Tra le cose che fatico a dire

È passato un mese da quando ho iniziato un nuovo lavoro, una nuova vita, nuove abitudini. Come va? Come mi trovo? Mi piace? Sono le domande che in questo mese mi sono sentita rivolgere sempre più spesso, forse anche perché amplificate dalle mie riposte poco più che evasive. Non ce la faccio a dire di più di quanto dico, parole misurate e sempre ben tese sul filo dell’equilibrio, affermative perlopiù ma senza lasciare spazio a nessuna replica. I ceffoni questo fanno. Mettono paura. Quando capisci che un alito di brezza può rovesciare anche un libro pesante, altro che muovere solo una pagina, impari a mettere zavorre ben fisse nella tua testa ripetendoti che oggi è questo, domani chi lo sa. Il lavoro di prima sembrava una cosa certa, per quello che era, per come lo facevo, per lo spazio che avevo, e invece, senza capire nemmeno quando tutto ha cominciato a finire, sbam, la porta mi si è chiusa sul naso lasciando molto più che un livido. Quindi adesso che tutto è diverso e terribilmente nuovo, che le prospettive future dio-solo-sa quali potrebbero essere, quando mi viene chiesto qualcosa scatto subito sulla difensiva, forse mi devo preoccupare penso subito, forse non sarò in grado di gestire il tutto mi dico, o peggio ancora, magari ho già fallito. E quindi taccio, come il mio solito, sai la novità. Però in realtà posso dirlo di non trovarmi male, il lavoro è diverso e in molti momenti va imparato, in altri ancora quasi inventato, va cercata una soluzione nel bagaglio delle cose che si sanno e alla fine quando la si trova resta pure l’occasione per dirsi va be’ dai, forse non sta andando del tutto male.

Parla solo se sai di cosa parli

Ieri pomeriggio sono andata a vedere Il lago dei cigni. Una pomeridiana, di danza classica, in un teatro di provincia. Che detta così sembra che io me ne intenda di balletto sulle punte, so molto sul collo del piede invece, questo sì, ma non è preparazione culturale è solo il risultato di soste davanti alla tv, quei talent dove tra liti e urla di questo si parla e di poco altro. L’unica volta che ho visto un balletto di danza classica è stato in dvd, c’era Alessandra Ferri e un danzatore russo di cui non ricordo nemmeno il nome: 4 atti, 129 minuti, supportati da Wikipedia a spiegarmi la trama momento dopo momento. E poi qualche sbadiglio. Manca il pathos teatrale ho pensato, quel clima che emoziona rendendoti partecipe di una suggestione collettiva. Sono andata a Londra subito dopo, l’occasione validissima per vedere uno spettacolo di danza classica dal vivo seduta sulle poltrone di un teatro vero. Ma la stagione cominciava la settimana successiva alla mia partenza e anche posticipando il rientro tutti i biglietti erano già stati staccati. Ho visto i volti delle persone che erano con me rasserenarsi, non c’era più bisogno di dirmi no, la vacanza poteva continuare senza rischiare liti. E quindi ieri ho accettato l’invito che mi è stato fatto e ben felice sono andata: sul palco una compagnia russa, se non se ne intendono loro mi sono detta chi altri lo può fare, la musica è nota e bellissima e anche senza aver nessun strumento per esprimere un giudizio critico mi sono messa lì a guardare certa che avrei capito tutto al volo. Ma quattro atti restano tanti anche dal vivo e l’occhio all’orologio mi è scivolato spesso eppure ho avuto modo per sottolineare le sbandate dei protagonisti, quei salti pesantissimi che tonfavano sul palco e i momenti meno brillanti dello spettacolo. E poi mi sono fermata di colpo, all’improvviso ho avuto la riprova che per esprimere un parere bisogna conoscere, aver fatto esperienza, studiato, letto e messo in campo il proprio impegno altrimenti non vale niente. Certo Odette ha rischiato di ruzzolare terra un paio di volte e questo è certamente sintomo che qualcosa ieri è andato storto, ma è anche vero che i ballerini sul palco, anche se forse un po’ scarsi, de Il lago dei cigni ne sanno più di me e senza usare Wikipedia per giunta, perché loro studiano, io no.

