Se avessi potuto ti avrei detto, Claudio non farlo. Non per la seconda volta consecutiva almeno, la prima è stata talmente perfetta da non poter essere uguagliata in nessun modo. E poi scusa, ma chi te lo fa fare di rischiare ancora quando l’anno scorso sei riuscito a mettere su il più bel Festival di Sanremo della storia. Non poteva bastare? E guarda che a dirtelo è una che il Festival lo conosce meglio delle sue tasche, che lo guarda sempre e da sempre, che conosce a memoria gran parte delle canzoni passate di qui, che se gli dici primavera non può che continuare dicendo che è maledetta, che se prova un’emozione nella gola sa che ci sarà da quando cresce a quando vola, che riconosce quelli che di vita ne hanno una sola perché, beati loro, sono romantici, che può far finta di star bene ma gli manchi e via di questo passo, nota dopo nota, canzone dopo canzone. L’anno scorso, Claudio, tutto è stato così perfetto da sembrare ovvio che chiunque lo avesse preso in mano dopo era destinato a fare una gran fatica e forse senza risultati certi. Oltre alle canzoni in gara tu ci avevi messo dentro #favinonudo che sui social ha sbancato, la Hunziker che avevi saputo contenere facendola sembrare addirittura simpatica, e poi i tanti super ospiti, Fiorello e il tuo repertorio che quando usciva era pura poesia. Insomma, caro Claudio, era purtroppo scontato che il debutto di ieri sera risultasse un po’ sciapo, spiace dirtelo ma era meglio passare la mano e dire di no. Per non parlare di quel plotone d’esecuzione che ti sei trovato addosso, quella schiera di fucili pronti a spararti contro, forse è per questo hai cominciato cantando quel capolavoro di voglio andar via? Tutto perché durante una delle conferenze stampa di presentazione al Festival hai detto ciò che pensi, che gli uomini non devono essere lasciati morire in mare per presunte ragioni politiche. Ma sai che pensandoci meglio hai ragione tu ad aver voluto essere all’Ariston anche quest’anno ? Il messaggio è chiaro: nella vita bisogna anche saper rischiare in nome delle proprie idee e della dignità.
Autore: Quella che prova a farcela
Non succede ma se succede
Ho trovato lavoro e sono felice. Quante volte in questi mesi mi sono chiesta se sarebbe successo, se questa possibilità ci sarebbe mai stata. Ho cominciato ieri e che emozione, tornare in sella dopo un anno da una disarcionata tanto fatale mica è facile ma è quello che voglio. Ci speravo molto, inseguivo questa possibilità da tempo, accarezzavo un sogno che ormai non speravo più di poter raggiungere e invece, quando ormai avevo cominciato a deporre le armi, eccolo qui. Ho inseguito questo lavoro, per questa azienda, con questo ruolo per mesi, con una lampada alimentata da speranza che poco alla volta era diventata solo un lumicino tanto debole da farmi perdere ogni fiducia. E poi all’improvviso una sorpresa, in un momento in cui pensavo ad altro, a una preoccupazione arrivata in modo altrettanto imprevisto, eccola la telefonata tanto attesa, una convocazione rapida che diceva abbiamo bisogno di una veloce integrazione nello staff, ci sei? Ti va bene quello che proponiamo? Certo che mi va bene, ci sono, ci voglio essere. E ieri il primo giorno di lavoro è stato stordente: tutto nuovo, tutto diverso, mille persone da conoscere e nomi da imparare che ricorderò a fatica perché in queste cose sono un noto disastro, molti equilibri ancora da interpretare e da far diventare miei al più presto. Ce la farò? Anche rispondere al telefono mi