E se manca il pc

Stamattina, come mi capita spesso, ho fatto l’inventario delle medicine che sto terminando e, vista la situazione, calcolate le necessità, ho aperto il pc e rivolto al mio dottore una mail per formalizzare una richiesta la stessa che, nello spazio di pochi giorni, sarà assolta permettendomi di recuperare in farmacia ciò di cui io bisogno. Mentre lo facevo m’è tornato in mente quel periodo in cui questo passaggio andava svolto direttamente nell’ambulatorio del proprio medico: si attendeva il turno seduti in ordine davanti alla sua segretaria e, paziente dopo paziente, si stava a osservare che la propria pratica venisse risolta. Poi è stata la volta in cui si è saliti di livello: era il telefono il mezzo necessario per assolvere il compito attraverso un numero a cui rivolgersi per ufficializzare la domanda. La linea però risultava ogni volta perlopiù occupata e quindi le pause si facevano sempre esagerate in attesa di richiedere ciò che serviva. Fino ad arrivare alla mail, mezzo introdotto dai medici a beneficio del paziente a garanzia di un rapporto più rapido, libero da esagerati intoppi, alla ricerca di una soluzione valida e priva di blocchi da superare. Già. Tutto servito con la mail, però solo per chi ha un pc a portata di mano, sa cos’è una mail, ne intende il procedimento, conosce il meccanismo del sistema, anche se solo in modo ordinario ma comunque ne sa. E le persone anziane mi chiedo, senza figli, nipoti, amici che li possono aiutare? Pensavo a loro mentre scrivevo al mio medico stamattina. Mi è capitato di vederne in ambulatorio da lui, con la scatola vuota del loro farmaco in mano mentre stavano lì, quieti, in attesa di ricevere la ricetta, mentre il mondo là fuori, quello che corre veloce in avanti, li lasciava al palo.

Intelligenza Artificiale

Sabato per pranzo sono uscita con tre compagne di scrivania di qualche lavoro fa, Romina, Fabiana, Michela, con cui ho spartito molti anni, di impegno, condivisione, risate, confronti, complicità, liti anche, abbracci e favori al momento giusto, poi la vita va, ma quel che costruisce di buono torna sempre. Ero indecisa se esserci o meno a questo appuntamento, come sempre, la ragione alla fine la capisco solo io credo, ma va così e per questo le ho tenute sulla corda prima di esprimere un assenso completo mettendo sul piatto un bel po’ di condizioni che, senza discussioni di sorta, hanno accettato: uscita per pranzo ho chiesto, poco lontano da dove abito io, ho praticamente imposto, accompagnata in auto, la vostra, come raccomandazione di chiusura. Detto, fatto, l’unico impegno che mi sono data è cercare un locale ideale che, per fortuna, ho trovato ancora aperto in questa Jesolo settembrina. Ci siamo accomodate al tavolo, con l’attenzione sempre presente che tutti aprono in primo luogo verso le mie di necessità, e poi, letto il menù, ciascuna ha puntato il dito sulla propria preferenza mentre la conversazione ha preso quota parlando di ieri, di oggi e di domani. Michela, che vive e lavora in Gran Bretagna ci ha condotte verso un tema che ha centrato l’obiettivo del nostro interesse: intelligenza artificiale. Fondamentale conoscerne i caratteri, ha spiegato, possedere i campi del suo apprendimento, ha proseguito, inserirsi in questa scrittura del saper fare perché entri con forza nel proprio curriculum vitae, fattore che diventa necessario, ha continuato, per imparare a muoversi con padronanza dentro i margini che dispone e produce, ha ripetuto più volte, nello spazio di pochi anni, ha aggiunto, sarà il discrimine che misurerà le competenze per svolgere una professione, quale che sia. Il mondo del lavoro è in piena trasformazione e sarà proprio l’intelligenza artificiale a dettare i tempi per la conclusione, la definizione, i contorni, i caratteri del nostro futuro dietro la scrivania. Ne verremo esclusi se non possediamo le competenze dei movimenti inediti che propone la AI dal momento che, non sono perfetti, e hanno bisogno del nostro sapere che deve essere pronto per valutarne l’adeguatezza ai vari sistemi professionali. Questo impone il nostro adeguato e rapido intervento al fine di non venire esclusi dal mondo del lavoro. Ci troveremo di fronte a un numero minore di posti di lavoro se non ci presentiamo adeguatamente qualificati, il futuro ha bisogno di essere gestito seguendo i dettami dell’intelligenza artificiale che non farà scomparire il ruolo dell’uomo ma ne richiederà una professionalità diversa, più completa, adatta a stare di fronte a fattori maggiori, più rapidi, definitivi. AI crea soluzioni appunto: il punto finale verso la sclerosi multipla e la malattia in generale, ho quasi urlato, no, mi hanno detto loro tutte insieme, con toni moderati ma fermi, economicamente non conviene, le case farmaceutiche continueranno sulla loro linea, morbida, lenta, calma, per il mantenimento della propria ricchezza economica, innegabile e ben salda. Al di là di questo ultimo dettaglio è stato un bel pranzo.

