Fatto l’inganno, trovato l’alibi

Sono reduce da quattro giorni consecutivi di lavoro che mi sono stati richiesti in via eccezionale per tamponare una situazione d’emergenza che s’è venuta a creare nel mio ufficio. Ma il dato importante è un altro: non sono a pezzi come avrei creduto qualche mese fa. Ho voluto un orario part time convinta che il mio stato di salute non mi consentisse molto di più, 20 ore la settimana mi sembravano il massimo cui potessi aspirare rinchiusa come sono dentro le spirali velenose della sclerosi che tra i suoi multipli sintomi mette in una posizione d’onore proprio la stanchezza. E invece sono sopravvissuta in modo tutto sommato apprezzabile per resa e controllo della fatica, per questo e mi verrebbe da fare, a Sua Maestà la stronza che regola la mia vita, un bel gesto dell’ombrello e invece me ne sto qui buona buona e con la testa bassa assaporando questo piacere senza fare troppo la spavalda, perché la conosco e so che tutto quello che concede spesso lo toglie senza troppi scrupoli. Però, perché c’è un però, mi sono messa alla prova e ho visto che  i ritmi di un tempo, che mi sembravano puro sogno, potrebbero non essere dimenticati. Certo raggiunti no, perché otto ore al giorno, per cinque giorni la settimana, con la pressione continua di scadenze inderogabili su progetti che non mi soddisfacevano più di tanto, proprio non ci penso a farli. Ma qualcosa in più rispetto a 20 ore settimanali so che sarei in grado di sostenerle e saperlo mi rende molto felice perché mi insegna che devo smetterla di nascondermi sotto quella che ho fatto diventare la calda protezione di Sua Maestà, che sì è potente, che sì è una vera stronza ma è la stessa a cui io ho dato grande spazio perché spesso mi ha fatto e fa comodo. Anni fa ho letto un bellissimo romanzo di Walter Siti – come se ne avesse scritto qualcuno di brutto poi – dove dà alla sclerosi multipla una definizione che non posso che condividere perché la appaia alla pigrizia. Tra le poche cose che si sanno di lei c’è la certezza che sia il sistema immunitario il grande indiziato, creato per difendere si scopre invece che diventa un nemico perché si rivolta contro se stesso fino a impedire il movimento, non corrompe le capacità ma lavora per ostacolare l’azione. Cosa se non la pigrizia corrisponde a questa definizione? Uno stramaledetto elemento interno che soffoca le proprie migliori intenzioni. Fatta salva la genialità letteraria di Siti, mi metto in primo piano come regina tra le pigre, la stupidissima che ha trovato nella sua peggior nemica un alibi perfetto. La odio dal profondo eppure sono accovacciata da anni sotto la sua sottana scoprendo però che appena me ne esco qualcosa in più di quello che credo di poter fare mi è consentito, eccome. Che non si sappia troppo in giro, per carità, potrebbe arrivare qualcuno pronto a detronizzarmi e lì mi toccherebbe uscire dal mio guscio protetto e caldo. Sia mai.

