E mi tocca dire grazie alla mia peggior nemica

C’è una pubblicità che passa in tv che faccio fatica a seguire, mi fa salire il magone, se ho il telecomando a portata di mano giro canale. Bambini affetti da malattie rare, genitori che con un filo di voce chiedono sostegno per aiutare la ricerca che è bloccata, pochi casi significa assenza di rientro economico, soldi insufficienti a giustificare l’investimento. Da malata lo dico sempre e senza timore di essere contraddetta: le rogne sono democratiche, cadono in testa a tutti, in un modo o nell’altro, alcune sono visibili casini, altre sono meno evidenti ma per chi ci deve fare i conti restano casini, di qualunque natura siano. Alcune però lo sono di più di altre e le malattie rare, che spesso capitano proprio ai bambini perché è su di loro che si concentra almeno la capacità di diagnosi, sono in cima alla lista. La sclerosi multipla è una rogna e pure bella grossa, ma è ricca, benestante, vantaggiosa, produce denaro, non per chi se la trova in groppa ma per chi per professione la sceglie come nemica da vincere. Non è rara, questa stronza, è popolare e diffusa, in tanti anni di onorata carriera con lei, mai mi è capitato che qualcuno, venuto a sapere cosa avevo, non mi dicesse che anche una zia, un cugino alla lontana, un famigliare di III grado, un vicino di pianerottolo non ce l’avesse. Nessuno mentiva. Siamo in tanti. Attenzione a quello che sto per dire. È una fortuna. Siamo un pozzo senza fine di denaro. Cinica? Quando mi fu diagnosticata ero ricoverata in ospedale, dopo aver fatto un po’ di boli di cortisone, il suo esordio si placò e, dicendomi di tenere d’occhio il mio corpo per segnalare eventuali cambiamenti, mi dimisero. Tutto qui, senza prescrivermi nessuna terapia che almeno tentasse di contrastare gli attacchi che certamente ci sarebbero stati, non c’era altro se non il fidato cortisone da fare solo in caso di conclamato danno. Dettaglio: non si trattava di un ospedaletto di provincia ma di un policlinico universitario, eppure mi dissero solo questo, alternative, vent’anni fa non c’erano, qualcosa che all’orizzonte di stava muovendo questo sì, ma di concreto ancora niente. Anno dopo anno la ricerca si è mossa e io da allora di cortisone ne ho fatto sempre meno, ma ho cominciato diverse terapie, non risolutive questo no perché la cura è ancora lontana da venire mi dicono, ma piccoli barlumi di fiducia invece sì. Quelli a cui oggi viene diagnosticata la sclerosi multipla vengono subito sottoposti ad una terapia, una delle quattro o cinque entrate a regime, il carico emotivo da ricevere ad una notizia del genere è ancora pesante certo, ma la speranza è più lucida, in attesa del giorno in cui la scienza centrerà l’obiettivo. Fortunati noi a cui è capitata la rogna giusta, se doveva succedere è andata bene. Meglio se non accadeva mi si dirà, vero, figuriamoci se non lo so, ma fosse stata una malattia rara l’assoluta certezza che nessuno stava lavorando per aprire un varco di luce verso il futuro avrebbe avuto un significato diverso. So tutto questo ma faccio lo stesso fatica a guardare fino in fondo quella pubblicità, spero di essere l’unica.

