Parcheggi riservati

Seduta ai tavoli di una pasticceria per una colazione domenicale sotto un timidissimo sole di ottobre vedo un’auto che sta parcheggiando accanto alla mia. Spazio con righe gialle, sedia a rotelle disegnata, obbligo di esporre il cartellino blu riservato ai disabili, roba dei tipo: ecco a te, è un atto dovuto, maneggiare con cura però. Condivido. Scende un tizio, che conosco, e che non stimo. Espone il tagliando blu. Si avvicina e mi saluta abbassando il tono della voce, mi parla come se dovesse benedire il mio stato, un chierichetto sull’altare è più spigliato. Un “basabanchi”, li chiamano così dalle mie parti questi personaggi, usando quei termini dialettali quasi intraducibili ma portatori di una potenza del tutto letteraria. Il “basabanchi” usa la religione per comodi personali che non partono da un credo sincero, sono una messa in scena invece perché a scavare nemmeno troppo profondamente le bugie dei suoi comportamenti salgano a galla in modo esplicito. Prendo le distanze dai suoi saluti, freddamente gli faccio notare che ha parcheggiato sul posto riservato ai disabili, arretra di un passo e mi dice che ha esposto il cartellino blu. Ho visto, gli dico, so che ce l’hai, è di tua mamma. Si siede poco distante da me. Entro in pasticceria per pagare, gli passo davanti. Chiedo se sua mamma sia a bordo. “Senza di lei non puoi parcheggiare nel posto disabili, lo sai vero?” Mi risponde dicendo che a lui hanno detto diversamente, che non è cosi, il suo tagliando è diverso. Lo guardo fisso negli occhi e replico che non è possibile sia così. “Credo di avere un numero maggiore di titoli rispetto ai tuoi per poterlo dire, non puoi parcheggiare lì senza tua mamma, punto e a capo”. Entro in pasticceria per pagare, saluto un paio di amici che incontro e con la coda dell’occhio vedo il “basabanchi” spostare la sua auto, parcheggiare sulle righe blu e aprire il portafogli per cercare le monete necessarie per una sosta finalmente onesta.

Finalmente a casa

Eccomi, rieccomi anzi, ci sono ancora e che felicità e quanta attesa e quanta voglia di riprendere il filo di tutto quanto perché è qui che sto bene, poco da dire, ancor meno da fare. Ma nell’ultimo mese sono stata risucchiata dentro un impegno di lavoro che forse ho preso troppo sul serio, mica dico di no, ma non ci posso fare niente se è così che sono diventata: pesante, senza capacità di vivere in libertà, anzi sempre in preda degli eventi pure quando non sono questa gran cosa. Come per esempio un corso sulla sicurezza nel lavoro, per quanto obbligatorio, ma da fare online, entro il 16 ottobre, due moduli da quattro ore ciascuno, con slide da visionare e doppio esame finale da dare. Ma nell’insieme niente di insormontabile. E io sovrastata dall’ansia invece, al PC in ogni momento libero, con cuffiette alle orecchie per raggiungere il massimo della concentrazione, blocco per prendere gli appunti di ogni parola, di ogni sospiro, mouse sempre a disposizione per il clic che fa tornare indietro, pronta alla ripresa del dettaglio perduto, alla verifica ulteriore con eventuale correzione della nota precedente. E insieme a tutto un senso di inadeguatezza sempre maggiore, in costante crescita perché ovviamente non mi sono risparmiata nemmeno il confronto con gli altri colleghi a cui ho chiesto il parere su come considerassero nell’insieme il corso: facile, banale, tutta roba che si sa, le risposte ricevute, fino a che ho smesso di chiedere, per me non era facile né banale, tantomeno tutta roba che sapevo già. E ho continuato col mio di sistema, mica a seguire il loro: fase dell’ascolto attento, appunti e ripasso generale fino al test finale. Superato, con doppio attestato per carità, ma anche con tanti ma proprio tanti sospiri di sollievo successivi che neanche nel post tesi. Sto invecchiando di sicuro ma giocare al fenomeno non mi va, tanto semplice il corso non mi sembrava, c’era almeno da mettersi alla prova per ricordare i vari meccanismi che permettono di lavorare sulla sicurezza di un ambiente. Ecco forse potevo giocarmela meglio coi tempi, il 16 ottobre è fra un bel po’ in fondo e io ho pure cominciato a fine agosto, ma la leggerezza con cui vivo i miei spazi adesso che ho chiuso giochi è impagabile, in fondo è o non è anche questa sicurezza?

