In questi giorni sui social c’è in atto una sollevazione contro una tipa che ha definito un dono il cancro del quale si è ammalata. La tizia, che lavora in tv in una trasmissione che negli anni ha promosso le più ridicole terapie per curare malattie gravissime prendendo le distanze dalla medicina ufficiale, l’anno scorso si è ammalata di cancro e ora sta meglio dopo essersi sottoposta a una terapia chemioterapica. La sua storia l’ha raccontata in un libro ma anche in numerosi post comparsi sui principali social. Anche il fatto che per contrastare il cancro abbia scelto di affidarsi a una terapia scientificamente provata, al contrario di quanto indicato dalla trasmissione dove lavora che invece consiglia intrugli di cura a base di bicarbonato e limone, sarebbe una notizia degna di nota. Ma per ora ciò che è uscito con maggiore forza è che parla del suo cancro come di un dono. E qui i social si sono rivoltati in una unanime protesta che pare difficile non condividere, sono ancora purtroppo numerosi i casi in cui il cancro non incontra finali tanto gioiosi, sentirlo definire un dono stride troppo con la realtà dei fatti. Non ho letto il libro e non lo farò, ma una certa idea su questa infelice definizione me la sono data. Anche la mia sm è una malattia grave, ci convivo tutti i giorni e sono ovviamente ben lontana dal considerarla un dono, figuriamoci, ma so che con lei è fiorito anche un istinto che non avevo e che è sempre con me almeno quando serve. No, non è un dono perché ne farei volentieri a meno, e non è nemmeno coraggio, è una forza che prima non avevo e che nei momenti di maggiore bisogno non devo cercare, arriva e mi sostiene, trattiene le lacrime, la sfiducia, l’orgoglio e anche la vergogna. La tizia che ha definito il cancro un dono forse intendeva qualcosa di simile a questo e nel dirlo si è fatta trascinare dall’entusiasmo di una malattia messa all’angolo dalla scienza. Quale sarebbe il vero dono invece? L’aver capito che è la medicina a poter vincere il cancro mai il bicarbonato.
Autore: Quella che prova a farcela
Eravamo quattro amiche al bar
“L’altra sera quando l’ho visto mi è scoppiato il cuore.” “Dove?” “Al Brillantina.” “Ah, sei tornata lì.” “Ma io non volevo, sono stati gli altri a insistere, io sarei andata da un’altra parte, ma loro dicevano che fa caldo, che è ancora estate e che al Brillantina sembra sempre di stare in vacanza.” “Questo è vero.”
Seduta sulla poltrona di una parrucchiera, con la posa del colore in testa, un bel po’ dei sempre-siano-lodati-giornaletti-di-gossip in mano, me ne sto silenziosa sperando che i miei capelli riprendano vita dopo tagli da dimenticare e tinte molto sfortunate. Accanto a me ci sono tre giovani donne, molto giovani va detto, che parlano: una è la cliente, l’altra le sta sistemando i capelli, la terza si sta occupando delle sue unghie. Dai loro discorsi capisco che c’è un cuore infranto di mezzo e una confessione a due amiche che danno consigli, chiedono, fanno supposizioni. Dovrei continuare a farmi i fatti miei, penso, ma ormai ho cominciato ad ascoltare e la loro giovinezza è irresistibile.
“Era solo?” “Non lo so.” “In che senso non lo sai.” “No, vabbe’, ho visto i soliti e le solite che ultimamente si portano dietro, poi non saprei.” “Lui ti ha vista?” “Sì, mi ha anche salutata, da lontano, mi ha fatto un gran sorriso, molto dolce, ma io non sono andata là, se vuole viene lui.” “Brava, hai fatto bene”. “Ci mancherebbe”.
Insomma lui l’ha mollata e lei ci sta ancora male. Non è bello essere lasciati alla fine dell’estate. Non è bello mai per la verità. Ma almeno non hai tutto l’inverno da inventarti, magari da sola perché il resto degli amici è tutto in coppia.
“C’era anche la solita mora che gli girava attorno.” “Ma stai tranquilla le more non gli sono mai piaciute”. “Sì lo so, mi diceva che avevo capelli bellissimi e che a lui le more fanno schifo.” “Ha sempre avuto ragazze bionde infatti.” “Lei invece crede di piacergli e ci prova sempre, ma lui mi ha sempre detto che non sopporta quelle che lo provocano troppo e non gli lasciano spazio.” “Motivo in più per non andarlo a cercare.”
