Colore, taglio e piega

E quindi, mi chiedo, quando deciderò a tornare di nuovo dal parrucchiere? Giusto per coprire di colore queste strisce bianche che mi ricoprono la testa, tagliare la folta chioma cresciuta a dismisura senza senso né direzione, placcare la secchezza generale che si presenta sempre più abbondante dopo ogni lavaggio? Mica per fare chissà che ci tengo a chiarire, diciamo il giusto che basta per poter riavere un aspetto almeno presentabile. Eppure mi manca la voglia di andare, cavolo, piove sempre quando mi decido, accidenti, non trovo posto quando chiamo per prenotare, maledizione, e alla fine rimango così, con un aspetto trascurato e malmesso. Potrebbe interessami meno di zero visto il periodo che si è messo in moto attorno a me, ma riconosco che un piccolo aiuto potrebbe corrermi in soccorso: tipo alzarmi la mattina, guardarmi allo specchio, vedermi un pochetto meglio, osare pure e stendere sulla pelle del viso due dita di crema idratante di buon livello e perché no, anche quel po’ di fondotinta per aggiungere un colore dignitoso a un incarnato spento. Ieri sono andata alla festa per il cinquantesimo di matrimonio dei miei zii e, posto che io non mi sento mai in imbarazzo perché la presenza di sclerosi multipla più sedia a rotelle sono ormai un dato riconosciuto della mia vita, tra una portata e l’altra ho avuto modo di osservare le ragazze attorno a me, cugine perlopiù, e la differenza con me era netta. La loro maggiore cura per l’aspetto fisico era fin troppo evidente. Mi interessa? Se l’ho notata evidentemente sì, ma se volessi intervenire dal profondo come potrei fare: sclerosi multipla non scomparirebbe, figuriamoci, e sedia a rotelle nemmeno. Devo almeno tornare agli ambiti di vita cui ero arrivata, volente o nolente, fino a tre mesi fa, fino a prima che fosse chiaro che papà stava andando via da me. E invece no, questo stato d’animo che vivo oggi sottomesso al resto del mondo sembra un’alzata di bandiera bianca e non va bene. Penso a papà che non ha più la possibilità di mettersi qui accanto per fare da scudo ai miei pensieri neri. Va bene, questo ultimo pensiero mi basta: domani si volta pagina e si prenota dal parrucchiere.

Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale…

…e ora che non ci sei più è il vuoto a ogni gradino. Il 27 marzo è morto mio papà, così all’improvviso, circa un mese dopo la diagnosi di un cancro che avrebbe potuto trascinarlo dentro un vero incubo di sofferenza troppo lungo per essere retto. Da lui soprattutto. Da noi. la sua famiglia, in seconda battuta. Sembrava sereno ci ripetiamo. Gli ulimì tre giorni meno ma sempre pronto a preoccuparsi per me e per mia mamma, il grande pensiero che lo aveva avvolto prima di andarsene, sapeva quanto era importante per noi. Ha affidato tutto a Luca, mio fratello, e infatti oggi glielo si legge in faccia, nella fatica disegnata in volto, ma papà deve averglielo chiesto con forza – fai tu per favore, mi fido, hanno bisogno. E ora mi sento in colpa, per tutto, per non aver capito fino in fondo papà, per essere stata così distante da lui, critica, spesso poco rispettosa, pur sapendo quanto fosse una colonna portante nella mia vita, quanto per lui anche solo un mio sorriso svagato potesse bastare, lo stesso che troppe volte soffocavo invece, sa il cielo perché. L’ho ringraziato la sera prima della sua morte per tutto quello che mi dato e detto ma chissà se mi ha sentita. Poche ore dopo se n’è andato.