Davanti alle sbarre

Prima una pizza e poi la scoperta verso l‘eccellenza che Jesolo sa offrire. Ieri sera è andata così. Con la mia famiglia. Oltre alla cena con una prosciutto e funghi a cui mancava solo la Coca Cola, siamo andati verso uno store che io non avevo mai visto al suo interno. Un punto vendita di proposta autorevole dedicato al vino dove Luca doveva acquistare un regalo per un amico e dove io ho girato tra gli scaffali, sorpresa, inconsapevole, stupita, meravigliata e incantata come dentro una galleria d’arte costruita attorno a un autentico patrimonio. Fatto salvo che io non bevo vino, che mi disturba anche solo il suo odore, che la sclerosi multipla poi ci fa a pugni, che i farmaci che prendo non sono da meno, so quanto può valere una bottiglia quando è scelta con competenza professionale, quando è proposta con perizia di tono, quando è selezionata tra mille, quando si distingue da perizia di forma e ieri sera è così che è andata, ho avuto la sensazione di essere entrata in un salotto, come dentro a una galleria d’arte. Bottiglie mai viste, nomi di cantine noti solo come echi persi nel lontano ricordo, scambi di brindisi tra clienti competenti, presentazioni attente ma comunque per me inedite, fino alla comparsa di una porta a vetri, chiusa dietro sbarre di ferro che aveva il carattere di proteggere la superiorità. Caveau. Un cartello scritto davanti all’ingresso lo presentava con indicazioni più precise: entrata da prenotare, il responsabile accompagnerà alla ricerca delle migliori etichette fornendo tutte le notizie riguardanti il mondo del vino e dei distillati di pregio. Non bevo lo ripeto, non mi piace, la sclerosi multipla poi ci nuoterebbe dentro dandosi troppo coraggio, ma mi inchino davanti al bello e alla qualità. Soddisfatta dalla serata di ieri, circondata da una bellezza sconosciuta. E pensare che quel caveau l’ho visto solo da fuori senza varcarne le sbarre. Va detto comunque che anche la pizza era molto buona, sia chiaro.

1492

Stamattina leggendo il giornale ho scoperto che c’è una visita a Venezia che vorrei tanto poter fare per catturare la visione in presa diretta di un recente ritrovamento storico che mi emoziona al solo sapere che esista. È tornato al Museo marciano un incunabolo di otto pagine a firma di Cristoforo Colombo nel quale comunica ai reali di Spagna, finanziatori della sua traversata, la scoperta di un nuovo Mondo, le Indie secondo le sue indagini. “De insulis Indiae supera Gangem neper iuventuis” (Delle isole d’India oltre il Gange recentemente scoperte). Si trovava a Dallas questa ricchezza della storia, negli Stati Uniti, qualcuno l’aveva sottratta da Venezia, non si capisce come e da chi, ma a quanto pare senza responsabilità da parte del possessore texano che infatti non ha posto riserve nel riconsegnarla alle autorità. Nelle sue otto pagine, Colombo racconta ai reali di Spagna quanto aveva visto nella nuova terra, lui la considerava l’India ma qui, se abbiamo fatto le scuole elementari, sappiamo bene dove sta l’inghippo. Appunto le scuole elementari dove quella data, 1492, quelle tre caravelle, Nina, Pinta e Santa Maria, quella traversata di fatica, tra minacce e compromessi, quella terra vista per la prima volta, con capacità e furore, quel grido di fatica, terra-terra, hanno scritto le pagine più famose dei nostri primi cinque anni sui banchi di scuola. E quella data, 1492, 12 ottobre, chi la dimentica, neanche i più sfaccendati tra noi, è stato il nostro giro di boa, il prima e il dopo del sapere che ci ha formati, quello lungo il quale siamo cresciuti e che ci ha consentito di prendere una direzione, quella verso le nostre di Indie.