Accidenti, devo spostarmi, mi devono lavare i capelli, c’è il colore da togliere, vorrei chiedere alla mie compagne di poltrona di aspettarmi, di non aggiungere dettagli, ché la notte al Brillantina sembra molto interessante. Da lontano le vedo parlare chissà cosa stanno aggiungendo di nuovo. Quando torno alla mia poltrona mi chiedo cosa mi sono persa.
“Proprio così, e non solo non vado da lui ma non vado neanche più al Brillantina.” “Per fortuna che sabato chiude, anche io non vado più al Brillantina.” “Però è proprio bello”. “Questo è vero ma mi ricorda troppo lui, l’amore più grande della mia vita, me lo ha detto una sacco di volte anche lui.” “Ma non è ancora detto che sia finita.” “Lo penso anche io.”
E qui dovevo intervenire io e dire che di amori grandi, i più grandi della loro vita ne avrebbero vissuti a mazzi, che il tipo del Brillantina non sarebbe tornato e che la mora non gli faceva tanto schifo. Ma di fare la vecchia zia m’è passata la voglia quando ho ricordato quei lunghi pomeriggi con le mie amiche a parlare sempre delle stesse cose, a immaginare ritorni mai accaduti, a sviscerare tutti i probabili significati di un saluto senza mai davvero considerare che si potesse trattare solo di un saluto. E alla fine ho pensato che è davvero un peccato che il Brillantina sabato chiuda.
Quel disordine che tu hai lasciato nei miei fogli
Mica potevo ignorarlo il concerto che hanno trasmesso sabato sera in tv: Claudio Baglioni dall’Arena di Verona dove ha celebrato 50 anni delle sue canzoni. Per poche cose l’avrei perso, anzi solo per una e per giunta sicuramente già raccontata da Baglioni. Perché le sue canzoni sono proprio questo per me, il disegno, semplice semplice, dei momenti maiuscoli della mia vita, istantanee aperte su attimi speciali illuminate come quando li ho vissuti. L’altra sera quando è salito sul palco ed è partita la prima nota il mio cuore ha smesso di battere, o forse andava all’impazzata, ma può anche essere che sanguinasse o magari ridesse felice travolto da tutti quei ricordi, da quegli istanti impagabili che ha fatto ritornare. Non serve stare qui a dire che le sue canzoni non raggiungono le vette inattaccabili di quelle di De Gregori e di Dalla o di De André, figuriamoci di Guccini, solo per citare i primi nomi che mi vengono in mente, che sono altra cosa lo si sa molto bene. Ma conta qualcosa se tutta quella vita che per una serata mi è caduta addosso è stato bellissimo cantarla insieme a Baglioni?
Tutti a bordo!
Domani dovrò fare la visita di controllo coi neurologi che seguono l’evolversi della mia sm. Il protocollo prevede una visita ogni sei mesi, facendo un conteggio di massima in vent’anni di onorata carriera a bordo di questo vascello ho fatto di sicuro 40 visite di questo tipo, poi ci sono stati gli extra in corrispondenza di emergenze dell’ultima ora, ricadute, cambi di terapia e altro sul genere. In bilancio credo di avere almeno 50 visite, una più una meno. Ogni volta è necessario presentarsi con un pacchetto di esami clinici di vario tipo per permettere ai medici di formulare un quadro quanto più completo della situazione del momento. Del tutto incapace a gestire le ansie, sempre preoccupata che l’esito sfavorevole degli esami dipendesse da me, pienamente convinta di essere la regista degli attacchi più spietati della sm, per molti, troppi, anni ho affrontato queste visite periodiche come se mi aspettasse una commissione universitaria presieduta dal Rettore pronto a cavillare su ogni cosa che non andava attribuendo le cause solo a me. Con il passare del tempo trascorso a bordo di questa imbarcazione sgangherata qualcosa è cambiato per fortuna, non che adesso segni sulla mia agenda queste date con leggerezza, restano sempre giornate che eviterei con grande cura, è sempre alta la voglia di mandare tutto all’aria e dire che per questo giro passo, ma siccome non si può, siccome dei medici ho bisogno, siccome dei farmaci pure e sono loro che me li danno, si fa, anche questa volta si fa, però con uno stato d’animo diverso. Ecco diciamo che questa volta, come anche la precedente e credo anche quella prima, mi presento un po’ impreparata all’appuntamento e senza troppi sensi di colpa. Non ho fatto tutti gli esami di controllo che dovevo fare. Me ne manca uno che farò la prossima settimana. Non ho prenotato in tempo e non ho fatto il giro di tutti gli ospedali della mia ASL per cercare un appuntamento in grado di garantirmi l’esito in tempo per la visita di domani, pazienza, mi sono detta, invierò il risultato via mail, siamo nel 2018 vivaddio. A bordo di questa barca io ci porto la mia sm, insomma, il resto dell’equipaggio ci metta del proprio, io i sensi di colpa li lascio a casa.