sembra un casino adesso, come gestire i contatti nuovi e le tantissime novità da capire e, ieri pomeriggio, finito il mio orario, pur sapendo che oggi sarei rimasta a casa perché il mio contratto prevede un part time verticale che mi dà spazio anche per diverso tempo libero, ero sfinita. Pago certamente lo scotto di un anno lontana dal lavoro, il timore di sbagliare, la voglia di fare del mio meglio, ma anche la necessità di adattarmi ad un ambiente nuovo dove farò un lavoro mai fatto prima. E so che la fase più impegnativa ora è quella di entrare in contatto con meccanismi inediti che non sono più gli stessi di prima e così non saranno più, nel bene e nel male. Del mio vecchio lavoro sapevo tutto, ma non solo quello che c’era da fare, ché lì non si finisce mai di imparare, conoscevo piuttosto i margini di manovra sottintesi, gli umori che cambiano ogni giorno e che sai riconoscere appena apri la porta di ingresso e diventa subito chiaro cosa aspettarti dalla giornata perché ogni piccolo particolare è roba tua, c’è un ritmo che si ripete sempre uguale, dalla pausa caffè, alle chiacchiere prima di buttarsi a capofitto, dai silenzi alle risate, dal capo che rompe al cliente impossibile, ma sai anche che tutto è noto e questo ti proteggerà da quello che potrebbe succedere perché cadrà sopra una rete di soccorso sempre tesa attorno a te. Ci vuole tempo mi dicono e un nuovo sistema si metterà in moto, ci voglio credere, intanto mi tolgo la soddisfazione per godermi questo momento perché lo volevo tanto e qualche volta accade anche quello che sembra incerto, ma se accade vale la pena assecondarlo.
Una notte in Italia
La mattina appena sveglia faccio sempre la stessa cosa, allungo la mano, metto gli occhiali, prendo il telefono e guardo le ultime notizie online pubblicate dai principali quotidiani. E anche oggi è andata così, per scoprire che tutte le testate hanno scelto di dare lo spazio più importante, l’equivalente di una prima pagina, al ritrovamento del cadavere carbonizzato di una donna, specificando nel dettaglio il suo nome e cognome, quello di suo marito e dell’ex amante di quest’ultimo già indicata come la carnefice. Mah, mi sono detta. Poi sono andata a fare colazione e mentre mi facevo il caffè ho acceso la tv per guardare il tg e anche qui la notizia di apertura era la stessa, anzi con particolari in più che riguardavano il racconto di una crisi coniugale, la storia di un tradimento, di un tentativo di riconciliazione della coppia e poi di un’amante poco disposta alla resa. Ma anche di una bambina di sette anni, la figlia della coppia. Mi è uscito un altro mah. La domenica per i giornalisti è una giornata difficile e questo lo si sa, servono notizie di cronaca perché la politica a partire dal venerdì pomeriggio va in ferie. Ma c’è un grande ma. Questa non è una notizia di cronaca, questo è un pettegolezzo, sono fatti privati che non meritano nemmeno una breve sul giornale locale, soprattutto perché di mezzo c’è una bimba che ha perso la mamma e forse anche la fiducia nel papà. E a dirla tutta ieri qualche notizia che meritava visibilità c’è stata: 117 morti davanti al mare della Libia a causa dell’ennesimo naufragio, per esempio, ma anche il discorso emozionante e come sempre perfetto del Presidente Mattarella che ha parlato, come sa fare lui, dei valori che esprime l’Europa unita. E se proprio non bastava pensiamo allora all’addio alle scene di Ivano Fossati prima che io lo abbaia potuto vedere dal vivo. Accidenti a lui.