 

E domani chi lo sa

Oggi sono di buon umore, stranamente positiva, ho buone idee, vedo cose belle attorno e dentro me, mi sento soddisfatta. Meglio scriverlo mi sono detta, mi capita di rado. Non che sia una musona sempre triste, per carità, ma non mi succede spesso di vedere una bella giornata e sorridere. Sarà la primavera? Impossibile. Non mi piace. Sarebbe pure una bella stagione se non sparisse subito dando largo spazio all’estate, al caldo insopportabile, quando non all’afa che toglie respiro e forze. No, mi sa che questo senso di benessere è indipendente dalla stagione dell’anno e tanto so già che si risolverà in poche ore, non mi conoscessi. Dovrei approfittarne per fare qualcosa di bello insieme a qualche buon amico, in più in questi giorni non devo lavorare, niente di meglio per prendermi cura del mio tempo libero. Ma oggi pomeriggio ho un impegno già preso che non posso rimandare, anche se potessi però – e impegnandomi il modo per liberare qualche ora potrei trovarlo – deciderei di stare a casa, ho mille cose da fare abbandonate al loro destino. Domani sarei più libera in effetti, la mattina non proprio però e in più non sono certa dell’orario in cui potrei finire, meglio non prendere appuntamenti, mi secca sempre molto disdire all’ultimo, e poi devo considerare la mia malattia, non consente corse veloci da una parte all’altra, devo un po’ risparmiarmi. Venerdì? Il pomeriggio vado dalla parrucchiera, c’ho una selva di capelli bianchi da far scomparire che mi ruberà molto tempo, pazienza. Poi sarà sabato, la giornata perfetta, ma torno al lavoro, non posso farci nulla, l’ho desiderato tanto questo impegno che mica posso lamentarmi adesso. Poi chi può dirlo se questo senso di benessere e questa voglia di evadere dalla quotidianità sarà ancora roba mia fra qualche giorno. Mi sono riletta, m’è venuto da ridere, quanto sono brava a trovare giustificazioni per la mia pigrizia. Potrei scrivere un manuale: “I mille modi per trasformare la sclerosi multipla in un alibi perfetto”.

Ricordi quando vincevi Sanremo?

È tornato a casa, lo hanno sbattuto fuori senza troppe gentilezze per la precisione, ma almeno adesso avrà tempo per riprendersi dalla fatica, potrà mangiare con comodo quello che gli piace e occuparsi nuovamente delle sue cose. Riccardo Fogli, dico, che ieri sera hanno fatto fuori da una insignificante trasmissione tv, uno di quei reality insulsi che mette insieme una serie di personaggi che dicono di essere famosi anche se non li conosce nessuno. A parte lui, che almeno qualcosa nel mondo dello spettacolo, bella o brutta a seconda dei gusti, ha pur fatto, per questo mi sono chiesta cosa diavolo lo abbia spinto a buttarsi lì in mezzo, forse i soldi? Eppure da fuori viene da credere che con i diritti d’autore delle canzoni dei Pooh in cui c’è anche la sua voce potrebbe campare con ogni agio, in più ha vinto un Sanremo di tanti anni fa, nell’epoca in cui la musica se la volevi ascoltare dovevi pagarla e in più quella canzoncina la si ascolta ancora adesso, qualche rientro penso che lo porti ancora a casa. Ha pure avuto il colpo di fortuna che i Pooh, per celebrare i 50 anni di carriera, lo abbiano voluto ancora con loro, credo a denti stretti visto che lui negli anni ’70, da un giorno all’altro sentendosi il più bravo di tutti, non ha esitato ad abbandonarli mentre erano in tour. So tutto di lui? Da piccolina Riccardo Fogli mi piaceva un sacco, mentre le amichette ascoltavano Wild boys io mi concentravo su Storie di tutti i giorni, scelta discutibile? Al tempo non mi sembrava. Per questo l’occhio alla tv l’ho buttato spesso in questo ultimo periodo, per capire cosa combinava, e ogni volta finivo per ripetermi che attorno a sé il mio cantante preferito dell’infanzia non deve avere molte persone che gli vogliono bene per accettare di vederlo umiliarsi da solo. Perché prima di partire qualcuno che lo ama doveva dirglielo che a 70 anni, con una calvizie incipiente, la barba bianca, il fisico smunto, le spalle ricurve, sarebbe stato tutto il giorno in costume da bagno a litigarsi due pesciolini cotti male accanto a ventenni palestrati anche se miseramente depilati ma di sicuro poco disposti a portare rispetto. Caro Riccardo, hai fatto un errore di valutazione ad accettare, può capitare, ma un certo punto dovevi capirlo che era meglio fare un passo indietro e dire a alta voce che tornavi a casa, ricordando a tutti le care storie di tutti i giorni, vecchi discorsi sempre da fare. E in ogni caso, vecchi discorsi che è sempre meglio ribadire.