Booking Club

Della mia amica Laura, perfetta spacciatrice di titoli, conosciuta non a caso nella libreria di Alessandra, la stessa dove anni fa, prima che chiudesse andavamo sempre, ho già parlato su queste pagine. E con piacere. Ma non della sua ultima nuova idea ovvero il Booking Club: si tratta di un gruppo di persone che lei ha unito e che amano leggere ma soprattutto condividere con altri appassionati lo scambio di opinioni personali sullo stesso libro. Funziona così: a turno ogni lettore che fa parte del gruppo – dal primo all’ultimo dei partecipanti – sceglie un titolo, lo invia a un altro dei membri incluso nella lista allegando nel pacco postale un quaderno nel quale ha scritto la sua di recensione. Il destinatario, dopo avere letto il libro, provvede ad aggiungere sullo stesso quaderno il proprio giudizio proseguendo poi all’invio del tutto all’indirizzo successivo compreso nell’elenco. E così si prosegue toccando ogni tappa, lettore dopo lettore, fino a raggiungere me, l’ultima dell’elenco dei partecipanti, tutelata da Laura, infatti, che sa tutto della mia cara sclerosi multipla, quella che non mi consente di arrivare da sola all’ufficio postale, proseguire con la spedizione e darmi modo di raggiungere l’insieme di appassionati. Laura, invece, mi agevola portandomi ogni volta il tutto, libro e quaderno delle recensioni. Signore e signori, ecco a voi il Booking Club cui appartengo, in modo personale e certo inconsueto, ma con soddisfazione. Non completa a dire il vero perché non tutti i membri del club fanno riferimento a libri che mi soddisfanno appieno ma poco importa, prevale il senso di partecipazione a un gruppo con cui discuto del mio piacere favorito. E niente serve di più. E grazie, Laura per le tue idee. E la tua attenzione verso me.

Tutto normale quindi

Non credo di averne mai parlato su queste pagine. E forse nemmeno a qualcuno che conosco. Si tratta comunque di un argomento che mi ha sempre colpito, a metà tra l’autosuggestione e quel corollario di spiegazioni spesso fasulle che vogliamo darci. Ebbene, sarò più chiara. Circa trent’anni fa una cara amica, da sempre incastrata dentro un circolo di problemi di salute non da poco, mi chiama per dirmi che le hanno diagnosticato la sclerosi multipla. Non so niente su questa malattia e nulla le chiedo, in ogni caso il nome mi evoca qualcosa di antipatico. Non ne conosco i sintomi, nemmeno a che ramo della medicina appartenga, o quali siano le sue manifestazioni, nulla, mi rimanda solo alla visione di una sedia a rotelle. Che dico alla mia amica? Poco. Conta su di me. Che fare oltre? Passano i mesi, arriva l’estate, afosa ai massimi, lavoro nel negozio dei miei genitori e sono sempre molto ma molto stanca, ben oltre quanto dovrei dal momento che non ho ancora trent’anni. E poi sento che mi succede una cosa strana, non dolorosa, ma ben piena di fastidio. Quando piego la testa in avanti sento che dal collo, muovendosi lungo la spina dorsale, parte una specie di scossa. Non mi va, non so cosa sia, ma non mi va. Ricordo la telefonata di pochi mesi prima con la mia amica. Volo oltre con l’immaginazione, mi devo fermare. Vado dal mio medico di base, racconto a pezzi e a bocconi quello che mi accade e lui dice che si tratta di debolezza, troppo caldo, sono stanca. Mi prescrive un farmaco, per favorire il riposo mi dice. In farmacia mi danno una scatoletta blu, contiene pastiglie piccole, leggo il bugiardino: è un miorilassante, valido in caso di sclerosi multipla. Sento un tuono potente nelle orecchie, paura forte. Quando è sera il brivido lungo la spina dorsale si fa più intenso. Guardo la gente che entra in negozio e penso: “Beati voi, non avete la sclerosi multipla”. Passa ancora qualche tempo, chiamo la mia amica, mi dice che i neurologi hanno escluso possa avere la sm. Sono felice per lei, chiaro. Ma non posso che pensare: “Ce l’ho io”. Non glielo dico, non lo dico a nessun altro. Poi comincia poco dopo il mio percorso verso la diagnosi, tra esami e visite, e io comunque continuo a tacere anche ai medici che si occupano di me di questa strana scossa che sento sempre. Come se credessi che quell’ostinato silenzio possa proteggermi. Fino all’arrivo di una dottoressa, molto dolce, che mi fa una domanda precisa e io devo rispondere che sì, quella scossa la sento. Segno di Lhermitte, così si chiama. Ci penso spesso al perché ho taciuto di lui, non ne sapevo niente, tanto meno che fosse un erede riconosciuto della sclerosi multipla. Un silenzio, il mio, che non aveva un perché certo. Piu probabile che mi girassero addosso già molti altri sintomi della sm, niente di speciale quindi, nessuna capacità divinatoria la mia, era lei che mi aveva già allungato le mani addosso. E chissà in quanti altri modi.