Nell’arena delle mie battaglie
Forse mi sono messa dentro qualcosa di più grande di me, facendolo con leggerezza, ho detto sì ok procediamo troppo velocemente, senza aver considerato che forse non ne sono all’altezza. Me lo sono ripetuta per giorni dicendomi nello stesso tempo che se sono le cose a cercarti l’unico senso possibile è assecondarle. Ancora una volta entra in ballo la sedie a rotelle e il varco d’interesse che ha aperto, dei curiosi certo, ma anche di chi dimostra attenzione per me e non per la mia malattia. Premessa. Non frequento molto la chiesa. Posso allargarmi? Per niente. Non credo? Non lo so. Più sì che no forse, a mio modo diciamo, ma non esiste un modo proprio per credere, lo so fin troppo bene, ce n’è uno solo e ha un corollario di princìpi da rispettare che non va disatteso sulla base delle preferenze personali. Non vado mai in chiesa, mi ha raggiunto lei attraverso la figura di un prete, quello della mia parrocchia, che mi ha intercettata e con grande discrezione, senza chiedere nulla, niente di me, senza nessun perché, senza domande, mi ha fatta parlare di tutto e niente allo stesso tempo. Il risultato mi ha portata a volere essere, ieri sera, dentro una sala patronale, a parlare di me, proprio di tutto, sclerosi multipla compresa ovvio, davanti ad un pubblico di ragazzi che partecipa alla vita parrocchiale e che io non conoscevo. Ho detto tutto, della polvere che per anni ho buttato sotto il tappeto per nascondere chissà cosa, delle mie paure, della vergogna che ancora provo, del maledetto orgoglio ferito in mille modi, e di come essere lì sopra quel palco, microfono in mano, mi costasse fatica, tanta fatica perché tutto era nuovo per me, un modo inedito per mostrare le mie debolezze. Lo scopo della serata doveva essere quello di spiegare ai giovani che le cose possono non andare bene in tanti modi, dai più stupidi ai più importanti, vale tutto in certi casi, da escludere pensare di potercela fare da soli, quando condividi e racconti la verità hai già cominciato a vincere una battaglia. E io ieri sera ne ho vinta un’altra.
I don’t love shopping
Diventassi molto ricca, quel genere di ricchezza che porta ad esagerare con le spese, assumerei un consulente per lo shopping. Ma non me frega niente di uno che mi dice cosa indossare, ché lo so anche troppo bene cosa mi piace e cosa no, io vorrei piuttosto uno che si butti nella giungla dei negozio a mio nome, che affronti il mondo di commessi o shopping assistant, come li chiamano adesso, lasciando me tranquilla. A me non piace fare shopping, può essere pure che io non sia nemmeno in grado di scegliere da sola, non lo escluderei, ma tutto parte ancor prima, a me non va proprio di muovermi dentro e fuori dai negozi. Vedo tra le mie amiche una passione autentica, hanno occhi brillanti quando scelgono, si confrontano allo specchio con felicità evidente, io metto su una faccia spenta e porto a casa sempre le stesse cose, per colore, modello e forma. Ma sia chiaro io non voglio qualcuno che stravolga i miei gusti, io questa sono e pretendo di rimanere così, voglio qualcuno che giri le vetrine migliori per me, che faccia una selezione tra scaffali e relle sulla base delle mie di preferenze, chieda e si informi, mentre io me ne sto seduta al bar, bevendo un caffè, mangiando pasticcini. Non voglio nemmeno l’obbligo di dover provare subito, lo farò a casa, qualcuno provvederà ai resi al posto mio se serve. Quando lo dico mi replicano che lo shopping online, in attesa si diventare molto ricca, potrebbe essere una soluzione, serve solo un computer, scegliere, aspettare l’arrivo del corriere e semmai rendere l’acquisto. Ovvio che l’ho fatto ma con risultati scarsi: tutte le volte ho sbagliato qualcosa, taglia, colore, per non parlare della qualità finale che non mi ha soddisfatto mai. La scorsa settimana ho scelto di fare un regalo ad un’amica acquistandolo online: sapevo cosa le piaceva e dove trovarlo, ero certa di andare sul sicuro. Ho aperto il sito, l’ho trovato, c’era da scegliere il colore giusto, lo cercavo verde, il preferito della mia amica. Più facile di così. Ho selezionato cosa volevo e mi si è aperto un ventaglio di proposte che comprendeva un numero mai visto di tonalità di verde. Molte sembravano uguali tra loro, invece no, il nome aiutava a distinguerle anche se a video parevano tutte uguali. C’era la tonalità artemisia, piuttosto simile alla cablio però, che poteva essere sovrapposta anche alla perlacea o all’assifora se è per questo, non che la vichionea fosse troppo diversa va detto, di certo sembrava un po’ troppo uguale alla dibica, il rischio c’era in effetti, meglio forse virare sulla parbisula che somigliava a tutte. Ci ho messo due giorni per scegliere, un regalo è un regalo, non si straccia solo per farlo, lo si fa con convinzione, quindi mi sono concentrata molto. Oggi è arrivato il corriere: packaging curato nel dettaglio, profumato addirittura, l’ho aperto con una certa ansia, il regalo è molto bello, spero che piaccia anche alla mia amica. A cui dovrò spiegare che pratella è una tonalità di verde anche se sembra più un grigio. Subito dopo comincerò a giocare al lotto.