Quella pagliuzza nell’occhio dell’altro…
“Vai a fare la spesa oggi?”. Assolutamente sì. “Hai finito di leggere il giornale?”. Assolutamente no. “Lo bevi un caffè?”. Assolutamente no. “Hai visto la tv ieri sera?”. Assolutamente sì. Ultimamente va così. Sembra diventato impossibile negare o affermare qualcosa, anche la più banale, senza aggiungere l’avverbio assolutamente, anche nelle conversazioni normali, quelle di tutti i giorni, quelle in cui le domande sono semplici e altrettanto dovrebbero essere le risposte. Tempo fa ho ascoltato per radio l’intervista ad una cantante che ha risposto a tutte le domande premettendo continui, noiosi e del tutto inutili “assolutamente sì” e “assolutamente no”. Allora mi sono chiesta se l’ho notato solo perché la tipa non mi piace, la giudico scadente come cantante e mi sta pure antipatica. “Assolutamente no” mi sono detta da brava maestrina quale sono, è lei che è stata fastidiosa, non c’entra niente che non mi piaccia. Però qualcosa è cambiato dal giorno in cui ho ascoltato quell’intervista: ho cominciato a notare quel trionfo di “assolutamente sì” e “assolutamente no” che riempie le mie conversazione, ho cercato di limitarlo e se qualcuno mi chiede se ho intenzione di andare a fare la spesa dico solo sì, ché basta eccome. Guarda te se c’è da imparare pure da una tipa che stimo pochissimo.
Sullo schermo della tv, in alto a destra
La notizia l’hanno data al Tg di oggi. Una donna, non credo giovanissima, è stata trovata morta nella sua casa. A sparale è stato il marito, non credo giovanissimo, che dopo averla uccisa si è suicidato. Prima di farlo ha telefonato al figlio e poi alla Polizia suppongo per avvisarli. Mentre guardavo il servizio, sullo schermo della tv, in alto a destra, è comparso il contatore che segnala il numero dei femminicidi accaduti in Italia dall’inizio dell’anno a oggi. Femminicidio è il neologismo nato per definire l’omicidio di una donna da parte di un uomo – spesso il marito, il fidanzato in carica ma anche no – che, completamente privo di capacità di discussione, affronta lo scontro mettendo in campo solo la violenza. Se nasce una parola nuova per definire un concetto non significa che prima il problema non ci fosse, diciamo però che il neologismo aiuta ad averne maggiore consapevolezza, augurandosi quindi che serva a tutte le donne che si trovano accanto uomini che le picchiano ferendole e umiliandole a denunciarli in fretta, nella speranza che le Forze dell’ordine le aiutino con la stessa fretta. Tutto perché il problema non si risolva solo con un contatore che gira sullo schermo della tv, in alto a destra. La notizia sentita oggi mi ha fatto uno effetto diverso però, e a spiegarne le ragioni non saprei nemmeno da dove cominciare, forse perché mi sono sentita addosso la solitudine di un quadro famigliare che ha perso la speranza, anche la quota minima, quella che ti fa rimanere dentro la carreggiata della ragione. Ecco perché questa volta, quel contatore che girava sullo schermo della tv, in alto a destra, sopra il racconto di questa notizia mi ha fatto l’effetto di una stonatura. Se lavorassi in una redazione non so se avrei passato questo pezzo, e comunque non so se l’avrei fatto in questo modo. Ma tant’è. Io non lavoro in una redazione.
