Che amarezza mi ripeto. Rabbia? E chi lo sa, non mi do tempo per pensare, il rischio sarebbe stare davvero male e non me lo posso permettere. Sono cresciuta con un punto di riferimento fermo, una maniglia a cui appoggiarmi, una mano da tendere sempre nella stessa direzione a cui chiedere e a cui dare nella piena certezza che una fiducia di quel tipo non fosse mal spesa. Perché quando certe amicizie nascono e sei molto giovane e senti tutta la loro sincerità attaccarsi sulla pelle, sono roba tua, e se gli anni che passano non ti smentiscono sei fiera del bottino portato a casa, con coraggio, con fatica, con impegno ma soprattutto con gioia. Anche perché ti fanno imparare cosa cerchi nell’amicizia e che c’è spazio anche per altre persone, nessuno si senta escluso, tu sai cosa vuoi, niente di meno del massimo che sei pronta a cercare, a pretendere e a dare, a questo sei abituata, ne conosci il valore e ben venga tutto quello che viene in più, è quello che vuoi del resto. Ma resta certo che quel primo rapporto ti ha insegnato il meglio che hai nella tua vita e lo vuoi proteggere con cura, malgrado il tempo che passa, i cambiamenti, gli incontri nuovi, gli sgarbi che la vita non ha risparmiato. È con quell’intimo punto di riferimento che come regola si discute tutto prima, poi arrivano gli altri, che ci sono, eccome se ci sono, ma noi siamo un’altra cosa e ve lo ripetete sempre, e nessuno sia geloso, siamo sono state brave, brave e fortunate a incontrarci, non può che essere speciale il nostro rapporto. Fino a che qualche cosa cambia, poco alla volta, senza saperlo e senza volerlo, credo, fino ad un limite che non è più trascurabile perché poco alla volta le strade hanno preso direzioni diverse, più lontane, sempre più lontane, e certe cose da dire in modo naturale non lo sono più, senza una lite, senza un ragione, così. E ti senti ferma al palo, e non vuoi dare colpe, saranno anche tue, non lo sai, è entrato in gioco dell’altro, quando di preciso, in che modo maledizione e perché soprattutto non ha risposta. Hai altre amicizie costruite negli anni e nei sei felice, ma tra i tuoi pensieri si fa spesso largo l’immagine di quelle crepe che si sono inghiottite troppe cose, i mai detti, le mancate parole al tempo giusto, i come stai negati quando era necessario dirli e non è semplice pensare che va bene così. No che non va bene così, ma di parlarne non ne hai voglia tanto lo sai che dopo tanti anni il capitolo si è chiuso con una pagina un po’ pesante da voltare.
Autore: Quella che prova a farcela
Carolina e le altre
Ho una passione per la spesa, sempre nello stesso posto di cui conosco ogni segreto, spazi e corridoi per portare a casa quello che mi serve in tempi abbastanza veloci senza dimenticare nulla. E ancora di più mi piace il catalogo dei premi destinati ai clienti più fedeli. È così ovunque, ti registri per ottenere uno sconto al momento di pagare, spesa dopo spesa accumuli punteggio che viene di volta in volta aggiornato sullo scontrino e quando vuoi passi all’incasso scegliendo il regalo che preferisci. Passo oltre sul fatto che così loro hanno tutti i tuoi dati e sanno cosa, quanto e quando consumi perché a me interessa lo stesso il catalogo e lo studio nel dettaglio. Del resto è facile fare affari con questo sistema perché investendo il punteggio ottenuto in sei mesi di spesa e aggiungendo solo 4,00 euro puoi riscuotere un set composto da due coltelli, due forchette e due cucchiai, ché se ti arrivano ospiti in più a cena non sfiguri, per quattro bicchieri oltre al tuo punteggio servono 6,00 euro, si sa che la sete è più difficile da arginare. È con questo meccanismo che io negli anni ho ceduto spazio all’idiozia accumulando tappetini sui quali sono regolarmente inciampata, copertine da divano troppo corte per rendere davvero indimenticabili certi pomeriggi invernali e scatole per alimenti di ogni forma, misura e colore che come ruolo principale hanno quello di cadermi addosso quando apro la dispensa. E poi arriva quest’anno e i premi sono sempre gli stessi, e il mio punteggio non è poi tanto alto, e gli euro da aggiungere sono aumentati, e io sono sempre più taccagna, e quando sto mollando l’osso l’occhio si posa lì, e coi punti ci sto e senza aggiungere un nichelino: abbonamento per due mesi ad un giornale di gossip. Ci penso su, io che la smeno tanto con le belle lettere mica posso svendermi così, però è estate, sono poche paginette da sfogliare in velocità, niente che possa intorbidirmi il cervello in fondo e lo faccio. Il mio nome associato all’abbonamento di un giornale di gossip. Ma ancora peggio, un giornale che ogni settimana occhieggia nella mia cassetta della posta in evidenza a tutto il vicinato. Persa la faccia. Risultato finale? Ripetere per un’intera estate che questi tempi non sono tempi ché ai miei il gossip era un’altra cosa e che senza le sorelle di Monaco e le cognate Windors, quelle originali, la bionda e la rossa, non c’è nessuna ragione per parlare di pettegolezzo. Grande sintomo di vecchiaia questo, il prossimo anno sceglierò i bicchieri.