Le parole ci sono usiamole
Ho scoperto la difficoltà di gestire un blog. Non è solo quella di avere o meno qualche cosa di vagamente interessante da dire, oppure di vincere la paura della schermata bianca, quella cosa che ti fa chiudere tutto in fretta per sbottare dicendo tanto non so che scrivere. No, la mia vera difficoltà è essere chiara, arrivare dove voglio senza però dire troppo, senza espormi, senza scoprirmi. E infatti se rileggo tutto quello che ho scritto fino ad ora io di me ho detto poco, anche se a me sembra di aver detto tanto, in realtà ho fatto solo un gioco di mediazione tra quello che scrivevo e quello che mi andava di dire. Per queste ragioni questo blog da ieri mi sta creando dei problemi con due amiche, per gli ultimi due post che ho scritto. Il mio sforzo di dire senza dire, di muovermi in continuo equilibrio per non far scendere troppo le mie maschere, mi ha portata a ferire due persone. Nel primo post, quello che parla dei nuovi problemi per avere il Tfr dalla mia ex azienda, un’amica, l’unico legame autentico che mi è rimasto da un’esperienza di lavoro durata quindici anni, quella con cui è cominciata anche un’avventura legale vissuta passo passo condividendo tutte le tensioni, le paure, i pochi sprazzi di fiducia che ci hanno aperto davanti, si è sentita esclusa dalle mie parole pensando che io non volessi renderla partecipe delle mie scelte che guardano al futuro. Nel secondo, quello in cui parlo di una telefonata da parte di un vecchio, importante scampolo di vita che si è fatto vivo all’improvviso, l’amica di cui parlo ha dato al mio post un’interpretazione contraria a quelle che erano le mie intenzioni. Due su due non mi sembra male come media. Ma è chiaro che se gli altri non capiscono quello che scrivi non è colpa degli altri, sei tu che non sei in grado di spiegarti e questo mi pare evidente. La cosa grave che questi post li avevo scritti proprio per le stesse due persone che in qualche modo ho ferito: il primo per dirle guarda che tu non c’entri niente col mio giramento di scatole, siamo sulla stessa barca e meno male che c’eri tu a bordo con me, sarebbe stata dura senza, il secondo per sottolineare che la telefonata mi aveva fatto veramente piacere aprendo come ha fatto un varco mai veramente chiuso a ricordi bellissimi. Devo riflettere su questo. Punto uno, le cose vanno dette in modo chiaro e quando se ne ha l’occasione, dopo valgono di meno; punto due, in un blog l’autore scrive quello che vuole certo, ma certi magheggi, certi giri di parole per dire tutto travestendolo di niente sono solo molto furbi e di poco valore.