A volte i libri vanno rovinati

Ho comprato un manuale di scrittura. Uso della punteggiatura, quando ci va la minuscola o la maiuscola, corsivo e grassetto, concordanze, come comportarsi coi titoli, differenze tra lingua scritta e parlata, accenti gravi e acuti e via su questo tema, ricco, complesso e mai fermo. Una grammatica mi si potrebbe incalzare, no replicherei io, una bussola, per evitare di scrivere a caso, ché capita troppo spesso. Se lavorassi dove lavoravo fino a un anno fa, poco più poco meno, questo manuale sarebbe stato fisso sulla mia scrivania, già sgualcito dall’utilizzo, scrivevo per professione, era importante farlo bene. Poca attenzione provoca danni e figuracce, c’è sempre quello che ti legge e scrive la mail per farti le pulci e correggerti, ma dopo un piccolo momento di rabbia che ti fa dire senti qua questo saputo saputello incapace di farsi i fatti propri, ti fermi, ti informi e in cuor tuo ti tocca pure ringraziarlo per la lezione che ti ha dato. Ora scrivo per me, la regola di volerlo far bene è ancora valida ovviamente, il manuale sulla mia scrivania c’è ma non è troppo sgualcito, so che dovrei studiarlo per bene ma il punto è proprio questo, studiare. Ma quanto è duro farlo se non se ne è più abituati? Quanti meccanismi della mente bisogna rimettere in moto scoprendo che sono nascosti sotto, sotto arrugginiti e immobili? Lavorare conosce tempi e ritmi diversi che procedono in un altro modo, più regolari e di certo meno interessanti perché studiare apre orizzonti sempre nuovi che lì per lì possono pure sembrare inutili ma poi ci sarà tutto il tempo per scoprire che quelle giornate passate a stringere i denti sopra i libri si faranno rimpiangere per la forza che avevano. Una forza che nessun lavoro darà mai. Il manuale di scrittura che mi sono comprata di certo lo leggerò, ma so già che non lo sgualcirò per l’uso e, ripensandoci bene, non si sarebbe sgualcito nemmeno sulla scrivania del vecchio lavoro.

Ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?