Quel no che dovevo dire

Presente quando arriva una telefonata da qualcuno che piace e si stima tantissimo, che fa un invito che incuriosisce oltre i limiti e per questo subito si dice sì. Ma poi ci si pente all’istante perché butta in ballo troppe cose, e proprio per questo si avrebbe dovuto di no. La scorsa settimana mi ha chiamata una dottoressa del Centro Sclerosi Multipla di Padova che mi ha in terapia da vent’anni, il nucleo che ha creato il professor Paolo Gallo nome che, per chi ha la fortuna di non dover vedersela tutti i giorni con questa signora del no che mi ha in scacco forse non conosce, ma per gente come me è un faro su barra internazionale, tra i più illustri del panorama di studio contro la sm. Per questo quando sono stata contattata per partecipare a quello che è stato definito un nuovo piano di ricerca e valutazione sulla sclerosi multipla ho detto sì all’istante fatto salvo che subito dopo mi è stato detto che si tratta di uno studio che valuterà il mio livello di comprensione, analisi psicologica, contatto con la realtà, conservazione della memoria, capacità cognitive e via sul tema. Dovevo dire no perché oltre allo stato fisico mi manca solo che mi dicano che anche quello della mia mente sta decadendo, cosa che temo e che oltretutto sospetto. E ora mi ritrovo qui, sulle spine, in attesa del mio esame pomeridiano perché l’appuntamento è per oggi, fra poche ore e sono molto agitata, ce la farò a superarlo?

PS; e invece non si sono fatti vivi, nessuna telefonata, li ho aspettati fino alle 19.00 per poi dirmi che forse non ho capito il giorno, l’orario e che insomma non può che essere colpa mia e del recesso delle mie capacità cognitive altro regalo della stronza. Se almeno avessi detto no, o qualcosa come cari ragazzi, siete illustri studiosi, certamente tra i migliori, ma io che sono una mezza cartuccia voglio starmene in disparte forse adesso sarei più serena.

Eccome vax

Farò il vaccino. Ma questa non è una scontata dichiarazione d’intenti. È un annuncio. Domani comincia il mio percorso vaccinale, convinto anzi auspicato, verso il no Covid. Lavoro in una struttura sanitaria: medici, infermieri, oss, ospiti sono stati vaccinati oltre un mese fa, all’inizio di gennaio, non appena i varchi di Pfizer hanno aperto le loro porte. Poi il blocco e chi lo sa cosa è successo, cosa ha provocato uno sbarramento improvviso e troppo rapido. O forse la ragione è roba fin troppo nota, una frenata a 200 all’ora in autostrada che merita di far rovesciare i tavoli di ogni discussione politica ed economica, perché di questo si tratta, poco da aggiungere. La mia Asl qualcosa ha ottenuto, almeno per la mia azienda di natura sanitaria ottenendo le forniture necessarie per vaccinare anche il personale amministrativo come me che domani comincerà con il primo richiamo, tra 15 giorni con il secondo e ultimo. Avevo già chiesto ai neurologi che mi seguono informazioni sulle possibili controindicazioni rispetto a un peggioramento della sclerosi multipla in seguito alla vaccinazione, non si sono sbilanciati, ci arrivo da sola che non è possibile dire niente al momento, mi basta sapere che a conclusione del dialogo abbiano detto: fallo. E io corro, e domani sarò pronta ad esporre il mio braccino a un nuovo ago, mica un piacere per me ma per chi ha fatto due rachicentesi cosa vuoi che sia mi ripeto da finta coraggiosa quale sono. Rido da tempo con un amico di questo vaccini parlando delle immagini che passano in tv e mettono sempre in mostra proprio il momento in cui l’ago viene infilato nel braccio. Mica robetta per chi ha poco fisico e meno coraggio come me. Vabbè vado oltre. Perché in testa mi passano anche pensieri diversi, ovvero il vantaggio che sto vivendo rispetto a tutti gli altri. Grazie a un lavoro, quello giusto, e che per giunta ho in un periodo targato sotto il marchio di una crisi molto più che nera, mi viene offerta pure la possibilità di fare il vaccino battendo tutti i tempi della media che dico nazionale, direi mondiale. Un privilegio, in tutti i sensi.