Quelle notti da non smettere mai
Mi ha chiamata un’amica che non sentivo da tempo, da anni, da un buon decennio credo, e le ragioni di questo silenzio non le so nemmeno rintracciare, perché non lo ricordo un litigio tanto epico da giustificare un allontanamento di questo tipo. Ma tant’è, è andata così, vero è che se due persone non si sentono più è una decisione che prendono entrambe c’è poco da stare lì a rimbalzarsi le colpe addosso. Mi è sembrata emozionata nel sentirmi, più di me di sicuro che ero più che altro sorpresa, non ho riconosciuto il suo numero, mi ha detto essere lo stesso di un tempo, quindi non era più nella memoria del mio telefono, ma in quella del suo evidentemente sì. Se l’ho cancellato non so il perché però. Non ho riconosciuto nemmeno la sua voce, lei mi ha detto che la mia è sempre uguale. Ho fatto una battuta a quel punto, andando avanti così ne uscivo sempre peggio, lei ha riso e allora sì che l’ho riconosciuta, le risate evidentemente non cambiano o forse io le ricordo di più, sono qualcosa da tenere bene a mente. Mi ha chiamata anche perché un amico comune mi aveva vista poche settimane prima e c’era un po’ rimasto male: la sedia a rotelle non è bella da vedere e crea imbarazzi anche se io sono serena e sorridente, ma forse è difficile capire tutto l’universo nuovo che mi si è aperto davanti e che, se non è proprio posizionato in cima alla classifica del mio piacere, è certamente uno spazio di libertà che prima non avevo e ora è diventato vita. La telefonata poteva concludersi lì, spazio ai convenevoli più noti, tu come stai, tutto bene grazie, mi raccomando adesso sentiamoci più spesso, sì certo ok, non facciamo passare troppo tempo, no, ovvio che no, per poi chiudere in fretta che tanto non c’era più altro da dire. Ma invece è uscito un ricordo, uno dei tanti di quel bel pezzo di vita vissuto insieme, e allora un’altra risata, bella grossa, perché a volte gli episodi più stupidi se ne trascinano addosso altri e la girandola della memoria si mette in moto anche senza raccontarla. Piccolo dettaglio: l’amico comune gestiva un locale dove sostiene che io e lei avremmo trascorso una festa di San Silvestro ma nessuna delle due lo ricorda. Lui dice sia stata una festa vissuta prevalentemente sopra i tavoli a far casino. Quindi va così, ci sono tre persone di cui una sembra avere le idee chiare su quello che è successo, le altre due sono pronte a negare l’evidenza. Mica mentono, è solo che non è bello aver dimenticato di essersi divertite tanto.
La ragazza con un filo di perle
È da ieri che mi gira addosso un po’ di malumore, quella roba che fa dire adesso facciamo basta, un po’ di tregua che un minimo di prospettive positive ora sarebbero gradite. È la storia di un licenziamento davvero turbinoso il mio che ha buttato sul tavolo la perdita del lavoro ma anche un cospicuo gruzzolo di soldi che ancora mi spetta e che mi ha fatta salire a bordo di un ottovolante per nulla divertente. Da circa un anno si è aperto un dialogo esclusivo tra avvocati che passa tra buoni intendimenti delle parti in causa, soldi che arrivano seguendo un fiacco lumicino, accordi firmati, più disattesi che rispettati va detto, proposte irricevibili e altre cariche di illusioni, balzi all’indietro e salti in avanti per superare le buche dentro le quali di volta in volta si è rischiato di cadere. E proprio quando la strada sembrava aver imboccato una direzione senza intoppi, ecco un nuovo stop, un e adesso chi lo sa cosa succede, pare certo solo che i tempi per chiudere la partita e lasciare il campo si siano allungati di nuovo e i miei progetti con loro. Quindi le brutte nuove di ieri, quelle che parlano di ennesimo cambio di programma, non solo ritardano un’altra volta i termini di un tormento che vorrei si concludesse al più presto, ma in più posticipano la realizzazione con quei soldi di un progetto utile al mio futuro, che di suo è molto instabile. Ora l’intero piano d’azione è da riscrivere, nei tempi, nei modi, nelle forme, consapevoli tutti che se in un anno non è stato possibile seguire una strada ampiamente tracciata dalla legge quello che accadrà da qui in poi è solo un grande boh. Malumore lo chiamo io, quanto sono per bene come ragazza.