Benedetti siano gli SMS
C’è stato un tempo in cui gli smartphone li chiamavamo cellulari. C’è stato un tempo in cui i contratti telefonici somigliavano a vere ghigliottine per le nostre finanze, erano costosi e in poco tempo si rimaneva a secco di credito, toccava correre ai ripari in fretta spendendo dell’altro denaro. C’è stato un tempo in cui Whatsapp non esisteva, c’erano gli SMS e ogni invio faceva scalare il proprio credito. Le conversazioni via SMS erano brevi quindi, uno e due battute e poi basta, il tempo per prendere un accordo, per darsi un appuntamento o per scambiarsi la buona notte tra innamorati. Ora che c’è Wapp, lo scambio di messaggi si chiama chat e può durare da sera a mattina, tutto gratis. Che bello! Quante chiacchiere in più, quante risate, quante discussioni, poi ci sono i gruppi che permettono di tenere in contatto più persone perché nessuno si senta escluso. Che meraviglia! In questi giorni ho fatto una scorsa tra le mie chat. Ho riletto molte conversazioni notando che sono quasi tutte piene di emoticon, l’altro asso vincente di Wapp, piccole faccine gialle con le quali comunicare ogni stato d’animo, amore, amicizia, risate, lacrime, rabbia e molto altro ancora. Se le parole non le trovi usa un’emoticon, insomma. Tra le più frequenti nelle mie conversazioni, sia in entrata che in uscita, ci sono baci a forma di cuore, abbracci stretti-stretti, disegnini di cuori rossi o anche colorati. Ci sono così tante persone che mi vogliono bene? Voglio bene a così tante persone? In entrambi i casi penso che la riposta sia no. E allora cos’è che ci spinge ad essere così generosi coi sentimenti quando si tratta di inviare un Wapp? Ci sto ragionando da qualche giorno perché mi dispiacerebbe essere come certe persone che inviano baci a forma di cuore in quantità ma che poi arrivati al momento in cui devono dimostrare non dico amore ma almeno solidarietà se ne lasciano sfuggire l’occasione.
The cat is still on the table
“Sorry for my english”. Per un’intera, piacevolissima serata è stato questo il mio unico contributo alla conversazione. Ero stata invitata a cena da un’amica per salutare la sorella tornata per trascorrere qualche giorno a casa: vive fuori da sempre, a 25 anni ha scelto di seguire il suo talento lavorando all’estero praticamente ovunque scalando le vette di una carriere brillante e del tutto meritata. Non credo che il suo caso vada inserito nella lista dei numerosi cervelli costretti alla fuga, per quanto le sue capacità siano certamente al di sopra della media, dopo la laurea ha deliberatamente scelto di andare via dall’Italia pur essendo quelli anni in cui questo paese qualche speranza ancora la dava. Quando torna fa base dalla sorella, ci vediamo sempre, molto spesso viene raggiunta da amici e amiche, colleghi di lavoro o fidanzati, questa volta con lei c’era Aimi, nata a Tokio con residenza a New York e numerose esperienze professionali tra Europa e Nord America. Ebbene durante la cena s’è mangiato, s’è bevuto e s’è parlato. O meglio durante la cena anche io ho mangiato, anche io ho bevuto ma solo io non ho parlato se non per dire “Sorry for my english”. Io e l’inglese abbiamo un blocco, mi do un tono e lo chiamo rispetto per la lingua che mi porta a non abusare di bruttissime traduzioni letterali con l’utilizzo esclusivo del simple present. Diciamo che me la racconto così ma la verità è un’altra. Io l’inglese non lo so. Lo capisco un pochetto forse, ma solo se chi lo parla si esprime con lo splendido, pulito e chiaro inglese BBC che Aimi ha usato al meglio permettendomi di comprendere una parte significativa di quanto ha detto. Come quando al mio ennesimo “Sorry for my english” mi ha sorriso dicendo “My italian is terrible” per poi aggiungere che è come se il suo cervello fosse diviso in due porte: nella prima convivono in perfetto accordo l’inglese e il giapponese che non interferiscono mai tra loro e quando decide di parlarne una lo fa senza che l’altra di intrometta; dentro l’altra porta ci sono lo spagnolo e il francese che lei conosce ma che vanno meno d’accordo tra loro, le capita spesso che mentre ne utilizza una faccia capolino una parola dell’altra, sa molto bene che se imparasse nuove lingue finirebbero dentro questa seconda porta. Aimi non capisce il perché. Io ho pensato al mio di cervello, all’unico portone che c’è, bello chiuso a doppia mandata sulla sola lingua che conosco. Nel mio caso la ragione è fin troppo ovvia e si può evitare di dirla. Meno male perché per spiegarla ad Aimi avrei dovuto tirare fuori un altro “Sorry for may english”.
E se la matematica fosse diventata il mio mestiere?