Oltre il Papeete c’è di più
Sere fa sono andata ad ascoltare Massimo Cacciari, era qui, al paesello, presentava il suo ultimo libro e non potevo certo mancare. Mica per niente ma solo per il fatto che con lui io sono sempre d’accordo e poi perché mentre parla mi offre gli strumenti necessari per conoscere temi che fino a quel momento ignoravo offrendomi meccanismi capaci di rafforzare le assi del mio pensiero. Non si tratta di condizionamento o di dipendenza dal suo per me innegabile fascino, niente di più sbagliato, Cacciari è Cacciari, punto e a capo. Quindi l’altra sera sono andata, era ospite di una di quelle rassegne letterarie che d’estate si organizzano un po’ su tutte le piazze d’Italia, e mentre mi accomodavo in platea, abbastanza vicina per non essere disturbata e sufficientemente lontana perché Cacciari si accorgesse che non avevo il suo nuovo libro in mano e che quindi ero lì ma completamente impreparata, mi chiedevo quale fosse lo stato d’animo della conduttrice della serata che intravedevo dietro le quinte. Non era Lilli Gruber eppure non sembrava terrorizzata. Coraggiosa? Superba? Ingenua? Tutte e tre le cose forse. Ma ci ha pensato il professore che, salito sul palco, ha preso in mano il microfono e ha salvato tutti, lei e noi, ha parlato solo lui, del suo nuovo Saggio sull’Umanesimo che rovescia schemi noti, apre orizzonti inediti e offre risposte a quesiti mai fatti. A scuola l’Umanesimo ci veniva presentato come il movimento letterario che metteva al centro della riflessione l’uomo, Cacciari, invece, ne dà un’altra lettura, è l’uomo che da solo si mette al centro del pensiero, coprendo spazi oscuri, aggiungendo i guizzi della sua genialità su ambiti bui per illuminarli del bello che rassicura lo spirito. Ovvero l’opera d’arte. Quel dettaglio su cui posare gli occhi e che fa dire ce la si può fare, la melma che sembra sovrastarci è destinata a passare finché l’arte esiste. Non ha mai parlato di politica Cacciari, ha glissato con sapere ogni domanda sul tema, ma ha detto, eccome se ha detto.
Capitolo chiuso
Dopo oltre un anno posso dire che la mia vita è ufficialmente cambiata, che il mio passato non tornerà, quello col mio vecchio lavoro di sicuro: la società per cui lavoravo ha slacciato le cinture di ciò che restava della sua borsa e ha finito di pagarmi, mensilità sospese, Tfr pari a 15 anni di onorata (o meno dipende dalle opinioni) carriera. Io ho dovuto cedere su dettagli che mi spettavano di diritto ma che avrebbero messo a rischio tutto perché i termini per fare il botto personale erano legati alla certezza di far fare il botto a chi non mi pagava da almeno un anno. E ora cambia tutto, le telefonate con l’avvocato non saranno più così frequenti, il veleno e tutte le tensioni nemmeno raccontabili saranno messe da parte, e mentre i conti finalmente tornano e quel che era va al suo posto, alla fine, dopo un fiorire di battaglie vinte a metà, momenti di panico assoluto perché in troppe occasioni tutto quello che sembrava mettersi al meglio allo stesso tempo ricominciava a volare lontano, adesso è tempo di pace e tranquillità. O almeno dovrebbe, perché nello stesso momento in cui tutto si è chiuso, un magone leggero si è fatto vivo e tutti quei ricordi e quelle nostalgie a cui non ho dato nessuno spazio per i lunghissimi mesi dell’addio ad una vita, poco alla volta, eccoli qui, pensieri sparsi qua là, certi incontri, tutte quelle risate, i tempi, i modi, le cose viste, quelle imparate, le lacrime e gli errori, gli entusiasmi, la noia, gli abbracci e le sberle, e l’amicizia nata così perché doveva essere e che senza non si può proprio più fare. Non sono pochi 15 anni e ora che il capitolo è chiuso e si può guardare indietro senza sentire la pelle che brucia per i graffi ricevuti, è tempo per far salire ciò che stato, guardarlo negli occhi e dire meno male che quel tempo c’è stato.