Poco paziente come paziente

Ho fatto la visita di controllo l’altro giorno. Con un entusiasmo pari a zero, con una voglia ridotta a niente, con la metà degli esami che mi avevano richiesto, con la stessa faccia di uno studente delle medie che affronta l’interrogazione di matematica, annoiata e stanca, senza preoccupazioni, perché tanto chissenefrega. Ho atteso tre quarti d’ora prima del mio turno, capita spesso, le visite specialistiche sanno essere lunghe, il paziente ha tante domande da fare e il medico non vuole trascurare nemmeno le piccolezze, almeno nel centro dove vado io, che si occupa solo di sclerosi multipla, va così. Tranne l’altro giorno, dentro l’ambulatorio c’era una dottoressa che non avevo mai visto, una biondina tutta boccoli, che entrava e usciva senza dare spiegazioni, con un tono non richiesto come se le sorti del mondo fossero tutte sulle sue spalle, sbuffava la tizia, cosa fosse successo lo sapeva solo lei. Poi alla fine tocca a me, entro, non credo mi abbia salutato, sai che sgarbo mi stai facendo biondina, nessuno proprio, penso tra me e me. Consegno gli esami fatti, si lamenta, quelli del sangue non le piacciono, ma solo perché i valori sballati non sono segnalati con gli asterischi, le tocca guardarli tutti mi dice – ué cocca, mi dico- è il tuo lavoro. Le do la risonanza magnetica, ‘stavolta contesta ché la faccio troppo spesso, una volta all’anno – la incalzo – devo farne meno? Tace, ha capito di aver detto una cavolata. La guardo mentre aggiorna la mia cartella clinica sul computer, manicure perfetta noto, mi fa una serie di domande usando termini scientifici che non capisco – ok ciccia, penso – sono dentro questa barca da vent’anni, ma la laurea in medicina guadagnata per meriti sul campo ancora non me l’hanno data, ti sfugge questo dettaglio? Poi comincia la visita. E termina subito. Lo conosco il protocollo – stronzetta -, io non ho una laurea e tu sì, questo è vero, ma se salti i passaggi di base me ne accorgo eccome, vuoi spazzarmi fuori in velocità per continuare a limitarti le unghie? Cara la mia gallinella bionda, tu devi solo augurati di non incontrarmi più sulla tua strada, stavolta credevo fossi preparata, professionale e attenta come tutte le tue colleghe e i tuoi colleghi incontrati fino a qui, e quindi sono stata una paziente accomodante e ragionevole, ma la prossima volta, se ti becco, so come sei e credimi tu imparerai a conoscere me. Che se voglio so essere una rompipalle di proporzioni cubiche.

Venezia è un pesce

Sere fa sono andata a vedere Tiziano Scarpa, presentava il suo ultimo lavoro, una raccolta di poesie e pure di un certo spessore. Scarpa come autore non è in cima alle mie preferenze, scrive certamente benissimo, ho pure letto molto di lui, è una delle migliori penne italiane di questo secolo, e pure dell’ultima parte del precedente, ma le sue opere non mi conquistano mai pienamente. Quando lo leggo trovo sempre qualche dettaglio che scanserei volentieri, piccole pecche che mi infastidiscono pure e che salterei a piè pari. Ma alla serata ho partecipato ben felice di andarci per diversi motivi. Il primo: Scarpa dal vivo sa essere superlativo, tiene la scena come il migliore dei mattatori, è colto, intelligente e molto coinvolgente, impossibile non rimanerne incantanti. L’avevo già visto più di qualche volta ma rispetto al passato ‘stavolta ho notato un carattere in più: una dizione esemplare, le “E”e le “O” chiuse e aperte secondo le regole dettate dall’italiano corretto, l’intonazione della frase perfetta libera dagli sciabordii dialettali che noi italiani ci portiamo addosso quando parliamo, qualunque sia la nostra provenienza. E poi aggiungerei dell’altro: Scarpa ha dato vita alla serata senza volere un quattrino, è stato invitato da un’associazione culturale di una piccola cittadina di provincia che da Venezia lui ha raggiunto senza volere alcun compenso e senza chiedere nessun rimborso spese. E la serata è volata via, lasciandomi in alcuni momenti con la bocca aperta, con un brivido freddo lungo la schiena, perché le parole, quando sono belle, sono emozione pura. Ma c’era dell’altro attorno a me, almeno tre spezzoni del mio tempo: passato remoto, passato prossimo, presente, che insieme combinano quello che di certo sarà il mio futuro. Per un puro caso, in poche ore è nata una serata che ha messo insieme l’invito di un’amica, compagna di classe al liceo, che non vedevo da tempo pur sentendola poco meno che quotidianamente, un’altra con cui condivido, oltre a tutto il resto, anche i ricordi della più bella giovinezza e che per fortuna sento e vedo spessissimo e un’ultima conosciuta negli ultimi anni, colonna portante del mio presente che amo definire “spacciatrice di libri” perché i più belli letti negli ultimi tempi sono stati suggeriti da lei. Ecco, ora come posso non dire grazie a Tiziano Scarpa per questa bella serata?

Cosa aspettavi a riprenderti la tua vita?