Cui prodest

Eccomi qui. Dopo un lungo, lunghissimo, fastidioso silenzio alle spalle di cui sono responsabile, ovvio che sì, il blog è mio, se non ci scrivo io di chi può essere la colpa se non mia? Ma in questo ultimo periodo sono stata sovrastata da una rottura di scatole grossa come il mondo: un corso e-learning compreso di test finale richiesto in modo obbligatorio dall’azienda per la quale lavoro. Tema? Covid-19. Sei ore da passare davanti al pc per seguire video con successive slide di ripasso su argomenti specialistici legati alla nostra nuova e stramaledetta vita, quella che dal 23 marzo ha cambiato tutto di noi. Nell’insieme qualcosa di interessante c’era pure – non certo quei venti minuti di video sulle modalità corrette per lavarsi le mani – perché sono stati tanti i passaggi tecnici messi in campo nei momenti topici del Coronavirus quando nulla si sapeva di preciso eppure in forza di tentativi più o meno riusciti il meccanismo si è messo in moto. Le domande finali non erano per nulla difficili, il vero impegno del corso era superare la visione dei video che non era possibile tagliare o mandare avanti manualmente, desiderio che si faceva sempre più forte di fronte alla loro costante ripetitività. Comunque ora è roba fatta, ho pure guadagnato il mio piccolo attestato di partecipazione, mica male dopo essermi sfracellata le scatole per giorni e giorni. Ma una domanda non può che uscirmi. Quale sistema ha deciso di commissionare e quindi pagare un corso del genere? Ecco l’ho buttata lì. Polemica la mia? Forse. Ma sei ore investite dentro un progetto di cui ancora adesso fatico a capire il senso possono sembrare poche, ma non è vero. E poi, e poi c’è sempre quella domanda: chi ha pagato il corso? E a chi?

Ora tocca a Nonna Papera

Ieri, dopo una quarantena infinita, sono tornata dal parrucchiere per coprire quella coltre di capelli bianchi che mi era spuntata in quantità ma pure per mettere in ordine un po’ tutto. Perché c’era una chioma cresciuta in modo casuale, in lunghezza, volume e forse anche in altezza che aveva bisogno di una mano esperta per restituirle significato. Fatto il colore, fatto il lavaggio poi tocca al taglio, due parole con la ragazza che si prende cura di me e alla fine una decisione: grande cambiamento, abbandonare dopo un numero imprecisato di anni l’uso troppo deciso della forbice sui miei capelli. Che ora mi sfiorano di nuovo le spalle. Ma non solo, ho spostato l’orientamento della riga che non è più a sinistra ma al centro assecondando in questo modo il suo andamento naturale. La mia chioma è piena di attaccature sbagliate, così le chiamano le professioniste, io so solo che mi creano ciuffi indisciplinati di capelli che sono sempre in disordine, inutile metterli a posto tanto vanno dove vogliono, tocca arrendermi. Con la riga in mezzo invece tutto si risolve e così, mentre la ragazza si metteva al lavoro, mi sono illuminata, e se costruissimo il taglio attorno a lei le ho chiesto? Fatto. Poco per la verità, perché in lunghezza ho voluto fare il minimo e la riga in mezzo è davvero la regina della mia testa, basta farla accomodare e lei prende posto. Agevolmente e senza intoppi. Per la piega poi non ne parliamo, ho i capelli dritti come fusi, due colpi di spazzola ben assestati e sono perfetti senza bisogno di piastra o roba sul genere. Ieri sera ero felice del risultato raggiunto, non mi capitava da anni di uscire contenta da una seduta dal parrucchiere. Anche un po’ per colpa mia lo ammetto. Sedotta da certi tagli di capelli un po’ troppo alla moda, negli ultimi anni me li sono fatta accorciare un po’ troppo, progressivamente e sempre di più, finché ho beccato una parrucchiera davvero incapace che s’è fatta prendere la mano – completamente al di fuori delle mie richieste va detto – trasformandomi in Harry Potter. Dopo essermene andata sbattendo la porta, ho dovuto aspettare, centimetro dopo centimetro, per recuperare un minimo di presentabilità tradotta in un caschetto che mi ha accompagnata per anni. Quello che avrei riprodotto anche ieri se non fosse stato per questo tentativo di cambiamento che mi ha colto all’improvviso e che guardatami allo specchio subito dopo mi ha pienamente soddisfatta. Poi c’ho dormito sopra e, insomma, questo prodigio di riga in mezzo stamattina si faticava a notarlo perché i capelli erano tutti schiacciati dal cuscino e nemmeno il più deciso dei colpi di pettine li ha ravvivati. E ora, bastano due trecce e sembro Mercoledì degli Addams.