Moonlight Shadow

Eccolo. Durante la mia brevissima pausa di festa con torrone e panettone sono riuscita a beccare anche Vacanza di Natale, il primo, indimenticabile cinepanettone edizione 1983. Era tanto e forse più che mi scivolava via ma quest’anno ce l’ho fatta a rivenderlo, compreso di colonna sonora che ha dipinto la mia adolescenza e con quelle battute fisse in testa: “anch’io voglio conoscere la signora fusilli”, “Milano-Cortina, 2 ore, 54 minuti e 27 secondi, Alboreto is nothing”, “io non sono bello, piaccio” con l’indimenticabile e ultra ripetuta da tutti “e anche questo Natale ce lo siamo tolto da…! E questi sono solo alcuni dei passaggi principe di un film che coincide con la mia adolescenza, sono il centro di un’epoca che mi ha riempita di ricordi tutti disegnati dentro una pellicola. Comprese le prime ferie natalizie con la mia famiglia alloggiata in un piccolo e solitario albergo provinciale, punto di approdo per i nostri debutti scarsi e traballanti sugli sci impegnati come eravamo a misurarci sulle piste più facili di questo bellissimo Cadore che sta poco sopra Jesolo. La mia famiglia aveva scelto una località poco nota e consigliata non ricordo da chi perché metteva a disposizione discese per niente impegnative e un bel circolo di istruttori adatti a tutti noi. Alla fine della discesa c’era una piccola baita dove si poteva bere qualche cosa di caldo e lasciare gli sci. Poi, via verso, l’albergo dove ci aspettava camera, doccia. breve riposino prima della cena. Già, la cena. Quante risate! Non ricordo bene di chi fosse la gestione dell’hotel so solo che prima di mangiare tutti noi clienti aspettavano insieme l’orario d”inizio seduti su divanetti piuttosto scomodi mentre guardavamo le tre signore, non certo giovani, sedute dietro la reception. Ogni sera erano loro a dare il via che apriva la cena, non c’era un orario fisso, si trattava di stare lì, meglio se in silenzio, aspettando che la più anziane delle tre suonasse un campanaccio che dava il la all’appuntamento a tavola e facesse scattare tutti noi verso la tanto attesa cena. Ci si divertiva anche per questo, si divertivano anche loro credo mentre il Natale prendeva le forme di una vacanza che ancora ricordo. Come se in sottofondo ci fosse anche la colonna sonora: Maracaibo mare forza 9, andare sì ma dove…

Le benevole, almeno

Un post che ha un po’ il sapore del ritorno all’ovile. Ma io sono così, sento la responsabilità certo ma la mia imperdonabile pigrizia sovrasta ogni cosa e quindi il tempo mi passa tra le dita senza scrivere. E anche i pensieri mi volano in testa e i significati da scrivere su queste pagine mi mollano. Torniamo alla sm allora? Tocca, perché l’autunno è periodo di visite di controllo: domani esami del sangue – che odio -, 23 ottobre risonanza magnetica – non ne parliamo -, 7 novembre – visita di controllo che almeno coincide con il compleanno di una persona speciale, spero porti fortuna almeno. Che sia questo calendario a buttarmi tanto giù? Certo che non aiuta, ma che palle però ritornare sempre allo stesso punto. E allora, Cinzia, forza, fai una svolta. Ecco che mi lamento ancora però. Il lavoro. Si sta facendo davvero pesante. Ci sono due o tre cosette che non mi quadrano e che rendono l’insieme ai limiti del limite. Come l’orario: par time? Eccome no, 25 ore settimanali certo, ma ben distribuite tra mattine e pomeriggi compresi sabati e domeniche. Una forza di energica insomma. E poi un numero bello pieno di clienti, numeri di telefono, liste appuntamenti, discorsi sempre uguali per non parlare di certe rogne sempre più difficili da frenare. Mio fratello dice che si chiama lavoro per questo e che infatti sono tutti così, continua, alzando la voce, per farmi capire che se non mi va bene basta mollare le redini e finire i giochi. Non ci penso proprio e gli do ragione. Devo solo stare sulle pagine del mio blog un po’ di più per vivere il bello. E poi meno male che continuo a leggere con la solita frequenza, anche se ho in mano un libro di oltre mille pagine Le benevole di Littel, bello e piacevole, certo un po’ impegnativo. E poi resta il fatto che il mio calendario di date mediche è lì sopra a tutto.