Che poi quando cambi lavoro la preoccupazione principale è quella di riuscire ad adeguarti al nuovo, che ha già una sua direzione dentro la quale devi saperti accomodare cercando un posto adatto a te senza stravolgere regole e principi che non vanno toccati. Io sono entrata in uno spazio molto grande, con numerosi colleghi e un buon numero di clienti, portandomi dietro tutti i miei ben visibili problemi che un tempo sarebbero stati causa di silenzio, imbarazzo, il solito orgoglio da non tediare. E invece, guarda la scoperta, mi sono trovata a dire con una semplicità che non sapevo di avere “Ciao, piacere, ho la sclerosi multipla”, fin da subito, buttando lì anche qualche battuta ironica, sorridendo, spesso ridendo, senza nessun indugio, mettendo pure in piedi una certa superficialità, come chi considera il problema un non problema. E i primi contatti sono diventati più semplici, e gli imbarazzi iniziali li ho visti sciogliersi, e la pesantezza di certi silenzi forzati, quelli che ben conosco perché per quanto credessi di essere tranquilla nel rapportarmi con gli altri forse così tanto tranquilla non ero, li ho sentiti gridare di sollievo. Allora ho scoperto che i punti di vista si sono rovesciati e la mia trasparenza ha indotto negli altri la possibilità di esserlo allo stesso modo con me. Ho raccolto confessioni di tanti tipi e racconti personali spesso molto intimi, testimonianza netta che nella vita di tutte le persone le rogne sono distribuite in modo molto vario, forse non equo, ma di certo abbondante.

Tra le cose che fatico a dire

È passato un mese da quando ho iniziato un nuovo lavoro, una nuova vita, nuove abitudini. Come va? Come mi trovo? Mi piace? Sono le domande che in questo mese mi sono sentita rivolgere sempre più spesso, forse anche perché amplificate dalle mie riposte poco più che evasive. Non ce la faccio a dire di più di quanto dico, parole misurate e sempre ben tese sul filo dell’equilibrio, affermative perlopiù ma senza lasciare spazio a nessuna replica. I ceffoni questo fanno. Mettono paura. Quando capisci che un alito di brezza può rovesciare anche un libro pesante, altro che muovere solo una pagina, impari a mettere zavorre ben fisse nella tua testa ripetendoti che oggi è questo, domani chi lo sa. Il lavoro di prima sembrava una cosa certa, per quello che era, per come lo facevo, per lo spazio che avevo, e invece, senza capire nemmeno quando tutto ha cominciato a finire, sbam, la porta mi si è chiusa sul naso lasciando molto più che un livido. Quindi adesso che tutto è diverso e terribilmente nuovo, che le prospettive future dio-solo-sa quali potrebbero essere, quando mi viene chiesto qualcosa scatto subito sulla difensiva, forse mi devo preoccupare penso subito, forse non sarò in grado di gestire il tutto mi dico, o peggio ancora, magari ho già fallito. E quindi taccio, come il mio solito, sai la novità. Però in realtà posso dirlo di non trovarmi male, il lavoro è diverso e in molti momenti va imparato, in altri ancora quasi inventato, va cercata una soluzione nel bagaglio delle cose che si sanno e alla fine quando la si trova resta pure l’occasione per dirsi va be’ dai, forse non sta andando del tutto male.