Sanremo parte II

La seconda serata del Festival 2019 m’è sembrata più brillante, mi ha divertito di più, e le canzoni al secondo ascolto prendono un’altra direzione, quelle che sono piaciute fin da subito trovano conferma, quelle che avevano fatto storcere il naso vengono bocciate definitivamente, quelle che stavano in sospeso in genere non hanno più possibilità di essere premiate, quelle che fin da subito s’era capito che meritavano una nuova occasione in genere balzano in cima alla classifica, sono le più difficili e quindi le più belle. Non vinceranno mai, forse in radio passeranno poco ma arriverà il premio della critica, quindi Silvestri credo possa già fare posto sugli scaffali di casa. Per il resto prevedo che a vincere il Festival saranno i tre tizi de Il Volo che a me piacciano come la sabbia sul letto ma dopo ogni esibizione vengono salutati con applausi a scena aperta, questione di gusti. Arisa la ascolteremo in radio fino a non poterne più, per la Bertè spero in un buon piazzamento che si meriterebbe, anche se la canzone non mi sembra adatta a lei, l’ha scritta Curreri e forse pensava a Vasco o magari proprio agli Stadio, Nek farà bene, ha sempre la stessa canzone e quel bel faccino che va bene per ogni stagione, per ogni tipo di pubblico, poi ci sono tutti i più giovani, molti arrivano dai talent, a Sanremo hanno la loro grande occasione ed è giusto che siano lì, Baglioni ha fatto bene a volerli. Del resto anche Mengoni era reduce da un talent ed è finito per vincerlo con una delle più belle canzoni italiane di sempre perché con la sua L’essenziale, che ha cantato ieri sera in qualità di super ospite, è stato in grado di dare lezione di canto e interpretazione allo stesso Baglioni. Il che è tutto dire.

Perché Sanremo è Sanremo

Se avessi potuto ti avrei detto, Claudio non farlo. Non per la seconda volta consecutiva almeno, la prima è stata talmente perfetta da non poter essere uguagliata in nessun modo. E poi scusa, ma chi te lo fa fare di rischiare ancora quando l’anno scorso sei riuscito a mettere su il più bel Festival di Sanremo della storia. Non poteva bastare? E guarda che a dirtelo è una che il Festival lo conosce meglio delle sue tasche, che lo guarda sempre e da sempre, che conosce a memoria gran parte delle canzoni passate di qui, che se gli dici primavera non può che continuare dicendo che è maledetta, che se prova un’emozione nella gola sa che ci sarà da quando cresce a quando vola, che riconosce quelli che di vita ne hanno una sola perché, beati loro, sono romantici, che può far finta di star bene ma gli manchi e via di questo passo, nota dopo nota, canzone dopo canzone. L’anno scorso, Claudio, tutto è stato così perfetto da sembrare ovvio che chiunque lo avesse preso in mano dopo era destinato a fare una gran fatica e forse senza risultati certi. Oltre alle canzoni in gara tu ci avevi messo dentro #favinonudo che sui social ha sbancato, la Hunziker che avevi saputo contenere facendola sembrare addirittura simpatica, e poi i tanti super ospiti, Fiorello e il tuo repertorio che quando usciva era pura poesia. Insomma, caro Claudio, era purtroppo scontato che il debutto di ieri sera risultasse un po’ sciapo, spiace dirtelo ma era meglio passare la mano e dire di no. Per non parlare di quel plotone d’esecuzione che ti sei trovato addosso, quella schiera di fucili pronti a spararti contro, forse è per questo hai cominciato cantando quel capolavoro di voglio andar via? Tutto perché durante una delle conferenze stampa di presentazione al Festival hai detto ciò che pensi, che gli uomini non devono essere lasciati morire in mare per presunte ragioni politiche. Ma sai che pensandoci meglio hai ragione tu ad aver voluto essere all’Ariston anche quest’anno ? Il messaggio è chiaro: nella vita bisogna anche saper rischiare in nome delle proprie idee e della dignità.

