Anche se questa storia un senso non ce l’ha

È stato un pomeriggio un po’ strano quello di ieri, risultato di un caffè fra persone che insieme hanno condiviso un’esperienza lavorativa lunga e conclusa in modo burrascoso proprio un anno fa. L’incontro l’avevamo cercato, ciascuno di noi sapeva che avrebbe potuto essere pesante ma avevamo detto tutti sì, per ragioni diverse ma abbiamo accettato, consapevoli in cuor nostro che c’era un groppo da sciogliere perché sul  piatto erano rimaste troppe domande irrisolte. Ci siamo ritrovati seduti allo stesso tavolo, davanti ad un caffè buttato giù in fretta, con lo stesso imbarazzo dei primi appuntamenti abbiamo cominciato a parlare di ciò che poteva essere e non è stato, muovendoci a caso con le parole, facendo balzi all’indietro e poi in avanti, mescolando il passato con il presente senza una direzione, liberandoci di parole di cui conoscevamo ogni senso ma senza dare nessuna risposta. Ne saremmo stati capaci del resto? Ci siamo guardati in volto e abbiamo visto le nuove rughe di un anno difficile, tutti diversi o forse inchiodati ancora lì dove eravamo un anno fa. Mi sono chiesta se  l’incontro di ieri ha almeno pulito le nostre spalle dalla polvere che si è accumulata in un anno di silenzi. No, è stata la risposta. A quel tavolo c’era solo amarezza e nostalgia nascosta sotto un tentativo mal riuscito di deviare le carte, di spostare le assi della verità per trovare un senso diverso a tutto soprattutto al futuro. E ancora una volta mi sono vista diversa dagli altri. Abituata come sono a non guardare mai al futuro e a non voltarmi con rimpianto al passato, in questo anno, poco alla volta ma non senza fatica, mi sono lavata via tutto, mi sono data un tempo massimo per astio, delusione e rabbia e prima che mi facessero più male del necessario ho chiuso la partita. Non ho bei ricordi che escono da lì e quelli che ci sono me li sono portata fuori, non appartengono più a quel posto.

Son tutte belle, la mia di più

Mille striature di bianco in testa hanno reso necessario un rapido intervento della parrucchiera per un ritocco di colore capace di restituire un finto senso di giovinezza alla mia chioma. Ieri ci sono andata, diciamo che sono tornata all’ovile, dalla parrucchiera dove va mia mamma, quella che ho abbandonato da tempo alla ricerca di mani più giovani, occhi più attenti alle tendenze della moda, professioniste consigliate dalla tizia e dalla caia di turno che ne declamavano doti e capacità sintonizzate sulle passerelle milanesi. Forse non mi so spiegare bene, mi dicevo ogni volta che, tornata a casa, mi guardavo allo specchio vedendomi addosso lo stesso appeal di Maria Goretti. Ho scelto di lasciare Milano quindi, vediamo che succede mi sono detta tonando alla base e una cosa sostanziale è accaduta alla cassa: Maria Goretti paga molto meno adesso. Ieri mentre avevo il colore in posa e il negozio era vuoto, le due ragazze che lavorano lì hanno cominciato a girarmi attorno, mi sentivo come una preda molto ghiotta pronta per essere soffocata da molte chiacchiere inutili, sai che gioia per me. Sono lì che mi fingo occupata con il telefono in mano e una della due mi chiede coma sta mia mamma, annuisco dicendo che sta bene, sorrido, abbasso la testa, penso di avercela fatta ma lei incalza dicendomi: “Com’è dolce tua mamma”. Mi stupisce, la guardo, forse ho messo su una faccia stranita, di certo sorpresa perché lei interviene subito dicendomi che a volte le mamme in famiglia sono molto diverse da come sono fuori, sembra volermi rassicurare, addirittura consolare perché magari con me non è così dolce. Sorrido e vorrei dirle che ha ragione perché se c’è una persona al mondo con cui mia mamma è diversa sono proprio io, perché con me è troppo, tutto, anche di più di tutto. Sono solo colpita perché quando la vedo muoversi  con gli altri mi sembra così spigolosa, solitaria, per nulla interessate alla relazioni, nella sua testa ci sono solo io che invece vorrei altro per lei, vorrei che potesse vivere qualche momento di autentica e meritata serenità. Mentre gli spazi che si prende sono pochissimi, sempre meno, veloci e a malincuore, come andare dalla parrucchiera, una volta la settimana, lo ha sempre fatto, ci tiene, per lei è importante e io insisto perché continui. Quando ci va la vedono come una donna dolce, invece è una donna triste che vorrebbe sulle sue spalle tutto il mio dolore, ancora di più di quello che ha. Aveva diritto ad un altro genere di vecchiaia mia mamma, e anche mio papà, mi dà fastidio soprattutto questo della stronza di sclerosi multipla, del suo modo di colpire a caso, a destra e sinistra, in alto e in basso, dove vuole. Come tutte le malattie mi si dirà. Già è vero, come tutte. Ma adesso penso solo a quanto è dolce mia mamma.