Non succede ma se succede

Ho trovato lavoro e sono felice. Quante volte in questi mesi mi sono chiesta se sarebbe successo, se questa possibilità ci sarebbe mai stata. Ho cominciato ieri e che emozione, tornare in sella dopo un anno da una disarcionata tanto fatale mica è facile ma è quello che voglio. Ci speravo molto, inseguivo questa possibilità da tempo, accarezzavo un sogno che ormai non speravo più di poter raggiungere e invece, quando ormai avevo cominciato a deporre le armi, eccolo qui. Ho inseguito questo lavoro, per questa azienda, con questo ruolo per  mesi, con una lampada alimentata da speranza che poco alla volta era diventata solo un lumicino tanto debole da farmi perdere ogni fiducia. E poi all’improvviso una sorpresa, in un momento in cui pensavo ad altro, a una preoccupazione arrivata in modo altrettanto imprevisto, eccola la telefonata tanto attesa, una convocazione rapida che diceva abbiamo bisogno di una veloce integrazione nello staff, ci sei? Ti va bene quello che proponiamo? Certo che mi va bene, ci sono, ci voglio essere. E ieri il primo giorno di lavoro è stato stordente: tutto nuovo, tutto diverso, mille persone da conoscere e nomi da imparare che ricorderò a fatica perché in queste cose sono un noto disastro, molti equilibri ancora da interpretare e da far diventare miei al più presto. Ce la farò? Anche rispondere al telefono mi sembra un casino adesso, come gestire i contatti nuovi e le tantissime novità da capire e, ieri pomeriggio, finito il mio orario, pur sapendo che oggi sarei rimasta a casa perché il mio contratto prevede un part time verticale che mi dà spazio anche per diverso tempo libero, ero sfinita. Pago certamente lo scotto di un anno lontana dal lavoro, il timore di sbagliare, la voglia di fare del mio meglio, ma anche la necessità di adattarmi ad un ambiente nuovo dove farò un lavoro mai fatto prima. E so che la fase più impegnativa ora è quella di entrare in contatto con meccanismi inediti che non sono più gli stessi di prima e così non saranno più, nel bene e nel male. Del mio vecchio lavoro sapevo tutto, ma non solo quello che c’era da fare, ché lì non si finisce mai di imparare, conoscevo piuttosto i margini di manovra sottintesi, gli umori che cambiano ogni giorno e che sai riconoscere appena apri la porta di ingresso e diventa subito chiaro cosa aspettarti dalla giornata perché ogni piccolo particolare è roba tua, c’è un ritmo che si ripete sempre uguale, dalla pausa caffè, alle chiacchiere prima di buttarsi a capofitto, dai silenzi alle risate, dal capo che rompe al cliente impossibile, ma sai anche che tutto è noto e questo ti proteggerà da quello che potrebbe succedere perché cadrà sopra una rete di soccorso sempre tesa attorno a te. Ci vuole tempo mi dicono e un nuovo sistema si metterà in moto, ci voglio credere, intanto mi tolgo la soddisfazione per godermi questo momento perché lo volevo tanto e qualche volta accade anche quello che sembra incerto, ma se accade vale la pena assecondarlo.

Nell’arena delle mie battaglie

Forse mi sono messa dentro qualcosa di più grande di me, facendolo con leggerezza, ho detto sì ok procediamo troppo velocemente, senza aver considerato che forse non ne sono all’altezza. Me lo sono ripetuta per giorni dicendomi nello stesso tempo che se sono le cose a cercarti l’unico senso possibile è assecondarle. Ancora una volta entra in ballo la sedie a rotelle e il varco d’interesse che ha aperto, dei curiosi certo, ma anche di chi dimostra attenzione per me e non per la mia malattia. Premessa. Non frequento molto la chiesa. Posso allargarmi? Per niente. Non credo? Non lo so. Più sì che no forse, a mio modo diciamo, ma non esiste un modo proprio per credere, lo so fin troppo bene, ce n’è uno solo e ha un corollario di princìpi da rispettare che non va disatteso sulla base delle preferenze personali. Non vado mai in chiesa, mi ha raggiunto lei attraverso la figura di un prete, quello della mia parrocchia, che mi ha intercettata e con grande discrezione, senza chiedere nulla, niente di me, senza nessun perché, senza domande, mi ha fatta parlare di tutto e niente allo stesso tempo. Il risultato mi ha portata a volere essere, ieri sera, dentro una sala patronale, a parlare di me, proprio di tutto, sclerosi multipla compresa ovvio, davanti ad un pubblico di ragazzi che partecipa alla vita parrocchiale e che io non conoscevo. Ho detto tutto, della polvere che per anni ho buttato sotto il tappeto per nascondere chissà cosa, delle mie paure, della vergogna che ancora provo, del maledetto orgoglio ferito in mille modi, e di come essere lì sopra quel palco, microfono in mano, mi costasse fatica, tanta fatica perché tutto era nuovo per me, un modo inedito per mostrare le mie debolezze. Lo scopo della serata doveva essere quello di spiegare ai giovani che le cose possono non andare bene in tanti modi, dai più stupidi ai più importanti, vale tutto in certi casi, da escludere pensare di potercela fare da soli, quando condividi e racconti la verità hai già cominciato a vincere una battaglia. E io ieri sera ne ho vinta un’altra.