Quei pomeriggi che valgono ancora

Ho ripreso a leggere. Con una certa frequenza. La mia diciamo, quella abbandonata da un po’, per l’intervento all’occhio prima, per i molti pensieri affastellati nella mia mente poi. Tutta roba nota. Ma negli ultimi tempi il libro in mano mica manca. O il Kindle, poco cambia. E quindi adesso mi trovo davanti a una soddisfazione personale. Piccola, ma di buon sapore. Anche perché ho scoperto dei bei titoli, belle scritture e via sulla strada del bel piacere. Che mi soddisfi leggere è roba nota, da sempre direi, ricordo ancora quella sera di mille e più mille anni fa quando all’ora di cena mi trovarono in lacrime sopra il letto mentre leggevo Incompreso (la favola di Florence Montgomery) coinvolta dentro un appassionato turbamento. La mia famiglia ovviamente si preoccupò consolandomi, ma, chissà, non credo si capì il significato di quel pianto mescolato alle parole. E dopo si diventa grandi e la scelta del titolo da leggere cresce con noi. Soprattutto se un bel giorno hai la fortuna di avere sotto casa una piccola libreria di quelle che oggi mancano sempre di più, accidenti. Ma io per qualche tempo ho avuto il bel vantaggio di poter godere di questo privilegio: mi ha permesso di costruirmi accanto un gran mondo, quasi dorato, ovvero ciò che volevo, ovvero ciò di cui avevo bisogno, ovvero un bel rifugio. Finché non ha chiuso purtroppo. Alessandra era la padrona di casa, Laura la sua cliente più assidua, sono diventate amiche mie, perché lì, insieme, abbiamo trascorso molti momenti bellissimi. Io e Laura ci davamo appuntamento per un caffè preso al volo, poi si entrava da Ale, si chiacchierava, si commentava, argomento prevalente? Libri certo, ma anche altro. Ricordo molto bene quella volta in cui noi tre siamo andate fuori per una pizza, camminavo male, mi poggiavo al braccio ora di una e poi dell’altra, a turno, per spostarmi da qui a lì, tacevo sulla ragione, non era il mio argomento preferito, poi un giorno le ho sentite vicine al punto da dirlo chiaro e tondo “ho la sclerosi multipla”. Mica è cambiato nulla tra noi, le amiche, quelle vere, sono così. Abbiamo continuato con le nostre chiacchiere e sulle varie opinioni che toccavano le reciproche belle letture. Poi arrivava Natale. Io e Laura si andava da Alessandra nei giorni della Vigilia, lì, dietro al suo banco, la aiutavamo per fare i pacchetti dei suoi clienti che in quei giorni triplicavano. Il libro, lo si sa, è il regalo dell’ultimo momento, quello che salva quando non si hanno più idee ma anche quando si acquista alla fine l’idea carezzata fin dal principio. Quante risate tra di noi, autentiche snob, sbeffeggiando tutti quei Bruno Vespa incartati, quanti commenti su quei titoli scadenti scelti e rivolti a una banda di non lettori che per Natale avrebbero trovato sotto l’albero un libro ricevuto senza ricavare nessun piacere. Di anno in anno io facevo sempre meno durante quelle sedute prenatalizie, faticavo a stare in piedi e quindi il mio ruolo si riduceva a poggiare il dito sul nastro per permettere a Laura di stringerlo al meglio. E si continuava a ridere. Ora Alessandra ha chiuso e quei pomeriggi di gran piacere anche. Leggere no, per fortuna. Per inciso: è sempre Laura a dirottarmi verso i migliori titoli, senza escludere che la metà me li regala lei.

