati a casa senza lavorare sono un vero bottino.

Bellezza, questo dovrebbe essere il giornalismo

 

Stavolta è successo. Stima per il lavoro dei giornalisti come non mi era mai capitato di provare. Tanto da farmi venire voglia di tirare fuori la mia tessera di appartenenza ad un ordine professionale che non mi è mai veramente servita mettendola finalmente a servizio di qualcosa di importante: raccontare la realtà per rendere le mie parole utili a qualcuno. Una prepotente ondata di maltempo ha devastato – e viste le previsioni forse non è ancora finita – una delle aree montane più belle al mondo, quella delle Dolomiti, provocando danni ambientali difficili da risolvere se non in molti decenni. C’è una tv veneta che da oltre una settimana è in campo raccontando in presa diretta cosa succede, inseguendo l’evolversi di una situazione in continuo cambiamento, che, minuto dopo minuto, potrebbe trasformarsi ma non certo migliorare. Un gruppo di giornalisti veneti sta lavorando con estrema competenza e perfetta conoscenza del territorio in cui si muove in una situazione impegnativa, sotto la pioggia, al vento, perdendo molte ore di sonno ma dando valore alla più autentica informazione, fornendo notizie di cronaca lontane da ogni sensazionalismo, rendendosi invece utile alle popolazioni coinvolte da questo disastro. Dimostrando l’importanza di una redazione ben diretta, ha presidiato tutte le zone venete coinvolte da questa ondata di maltempo: ha seguito l’eccezionale alta marea che ha travolto la preziosa Venezia, la città-palafitta, bellissima, unica e terribilmente fragile, le piene dei fiumi che con un continuo rischio esondazione hanno messo a rischio Verona, Vicenza, Bassano del Grappa, senza dimenticare le spiagge adriatiche nate sulle foci del Piave che ora non hanno quasi più sabbia. L’attenzione maggiore ora è rivolta sulle valli del bellunese, del Cadore, del feltrino, violentate da un tornando che ne ha trasformato volto, bellezza e aspetto. Per chi ama queste montagne è difficile rimanere indifferenti di fronte a un tale scempio soprattutto perché il tempo per rivederle com’erano è molto difficile anche solo da immaginare. Un buon lavoro giornalistico deve informare, senza cercare la notizia purchessia, rendendosi utile invece a chi è coinvolto direttamente nella sciagura che ha bisogno di sapere cosa aspettarsi, cosa fare ma anche cosa non fare. Da una settimana Antenna3 questo sta facendo, e pure molto bene.