Più ce n’è meglio è

Nei prossimi giorni dovrei uscire con un vecchio amico. Per la verità c’era già una data fissata, ma pochi giorni prima sono caduta, il bernoccolo, il dolore, la paura, insomma tutto rimandato. Siamo amici da più di vent’anni, mica ci vediamo spesso per carità, negli ultimi tempi sempre meno va detto, però è bello mantenere i contatti. Soprattutto pensando a come è nato questo rapporto. Prendete tre ragazzi poco più che ventenni, fategli trascorrere una giornata al mare, in una spiaggia abbastanza vicina a casa che di notte fa esplodere il divertimento con locali all’ultima moda, ad un certo punto uno di loro convince gli altri a trascorrere la notte lì, in uno dei tanti alberghi che si affacciano sul mare, ne scelgono uno gestito da una coetanea che quella sera si vede con tre amiche. È fatta, scoprono di starsi simpatici a vicenda e che non c’è niente di meglio che ridere e scherzare assieme. I tre amici ne hanno altri, le tre amiche anche (tra le quali ci sono io) e poco alla volta si conoscono tutti tra loro, non si vedono sempre ma quando lo fanno si divertono, organizzano cene insieme, pizze, serate in discoteca, al cinema, qualche piccola vacanza, una festa di laurea memorabile. Nascono storie di bella amicizia ma anche d’amore, credo quattro, addirittura un matrimonio, insomma begli incroci di vita che non sono facili da trovare. Negli anni purtroppo molta di quell’alchimia si è persa, perché si cresce, perché si cambia, perché gli impegni sono tanti, c’è il lavoro, la famiglia ma sono certa che pensando a certi momenti passati insieme a ciascuno scappi più di un sorriso.  Per questo sono molto felice di vedere il mio vecchio amico, credo che noi due siamo tra i pochissimi che ancora si sentono, ma cavolo, pensando alla casualità con cui ci siamo conosciuti, la stessa che poi ha portato nella mia vita molti altri bei momenti sarebbe davvero da stupidi fare finta di niente perdendoci magari di vista. Perché se è stato un caso è stato davvero bello che ci sia stato.

 

Noi che abbiamo fatto il classico

Il bernoccolo si è sgonfiato, si è lasciato dietro un po’ di fastidio che diventa dolore solo se lo tocco o poggio la testa. Progressi innegabili rispetto a qualche giorno fa, mi sono perfino lavata i capelli, con grande coraggio e molto prudenza, perché io sono fatta così: tiro fuori i denti quando c’è da superare le salite durissime e improvvise per trasformarmi in una patetica mammola quando il peggio è passato e sarebbe ora di darsi una mossa. A mia discolpa aggiungo che in  questa settimana più o meno da dimenticare qualcosa di buono è pure accaduto come riscoprire il piacere della convalescenza, quel periodo in cui ti concedi tutto, perché te lo meriti, perché c’è da vincere un nemico, perché scegli la coccola come alleata delle tue giornate. Io ho scelto di scaricarmi sul Kindle Gli Spaiati che è un po’ il romanzo del momento, perché lo ha scritto Ester Viola che è un po’ il nome del momento e guarda caso il suo libro è uscito nei giorni della mia convalescenza. Insomma la coccola perfetta al momento giusto. Figuriamoci se mi sarei persa il nuovo romanzo di Ester Viola, ma lo avrei comprato fra un po’, prima avrei finito tutto quello che ho in programma di leggere prossimamente, e poi lo avrei voluto cartaceo perché fatico ad amare gli e-book, anche se sono più comodi, anche se sono più economici, anche se non tocca spolverali quando stanno troppo tempo sulla libreria. Ma stavolta c’era la mia convalescenza di mezzo, c’era da trovare qualcosa di bello che mi desse conforto immediato e quindi, passati i dolori più forti, ho ripreso in mano il Kindle e in pochi secondi avevo Gli Spaiati da leggere, senza attendere i tempi di Amazon, senza uscire verso la più vicina libreria. Grazie Ester, noi che abbiamo fatto il classico sappiamo come farci una coccola vera…

 