Di sei mesi in sei mesi

Ieri ho terminato, finalmente, la procedura del cambio armadio, quella pratica semestrale lunga, faticosa e molto, ma molto, impegnativa. Ho tentato di prendere tempo prima di obbligarmi su un’operazione che mi toglie il fiato al solo pensiero. Guardavo fuori e mi appellavo ad ogni vaga nuvoletta all’orizzonte per dirmi che potevo aspettare ancora un giorno, o forse due, facendo forza su camicie e felpe più leggere che dentro al mio armadio non conoscono stagione e se ne stanno sempre lì pronte all’uso. Ma sulla griglia di partenza rimanevano pur sempre maglie di lana e pantaloni pesanti, già lavati e pronti all’espatrio, questo sì, però ancora in prima fila mentre tutto l’estivo se ne stava dentro scatole non proprio a portata di mano. Fino a ieri appunto, quando ho ribaltato tutto, vuotato cassetti e scatole che poi ho riempito di nuovo seguendo l’ordine stabilito, inverno in pausa, estate pronta per essere indossata. Ad ogni stagione mi impongo di mettere in pratica la regola suprema del cambio armadio che prevede l’eliminazione di tutta quella parte del guardaroba che non si indossa da tempo, solo così si ricava più spazio e più ordine. Quelli che ne sanno fanno autentica filosofia sul tema proponendo tutti gli innegabili vantaggi della questione, se da due anni scegli di non indossare più quel tal pantalone, gonna o maglia vuol dire che nella più facile delle opzioni non ti piace più e che quindi è inutile tenerlo, al suo posto è meglio mettere qualcosa d’altro, un nuovo acquisto per esempio. E come non essere d’accordo. Eppure io dentro al mio guardaroba conservo autentiche perle di antiquariato che non metto da molto più di due anni ma che mi ostino a non buttare via, facendole scendere e salire da cassetti a scatole, da una stagione all’altra, senza convincermi a liberarmene. E quando faccio shopping e devo ingegnarmi per riuscire e rintracciare un ripiano qualunque dell’armadio dove infilare il nuovo acquisto, mi dico sempre che a fine stagione farò un deciso repulisti però al momento opportuno salta fuori sempre un buchetto per non buttare via niente. Ora ho l’estate nei cassetti, mi sembra che vada tutto bene, ma ad agosto, già lo so, la penserò diversamente e come ogni anno mi dirò che quel vecchiume a settembre prenderà la via del non ritorno, ma sarà di nuovo tempo per tirare fuori l’inverno, un’altra stagione a cui pensare, scatole da svuotare, cassetti da riempire e qualche spazio da trovare per la mia privata collezione di antiquariato che chissà, potrebbe sempre servire.