I don’t love shopping

Diventassi molto ricca, quel genere di ricchezza che porta ad esagerare con le spese, assumerei un consulente per lo shopping. Ma non me frega niente di uno che mi dice cosa indossare, ché lo so anche troppo bene cosa mi piace e cosa no, io vorrei piuttosto uno che si butti nella giungla dei negozio a mio nome, che affronti il mondo di commessi o shopping assistant, come li chiamano adesso, lasciando me tranquilla. A me non piace fare shopping, può essere pure che io non sia nemmeno in grado di scegliere da sola, non lo escluderei, ma tutto parte ancor prima, a me non va proprio di muovermi dentro e fuori dai negozi. Vedo tra le mie amiche una passione autentica, hanno occhi brillanti quando scelgono, si confrontano allo specchio con felicità evidente, io metto su una faccia spenta e porto a casa sempre le stesse cose, per colore, modello e forma. Ma sia chiaro io non voglio qualcuno che stravolga i miei gusti, io questa sono e pretendo di rimanere così, voglio qualcuno che giri le vetrine migliori per me, che faccia una selezione tra scaffali e relle sulla base delle mie di preferenze, chieda e si informi, mentre io me ne sto seduta al bar, bevendo un caffè, mangiando pasticcini. Non voglio nemmeno l’obbligo di dover provare subito, lo farò a casa, qualcuno provvederà ai resi al posto mio se serve. Quando lo dico mi replicano che lo shopping online, in attesa si diventare molto ricca, potrebbe essere una soluzione, serve solo un computer, scegliere, aspettare l’arrivo del corriere e semmai rendere l’acquisto. Ovvio che l’ho fatto ma con risultati scarsi: tutte le volte ho sbagliato qualcosa, taglia, colore, per non parlare della qualità finale che non mi ha soddisfatto mai. La scorsa settimana ho scelto di fare un regalo ad un’amica acquistandolo online: sapevo cosa le piaceva e dove trovarlo, ero certa di andare sul sicuro. Ho aperto il sito, l’ho trovato, c’era da scegliere il colore giusto, lo cercavo verde, il preferito della mia amica. Più facile di così. Ho selezionato cosa volevo e mi si è aperto un ventaglio di proposte che comprendeva un numero mai visto di tonalità di verde. Molte sembravano uguali tra loro, invece no, il nome aiutava a distinguerle anche se a video parevano tutte uguali. C’era la tonalità artemisia, piuttosto simile alla cablio però, che poteva essere sovrapposta anche alla perlacea o all’assifora se è per questo, non che la vichionea fosse troppo diversa va detto, di certo sembrava un po’ troppo uguale alla dibica, il rischio c’era in effetti, meglio forse virare sulla parbisula che somigliava a tutte. Ci ho messo due giorni per scegliere, un regalo è un regalo, non si straccia solo per farlo, lo si fa con convinzione, quindi mi sono concentrata molto. Oggi è arrivato il corriere: packaging curato nel dettaglio, profumato addirittura, l’ho aperto con una certa ansia, il regalo è molto bello, spero che piaccia anche alla mia amica. A cui dovrò spiegare che pratella è una tonalità di verde anche se sembra più un grigio. Subito dopo comincerò a giocare al lotto.

Le parole ci sono usiamole

Ho scoperto la difficoltà di gestire un blog. Non è solo quella di avere o meno qualche cosa di vagamente interessante da dire, oppure di vincere la paura della schermata bianca, quella cosa che ti fa chiudere tutto in fretta per sbottare dicendo tanto non so che scrivere. No, la mia vera difficoltà è essere chiara, arrivare dove voglio senza però dire troppo, senza espormi, senza scoprirmi. E infatti se rileggo tutto quello che ho scritto fino ad ora io di me ho detto poco, anche se a me sembra di aver detto tanto, in realtà ho fatto solo un gioco di mediazione tra quello che scrivevo e quello che mi andava di dire. Per queste ragioni questo blog da ieri mi sta creando dei  problemi con due amiche, per gli ultimi due post che ho scritto. Il mio sforzo di dire senza dire, di muovermi in continuo equilibrio per non far scendere troppo le mie maschere, mi ha portata a ferire due persone. Nel primo post, quello che parla dei nuovi problemi per avere il Tfr dalla mia ex azienda, un’amica, l’unico legame autentico che mi è rimasto da un’esperienza di lavoro durata quindici anni, quella con cui è cominciata anche un’avventura legale vissuta passo passo condividendo tutte le tensioni, le paure, i pochi sprazzi di fiducia che ci hanno aperto davanti, si è sentita esclusa dalle mie parole pensando che io non volessi renderla partecipe delle mie scelte che guardano al futuro. Nel secondo, quello in cui parlo di una telefonata da parte di un vecchio, importante scampolo di vita che si è fatto vivo all’improvviso, l’amica di cui parlo ha dato al mio post un’interpretazione contraria a quelle che erano le mie intenzioni. Due su due non mi sembra male come media. Ma è chiaro che se gli altri non capiscono quello che scrivi non è colpa degli altri, sei tu che non sei in grado di spiegarti e questo mi pare evidente. La cosa grave che questi post li avevo scritti proprio per le stesse due persone che in qualche modo ho ferito: il primo per dirle guarda che tu non c’entri niente col mio giramento di scatole, siamo sulla stessa barca e meno male che c’eri tu a bordo con me, sarebbe stata dura senza, il secondo per sottolineare che la telefonata mi aveva fatto veramente piacere aprendo come ha fatto un varco mai veramente chiuso a ricordi bellissimi. Devo riflettere su questo. Punto uno, le cose vanno dette in modo chiaro e quando se ne ha l’occasione, dopo valgono di meno; punto due, in un blog l’autore scrive quello che vuole certo, ma certi magheggi, certi giri di parole per dire tutto travestendolo di niente sono solo molto furbi e di poco valore.