Non succede ma se succede

Ho trovato lavoro e sono felice. Quante volte in questi mesi mi sono chiesta se sarebbe successo, se questa possibilità ci sarebbe mai stata. Ho cominciato ieri e che emozione, tornare in sella dopo un anno da una disarcionata tanto fatale mica è facile ma è quello che voglio. Ci speravo molto, inseguivo questa possibilità da tempo, accarezzavo un sogno che ormai non speravo più di poter raggiungere e invece, quando ormai avevo cominciato a deporre le armi, eccolo qui. Ho inseguito questo lavoro, per questa azienda, con questo ruolo per  mesi, con una lampada alimentata da speranza che poco alla volta era diventata solo un lumicino tanto debole da farmi perdere ogni fiducia. E poi all’improvviso una sorpresa, in un momento in cui pensavo ad altro, a una preoccupazione arrivata in modo altrettanto imprevisto, eccola la telefonata tanto attesa, una convocazione rapida che diceva abbiamo bisogno di una veloce integrazione nello staff, ci sei? Ti va bene quello che proponiamo? Certo che mi va bene, ci sono, ci voglio essere. E ieri il primo giorno di lavoro è stato stordente: tutto nuovo, tutto diverso, mille persone da conoscere e nomi da imparare che ricorderò a fatica perché in queste cose sono un noto disastro, molti equilibri ancora da interpretare e da far diventare miei al più presto. Ce la farò? Anche rispondere al telefono mi sembra un casino adesso, come gestire i contatti nuovi e le tantissime novità da capire e, ieri pomeriggio, finito il mio orario, pur sapendo che oggi sarei rimasta a casa perché il mio contratto prevede un part time verticale che mi dà spazio anche per diverso tempo libero, ero sfinita. Pago certamente lo scotto di un anno lontana dal lavoro, il timore di sbagliare, la voglia di fare del mio meglio, ma anche la necessità di adattarmi ad un ambiente nuovo dove farò un lavoro mai fatto prima. E so che la fase più impegnativa ora è quella di entrare in contatto con meccanismi inediti che non sono più gli stessi di prima e così non saranno più, nel bene e nel male. Del mio vecchio lavoro sapevo tutto, ma non solo quello che c’era da fare, ché lì non si finisce mai di imparare, conoscevo piuttosto i margini di manovra sottintesi, gli umori che cambiano ogni giorno e che sai riconoscere appena apri la porta di ingresso e diventa subito chiaro cosa aspettarti dalla giornata perché ogni piccolo particolare è roba tua, c’è un ritmo che si ripete sempre uguale, dalla pausa caffè, alle chiacchiere prima di buttarsi a capofitto, dai silenzi alle risate, dal capo che rompe al cliente impossibile, ma sai anche che tutto è noto e questo ti proteggerà da quello che potrebbe succedere perché cadrà sopra una rete di soccorso sempre tesa attorno a te. Ci vuole tempo mi dicono e un nuovo sistema si metterà in moto, ci voglio credere, intanto mi tolgo la soddisfazione per godermi questo momento perché lo volevo tanto e qualche volta accade anche quello che sembra incerto, ma se accade vale la pena assecondarlo.