Tua sorella? Anche no
Ciao cara. Grazie tesoro. Prego stella. Così a caso, senza che tra le due parti ci sia un rapporto non dico affettivo ma almeno di vaga conoscenza. Cara? Tua sorella forse, io no, lo penso all’istante quando qualcuno mi si rivolge così, e la mia testa si gira dall’altra parte e a spostarsi verso l’interlocutore è solo lo sguardo, obliquo e sufficientemente gelido per chiudere ogni conversazione. Mi odio da sola quando faccio così e mi sto molto antipatica e poi mi sento pure in colpa, ma se io e te non abbiamo condiviso nulla, se non abbiamo riso per ore come due cretini, se non abbiamo pianto insieme perché ci andava di farlo proprio perché eravamo noi due, se niente ci lega e se non sei nemmeno inglese, elegante e finto come solo gli inglesi, il tuo cara per me è puro fastidio. Ma tanto non lo capirai, perché sei certamente uno di quelli che si è dimenticato cosa significhi dare del lei, quella forma che mantiene alta una barriera che è un po’ sociale, un po’ anagrafica e di certo rispettosa per rivolgersi al mondo che sta attorno. E qui, se serviva, si vede ancora di più che non sei inglese, la sua lingua è forse meno complessa della nostra, ma le formule adeguate per rivolgersi a un Duca, tanto per dire, le ha eccome.
Quel libro sul comodino
Proprio l’altro giorno ho sentito un “leggo molto, ho sempre un libro sopra il comodino”, pronunciato con una certa ostentazione, alzando almeno di un tono una voce di per sé già abbastanza sgraziata. Ero presente, il commento non era rivolto direttamente a me ma c’ero, l’educazione avrebbe previsto anche un mio contributo a questa breve conversazione, invece ho taciuto, non ho nemmeno simulato interesse aggiungerei, per me tutto si concludeva lì, davanti ad un comodino con un libro sopra. Mi sono messa in disparte piuttosto, ché da dire c’era solo un dipende molto dal libro che c’è sul comodino. Meglio non aprire un inutile dibattito però, quella significativa difficoltà che ho notato di far uscire dalla bocca qualcosa di più complesso di una frase composta da “soggetto-verbo-complemento oggetto” m’era già bastata per capire meglio la qualità di quelle letture. Ho un’amica che definire lettrice forte è davvero poco e che non fa mai affermazioni sul genere, legge e basta, per abitudine quotidiana, per piacere, per autentica incapacità di non farlo. E quando parla si sente che mastica il linguaggio alto della letteratura, senza doverlo dimostrare con certe affermazioni ridicole. Se le chiedi un’opinione su un libro risponde felice di farlo, se le è piaciuto corri a casa e te lo ordini, se lei lo boccia lo elimini dalla tua lista dei prossimi acquisti, se non lo ha letto te lo dice senza veli, con un po’ di rammarico piuttosto, ma comunque senza nascondersi. In anni di amicizia mai l’ho sentita dire io leggo molto. Il comodino è davvero un’altra storia.