Se c’è un posto nel tuo cuore
Pochi giorni fa ho compiuto gli anni e devo riconoscere che è stato pure un bel compleanno, come non accadeva da tempo, forse perché me ne sono fregata del tempo che passa, di certo perché non ho fatto bilanci e in minima, ma non secondaria, parte perché ho voluto sorridere. Mica poco per una testona come me. Mi sono fatta coccolare, ho scartato regali – molto, molto belli – ho ricevuto auguri, telefonate e numerosi wapp. A fine giornata ogni anno faccio una specie di censimento tra chi si è ricordato e chi no e devo dire che è sempre un bilancio più che positivo e mi piace un sacco questa cosa, sarò pure infantile ma così come io cerco di esserci sempre per tutti gli amici più importanti allo stesso modo ci resto male quando qualcuno si dimentica del mio compleanno. Ma c’è un augurio più speciale di altri che ogni anno non manca mai, da almeno 19 anni per la precisione, tra tutti gli alti e i bassi della vita, tra sorrisi e sberle in faccia, tra litigi e abbracci lunghissimi c’è una persona che non manca mai, e io del resto mai per il suo di compleanno. Anche solo con un wapp, il più atteso, il più certo tra tutti gli altri. Quest’anno no invece, che strano mi sono detta, s’è forse rotta la favola? Accidenti alle favole, a loro e a chi le ha inventate ho pensato. E così la sera, ospite a casa di un’amica per un cena preparata apposta per me sono arrivata e ho messo su una faccetta che sembrava un’emoticon, occhi bassi e sorriso all’ingiù, non mi ha scritto ho esordito, aspettandomi una risata come reazione. Invece no, è calato un po’ di silenzio di sorpresa e poi è partito un corale e pure sincero ma scherzi, com’è possibile? Li ho guardati stupita e sono scoppiata a ridere, ma non eravate voi a prendermi in giro ogni anno per l’emozione con cui ricevevo quel wapp? E invece per tutta la sera abbiamo parlato dello stesso argomento, si è riso tanto ricordando quei tempi in cui eravamo tutti molto più giovani e certo con meno pensieri, tirando fuori parole che giravano attorno alla stessa persona perché se lascia un segno forte addosso ad un’amica evidentemente lo lascia anche su tutti quelli che le vogliono bene. E la dimostrazione c’è stata anche la sera dopo quando sono uscita con un gruppo di altri amici storici, una pizza insieme che è cominciata con lo stesso faccino che era più gioco che vera tristezza, le mie parole sono state le stesse, non mi ha scritto ho detto, non mi ha fatto gli auguri, per la prima volta dopo solo 19 anni, cercando di buttare sul piatto anche un po’ di ironia. E invece niente risate, ancora una volta sorpresa piuttosto, impossibile mi hanno detto, sicura che non stia male? Un’altra serata di ricordi, risate e prese in giro, con un continuo sottofondo di stupore per la sua mancanza. Che forza che sei, ho pensato, capace di farti sentire anche con le assenze, ecco spiegate tante cose mi sono detta quando sono tornata a casa.
Dài che si riparte
Ho fatto una lunga pausa dallo scrivere, ho mollato i buoni propositi molto prima che cominciasse l’anno nuovo, ma non devo fare troppa fatica per cercare le ragioni, sono solo una sfaccendata, pigra e indolente, e lo sono da sempre. Nessuna intenzione di lasciare da parte la mia idea iniziale per divertirmi scrivendo, anzi sensi di colpa per non essere più sul pezzo, per una fastidiosa svogliatezza che mi ha fatto trascurare il blog. In questo periodo ogni giorno sarebbe stato buono per aggiungere qualche cosa, un piccolo capitolo di vita da mettere giù solo per il piacere di raccontare qualcosa. Ma invece gli alibi li ho trovati tutti: le feste, gli amici ritrovati, il Natale, perfino il compleanno, perché compio pure gli anni in questi giorni io, ma uno scampolo di tempo per scrivere qualcosa in questo angolo solo mio mica l’ho trovato, figuriamoci. Mi sono detta non so che scrivere, ed era una bugia, e comunque più di tanto non mi sono sforzata e quando uno straccio di idea mi è venuta l’ho messa da parte, tornerà ho pensato, ma di certo non sarà più fresca, un diario non vale dieci giorno dopo, è la regola. Quindi oggi torno, senza avere niente da dire forse, ma solo per il piacere, tutto mio, di volerci essere di nuovo. In fondo questo blog è nato per me, mica per altro, mica per altri. Dài che si riparte.