Una notte in Italia

La mattina appena sveglia faccio sempre la stessa cosa, allungo la mano, metto gli occhiali, prendo il telefono e guardo le ultime notizie online pubblicate dai principali quotidiani. E anche oggi è andata così, per scoprire che tutte le testate hanno scelto di dare lo spazio più importante, l’equivalente di una prima pagina, al ritrovamento del cadavere carbonizzato di una donna, specificando nel dettaglio il suo nome e cognome, quello di suo marito e dell’ex amante di quest’ultimo già indicata come la carnefice. Mah, mi sono detta. Poi sono andata a fare colazione e mentre mi facevo il caffè ho acceso la tv per guardare il tg e anche qui la notizia di apertura era la stessa, anzi con particolari in più che riguardavano il racconto di una crisi coniugale, la storia di un tradimento, di un tentativo di riconciliazione della coppia e poi di un’amante poco disposta alla resa. Ma anche di una bambina di sette anni, la figlia della coppia. Mi è uscito un altro mah. La domenica per i giornalisti è una giornata difficile e questo lo si sa, servono notizie di cronaca perché la politica a partire dal venerdì pomeriggio va in ferie. Ma c’è un grande ma. Questa non è una notizia di cronaca, questo è un pettegolezzo, sono fatti privati che non meritano nemmeno una breve sul giornale locale, soprattutto perché di mezzo c’è una bimba che ha perso la mamma e forse anche la fiducia nel papà. E a dirla tutta ieri qualche notizia che meritava visibilità c’è stata: 117 morti davanti al mare della Libia a causa dell’ennesimo naufragio, per esempio, ma anche il discorso emozionante e come sempre perfetto del Presidente Mattarella che ha parlato, come sa fare lui, dei valori che esprime l’Europa unita. E se proprio non bastava pensiamo allora all’addio alle scene di Ivano Fossati prima che io lo abbaia potuto vedere dal vivo. Accidenti a lui.

Nell’arena delle mie battaglie

Forse mi sono messa dentro qualcosa di più grande di me, facendolo con leggerezza, ho detto sì ok procediamo troppo velocemente, senza aver considerato che forse non ne sono all’altezza. Me lo sono ripetuta per giorni dicendomi nello stesso tempo che se sono le cose a cercarti l’unico senso possibile è assecondarle. Ancora una volta entra in ballo la sedie a rotelle e il varco d’interesse che ha aperto, dei curiosi certo, ma anche di chi dimostra attenzione per me e non per la mia malattia. Premessa. Non frequento molto la chiesa. Posso allargarmi? Per niente. Non credo? Non lo so. Più sì che no forse, a mio modo diciamo, ma non esiste un modo proprio per credere, lo so fin troppo bene, ce n’è uno solo e ha un corollario di princìpi da rispettare che non va disatteso sulla base delle preferenze personali. Non vado mai in chiesa, mi ha raggiunto lei attraverso la figura di un prete, quello della mia parrocchia, che mi ha intercettata e con grande discrezione, senza chiedere nulla, niente di me, senza nessun perché, senza domande, mi ha fatta parlare di tutto e niente allo stesso tempo. Il risultato mi ha portata a volere essere, ieri sera, dentro una sala patronale, a parlare di me, proprio di tutto, sclerosi multipla compresa ovvio, davanti ad un pubblico di ragazzi che partecipa alla vita parrocchiale e che io non conoscevo. Ho detto tutto, della polvere che per anni ho buttato sotto il tappeto per nascondere chissà cosa, delle mie paure, della vergogna che ancora provo, del maledetto orgoglio ferito in mille modi, e di come essere lì sopra quel palco, microfono in mano, mi costasse fatica, tanta fatica perché tutto era nuovo per me, un modo inedito per mostrare le mie debolezze. Lo scopo della serata doveva essere quello di spiegare ai giovani che le cose possono non andare bene in tanti modi, dai più stupidi ai più importanti, vale tutto in certi casi, da escludere pensare di potercela fare da soli, quando condividi e racconti la verità hai già cominciato a vincere una battaglia. E io ieri sera ne ho vinta un’altra.