Tu non sai chi sono io

Mi avevano detto che sarebbe potuto succedere, anzi che sarebbe stato molto più che probabile succedesse. Non avevo sottovalutato l’informazione, diciamo che l’avevo messa in un ripostiglio nascosto perché quando si tratta di negare l’evidenza, dio mio, quanto so essere brava. Ma contro la realtà dei fatti c’è poco da fare, e infatti è accaduto: l’altra sera, impegnata senza successo a superare una salita minima con la mia sedia rotelle, sono caduta all’indietro, una rovesciata da ginnasta imbranata sopra una marciapiede di mattonelle spigolose, non so se è stato più il dolore o la paura. O la vergogna, o l’umiliazione di non avercela fatta ancora una volta, o l’orgoglio messo a nudo di nuovo. So solo che durante una notte in bianco senza pace perché la testa pulsava a mille con fitte inarrestabili ho pensato di tutto, alla resa in particolare, stavolta non mi voglio rialzare mi sono detta, stavolta che si fottano i tentativi di fare del mio meglio. Perché la paura è stata tanta, potevo farmi molto male, e l’altra sera, dopo tantissimo tempo ho pianto. Ma poi: clic. Come sempre scatta un clic. Sono io che faccio clic mentre penso che sono caduta ed era meglio se non succedeva certo, ma facendo un rapido bilancio oltre ad un bernoccolo grande come un’albicocca altro di grave non c’è, dolore sì e pure molto, passerà presto o tardi, c’è anche una paura smisurata ma voglio vedere chiunque al mio posto, però alla fine dei conti sono queste le regole del gioco dentro il quale sono capitata e io non sono tipo da tirarsi indietro per viltà. ‘Fanculo a te sclerosi multipla, mi hai tolto troppo per darti anche questa di soddisfazione.

La settimana enigmistica

C’è un giochino che va in onda la sera, poco prima di cena, in quella fascia oraria che le regole televisive chiamano pre-serale nata per condurre quanti più spettatori possibile a vedere il tg in onda sulla rete. Lo guardo perché certi aspetti mi interessano: un conduttore vecchio stampo, piacione e a tratti simpatico, un meccanismo sempre uguale a se stesso eppure coinvolgente, domande che per essere risolte richiedono una cultura da cruciverba, una scelta dei concorrenti da mettere in campo tutt’altro che casuale. C’è un campione posto al centro della scena e un buon numero di sfidanti attorno a lui che tentano di soffiargli il titolo ma anche la possibilità di vincere il montepremi finale che spesso si aggira su diverse decine di migliaia di euro. Tutti noi che siamo pubblico tendiamo ad affezionarci ai campioni più bravi, quelli che giorno dopo giorno riescono ad avere la meglio sui rivali e, anche se non sempre portano a casa la cifra finale messa in palio, ci basta avere la certezza che la sera dopo potremo vederli di nuovo per uno strano sistema di immedesimazione che si mette in atto. Le regole dell’auditel sono ben note agli autori televisivi che quindi periodicamente, perso un campione, ne fanno rispuntare dal mazzo uno nuovo che si fa amare allo stesso modo. In questo giorni in carica c’è un giovane ragazzo sui vent’anni, educato e di buone maniere, risponde a gran parte delle domande, anche quelle più impegnative, per questo viene presentato come fosse un colto intellettuale, lui sorride e arrossisce con la faccia di uno che vorrebbe correggere il conduttore spiegando che passa i suoi pomeriggi a risolvere i Bartezzaghi più difficili niente più di questo, ma non lo fa, devono averlo istruito in questo senso. Puntata dopo puntata si è già portato a casa un buon gruzzolo, è bravo, ha vent’anni e allora siamo tutti felici e si continua a tifare per lui. L’altra sera ha vinto 10mila euro ma non ha gioito, il pubblico in studio era quasi deluso, il conduttore ha urlato che anche se erano solo 10mila euro lui era ancora campione e avrebbe potuto fare meglio la sera dopo. 10mila euro per fare un cruciverba sono pochi? O magari sono sproporzionate le cifre messe in palio le altre volte? Le regole dell’auditel devono ammaliare per portare a casa il risultato questo lo so, ma mi chiedo se non si possa almeno contenere i toni, sintonizzarsi sulla realtà dei fatti per dare l’idea di sapere che 10mila euro portati a casa senza lavorare sono un vero bottino.