Buon compleanno, Gloria

Sabato sera sono andata alla festa a sorpresa che la sorella della mia amica Gloria aveva organizzato per celebrare i suoi 50 anni. Sapevo che era giusto esserci, che la mia assenza, per quanto formalmente perdonabile, avrebbe scritto un segno dolente nella mia storia di amicizia poco meno che che trentennale con Gloria, e poi devo anche smettere di fare solo la vittima, o no? Ma che io faccia ben più che fatica a uscire dal guscio che mi sono costruita addosso e fin troppo noto, non giustificato o giustificabile, ma noto sì. E sabato sono andata con l’assoluta volontà si esserci, e ho fatto bene. Festa a sorpresa. Ciò che si accomoda con perfezione al disegno delle abitudini di Gloria. E cosi è andata: una trentina di amici della festeggiata che in molti casi mai si erano incontrati tra loro ma sempre si erano sentiti reciprocamente nominare – cose tipo: sono andata a cena con lei, in vacanza con loro, a trovarlo, a salutarla, senza altri dettagli, figuriamoci se pettegolezzi, non sono nelle corde di Gloria – e di colpo tutti lì per lei ad aspettare che fosse davanti a noi. E arriva la scena tanto attesa, Gloria che scende all’auto, bendata, noi in cerchio pronti ad accoglierla, lei finalmente a occhi scoperti, lei che ci vede tutti, noi che gridiamo “buon compleanno”, il tempo giusto per darle modo di capire che cosa sta succedendo. Tutti, ma propri tutti o comunque tanti ma proprio tanti amici siamo lì per lei. E poi la sua corsa verso di me seguita da un abbraccio caldissimo e da un quel paio di lacrime che ci sono scese insieme. Un grazie doppio e reciproco e pieno di tanto, di tutto. Quanto bene ho fatto ad andare, anche se c’era afa, anche se ero stanca, anche se decisamente fuori forma ma non potevo mancare, aveva ragione Federica quell’amica che ci aveva fatte conoscere tanto tempo fa. Ho solo un rimpianto per sabato sera, quando Gloria ha letto i messaggi scritti per lei, uno mi ha colpita in particolare perché la descriveva del tutto: lei c’è sempre, diceva il biglietto d’auguri, quando hai un problema lei si inventa la soluzione, la disegna attorno a te, senza mai tirarsi indietro, mettendosi in disparte piuttosto solo per pensare al tuo bene. Qui dovevo far scattare un applauso, un battito di mani su cui tutti mi avrebbero seguita. Gloria è questa.

Seduta sui gradini della Villa

18 marzo 1990. Domenica pomeriggio. Discoteca Alla Villa, Jesolo. Sono seduta sui gradini accanto alla pista da ballo. Guardo in giro, so bene dove e proprio da quella direzione arriva un ragazzo che so chiamarsi Federico, mi porge un chewing gum, l’accetto. Fatta. Tornata a casa mi ascolto la musicassetta di Lucio Battisti e da lì parte la fase d’inizio di una cotta colossale ed è per questo che non posso non ascoltare il grande signore di Mi ritorni in mente senza sentire quel tuffo dove l’acqua è più blu che mi ha tenuta legata a quella domenica del 1990 per un bel po’. Data a cui va aggiunta, perché come fare sennò, quella del 12 maggio dello stesso anno, discoteca Papaja questa volta, ben dopo l’una di notte, presa per mano da Federico e portata in disparte, niente chewing gum stavolta ma una dichiarazione che ancora ricordo con brivido, “Mi piaci da impazzire” dice lui, risposta mia “Anche tu”. E poi un bacio da non dimenticare, impossibile. Dopo è andata come andata, male per me, che ho visto Federico in meno di due settimane tornare dalla tizia che aveva lasciato per me, diceva lui. Ma in sottofondo finché non l’ho dimenticato – mesi e poi mesi e forse di più – è rimasto sempre Lucio Battisti a fare da colonna sonora a quell’amore ancora amore canzone che ancora oggi quando l’ascolto mi porta a quel 18 marzo 1990. Come oggi che si ricorda l’ottantesimo compleanno di quel genio di Battisti.