I don’t love shopping

Diventassi molto ricca, quel genere di ricchezza che porta ad esagerare con le spese, assumerei un consulente per lo shopping. Ma non me frega niente di uno che mi dice cosa indossare, ché lo so anche troppo bene cosa mi piace e cosa no, io vorrei piuttosto uno che si butti nella giungla dei negozio a mio nome, che affronti il mondo di commessi o shopping assistant, come li chiamano adesso, lasciando me tranquilla. A me non piace fare shopping, può essere pure che io non sia nemmeno in grado di scegliere da sola, non lo escluderei, ma tutto parte ancor prima, a me non va proprio di muovermi dentro e fuori dai negozi. Vedo tra le mie amiche una passione autentica, hanno occhi brillanti quando scelgono, si confrontano allo specchio con felicità evidente, io metto su una faccia spenta e porto a casa sempre le stesse cose, per colore, modello e forma. Ma sia chiaro io non voglio qualcuno che stravolga i miei gusti, io questa sono e pretendo di rimanere così, voglio qualcuno che giri le vetrine migliori per me, che faccia una selezione tra scaffali e relle sulla base delle mie di preferenze, chieda e si informi, mentre io me ne sto seduta al bar, bevendo un caffè, mangiando pasticcini. Non voglio nemmeno l’obbligo di dover provare subito, lo farò a casa, qualcuno provvederà ai resi al posto mio se serve. Quando lo dico mi replicano che lo shopping online, in attesa si diventare molto ricca, potrebbe essere una soluzione, serve solo un computer, scegliere, aspettare l’arrivo del corriere e semmai rendere l’acquisto. Ovvio che l’ho fatto ma con risultati scarsi: tutte le volte ho sbagliato qualcosa, taglia, colore, per non parlare della qualità finale che non mi ha soddisfatto mai. La scorsa settimana ho scelto di fare un regalo ad un’amica acquistandolo online: sapevo cosa le piaceva e dove trovarlo, ero certa di andare sul sicuro. Ho aperto il sito, l’ho trovato, c’era da scegliere il colore giusto, lo cercavo verde, il preferito della mia amica. Più facile di così. Ho selezionato cosa volevo e mi si è aperto un ventaglio di proposte che comprendeva un numero mai visto di tonalità di verde. Molte sembravano uguali tra loro, invece no, il nome aiutava a distinguerle anche se a video parevano tutte uguali. C’era la tonalità artemisia, piuttosto simile alla cablio però, che poteva essere sovrapposta anche alla perlacea o all’assifora se è per questo, non che la vichionea fosse troppo diversa va detto, di certo sembrava un po’ troppo uguale alla dibica, il rischio c’era in effetti, meglio forse virare sulla parbisula che somigliava a tutte. Ci ho messo due giorni per scegliere, un regalo è un regalo, non si straccia solo per farlo, lo si fa con convinzione, quindi mi sono concentrata molto. Oggi è arrivato il corriere: packaging curato nel dettaglio, profumato addirittura, l’ho aperto con una certa ansia, il regalo è molto bello, spero che piaccia anche alla mia amica. A cui dovrò spiegare che pratella è una tonalità di verde anche se sembra più un grigio. Subito dopo comincerò a giocare al lotto.

