E guarda un po’ cosa ho scoperto ieri. In giro in macchina con la mia famiglia mi sono accorta di riuscire a leggere i numeri delle targhe che avevo davanti come non mi accadeva da tempo, così come i testi della cartellonistica stradale che mi passava accanto, certo non in modo perfettamente nitido e sempre con un vago riflesso opaco, eppure cavolo con che miglioramento deciso. È il risultato ottenuto dai colliri che metto tre volte al giorno? Non può essere altro credo e questo mi basta per essere molto soddisfatta, ieri diciamo sicuramente di più, già oggi mi sembra che la vista sia meno decisa, insomma quell’insperato risultato che somigliava a un bendidio improvviso oltre che inatteso si è già vagamente affievolito, ma così come è arrivato ritornerà mi ripeto. E guarda te che pensiero positivo mi trovo disegnato addosso. Diciamo che tutto non è proprio illuminato da energia aperta, non credo che l’intervento del prossimo inizio anno uscirà per miracolo dalla mia agenda ma forse vincerà con più energia sul contesto diventando meno pesante, più affrontabile, prossimo alla soluzione migliore. E se penso che questa cosa l’ho scritta io quasi non mi riconosco.
Categoria: Cose che leggo
Londra my love
In questi giorni lo hanno detto tutti, Diana Spencer avrebbe compiuto 60 anni o magari di più mi sono persa la data vera. Come sarebbe oggi? Tutti a chiederselo. Uguale secondo me, l’estetica chirurgica fa miracoli. Dove? Bah, e chi lo sa, risposata bene probabilmente. E poi tutti a celebrarne la bellezza in rapporto a quella di Camilla. Ma su questo chiuderei il sipario, è andata come andata, povera donna in ogni caso. Io la ricordo di più quando ero una ragazzina, quando si è sposata, con quel vestito che sembrava un tendaggio e quella certa cofana di capelli che vista adesso, scusami Diana, faceva sopratutto ridere. Io Lady D, la ricordo di più perché in quegli anni ero piccoletta e abitando a Jesolo la vedevo riprodotta nelle tante ragazze che venivano qui in vacanza approfittando della vicinanza con Venezia. Ispirandosi a lei vestivano di abiti vaporosi indossando sempre decolté bianchi con mezzo tacchetto che batteva a terra producendo un rumore che annunciava il loro arrivo di gruppo. E infatti queste giovani turiste inseguivano la loro nuova Principessa nell’aspetto estetico non facendosi sfuggire niente di lei: i suoi modi, il make up, l’abbigliamento, la tipologia dei cappellini. Diana era diventata un modello per queste ragazze che prima non ne avevano uno e che ora potevano tentare di cogliere una propria ispirazione nella nuova Principessa del Galles di cui tanto si parlava nel mondo. Lei era diventata un mezzo per sdoganare il volto della Gran Bretagna anche dal punto di vista dell’immagine da sempre travolta in senso negativo dallo stile italiano, francese, statunitense. Poi decenni dopo è successo quello che è successo a lei, ai figli, al marito, alla tanto e giustamente temuta Camilla che si è presa il posto che le spettava, dicono quelli che sanno. Quando sono andata a Londra per una bellissima settimana dai miei amici Tella e Giorgio, l’impronta reale l’ho sentita scritta sulla pelle e direi che parte anche da quei giorni inglesi il senso di queste poche e inutili righe. Mediate anche dai 60 anni di Diana quindi.
La cugina
Non faccio grande uso di social o che altro, nel senso che li osservo ma chiusi qui i giochi. Twitter fino a poco tempo fa mi piaceva, lo giravo e retwittavo con una certa soddisfazione ma poi sai tu il perché ora poco o niente, FB ce ne scampi o liberi, IG già di più, ci vado molto spesso senza mai diventarne in nessun modo protagonista, diciamo che ci entro solo per curiosità. E gira che ti gira in questo modo ho beccato il volto di una mia cugina che non vedo e soprattutto frequento da un bel po’ di decenni, so di lei attraverso i miei zii che ne parlano con grande orgoglio: sposata molto bene, con il fidanzatino del liceo, due figlie, insegnante di lettere, redattrice di un blog d’arte tra i più affermati del territorio e via sulla riga. Ha fatto il classico come me, la mia università negli anni in cui ci studiavo anche io mentre cercavo anche di darmi quel tono sociale che se tornassi indietro, sapendo poi della cara sclerosi multipla pronta a spuntare dietro la tenda, annullerei all’istante. Oggi guardando le pagine IG di questa cugina mi sono ritrovata a provare per lei uno strano sentimento d’invidia di cui non capisco l’origine soprattutto perché gran parte di quello che fa vedere non è esattamene ciò che vorrei per me. Il marito? Non necessariamente lui. La storia nata sui banchi di scuola e portata avanti con capacità fino a oggi; quella che ha le caratteristiche della consapevolezza di scegliere per bene e non di giostrarsi a destra e manca tra X e Y senza senso come ho fatto io? Questo magari sì, non posso negarlo ma ce l’hanno fatta in tanti mica solo lei. Le due figlie? No, questo anche no. L’arte, i libri, il blog? Ognuno ha le proprie passioni. La sensazione netta che non abbia perso tempo dietro le tante cavolate che ho seguito io? Questo sì. Il fatto che lei non abbia la sclerosi multipla e io sì? Be’ questo varrebbe per mille e più mille persone, più fortunate di me certo, che comunque non invidio, non posso farlo è andata così e amen, e anche se ora come ora io mi sto un po’ rompendo le palle della situazione che mi perseguita ogni giorno, gli altri che c’entrano? E meno che meno mia cugina. Quindi meglio che molli di leggere il suo IG così mi passa l’invidia, sentimento che detesto.