Lo vedi quello? È mio figlio
Allora, che ho cambiato lavoro da poco l’ho detto, pure che ho un sacco di colleghi nuovi se è per questo, che i meccanismi quotidiani sono diventati cosa abbastanza nota anche, poi ci sono tanti aspetti ancora taciuti questo è vero, ma senza cattiveria è che proprio non mi interessano. Sono quelli legati alla vita di gruppo in un ambiente di lavoro, quegli strani intrecci in continuo movimento che generano simpatie e insofferenze, amicizie vere o più spesso di comodo, gesti di solidarietà ma anche sgambetti col sorriso, tutta roba che in passato ho già visto e che, fatte salve poche preziose tracce, mi hanno lasciato in mano un po’ troppe delusioni e molto amaro in bocca. Ora si gira pagina mi sono detta entrando per la prima volta dentro questa nuova porta, con la precisa intenzione di non creare legami; infatti vado più o meno d’accordo con tutti, mi stanno più o meno simpatici tutti, stimo più o meno tutti, ma la storia finisce qui, senza coinvolgimenti di sorta. Poi c’è la questione sedia a rotelle che io vivo benissimo ma che mi accorgo essere un piccolo muro per gli altri: se ho bisogno io chiedo senza remore, nei modi sanciti dall’educazione ovvio, quelli del per cortesia – grazie – prego – tornerò, ma se non ho bisogno io sono ben lieta di arrangiarmi, invece vedo molto imbarazzo negli occhi di chi mi circonda, quando mi muovo è tutto un corrermi addosso per aprirmi porte, per spostare ostacoli inesistenti, per porgermi oggetti del tutto alla mia portata e via sul tema. Mica mi arrabbio, come potrei, ovvio che ringrazio, ma io ho davvero un senso della misura molto sviluppato, a chi mi chiede con occhi compassionevoli come sto io rispondo bene, e non mento, io sto bene, punto e a capo. Spesso non basta, lascio correre, un po’ capisco, vorrei altro certo, ma mi adeguo, mi metto dentro i panni degli altri e non apro discussioni. Ma c’è anche un giovane collega che mi ha stupita e del tutto conquistata, perché poco alla volta, non certo da subito, quasi ci avesse prima pensato, ha cominciato a buttare giù quel famoso muro cominciando a prendere in giro la mia sedia a rotelle, afferrando la prima occasione utile per mettere in scena un siparietto sarcastico per ridere di lei insieme a me. Poteva andargli male, potevo arrabbiarmi, che ne sa lui di me in fondo, non poteva nemmeno immaginare che l’ironia facesse parte del mio linguaggio, ma ci ha provato lo stesso e ha vinto, questo è il modo con cui volevo fosse superato valico e sono contenta l’abbia fatto lui. Che è pure molto carino, che fatti due conti potrebbe essere mio figlio e che se lo fosse ne sarei orgogliosa, perché ne avrei cresciuto uno di intelligente.
La giornata di una scrutatrice
Scendi dalla macchina e già li vedi. Mentre ti avvicini cominciano a sorriderti con il calore che neanche un vecchio amico, così, semplicemente perché devono, sono stati istruiti a farlo, ma anche no, in molti casi sembra un talento naturale il loro, sanno interpretare al meglio il ruolo del rappresentante di lista davanti al seggio elettorale. Ovviamente c’erano anche domenica quando sono andata a votare, anche se mi sono sembrati meno impomatati del solito, le Europee forse valgono per quel che valgono in termini di partecipazione emotiva, o magari perché qui dove vivo, il ridente Nordest, l’esito di queste elezioni era molto più che scontato, che vuoi farci. Meno coinvolti ma sempre molto sorridenti, con la loro bella patacca distintiva attaccata al bavero della giacca, oppure con il cordino al collo per quelli più informali, perché si distingua molto bene il loro incarico e la loro posizione sociale, quella di mezzacalzetta della politica, di mezzadro del potere, senza carica e senza nessuna possibilità di guadagnarne. Ma sembrano felici così, conoscono i piani alti, quelli della città dove vivono almeno, nella rubrica del loro telefono hanno tutti i numeri di quelli che contano e che alla bisogna li chiamano per farli andare di qua o là quando serve sbrigare quelle piccole incombenze che nessuno a parte loro ha piacere di fare. Anni fa ho fatto la scrutatrice per le comunali del mio paese e quei bei sorrisi li ho visti trasformarsi in ringhiate aggressive quando s’è smesso di votare e si sono aperte le urne, a pensarci adesso mi viene solo da ridere ma all’epoca, più giovane e meno esperta del mondo, mi avevano anche un po’ spaventata. Ricordo le grida del presidente di seggio che li allontanava in malo modo mentre loro lamentavano l’impossibilità di controllare tutte le schede per verificare che venisse rispettata la correttezza del loro punto di vista, tutti contestavano tutto, segni, nomi, dettagli. A spoglio terminato, tra vincitori e vinti, hanno preso in mano il telefono per comunicare il risultato, a chi non so, forse proprio al candidato sindaco a cui davano con soddisfazione del tu. Cosa sia successo di loro dopo quelle elezioni non so, ma nel tempo per lavoro m’è capitato di frequentare l’ambiente politico e ho visto molti personaggi nati come vassalli dei potenti rimanere tali, riconoscibili da lontano, con il telefono sempre in mano, pronti a rispondere di scatto al numero giusto ma che quando a chiamare erano loro dall’altra parte nessuno rispondeva. È per questo che ogni volta che vado a votare mi verrebbe da dire loro che quell’intera giornata che stanno regalando alla causa rimarrà sempre e solo una giornata persa.