XXV Aprile, Montale, Galilei

Mi è capitata tra le mani una pagina di un quotidiano locale che proponeva un articolo con la classifica delle migliori scuole superiori della Regione Veneto, tra licei, istituti tecnici e professionali stilata da una fondazione nata per orientare gli studenti delle scuole medie verso la direzione più utile per il loro futuro. Più attentamente di altre ho letto, mi sembra ovvio, la classifica dei migliori tre licei classici della provincia di Venezia, ma compreso tra oro, argento e bronzo, il mio, il Montale di San Donà di Piave, non c’era. Mi sono spinta a osservare anche il podio dei licei scientifici per vedere se per caso c’era il Galilei sempre di San Donà ma niente da fare, e qui il  fastidio è stato minore, anzi nullo, la competizione mi avrebbe infastidito un po’. Giusto per non sentirmi dire cose tipo che loro sono sempre stati migliori di noi. Ma con la pagina del quotidiano in mano guarda un po’ cosa ti vedo, il liceo classico XXV Aprile di Portogruaro e il liceo scientifico XXV Aprile sempre di Portogruaro sono rispettivamente medaglia di bronzo e medaglia di argento. E chi insegna italiano è latino lì, su quelle cattedre e tra quei banchi? Marina. Mia amica dai tempi del nostro liceo, dell’università, tra gli alti e i bassi dei nostri umori, fino ai decisi alti degli ultimi decenni in cui ci siamo ritrovate pronte a esserci sempre l’una per l’altra pure senza mai vederci ma condividendo lo stesso il piacere del reciproco sentimento, potente e sincero. Vedi quanto sa essere bello il liceo? Ora però aggiungo altro, il nostro Montale non è in classifica, qualche lacuna ce l’aveva allora e forse ancora, ma metti che si sia portato a casa una medaglia di legno? Punge sui nervi ma basterebbe lo stesso. Utile comunque che sia liceo penso, indispensabile e produttivo liceo. Poi però ragiono oltre e penso a tutti – i tanti – figli di amici miei che tutti i giorni partono da Jesolo per entrare in classe a Portogruaro perché si sono iscritti nei due licei della città, scelte autonome le loro che non ho mai condiviso però. Mi chiedevo il perché decidere di macinare tutti i giorni molti chilometri per sedersi tra i banchi di un liceo che potevano trovare anche più vicino. Presto detto, perché è migliore e perché su quelle cattedre ci sale anche Marina con il suo talento professionale di qualità superiore. Se avessi un figlio è lei che vorrei, perché l’ho vista crescere, maturare centrando sempre il bersaglio della formazione che vale. Per un mio eventuale figlio il caro liceo Montale passerebbe in secondo piano, vai al XXV Aprile gli direi, da Marina, anche se tocca fare più strada e forse fare lo scientifico – con dolore comunque – ma vorrei lei alla lavagna, con il suo modo supremo di rendere italiano e latino pagine di vita più che di studio.

Questo è leggere?