Le parole ci sono usiamole

Ho scoperto la difficoltà di gestire un blog. Non è solo quella di avere o meno qualche cosa di vagamente interessante da dire, oppure di vincere la paura della schermata bianca, quella cosa che ti fa chiudere tutto in fretta per sbottare dicendo tanto non so che scrivere. No, la mia vera difficoltà è essere chiara, arrivare dove voglio senza però dire troppo, senza espormi, senza scoprirmi. E infatti se rileggo tutto quello che ho scritto fino ad ora io di me ho detto poco, anche se a me sembra di aver detto tanto, in realtà ho fatto solo un gioco di mediazione tra quello che scrivevo e quello che mi andava di dire. Per queste ragioni questo blog da ieri mi sta creando dei  problemi con due amiche, per gli ultimi due post che ho scritto. Il mio sforzo di dire senza dire, di muovermi in continuo equilibrio per non far scendere troppo le mie maschere, mi ha portata a ferire due persone. Nel primo post, quello che parla dei nuovi problemi per avere il Tfr dalla mia ex azienda, un’amica, l’unico legame autentico che mi è rimasto da un’esperienza di lavoro durata quindici anni, quella con cui è cominciata anche un’avventura legale vissuta passo passo condividendo tutte le tensioni, le paure, i pochi sprazzi di fiducia che ci hanno aperto davanti, si è sentita esclusa dalle mie parole pensando che io non volessi renderla partecipe delle mie scelte che guardano al futuro. Nel secondo, quello in cui parlo di una telefonata da parte di un vecchio, importante scampolo di vita che si è fatto vivo all’improvviso, l’amica di cui parlo ha dato al mio post un’interpretazione contraria a quelle che erano le mie intenzioni. Due su due non mi sembra male come media. Ma è chiaro che se gli altri non capiscono quello che scrivi non è colpa degli altri, sei tu che non sei in grado di spiegarti e questo mi pare evidente. La cosa grave che questi post li avevo scritti proprio per le stesse due persone che in qualche modo ho ferito: il primo per dirle guarda che tu non c’entri niente col mio giramento di scatole, siamo sulla stessa barca e meno male che c’eri tu a bordo con me, sarebbe stata dura senza, il secondo per sottolineare che la telefonata mi aveva fatto veramente piacere aprendo come ha fatto un varco mai veramente chiuso a ricordi bellissimi. Devo riflettere su questo. Punto uno, le cose vanno dette in modo chiaro e quando se ne ha l’occasione, dopo valgono di meno; punto due, in un blog l’autore scrive quello che vuole certo, ma certi magheggi, certi giri di parole per dire tutto travestendolo di niente sono solo molto furbi e di poco valore.

Quelle notti da non smettere mai

Mi ha chiamata un’amica che non sentivo da tempo, da anni, da un buon decennio credo, e le ragioni di questo silenzio non le so nemmeno rintracciare, perché non lo ricordo un litigio tanto epico da giustificare un allontanamento di questo tipo. Ma tant’è, è andata così, vero è che se due persone non si sentono più è una decisione che prendono entrambe c’è poco da stare lì a rimbalzarsi le colpe addosso. Mi è sembrata emozionata nel sentirmi, più di me di sicuro che ero più che altro sorpresa, non ho riconosciuto il suo numero, mi ha detto essere lo stesso di un tempo, quindi non era più nella memoria del mio telefono, ma in quella del suo evidentemente sì. Se l’ho cancellato non so il perché però. Non ho riconosciuto nemmeno la sua voce, lei mi ha detto che la mia è sempre uguale. Ho fatto una battuta a quel punto, andando avanti così ne uscivo sempre peggio, lei ha riso e allora sì che l’ho riconosciuta, le risate evidentemente non cambiano o forse io le ricordo di più, sono qualcosa da tenere bene a mente. Mi ha chiamata anche perché un amico comune mi aveva vista poche settimane prima e c’era un po’ rimasto male: la sedia a rotelle non è bella da vedere e crea imbarazzi anche se io sono serena e sorridente, ma forse è difficile capire tutto l’universo nuovo che mi si è aperto davanti e che, se non è proprio posizionato in cima alla classifica del mio piacere, è certamente uno spazio di libertà che prima non avevo e ora è diventato vita. La telefonata poteva concludersi lì, spazio ai convenevoli più noti, tu come stai, tutto bene grazie, mi raccomando adesso sentiamoci più spesso, sì certo ok, non facciamo passare troppo tempo, no, ovvio che no, per poi chiudere in fretta che tanto non c’era più altro da dire. Ma invece è uscito un ricordo, uno dei tanti di quel bel pezzo di vita vissuto insieme, e allora un’altra risata, bella grossa, perché a volte gli episodi più stupidi se ne trascinano addosso altri e la girandola della memoria si mette in moto anche senza raccontarla. Piccolo dettaglio: l’amico comune gestiva un locale dove sostiene che io e lei avremmo trascorso una festa di San Silvestro ma nessuna delle due lo ricorda. Lui dice sia stata una festa vissuta prevalentemente sopra i tavoli a far casino. Quindi va così, ci sono tre persone di cui una sembra avere le idee chiare su quello che è successo, le altre due sono pronte a negare l’evidenza. Mica mentono, è solo che non è bello aver dimenticato di essersi divertite tanto.