Bellezza, questo dovrebbe essere il giornalismo

 

Stavolta è successo. Stima per il lavoro dei giornalisti come non mi era mai capitato di provare. Tanto da farmi venire voglia di tirare fuori la mia tessera di appartenenza ad un ordine professionale che non mi è mai veramente servita mettendola finalmente a servizio di qualcosa di importante: raccontare la realtà per rendere le mie parole utili a qualcuno. Una prepotente ondata di maltempo ha devastato – e viste le previsioni forse non è ancora finita – una delle aree montane più belle al mondo, quella delle Dolomiti, provocando danni ambientali difficili da risolvere se non in molti decenni. C’è una tv veneta che da oltre una settimana è in campo raccontando in presa diretta cosa succede, inseguendo l’evolversi di una situazione in continuo cambiamento, che, minuto dopo minuto, potrebbe trasformarsi ma non certo migliorare. Un gruppo di giornalisti veneti sta lavorando con estrema competenza e perfetta conoscenza del territorio in cui si muove in una situazione impegnativa, sotto la pioggia, al vento, perdendo molte ore di sonno ma dando valore alla più autentica informazione, fornendo notizie di cronaca lontane da ogni sensazionalismo, rendendosi invece utile alle popolazioni coinvolte da questo disastro. Dimostrando l’importanza di una redazione ben diretta, ha presidiato tutte le zone venete coinvolte da questa ondata di maltempo: ha seguito l’eccezionale alta marea che ha travolto la preziosa Venezia, la città-palafitta, bellissima, unica e terribilmente fragile, le piene dei fiumi che con un continuo rischio esondazione hanno messo a rischio Verona, Vicenza, Bassano del Grappa, senza dimenticare le spiagge adriatiche nate sulle foci del Piave che ora non hanno quasi più sabbia. L’attenzione maggiore ora è rivolta sulle valli del bellunese, del Cadore, del feltrino, violentate da un tornando che ne ha trasformato volto, bellezza e aspetto. Per chi ama queste montagne è difficile rimanere indifferenti di fronte a un tale scempio soprattutto perché il tempo per rivederle com’erano è molto difficile anche solo da immaginare. Un buon lavoro giornalistico deve informare, senza cercare la notizia purchessia, rendendosi utile invece a chi è coinvolto direttamente nella sciagura che ha bisogno di sapere cosa aspettarsi, cosa fare ma anche cosa non fare. Da una settimana Antenna3 questo sta facendo, e pure molto bene.

Grecia, è bellissimo farsi conquistare da te

Se devo parlare di un libro per esprimere un’opinione quale che sia prima arrivo alla fine. Stavolta è diverso. Sto leggendo La lingua geniale di Andrea Marcolongo e il mio giudizio ha raggiunto vette molto alte fin da subito certa che non potrò essere tradita. Il tema è il greco antico, nove ragioni per amarlo, senza nasconderne le difficoltà, anzi esaltandone i problemi, quegli angoli oscuri di cui si riempie facendo impazzire di fatica e dolore chi si cimenta con la traduzione. Ho fatto il liceo classico e lo rifarei ancora, ancora e ancora, studiando di più piuttosto, studiando meglio questo sì, forse è per questo che quando ho preso in mano questo piccolo manuale attorno al mio cuore si è stretta una morsa feroce che ha portato a galla nostalgia, rimpianto, ricordi di più di qualche lacrima ma anche felicità. Perché nulla è stato più importante e formativo di quei cinque anni di liceo che hanno gettato le basi della persona che sono, nata su quei banchi, maneggiando libri che ho spesso odiato perché non facevano sconti di nessun tipo. Ma era un tale onore poter dire di fare il classico da farmi sopportare tutto, anche il fatto di capire sinceramente poco di quello che stavo traducendo. Il greco antico è una brutta bestia (non che il latino sia facile per carità), percorre strade che spesso finiscono nello stesso punto da cui sono partite e tu, che ti destreggi a fatica per quelle vie, ti trovi a chiedere una mappa un po’ più leggibile per venirne a capo anche se sai che sarà molto difficile che qualcosa o qualcuno te la offra. Questo manuale fa un po’ di luce, svela i segreti di una lingua magica in cui le regole sono ferree ma i singoli elementi variano in rapporto alla intenzioni di chi scrive. Per tradurre il greco antico – e per tradurlo bene ancora di più – è necessario studiarlo fino a sfinirsi, imparare a memoria tabelle noiosissime, cimentarsi con dizionari da mille pagine, con caratteri minuti che ai miei tempi non conoscevano grassetti e interlinea significativi, ma non di meno servono buoni insegnanti. Un dare per avere che aiuta gli studenti ma anche la scuola, i buoni risultati danno credibilità a tutti, a chi siede tra i banchi per imparare e a chi sulla cattedra per insegnare. Facendo un passo ancora più indietro: servono corsi di specializzazione per i professori, stimoli importanti per migliorare il loro mestiere, verifiche continue sulla loro preparazione, una riforma della scuola che li porti a investire il loro tempo anche d’estate e di conseguenza un adeguamento dei loro compensi rispetto al mercato del lavoro. Questo Paese ha bisogno della scuola e di un numero maggiore di studenti che conosca e bene il greco antico, la lingua da cui è nato il pensiero occidentale. Scusate se è poco.