Molliamo gli ormeggi, ché si riparte

Lunedì rientro al lavoro. Finalmente. Avevo quasi perso le speranze e non credevo potesse succedere, non con questa relativa rapidità quantomeno, e invece si riparte. L’altro pomeriggio mi avevano chiamata per sottopormi al tampone – e per inciso, quello nasale è parecchio fastidioso – e la direttrice appena mi ha vista mi ha chiesto come la vedevo la possibilità di rientrare, se me la sentivo addirittura, se la vedevo come un’evenienza plausibile. Da sotto la mascherina ho cacciato un sorriso talmente largo che credo sia uscito dai lati, ho annuito con la testa e lei ha ribadito che non voleva forzarmi, ma se io ero d’accordo era del parere che i tempi fossero maturi, ci sono margini di pulizia nella struttura che mi lasciano tranquilla mi ha detto. Lo scorso 23 febbraio quando è arrivata la prima ordinanza regionale che chiudeva i serragli io ero lì, era domenica quando ho aperto quella maledetta prima mail, nello spazio di dieci minuti me la sono trovata davanti, la direttrice, è entrata senza salutare, mi ha fatto stampare tutto, in silenzio abbimo appeso le informative alle pareti, mentre dalla tv si sentivano tutti quei tg in sottofondo, c’erano Codogno e Vo’ Euganeo in prima pagina. Da domani stop ad ogni ingresso mi ha detto. E poi uno alla volta sono arrivati altri colleghi, una piccola riunione al volo per capire le nuove regole, cosa fare, come comportarsi. Fino a che la direttrice mi ha guardata, il tuo sistema immunitario è debole, fragile, stanco, mi ha detto, lo sai vero? E giorno dopo giorno, con il progressivo appesantirsi della situazione, ogni volta che mi passava accanto mi guardava e mi diceva qualcosa di simile ad un concetto che si riassumeva tutto lì, la sclerosi multipla non gioca la tua stessa battaglia ricordatelo. Fino a quando l’ho chiamata io, sto a casa le ho detto, ho paura, per sentirmi dire: finalmente. E ora è lei che mi dice vieni, se te la senti, se pensi sia la cosa giusta per te, noi ti aspettiamo. Sono emozionata come se fosse il mio primo giorno di lavoro in un posto nuovo perché a quanto pare non lo riconoscerò più, tutto è cambiato, tante cose da imparare, meccanismi inediti, pratiche mai viste prima, senza guida diretta e con la paura di fare errori. Perché viste le condizioni quel lavoro, in poco più di un mese di assenza, è diventato altro, quei meccanismi che avevo imparato a gestire con una certa padronanza, spesso inventando quelle vie di fuga che aiutano sempre, ora è diventato qualcosa di differente rispetto a prima, mi hanno già avvisata, questo periodo ha stravolto ogni ordine. E allora dita incrociate, lunedì si riparte.

Rosso e rosa

Continuo a guardare la trasmissione della Benini con le sue interviste a scrittori italiani. Diversi non li conosco e mi è venuta voglia di leggerli, di alcuni so a sufficienza per essere certa che non sfoglierò pagina, di altri ancora ho letto e con molta soddisfazione non dico tutto ma abbastanza. Quel che mi basta è che la trasmissione mi piace molto, mi rilassa, mi fa venir voglia di stare coi libri, elementi sufficienti per farmi vivere bene in questi giorni di triste, forzata quarantena. Guardando queste interviste, seppur diverse tra loro, una cosa ho notato in modo evidente: esiste una sorta di filo conduttore che accomuna questi scrittori che malgrado le loro diversità raccontano di aver vissuto un’infanzia e un’adolescenza solitaria, strana la definiscono, non infelice ma comunque isolata dai coetanei, una solitudine cercata, addirittura desiderata. Sono tornata indietro nel tempo e mi sono rivista. Guarda un po’, eccomi, che con gli altri andavo d’accordo ma solo a determinate condizioni, in certi momenti ma non sempre e non con tutti e spesso per scelta mia. Piano un attimo però, che non ne esca il ritratto della piccola fiammiferaia, ai margini del mondo, abbandonata al proprio destino. Ma no che non era così, cercavo di andare d’accordo con tutti e mi riusciva abbastanza direi, diciamo che spesso qualche cosa non funzionava, ero un’attenta selezionatrice, ecco cos’ero, se non sentivo un valore comune preferivo stare da sola. Va pure detto che nessuno mi inseguiva comunque, se io non volevo condividere rapporti con tutti mica avevo la fila dietro la porta di gente che implorava la mia presenza, questo proprio no. Ricordo i tre anni di scuola media con l’orrore di un incubo. L’adolescenza non perdona. In aggiunta ero pure un po’ bruttina e vestivo in modo anonimo, le regole della moda, queste sconosciute. Erano gli anni Ottanta poi, quelli in cui l’abbigliamento all’improvviso cominciava a costare troppo, i miei genitori non erano troppo disposti a spendere a caso, a una ragazza che sta crescendo durano due mesi quelle scarpe, diceva mamma, per non parlare del fatto che sono brutte, e chiudeva lì il discorso. Ma attorno a me avevo due smorfiosette – per essere elegante – in piena competizione tra loro che la mattina sfilavano tra i banchi vestite di tutto punto, si invidiavano reciprocamente ma erano entrambe ammirate oltre ogni limite da tutte noi ragazze che le avevamo prese a modello anche perché tutti ragazzi volevano loro e solo loro. Io come tutte le mie compagne di classe le guardavamo da lontano, erano la traccia inarrivabile, di stile, moda e bellezza. La via d’uscita che sceglievo era stare in disparte il più possibile. Fino a quel giorno di primavera in cui entrai in classe vestita con una camicia rossa e una gonna rosa, non mi sembrava grave. Ma le due tizie non erano della stessa opinione, sei vestita di rosso e rosa, dissero ridendo come pazze. Evidentemente non si poteva. Le vedo ancora di tanto in tanto, sono ancora amiche tra loro, chissà se si imvidiano ancora. Ma oggi è bello incontrarle. Sfrutto la mia sedia a rotelle. Le investo? Macché. Le guardo in faccia con la precisa idea di non dargli scampo, non le aiuto a gestire un comprensibile imbarazzo, non vado loro incontro per favorirle, non do suggerimenti, non le agevolo, le mollo alle loro domande. È probabile che sappiamo tutto ma non le guido a condurre il momento dell’incontro, faccio finta di niente, saluto, sorrido e me ne vado. In fondo io resto ancora quella vestita di rosso e rosa messa all’angolo dalla loro superbia perché dovrei comportarmi in altro modo. Aggiungo una cosa doverosa. Il fatto che io da piccola amassi stare da sola non fa di me una scrittrice, sottolinea piuttosto che avevo poco in comune con certe stronzette. Comunque non mi sembra poco come titolo da attribuirmi.