Gocce e dita incrociate
E alla fine la temutissima visita oculistica fatta per analizzare quella stronza di cornea dell’occhio destro che si è opacizzata l’ho fatta, l’altro giorno, tra timori e nervosismi, capitando comunque (e aggiungo a mia insaputa) in uno dei centri oculistici fra i più influenti d’Italia, quello dell’ospedale di Mestre. Mai di seconda classe coi medici io. Sia chiaro. Ma parto dall’inizio. Sono arrivata lì ben per caso, indirizzata dal mio oculista – guarda un po’ il caso capitò anche con la sclerosi multipla, fu anche allora un oculista a indirizzarmi verso il centro d’eccellenza del Policlinico padovano – be’ insomma tanto per dare l’idea, la visita è cominciata alle 10.00 ed è finita alle 12.00, senza un vago minuto di pausa. Ho fatto solo esami a ripetizione, uno dopo l’altro sotto il controllo della professoressa che guidavs uno stuolo di attenti specializzandi cauti e scrupolosi. Ho mio malgrado grande esperienza in termini di accoglienza medica, comunque senza togliere nulla al resto, mai vista un’attenzione del genere, controlli a ripetizione che hanno prodotto un esito quasi rassicurante: il tutto si deve fare, nell’occasione ci sarà anche quello alla cataratta per non intervenire in una seconda occasione, il tutto richiederà una notte di ricovero che comunque avevo, ahimè, già messo in conto. Non prima di gennaio vista la lista d’attesa che la clinica ha in campo, a meno che non intervengano dolori, ma non volendoli mi viene da dire che aspetto solo te gennaio. Il tutto verrà fatto a Venezia, e qui si crea un altro problema da risolvere, ma ora non ci voglio pensare, metterò tutti i giorni le gocce prescritte, tre volte al giorno,incrociando le dita.
Se devo confessare
Ho ripreso a sognare. Di notte intendo. Mentre dormo ovvio. Cosa che non capitava da tempo. O meglio, mi spiego, facevo solo sogni che mi portavano al risveglio avvolta dentro il nervosismo della brutta pagina che si apre verso il nuovo giorno. La notte fino a poco fa era solo un insieme di pensieri negativi che si accavallavano al sonno, vuoti di significato se non legati stretti, stretti alle buche profonde che il lavoro mi disegna addosso tutti i giorni anche quelli in cui sono a casa. Da qualche settimana invece eccoli qui certi sogni rigeneranti che hanno fatto il loro ritorno durante le ore passate a dormire. E che ritrovato piacere va detto. Buon segno? Credo di sì. Ne ricordo qualcuno di sogno? No, certo che no ma è normale, solo qualche volto, risultato di quei vaghissimi ma potenti incontri, sensazioni di pienezza più che altro che mi restituiscono il sapore del rientro lento, lento verso la normalità. Ai più sembrerà una sciocchezza quello che ho scritto, mi potrebbero dire che la vita per tutti è talmente difficile e piena di noie che il capitolo sogni di notte si è chiuso anche per loro da tempo. Già, vero, lo riconosco, ma questa volta faccio l’egoista anche io, voglio continuare a dormire tra i miei sogni legata alla grande attesa di combattere definitivamente le ansie che il Covid mi ha scritto addosso, per poi uscire di casa finalmente con continuità e rinnovata serenità, quella che comunque ancora mi manca se devo confessare. Ma sarà questione di un passo alla volta. Lo sento.