Un lavoro fa

Sicuramente l’ho già scritto da qualche parte in queste pagine che per oltre vent’anni ho lavorato in un posto dove si facevano giornali. Free press erano, mica sai che roba. Si raccontava di quello che accadeva sul litorale di Jesolo, dai concerti importanti che pure c’erano, alle feste popolari che fiorivano in gran numero. Vent’anni e oltre che si sono conclusi con un licenziamento e una causa legale per ricevere stipendi mancanti più TFR, non male direi come storia lavorativa. Ma poi la pagina si è girata, i soldi sono tornati in cassa, la mia, i rapporti di amicizia quelli veri nati tra quelle scrivanie sono ancora qui accanto a me, oggi ho un altro lavoro, quindi cosa fatta capo a. A parte il primo anno in cui dovevo controllare l’andamento della pubblicità che compariva su quelle pagine per misurare i tempi di reingresso dei miei soldi sanciti dalla vittoria legale ottenuta, non l’ho più preso in mano quel giornaletto. Con sufficienza direi, per certo mancato interesse, per generale assenza di stima e fiducia nei confronti dei protagonisti della nuova redazione, il tutto affogato dentro un pastume di mancata nostalgia. L’altro ieri mi è capitato in mano quel giornale ma non l’ho scostato con la consueta sufficienza, ho cominciato a sfogliarlo sapendo di avere una competenza in più rispetto a quella della semplice lettrice – ci ho scritto per troppi anni per non avercela – e l’ho trovato mgliorato e di molto, privo della noia con cui la vecchia squadra di lavoro di cui facevo parte l’aveva soffocato. Volevamo di meglio anche noi, ma come fare di fronte a quel senso di soffocamento con cui avevamo scelto di lavorare? Annichiliti dentro quei toni pomposi che chiamavamo Comitati di Redazione costruiti attorno a un calendario di riunioni settimanali che cominciavano a dicembre di un anno e si ripetevano ogni settimana fino al dicembre dell’anno dopo sempre uguali, sempre più inutili? Tocca dirlo, il risultato di oggi potevamo raggiugerlo noi. Anzi no, con vera supponenza lo dico: visto chi eravamo e i talenti che la maggior parte di noi aveva ce l’avremmo fatta noi e fatta meglio.

Tornare a casa e trovare il tanto che manca

Fuori casa, per un’ora, poco più, poco meno, comunque il tempo sufficiente per tornare e trovare la serratura a terra, chiamare un tecnico per far riaprire la porta, entrare, vedere tutto come non lo avevi lasciato tu, cassetti ribaltati e scoprire che quanto amavi di più era scomparso. Guardarti mani e polsi, toccarti collo e lobi e capire in fretta che quello che vedevi e sentivi era l’unica bellezza preziosa che ti rimaneva, il resto non c’era più. Anzi no, c’era ancora per fortuna quel filo di perle che le tue carissime amiche ti avevano regalato per festeggiare i 50 anni, ritrovato e buttato con sdegno sopra il letto; mancava invece il girocollo di oro bianco con diamantino che un caro amico di famiglia aveva pensato per celebrare il giorno della tua laurea custodito, pensavi tu, nella stessa scatola. Di tutto il resto non restava niente, un’intera vita di ricordi, regali, pensieri, grandi o piccoli, scomparsi nelle mani di chissà chi, tutto andato via con la violenza di un pugno in faccia sferrato senza rispetto. E poi scoprire pagina dopo pagina dopo che l’nventario di quanto perduto si gonfiava sempre di più come se questi delinquenti sapessero cosa cercare in velocità meglio di te, come muoversi in casa tua senza timore di sbagliare, senza dubbi di sorta. Un colpo secco, riuscito con un esito amaro e a cui smettere di pensare subito perché ogni attimo riporta al pensiero di qualcos’altro che manca. A quel pensiero, a quel ricordo, a quel momento.