Pasquetta off

Tre appuntamenti fondamentali: Capodanno, Pasquetta e Ferragosto. Sono le date che da anni passo con tre ex compagni di liceo e la mia amica storica. Facciamo un’uscita insieme, per cena o per pranzo, dipende. Insieme a noi c’è sempre un corollario composto da mariti, fidanzati, compagne, amanti che negli anni è stato piuttosto mutevole, attualmente si è stabilizzato va detto, abbiamo messo la testa a posto. Oggi niente da fare ovviamente, spiace molto ma è davvero ingeneroso protestare, stiamo bene, parenti e amici vicini a noi anche quindi meglio far accomodare lontano ogni lamento. Ci si vede solo tre volte l’anno perché aspettiamo i rientri della mia ex compagna di banco che vive e lavora a Londra col marito, noi che siamo tutti padani potremmo vederci anche in altre occasioni ma non lo facciamo, sembra di non portare loro rispetto. Ma anche perché si sente se manca qualcuno del gruppo, si mettono in crisi gli equilibri e le discussioni ne soffrono, perché ognuno di noi gioca il proprio ruolo, ci conosciamo da troppo tempo per non accorgerci delle assenze. E poi perché siamo grandi amici, è vero, ma mica andiamo d’accordo su tutto sia chiaro, e ogni volta ad un certo punto il dibattito prende quota e sempre con gran vigore, non si litiga ma si discute e ciascuno mette sul piatto i propri argomenti. Finisce tutto sempre con grandi risate e più di qualche presa in giro, quelle non mancano mai. Ci si ritrova sempre nella città dove abito io, questo non sarebbe giusto, anzi direi che non lo è per niente, dovremmo alternare le destinazioni visto che non viviamo tutti nello stesso posto, ma è come se tra i miei amici ci fosse un tacito accordo per favorirmi. Lo sanno che io non sono mai stata vivace al volante, figuriamoci ora, ma meglio essere onesti e non dare la colpa di tutto alla sclerosi multipla, sono da sempre un’imbranata alla guida almeno questa accusa non gliela attribuisco, pensa te come sono buona. I primi minuti di queste serate non li vivo benissimo, quando rivedo dopo tanto tempo qualcuno, anche se amico, mi sento in grande imbarazzo, sotto giudizio, è come se fosse una partita che so di perdere in partenza, non amo fallire le prove. Ma questa stronza che mi porto addosso procede e lascia tracce di cui mi vergogno, l’imbarazzo misto a timore che leggo negli occhi degli altri mi umilia, fingo di niente ma è così. Ho scelto di sorridere in questi casi, più per gli altri che per me, loro così si ammorbidiscono e io passo oltre, come se cambiassi argomento. Ma questi tre appuntamenti annuali restano importanti per tutto il carattere che hanno, mettono insieme chi eravamo e chi siamo diventati, e ci sono fin troppe ragioni per esserne orgogliosi. Ora che Pasquetta è saltata ci sarà Ferragosto e noi del gruppo avremmo ogni elemento per poter parlare accuratamente di questo periodo fuori dal tempo, fuori dalla ragione, senza logica e nessun giudizio. Davanti ad una pizza, perché anche in questo mi accontentano sempre: io sono felice il doppio se mangio anche solo una margherita con una Coca media. Meglio ancora se Pepsi.