Quando ero in terza media, nel periodo in cui dovevo scegliere che scuola fare alle superiori, i miei genitori mi diedero totale libertà, la piena autonomia di muovervi secondo le mie preferenze. Mio fratello mi prese all’angolo e con fare meno conciliante mi disse che potevo scegliere la scuola che mi piaceva di più tra liceo classico e liceo scientifico. Io che avevo già deciso mi iscrissi al classico, mi piaceva l’italiano e la letteratura e in matematica non ero proprio una scheggia. Quando ti iscrivi al classico, però, nessuno ti dice che in effetti la matematica è poca, che la letteratura italiana c’è, ma che per uscirne vivi, soprattutto dai primi due anni che ai miei tempi si chiamavano ginnasio, ci sono tante lacrime da versare sopra latino e greco. Ma c’è un’altra cosa che non viene detta: quando affronti un testo di Tacito lungo venti righe e trovi il verbo della principale anche quando il soggetto è sottinteso, quando giri attorno a una perifrastica passiva di Cicerone e ne vieni fuori vincente, quando capisci il senso del genitivo assoluto di Senofonte e puoi riprendere a respirare, la tua mente ha messo in funzione un ragionamento uguale a quello di chi risolve un integrale in matematica. Solo che la maggior parte degli studenti del classico non lo sa e continua a guardare con diffidenza al libro di matematica pensando che aprirlo sia solo tempo rubato alla grammatica latina e al manuale delle versioni di greco. Anche Alessio Figalli, il vincitore del Fields 2018, l’equivalente del Premio Nobel per gli studiosi della matematica, ha fatto il classico. Dubito fosse uno studente comune, di quelli che impiegavano troppo tempo per venire a capo di una versione di Tito Livio o di Tucidide, ma è certamente la dimostrazione di come la sua mente, il suo cervello e la sua intelligenza già eccellenti abbiano trovato al classico la migliore delle palestre possibili. Spero che agli studenti di oggi venga detto che anche la matematica è alla loro portata, ai miei tempi proprio no vista la foga con cui cantavamo che non sarebbe mai diventata il nostro mestiere. Il liceo classico lo rifarei ancora, ancora e poi ancora perché tutto quello che sono è nato a partire da quei banchi in quei cinque, fantastici, anni. Se poi coi numeri è andata come è andata è solo colpa mia.
Bentornate fragole infinite
Era da un po’ che non sentivo le canzoni di Alberto Fortis. L’ho ascoltato fino allo sfinimento in passato, credo di aver consumato i suoi dischi e mentre lo dico rivelo molto della mia età: i 33 giri non esistono più da decenni e insieme alla loro scomparsa la qualità del suono è migliorata, per non parlare della facilità con cui si può sentire musica e in qualunque posto ci si trovi per giunta, ma questo è un altro discorso. Anche perché continuando finirei per farmi travolgere dalla nostalgia di interi pomeriggi passati a maneggiare con estrema cura delicatissimi lp che sembravano nati per essere graffiati da mani straccione come le mie. Tra i miei dischi preferiti ci sono stati a lungo quelli di Alberto Fortis, quella sua vena di tristezza che ferisce, quei testi irrisolti che sanno volare ben oltre la parola, certe immagini che si creano davanti come “piroette di sabbia e le guglie del Duomo” mi hanno fatta crescere. Insomma, la musica di Alberto Fortis è certamente parte di me con le sue “fragole infinite di cent’anni fa”, con il suo settembre a cui chiedere “quanti amori porterai”, con la voglia di sentirsi meno soli perché “con te posso cadere e piangere per ore”. Ecco, Fortis l’ho ascoltato tantissimo, come un riflesso perfetto per i miei sentimenti. Poi basta. Una sua canzone, che pur amavo tantissimo, di botto diventa una coltellata in mezzo al cuore, dolorosa e sanguinante. Come un pezzo di domino che cadendo sopra le altre tessere le rovescia a terra, La sedia di lillà diventa impossibile da sopportare e poco alla volta rende inascoltabile l’intero repertorio di uno dei cantautori che più amo. Perché la sedia di lillà del titolo rappresenta il grande spettro dei miei ultimi anni, “di chi sa che è prenotato sulla sedia di lillà”. Ora che il tempo è arrivato, che la mia sclerosi multipla, la mia ospite inattesa, mi ha portata qui, ora che ho scoperto che la sedia di lillà non è un piacere ma può essere vissuta anche con positività per gli innegabili vantaggi che assicura, posso riprendere con grande gioia ad ascoltare Alberto Fortis. Peccato per i 33 giri.