Ho ricominciato a leggere, voracemente, in fretta, pagina dopo pagina, riga che ne fa seguire un’altra, trascinata da parole accavallate su altre. Con bisogno di passare oltre con impazienza, troppa mi sembra, abbandonando infatti quelle pause necessarie per fare proprio il significato della letteratura. Rallenta allora, e smetti coi lamenti dovrei ripetermi. Ma preso in mano il libro mi batte forte il cuore, aperto davanti a me la voglia di bloccare il ritmo della lettura mi scompare e ogni pausa da fare mi indispone avvolta come mi sento da altro rispetto alle necessità di un oggi del tutto nuovo rispetto al passato. Mi chiedo però se questa ritrovata esigenza tra i libri mi serva per il piacere sempre avuto di leggere o solo per soffocare le nuove urgenze, quelle che si accavallano, con poca grazia ma anzi con un’inimicizia soffocante, attorno a me dopo la morte di papà. Insomma, è coi libri che ho ritrovato un’isola felice per avere uno spazio tutto mio? Ché poi questo è il valore della bella pagina, un posto per sé dove inseguire il piacere di stare bene, scoprendo un nostro silenzio dei sensi, il bisogno di cui abbiamo necessità per rintracciare in noi stessi un pensieroa ttraverso le parole espresse dall’altro, per riconoscere la condivisione di uno spirito proprio espresso sulla pagina oppure allo stesso modo per allontanarsene con l’energia che dà la lettura sgradita. Riguardo a tutto questo però, in relazione al mio rapporto coi libri, in questo ultimo periodo viaggio navigando tra i dubbi, mi chiedo troppe cose, mi sembra di aver trovato solo un modo per estraniarmi dal dolore ma anche per prendere le distanze dalla noia che mi morde i sensi, quella che non si accoppia nemmeno alla solitudine che da sempre pure amo. Ma, c’è un ma, questi libri che ho ripreso in lettura mi hanno dato solo un piacere momentaneo che una volta chiusi è scomparso, subito, troppo presto, da non saperlo addirittura giudicare. Una stella? Due stelle? Quattro? Il massimo? Sono in grado in parlarne con competenza? Non lo so. E non credo. Rallenta, Cinzia, rallenta, non stai leggendo, stai solo buttando pagine nel nulla.

Care ragazze, cari ragazzi – XXII

Fino all’inizio di gennaio 2024 ho lavorato nella Residenza Sanitaria Assistenziale – RSA Stella Marina di Jesolo, ufficio reception, accoglienza dei visitatori, smistamento telefonate e quant’altro. Questa esperienza lavorativa mi ha soprattutto permesso di conoscere le signore e i signori ospiti lì e i loro parenti sempre presenti per far visita ai loro cari, nella maggior parte dei casi mamme e papà con qualche problema di salute. Vista la posizione della mia scrivania, posta proprio all’ingresso della struttura, ho avuto modo di osservare tante cose come per esempio il fatto che gli ospiti della struttura non rimanevano mai soli perché figlie e figli erano sempre presenti per loro. Spesso accompagnando anche i piccoli nipoti capaci di aprire nei visi dei loro nonni sorrisi giganteschi. Ma non tutti i nonni stanno male, per fortuna, non da essere ricoverati in strutture nate per la cura della salute. Molti vivono nelle loro case, spesso vicine a quelle dei figli e di conseguenza accanto alle vostre che ora non siete più nipotini ma giovani adolescenti in grado di suonare un campanello per fare una sorpresa ai nonni. Ricordate quando eravate piccoli e andavate a scuola? Spesso mamma e papà erano al lavoro e non potevano venire a prendervi. E chi arrivava da voi? I nonni che, prima di portarvi a casa, erano sempre disponibili ad ascoltarvi per accompagnarvi dove volevate: nella sala giochi preferita, in pasticceria, dal gelataio, a fare il pieno di ogni cosa desideravate e sempre con quel sorriso gigantesco aperto in volto e fisso verso di voi. Ora invece faticate molto per dire poche semplici parole “oggi vado a trovare i nonni”. Provate a pensarci, nemmeno quando vostra mamma e vostro papà ve lo chiedono dite sì va bene, vado subito. Perché prima mettete avanti un sacco di ragioni: che siete stanchi, la sera prima avete fatto tardi, oppure vi inventate che dovete studiare, molto spesso però è il vostro social preferito il vero impegno, e via così dal momento che accade spesso, ogni volta c’è qualche cosa di nuovo che vi allontana da una visita, anche rapida, ai nonni. Non è cattiveria la vostra, certo che no, forse solo superficialità e poca attenzione verso quella grande risata che siete in grado di produrre sul volto dei vostri nonni anche adesso che siete grandi.