Tu che guardi ma non vedi
Ultimamente mi sembra che questo Paese sia travolto da storie famigliari spietate con un fiorire di bambini piccolissimi uccisi da mamme o papà crudeli che neanche la fantasia potrebbe arrivare a tanto, mariti che ammazzano senza pietà le consorti, mogli che non sono da meno, figli che per eredità quasi inesistenti massacrano i loro parenti nei modi più disumani. Ci passo abbastanza oltre quando le sento perché tendono a non interessarmi fino a che non vedo qualcosa che invece mi fa davvero arrabbiare, ma in genere non è il fatto in se stesso, piuttosto è come viene riportato dai media. Come quello della figlia che ha accoltellato il padre che tentava di strangolare sua mamma. La giovane donna ha ammesso ogni responsabilità fin da subito, la Procura dopo averla interrogata l’ha condannata agli arresti domiciliari anticipando che tra poche settimane il caso verrà archiviato. Chiuso qui, la giustizia non tornerà sulla questione. Ci pensa la televisione. Trasmissioni su trasmissioni dedicate a raccontare anche quello che non sanno, anzi preferibilmente questo, nel solito modo meschino, riportando con finta cura dettagli inesistenti. C’è una sola verità che non manca mai: la foto della ragazza. Mi fa arrabbiare tantissimo, salto sulla sedia con la circolazione a mille ogni volta che la vedo, ma possibile, mi chiedo, che a nessuno salti in mente che questa giovane donna ha in testa un universo che precipita e che vorrebbe solo starsene nell’oblio di un silenzio che se vorrà sarà solo lei a rompere?
Fatto l’inganno, trovato l’alibi
Sono reduce da quattro giorni consecutivi di lavoro che mi sono stati richiesti in via eccezionale per tamponare una situazione d’emergenza che s’è venuta a creare nel mio ufficio. Ma il dato importante è un altro: non sono a pezzi come avrei creduto qualche mese fa. Ho voluto un orario part time convinta che il mio stato di salute non mi consentisse molto di più, 20 ore la settimana mi sembravano il massimo cui potessi aspirare rinchiusa come sono dentro le spirali velenose della sclerosi che tra i suoi multipli sintomi mette in una posizione d’onore proprio la stanchezza. E invece sono sopravvissuta in modo tutto sommato apprezzabile per resa e controllo della fatica, per questo e mi verrebbe da fare, a Sua Maestà la stronza che regola la mia vita, un bel gesto dell’ombrello e invece me ne sto qui buona buona e con la testa bassa assaporando questo piacere senza fare troppo la spavalda, perché la conosco e so che tutto quello che concede spesso lo toglie senza troppi scrupoli. Però, perché c’è un però, mi sono messa alla prova e ho visto che i ritmi di un tempo, che mi sembravano puro sogno, potrebbero non essere dimenticati. Certo raggiunti no, perché otto ore al giorno, per cinque giorni la settimana, con la pressione continua di scadenze inderogabili su progetti che non mi soddisfacevano più di tanto, proprio non ci penso a farli. Ma qualcosa in più rispetto a 20 ore settimanali so che sarei in grado di sostenerle e saperlo mi rende molto felice perché mi insegna che devo smetterla di nascondermi sotto quella che ho fatto diventare la calda protezione di Sua Maestà, che sì è potente, che sì è una vera stronza ma è la stessa a cui io ho dato grande spazio perché spesso mi ha fatto e fa comodo. Anni fa ho letto un bellissimo romanzo di Walter Siti – come se ne avesse scritto qualcuno di brutto poi – dove dà alla sclerosi multipla una definizione che non posso che condividere perché la appaia alla pigrizia. Tra le poche cose che si sanno di lei c’è la certezza che sia il sistema immunitario il grande indiziato, creato per difendere si scopre invece che diventa un nemico perché si rivolta contro se stesso fino a impedire il movimento, non corrompe le capacità ma lavora per ostacolare l’azione. Cosa se non la pigrizia corrisponde a questa definizione? Uno stramaledetto elemento interno che soffoca le proprie migliori intenzioni. Fatta salva la genialità letteraria di Siti, mi metto in primo piano come regina tra le pigre, la stupidissima che ha trovato nella sua peggior nemica un alibi perfetto. La odio dal profondo eppure sono accovacciata da anni sotto la sua sottana scoprendo però che appena me ne esco qualcosa in più di quello che credo di poter fare mi è consentito, eccome. Che non si sappia troppo in giro, per carità, potrebbe arrivare qualcuno pronto a detronizzarmi e lì mi toccherebbe uscire dal mio guscio protetto e caldo. Sia mai.