Bagni per disabili
Ieri sono andata a fare la risonanza, e qui mi fermo, non partirà il solito noioso bla bla tranquilli, quello su quanto mi pesa questo momento – che mi devasti le scatole farla tanto lo si sa – su che palle svegliarsi la mattina per andare a Padova – Albignasego per la precisione, il centro della ricerca clinica suprema mi dicono – sulla paura che si porta dietro il tutto insomma, mettiamo un punto allora, tanto è tutta robamolto più che nota a me e a chi mi legge qui. L’esito di quello che accadrà dopo ieri? Boh. Non ho capito quando sarà pronto e poi non l’ho fatta col liquido di contrasto quella roba che temo sicuramente perché quando serve farla mi devono infilare in ago sul braccio e mi vengono i brividi e poi perché quella roba rivela se la sm sta facendo progressi in avanti proprio in quel momento, la paura suprema insomma. Ma mentre scrivo un’altra cosetta la devo dire e non riguarda la risonanza, ma mi innervosisce allo stesso modo, pensa te, forse di più. Sono i bagni per disabili costruiti in giro e ovviamente anche nella clinica si Albignasego, al cretino che li progetta che li fa costruire in ambienti stretti e insopportabili e poi con tazze troppo larghe senza criteri di vivibilità per chi seduto su una sedia a rotelle suo malgrado ha esigenze particolari che vanno indagate con attenzione e non a caso solo per l’esigenza di fingere il rispetto della Legge. E ieri ho scritto due righine di protesta che ho infilato nel box che raccoglie le lamentele dell’utenza del centro ospedaliero dove mi trovavo, certamente una clinica all’avanguardia ma anche con qualche pecca. E io e la mia sm abbiamo voluto dirlo, mica solo la sm sa essere stronza, se seve anche io non scherzo.
Progetti per il 2023
Mamma mia quanto poco ho letto quest’anno. Ai miei limiti ecco cos’è, eppure il tempo non mi è mancato, venticinque giorni a casa con il Covid per esempio sarebbero potuti valere come una smossa, o no? Magari non i primi dieci giorni in cui ero veramente a terra, ma dopo nella fase di ripresa anche sì. Pare che al contrario mi abbiano talmente demotivata da sciogliere ogni entusiasmo verso i libri, una scusa? Forse sì. O vuoi che il primo libro letto a gennaio sia stato talmente monotono da togliere ogni piacere al nuovo approccio. Era un Adelphi. C’entra? Perché questo capitolo lo credo pure possibile, malgrado infatti il 2021 sia stato un tuffo dentro la lettura più convincente da gennaio 2022 ogni margine di piacere ha subito un resa. Guarda caso quest’anno l’ho aperto con un romanzo con quella copertina dai colori ineguagliabili e storicamente prestigiosi tra le mani, quelli di Adelphi insomma. Ma era un romanzo talmente noioso da prolungarne la lettura per settimane intere, oltre un mese. Un tipico Adelphi insomma, editore con cui vado poco d’accordo malgrado Arbasino, l’autore protagonista della mia tesi di laurea, sia stato pubblicato perlopiù da questo editore, ma qui il discorso cambia. Vuoi che quel primo romanzo letto quest’anno abbia influenzato ogni desiderio di lettura per tutti i mesi successivi fino a oggi? E chi lo sa. Perché in questo 2022 ci sono stati anche molti amatissimi bianchi Einaudi, alcuni proprio belli che pure non hanno smosso i miei tempi di lettura, pigri, dieci paginette alla sera e così si sa non si va avanti proprio no. E mica ho scritto tanto, il blog lo dimostra, qualche altro impegno oltre al lavoro? Sì vabbe’, ma niente da giustificare i miei vuoti. Sono solo maledettamente fiacca su tutto, per fare anche il minimo, per essere presente e verso quello che mi farebbe stare bene soprattutto o comunque meglio. Programmi per il nuovo anno? Svegliati, Cinzia, svegliati.