Venerdì ho visto in tv la grande Marcia per il clima che hanno messo in atto i ragazzi di tutto il mondo e mi sono commossa. La loro giovinezza mi ha commosso, la loro energia, la forza, la volontà di prendere in mano la vita e metterla a servizio di chi verrà dopo, trasformando un’ideale in un obiettivo. Il pacchetto completo mi ha fatto spuntare più di qualche lacrima. Sai la notizia, non sono nuova a certi numeri imbarazzanti, mica piango, sia mai, mi si gonfia il petto e lacrimo sperando che nessuno se ne accorga, se sono sola però non mi limito, mi sento scema, ma mi lascio andare. E quando ho visto tutte quelle piazze piene, da Roma a Milano, Berlino e Stoccolma, Parigi e la bella Venezia, quei ragazzi mi hanno fatto venire voglia di avere sedici anni. E allora con il pensiero ci sono ritornata, seduta sui banchi di un liceo di provincia, storico, severo e classista, dove se tentavi di proporre la partecipazione ad uno sciopero, anche per una ragione nobile, eri considerato un fannullone, inviso da preside e insegnanti, ma anche dai compagni di classe. E ho ricordato il primo giorno di quarta ginnasio, timorosa ma piena di entusiasmo per una novità che avevo tanto atteso, e quell’insegnante di inglese, colonna portante del corpo docenti, che presenta ad una classe di ragazzini le dure regole della nuova scuola e tra le altre ricorda che gli scioperi li fanno quelli che lavorano, che noi siamo seduti su quei banchi per imparare e non certo per scioperare. E così è stato, in cinque anni nessuno sciopero ma soprattutto nessun desiderio di farlo, e quando i coetanei che nella stessa città scendevano per strada per qualunque ragione di protesta noi eravamo in classe, ben felici di esserci, mica siamo scansafatiche noi, pensavamo. E allora mi sono domandata se i sedicenni della stessa località di provincia dove ho fatto io il liceo, se gli stessi studenti della mia ex amatissima scuola, ma anche gli altri di tutta Italia e di tutto il mondo, la Marcia per il clima l’hanno fatta in modo consapevole e informato o solo per perdere un giorno di scuola. Ho chiesto un’opinione ad un’amica che fa l’insegnante, mi ha detto che venerdì ha messo in programma un compito di latino senza voler interferire sui progetti dei suoi alunni perché a differenza di quello che fa di solito prima glielo ha chiesto e loro hanno risposto che la Marcia non l’avrebbero fatta in ogni caso, il compito si poteva fare, siamo a fine anno e molti avevano un’insufficienza da rimediare. Ricapitolando, venerdì almeno un ragazzo la Marcia ha scelto di farla per perdere un giorno di scuola, un altro no, perché doveva fare un compito importante per la media dell’anno, poi ce n’è stato un terzo che in strada è andato per portare avanti un’idea. Difficile non dargli ragione: se a sedici anni non credi sia possibile rovesciare il mondo, allora la partita è persa fin da subito.

Venezia è un pesce

Sere fa sono andata a vedere Tiziano Scarpa, presentava il suo ultimo lavoro, una raccolta di poesie e pure di un certo spessore. Scarpa come autore non è in cima alle mie preferenze, scrive certamente benissimo, ho pure letto molto di lui, è una delle migliori penne italiane di questo secolo, e pure dell’ultima parte del precedente, ma le sue opere non mi conquistano mai pienamente. Quando lo leggo trovo sempre qualche dettaglio che scanserei volentieri, piccole pecche che mi infastidiscono pure e che salterei a piè pari. Ma alla serata ho partecipato ben felice di andarci per diversi motivi. Il primo: Scarpa dal vivo sa essere superlativo, tiene la scena come il migliore dei mattatori, è colto, intelligente e molto coinvolgente, impossibile non rimanerne incantanti. L’avevo già visto più di qualche volta ma rispetto al passato ‘stavolta ho notato un carattere in più: una dizione esemplare, le “E”e le “O” chiuse e aperte secondo le regole dettate dall’italiano corretto, l’intonazione della frase perfetta libera dagli sciabordii dialettali che noi italiani ci portiamo addosso quando parliamo, qualunque sia la nostra provenienza. E poi aggiungerei dell’altro: Scarpa ha dato vita alla serata senza volere un quattrino, è stato invitato da un’associazione culturale di una piccola cittadina di provincia che da Venezia lui ha raggiunto senza volere alcun compenso e senza chiedere nessun rimborso spese. E la serata è volata via, lasciandomi in alcuni momenti con la bocca aperta, con un brivido freddo lungo la schiena, perché le parole, quando sono belle, sono emozione pura. Ma c’era dell’altro attorno a me, almeno tre spezzoni del mio tempo: passato remoto, passato prossimo, presente, che insieme combinano quello che di certo sarà il mio futuro. Per un puro caso, in poche ore è nata una serata che ha messo insieme l’invito di un’amica, compagna di classe al liceo, che non vedevo da tempo pur sentendola poco meno che quotidianamente, un’altra con cui condivido, oltre a tutto il resto, anche i ricordi della più bella giovinezza e che per fortuna sento e vedo spessissimo e un’ultima conosciuta negli ultimi anni, colonna portante del mio presente che amo definire “spacciatrice di libri” perché i più belli letti negli ultimi tempi sono stati suggeriti da lei. Ecco, ora come posso non dire grazie a Tiziano Scarpa per questa bella serata?