Se c’è un posto nel tuo cuore

Pochi giorni fa ho compiuto gli anni e devo riconoscere che è stato pure un bel compleanno, come non accadeva da tempo, forse perché me ne sono fregata del tempo che passa, di certo perché non ho fatto bilanci e in minima, ma non secondaria, parte perché ho voluto sorridere. Mica poco per una testona come me. Mi sono fatta coccolare, ho scartato regali – molto, molto belli – ho ricevuto auguri, telefonate e numerosi wapp. A fine giornata ogni anno faccio una specie di censimento tra chi si è ricordato e chi no e devo dire che è sempre un bilancio più che positivo e mi piace un sacco questa cosa, sarò pure infantile ma così come io cerco di esserci sempre per tutti gli amici più importanti allo stesso modo ci resto male quando qualcuno si dimentica del mio compleanno. Ma c’è un augurio più speciale di altri che ogni anno non manca mai, da almeno 19 anni per la precisione, tra tutti gli alti e i bassi della vita, tra sorrisi e sberle in faccia, tra litigi e abbracci lunghissimi c’è una persona che non manca mai, e io del resto mai per il suo di compleanno. Anche solo con un wapp, il più atteso, il più certo tra tutti gli altri. Quest’anno no invece, che strano mi sono detta, s’è forse rotta la favola? Accidenti alle favole, a loro e a chi le ha inventate ho pensato. E così la sera, ospite a casa di un’amica per un cena preparata apposta per me sono arrivata e ho messo su una faccetta che sembrava un’emoticon, occhi bassi e sorriso all’ingiù, non mi ha scritto ho esordito, aspettandomi una risata come reazione. Invece no, è calato un po’ di silenzio di sorpresa e poi è partito un corale e pure sincero ma scherzi, com’è possibile? Li ho guardati stupita e sono scoppiata a ridere, ma non eravate voi a prendermi in giro ogni anno per l’emozione con cui ricevevo quel wapp? E invece per tutta la sera abbiamo parlato dello stesso argomento, si è riso tanto ricordando quei tempi in cui eravamo tutti molto più giovani e certo con meno pensieri, tirando fuori parole che giravano attorno alla stessa persona perché se lascia un segno forte addosso ad un’amica evidentemente lo lascia anche su tutti quelli che le vogliono bene. E la dimostrazione c’è stata anche la sera dopo quando sono uscita con un gruppo di altri amici storici, una pizza insieme che è cominciata con lo stesso faccino che era più gioco che vera tristezza, le mie parole sono state le stesse, non mi ha scritto ho detto, non mi ha fatto gli auguri, per la prima volta dopo solo 19 anni, cercando di buttare sul piatto anche un po’ di ironia. E invece niente risate, ancora una volta sorpresa piuttosto, impossibile mi hanno detto, sicura che non stia male? Un’altra serata di ricordi, risate e prese in giro, con un continuo sottofondo di stupore per la sua mancanza. Che forza che sei, ho pensato, capace di farti sentire anche con le assenze, ecco spiegate tante cose mi sono detta quando sono tornata a casa.