Luce meno opaca

E guarda un po’ cosa ho scoperto ieri. In giro in macchina con la mia famiglia mi sono accorta di riuscire a leggere i numeri delle targhe che avevo davanti come non mi accadeva da tempo, così come i testi della cartellonistica stradale che mi passava accanto, certo non in modo perfettamente nitido e sempre con un vago riflesso opaco, eppure cavolo con che miglioramento deciso. È il risultato ottenuto dai colliri che metto tre volte al giorno? Non può essere altro credo e questo mi basta per essere molto soddisfatta, ieri diciamo sicuramente di più, già oggi mi sembra che la vista sia meno decisa, insomma quell’insperato risultato che somigliava a un bendidio improvviso oltre che inatteso si è già vagamente affievolito, ma così come è arrivato ritornerà mi ripeto. E guarda te che pensiero positivo mi trovo disegnato addosso. Diciamo che tutto non è proprio illuminato da energia aperta, non credo che l’intervento del prossimo inizio anno uscirà per miracolo dalla mia agenda ma forse vincerà con più energia sul contesto diventando meno pesante, più affrontabile, prossimo alla soluzione migliore. E se penso che questa cosa l’ho scritta io quasi non mi riconosco.

Londra my love

In questi giorni lo hanno detto tutti, Diana Spencer avrebbe compiuto 60 anni o magari di più mi sono persa la data vera. Come sarebbe oggi? Tutti a chiederselo. Uguale secondo me, l’estetica chirurgica fa miracoli. Dove? Bah, e chi lo sa, risposata bene probabilmente. E poi tutti a celebrarne la bellezza in rapporto a quella di Camilla. Ma su questo chiuderei il sipario, è andata come andata, povera donna in ogni caso. Io la ricordo di più quando ero una ragazzina, quando si è sposata, con quel vestito che sembrava un tendaggio e quella certa cofana di capelli che vista adesso, scusami Diana, faceva sopratutto ridere. Io Lady D, la ricordo di più perché in quegli anni ero piccoletta e abitando a Jesolo la vedevo riprodotta nelle tante ragazze che venivano qui in vacanza approfittando della vicinanza con Venezia. Ispirandosi a lei vestivano di abiti vaporosi indossando sempre decolté bianchi con mezzo tacchetto che batteva a terra producendo un rumore che annunciava il loro arrivo di gruppo. E infatti queste giovani turiste inseguivano la loro nuova Principessa nell’aspetto estetico non facendosi sfuggire niente di lei: i suoi modi, il make up, l’abbigliamento, la tipologia dei cappellini. Diana era diventata un modello per queste ragazze che prima non ne avevano uno e che ora potevano tentare di cogliere una propria ispirazione nella nuova Principessa del Galles di cui tanto si parlava nel mondo. Lei era diventata un mezzo per sdoganare il volto della Gran Bretagna anche dal punto di vista dell’immagine da sempre travolta in senso negativo dallo stile italiano, francese, statunitense. Poi decenni dopo è successo quello che è successo a lei, ai figli, al marito, alla tanto e giustamente temuta Camilla che si è presa il posto che le spettava, dicono quelli che sanno. Quando sono andata a Londra per una bellissima settimana dai miei amici Tella e Giorgio, l’impronta reale l’ho sentita scritta sulla pelle e direi che parte anche da quei giorni inglesi il senso di queste poche e inutili righe. Mediate anche dai 60 anni di Diana quindi.