Cosa aspettavi a riprenderti la tua vita?

Che poi quando cambi lavoro la preoccupazione principale è quella di riuscire ad adeguarti al nuovo, che ha già una sua direzione dentro la quale devi saperti accomodare cercando un posto adatto a te senza stravolgere regole e principi che non vanno toccati. Io sono entrata in uno spazio molto grande, con numerosi colleghi e un buon numero di clienti, portandomi dietro tutti i miei ben visibili problemi che un tempo sarebbero stati causa di silenzio, imbarazzo, il solito orgoglio da non tediare. E invece, guarda la scoperta, mi sono trovata a dire con una semplicità che non sapevo di avere “Ciao, piacere, ho la sclerosi multipla”, fin da subito, buttando lì anche qualche battuta ironica, sorridendo, spesso ridendo, senza nessun indugio, mettendo pure in piedi una certa superficialità, come chi considera il problema un non problema. E i primi contatti sono diventati più semplici, e gli imbarazzi iniziali li ho visti sciogliersi, e la pesantezza di certi silenzi forzati, quelli che ben conosco perché per quanto credessi di essere tranquilla nel rapportarmi con gli altri forse così tanto tranquilla non ero, li ho sentiti gridare di sollievo. Allora ho scoperto che i punti di vista si sono rovesciati e la mia trasparenza ha indotto negli altri la possibilità di esserlo allo stesso modo con me. Ho raccolto confessioni di tanti tipi e racconti personali spesso molto intimi, testimonianza netta che nella vita di tutte le persone le rogne sono distribuite in modo molto vario, forse non equo, ma di certo abbondante.

Tra le cose che fatico a dire

È passato un mese da quando ho iniziato un nuovo lavoro, una nuova vita, nuove abitudini. Come va? Come mi trovo? Mi piace? Sono le domande che in questo mese mi sono sentita rivolgere sempre più spesso, forse anche perché amplificate dalle mie riposte poco più che evasive. Non ce la faccio a dire di più di quanto dico, parole misurate e sempre ben tese sul filo dell’equilibrio, affermative perlopiù ma senza lasciare spazio a nessuna replica. I ceffoni questo fanno. Mettono paura. Quando capisci che un alito di brezza può rovesciare anche un libro pesante, altro che muovere solo una pagina, impari a mettere zavorre ben fisse nella tua testa ripetendoti che oggi è questo, domani chi lo sa. Il lavoro di prima sembrava una cosa certa, per quello che era, per come lo facevo, per lo spazio che avevo, e invece, senza capire nemmeno quando tutto ha cominciato a finire, sbam, la porta mi si è chiusa sul naso lasciando molto più che un livido. Quindi adesso che tutto è diverso e terribilmente nuovo, che le prospettive future dio-solo-sa quali potrebbero essere, quando mi viene chiesto qualcosa scatto subito sulla difensiva, forse mi devo preoccupare penso subito, forse non sarò in grado di gestire il tutto mi dico, o peggio ancora, magari ho già fallito. E quindi taccio, come il mio solito, sai la novità. Però in realtà posso dirlo di non trovarmi male, il lavoro è diverso e in molti momenti va imparato, in altri ancora quasi inventato, va cercata una soluzione nel bagaglio delle cose che si sanno e alla fine quando la si trova resta pure l’occasione per dirsi va be’ dai, forse non sta andando del tutto male.