Grazie Beatrice
Eccola che è arrivata la mia prima uscita dopo questo lunghissimo periodo provocato dal Covid e che forse non è ancora finito. Ma per la Cresima della mia amata Beatrice, la figlia della mia amata Federica, l’amica trentennale o magari forse più che è cresciuta con me tra gli alti e i bassi che la vita di certo non ci ha risparmiato non potevo mancare. È la piccoletta di Fede Beatrice, che ormai è una ragazza, e che mi ha scelta per farla da madrina e che orgoglio per me la sua scelta, davvero grande, ci ho pensato tutto sommato ben poco per dirle sì ci sarò e che bello è stato esserci. Fuori dal giro dopo troppo tempo ma pronta rivedere tanti amici storici, ma anche quelle amiche con cui ho condiviso le scrivanie del vecchio lavoro, che meraviglia: sorrisi, risate, baci e voglia di essere proprio lì con la sensazione di libertà che mi mancava dentro l’anima da un’enirmità. Ho mangiato tantissimo, tra lo stupore di tutti che mi guardavano come fosse strano, e strano forse lo è statio davvero ma era più bello così, sembrava che il tempo passasse meglio in quel modo, ridendo addirittura di più. Fino al momento finale, quello della distribuzione di confetti e bomboniere che in genere sono orpelli inutili, senza direzione, roba poco meno che inutile da ammassare in un angolo dj casa fino alla fine della loro storia che è il cestino. Ma questa volta proprio no, davanti a me Beatrice ha poggiato una scatola e appena vista il mio cuore già decisamente in bilico si è stretto ancora di più, mi ricorda qualche cosa mi sono detta, apri subito e fai veloce devi guardare e infatti dentro ho trovato un messaggio importante che mi ha levato il respiro, ho levato gli occhiali perché una lacrima si è fatta avanti, li rimetto subito per leggere a tutti il biglietto che c’è dentro, chiedo silenzio a un tavolo che già tace e con una voce che trema mi sento dire che Beatrice e la sua famiglia hanno fatto una donazione all’Aism, l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla, per completare il momento di una festa già perfetta. Grazie Beatrice.
Leggere
Vi interessano alcune tra le frasi che non sopporto? Le dico comunque. È roba sul tipo, adoro leggere oppure leggere è la mia passione, ma anche leggere porta via il mio tempo per ore infinite senza che nemmeno me ne accorga. E via dicendo. Che tu legga molto è solo affar tuo penso e a me interessa niente. A meno che tu non sia la mia amica Laura che mi passa i titoli più belli letti e che quando vedo – ultimamente troppo poco per cause ahinoi ben note – mi regala conversazioni a senso unico: libri. Lei legge davvero senza sosta ma non si lusinga per questo; io cerco di rimanere sulla strada delle sue letture e dei suoi consigli perché è dalle chiacchierate con lei che porto a casa i più grossi suggerimenti di belle pagine, belle parole, dei più grandi autori mai scoperti. Fino a questo 2022: un anno di letture davvero scarse, pochi i libri terminati, poche emozioni davvero forti o addirittura presto dimenticate. Ancora peggio direi, quasi preoccupanti come conseguenze, anzi del tutto preoccupanti, perché quando si fatica a ricordare, titolo, autore, trama qualcosa che non va c’è. Cosa? L’età? O la sclerosi multipla, sempre lei? Eppure perché libri già cominciati, per quanto mi piacciano, giorno dopo giorno restano sempre lì, sul comodino, per settimane anche, senza nessun passo avanti nella lettura? È la stanchezza? Il lavoro che pesa un po’ troppo? Il Covid e le sue tracce molto prolungate? Tante domande solo per non dire la verità: che sto cadendo a picco dentro una buca di crescente ignoranza e totale, fastidiosa svogliatezza. Forse perché adoravo leggere? Era la mia passione? Leggere portava via il mio tempo per ore infinite senza che nemmeno me ne accorgessi?
Un altro via
Questa mattina viene presentata la nuova direttrice dell’ufficio dove lavoro, ma oggi è il mio giorno libero e ho scelto di non andare, domani mattina busserò alla sua porta e mi farò vedere. Siamo in tanti dove lavoro io, la mia assenza, ho pensato, non si farà notare più di molto, o forse sì, ma che ne so, ho scelto dai fare così, magari sbagliando, ma tornare per mandare in fumo una giornata di riposo, io, che nel mio piano settimanale dei turni vedo anche sabati e domeniche lavorativi come piovesse, ho deciso così. Con la precedente direttrice andavo d’accordo, mi ha favorito molto soprattutto ai tempi del primo lockdown quando mi ha spedito a casa fin dal primo giorno tutelando la mia salute a discapito del lavoro. Poi lei ha scelto di andarsene per ragioni che non conosco, le immagino perché ho le orecchie che ascoltano e una certa capacità di fare “due-più-due” nei ragionamenti di massima. Dopo pochi giorni dall’annuncio ufficiale delle sue dimissioni dai piani altissimi dell’azienda è arrivata anche la comunicazione che porta alla presentazione ufficiale di oggi. Cosa accadrà da adesso in poi non lo so, io continuerò col mio metodo cercando di essere sempre partecipe ai compiti professionali che mi spettano compresi quelli che non mi esaltano in modo assoluto. Ma sono tutti così i lavori facile intenderlo, molto dipende anche dall’età con cui ci siede dietro una scrivania – e il mio stato anagrafico non è proprio verde, diciamolo – ma anche probabilmente dal fatto che il meglio di quello che vorrei fare si è autoescluso causa sm o sa il cielo per cos’altro. Ma da domani si volta una nuova pagina, ovviamente mi rimboccherò le maniche e via per una nuova partenza.