Al di là del fiume tra gli alberi

Un incontro casuale, quattro chiacchiere sincere e poi sentirsi addosso una botta fortissima di emozioni diverse che partono da un ricordo fin troppo bello, la giovinezza. Ieri dopo anni ho rivisto il gran cerimoniere di un locale che ha scritto la storia della vita notturna nella mia città, il capo banda di un luogo che ha cresciuto almeno due, forse tre, generazioni di ragazze e ragazzi assicurando a ogni serata caratteri unici e irripetibili. È sottinteso dirlo di un momento della vita in cui il qui e ora non conosce ombre e il futuro è certezza che tutto verrà senza intoppi? Probabile. Ma se a guidare la magia dell’istante che stai vivendo c’è qualcuno che mette in campo la sua genialità per inventare qualcosa di nuovo prima degli altri, le prospettive addirittura migliorano. È stato così per anni nella mia città, se volevi un locale dove sentirti a casa, dove incontrare tutti, dove innamorati, dove bere, dove ascoltare musica sempre diversa, dove inseguire nuove idee, fare festa fino al mattino, sceglievi di andare dove c’era lui, che era lì per tutti, e se non c’era stava guardando l’orizzonte pensando alla prossima notte da costruire anche per te. Dopo oltre vent’anni ci siamo rivisti scoprendo di portarci addosso bagagli di vita diversi ma allo stesso modo pesanti. Io con la mia sclerosi multipla, lui con qualcosa d’altro, non ho voluto indagare ma ho capito che non si trattava di un raffreddore. Io ho visto la malinconia nel suo sguardo, forse lui ha visto la mia. Poche domande tra di noi ma numerose parole simili e condivise: orgoglio, vergogna, mancata accettazione e adesso cosa si fa. Io con un corpo trafitto, lui messo al tappeto proprio dalla sua creatività. Tutti quei progetti finiti chissà dove, tanto i suoi quanto i miei, perché la vita sa essere ben vigliacca quando vuole. Avrei voluto trovare le parole giuste per indicargli il modo di approdare ad una nuova riva per poi tendere la mano verso di lui chiedendogli il favore di portare anche me di là del fiume.

Toni bassi e sentimenti in alto

Domenica sera mi sono innamorata, così all’improvviso, senza aspettarmelo. Sapevo già chi fosse ma non avevo mai avuto modo di sentirlo parlare o forse non avevo mai avuto voglia di farlo, a volte capita. Ma domenica sera me lo sono trovata di fronte e qualcosa è cambiato, il mio scarso entusiasmo iniziale ha dovuto retrocedere di botto. Mentre parlava l’interesse cresceva, per quello che diceva, per il garbo con cui lo faceva, per le immagini che le sue parole evocavano. Ho voluto rivederlo, ieri sera l’ho fatto, ho acceso Rai Play sintonizzandomi sull’ultima puntata del programma di Fazio e ho riguardato l’intervista a Renzo Piano. Questa volta poche sorprese, sapevo già cosa avrebbe detto e che genere di portata avrebbero avuto le sue parole, soprattutto quando ha parlato di Genova, la sua città, poche settimane dopo la caduta del ponte Morandi. Lo ha fatto senza scendere nell’ovvio ma caricando i significati, un ponte non deve crollare, ha detto, deve essere costruito per durare millenni, ha concluso, poche chiacchiere, ora è il momento dei fatti. Ha poi continuato con un ritratto pieno d’amore per la sua città, a tinte calde ma anche sorprendenti, perché sembra più facile dire che Roma è bella, Firenze un gioiello, Venezia unica, ma Genova? Più piccola, defilata, meno famosa, sembra non meriti lo stesso riguardo delle altre città italiane. Renzo Piano ne ha dato, invece, una descrizione da togliere il fiato parlando della luce straordinaria del mare che arriva da Sud e si riflette rimbalzando sui monumenti, di un centro storico simile a una kasbah che racconta il suo passato, delle montagne che la cingono da Nord rendendola severa e timorosa della natura. E poi c’è la sua gente pudica e prudente nelle azioni, poco disposta a sprecare i sentimenti su cose inutili, che da sempre preferisce abbassare la voce per alzare lo sguardo. Difficile non alzare lo sguardo sentendo parlare Renzo Piano.