Parla solo se sai di cosa parli

Ieri pomeriggio sono andata a vedere Il lago dei cigni. Una pomeridiana, di danza classica, in un teatro di provincia. Che detta così sembra che io me ne intenda di balletto sulle punte, so molto sul collo del piede invece, questo sì, ma non è preparazione culturale è solo il risultato di soste davanti alla tv, quei talent dove tra liti e urla di questo si parla e di poco altro. L’unica volta che ho visto un balletto di danza classica è stato in dvd, c’era Alessandra Ferri e un danzatore russo di cui non ricordo nemmeno il nome: 4 atti, 129 minuti, supportati da Wikipedia a spiegarmi la trama momento dopo momento. E poi qualche sbadiglio. Manca il pathos teatrale ho pensato, quel clima che emoziona rendendoti partecipe di una suggestione collettiva. Sono andata a Londra subito dopo, l’occasione validissima per vedere uno spettacolo di danza classica dal vivo seduta sulle poltrone di un teatro vero. Ma la stagione cominciava la settimana successiva alla mia partenza e anche posticipando il rientro tutti i biglietti erano già stati staccati. Ho visto i volti delle persone che erano con me rasserenarsi, non c’era più bisogno di dirmi no, la vacanza poteva continuare senza rischiare liti. E quindi ieri ho accettato l’invito che mi è stato fatto e ben felice sono andata: sul palco una compagnia russa, se non se ne intendono loro mi sono detta chi altri lo può fare, la musica è nota e bellissima e anche senza aver nessun strumento per esprimere un giudizio critico mi sono messa lì a guardare certa che avrei capito tutto al volo. Ma quattro atti restano tanti anche dal vivo e l’occhio all’orologio mi è scivolato spesso eppure ho avuto modo per sottolineare le sbandate dei protagonisti, quei salti pesantissimi che tonfavano sul palco e i momenti meno brillanti dello spettacolo. E poi mi sono fermata di colpo, all’improvviso ho avuto la riprova che per esprimere un parere bisogna conoscere, aver fatto esperienza, studiato, letto e messo in campo il proprio impegno altrimenti non vale niente. Certo Odette ha rischiato di ruzzolare terra un paio di volte e questo è certamente sintomo che qualcosa ieri è andato storto, ma è anche vero che i ballerini sul palco, anche se forse un po’ scarsi, de Il lago dei cigni ne sanno più di me e senza usare Wikipedia per giunta, perché loro studiano, io no.

Sanremo parte II

La seconda serata del Festival 2019 m’è sembrata più brillante, mi ha divertito di più, e le canzoni al secondo ascolto prendono un’altra direzione, quelle che sono piaciute fin da subito trovano conferma, quelle che avevano fatto storcere il naso vengono bocciate definitivamente, quelle che stavano in sospeso in genere non hanno più possibilità di essere premiate, quelle che fin da subito s’era capito che meritavano una nuova occasione in genere balzano in cima alla classifica, sono le più difficili e quindi le più belle. Non vinceranno mai, forse in radio passeranno poco ma arriverà il premio della critica, quindi Silvestri credo possa già fare posto sugli scaffali di casa. Per il resto prevedo che a vincere il Festival saranno i tre tizi de Il Volo che a me piacciano come la sabbia sul letto ma dopo ogni esibizione vengono salutati con applausi a scena aperta, questione di gusti. Arisa la ascolteremo in radio fino a non poterne più, per la Bertè spero in un buon piazzamento che si meriterebbe, anche se la canzone non mi sembra adatta a lei, l’ha scritta Curreri e forse pensava a Vasco o magari proprio agli Stadio, Nek farà bene, ha sempre la stessa canzone e quel bel faccino che va bene per ogni stagione, per ogni tipo di pubblico, poi ci sono tutti i più giovani, molti arrivano dai talent, a Sanremo hanno la loro grande occasione ed è giusto che siano lì, Baglioni ha fatto bene a volerli. Del resto anche Mengoni era reduce da un talent ed è finito per vincerlo con una delle più belle canzoni italiane di sempre perché con la sua L’essenziale, che ha cantato ieri sera in qualità di super ospite, è stato in grado di dare lezione di canto e interpretazione allo stesso Baglioni. Il che è tutto dire.