Quanto buio fa quaggiù

Che giornate, che giornate. Per me dico, per me. Da lunedì. Arrivata a sera dopo un filotto di ore lunghissime partite con alzata alle 6 del mattino per andare al lavoro ho messo in campo un rientro a casa via un pranzo veloce fino all’attesa di un ospite per me importante che però ha tardato il suo arrivo mentre io nel frattempo non ho fatto nessun piccolo riposo cui sono abituata. E, arrivata l’ora della cena, già seduta a tavola la stanchezza ha raggiunto limiti esagerati fino a farmi crollare, anche per la paura. In testa quei ricordi di un certo passato legato alle punte più aggressive vissute con la sclerosi multipla disegnata addosso. Piano, molto piano, una vaga ripresa, è stata solo fatica mi sono detta, fatica fisica, troppe ore sugli scudi, non te lo puoi permettere Cinzia, è proprio la sm a non consentirlo, pretende degli stop dalla fatica, li impone. E poi ieri sera, altro errore, con i farmaci: ancora più grave, la pastiglia contro la sclerosi multipla – per quello che fa – va presa solo una volta al giorno, la mattina e invece guarda che ti combino? La raddoppio, proprio ieri sera, metto la scatola sulla tavola per errore e perché sono una scema la prendo in mando e riprendo la pillola e quindi faccio il bis e vado in crisi, di nuovo, un’altra volta, senza se e senza ma e filo a letto di nuovo e non so nemmeno cosa non mi abbia fatto piangere, chi e come per due sere praticamente consecutive ha bloccato le lacrime che sono da sempre la mia veloce via di uscita ma anche di salvezza. Forse perché sono già davvero sotto un treno e quando sei laggiù cosa vuoi piangere, sei già a pezzi. Ma un po’ più attenta devi stare, Cinzia, tanto per non dargliele tutte vinte alla stronza che già il tuo spazio se lo sa prendere senza troppo bisogno di della tua collaborazione-

La potenza di un’amica speciale

Fin dal primo giorno di liceo, in un modo un po’ rocambolesco, nella mia vita è entrata un’amica speciale. Da un lontanissimo ieri fino a oggi. Sì Federica, sto parlando di te, di tutto il vissuto che ci lega, delle tante infinite risate, delle litigate silenziose che non sono mai mancate, dei molti riavvicinamenti con un Bacardi Cola in mano per riprendere le fila del fantastico che siamo, degli abbracci quando servivano di fronte a quelle botte sulla testa che cavolo se hanno fatto male, troppo male, così come la condivisione del luminoso significato dei tanti bei momenti vissuti insieme. Potrei scrivere ancora e poi ancora e mentre penso mi viene in mente di tutto, il bello e poi il brutto perché un’amicizia potente come la nostra questo ci ha dato e non saprei come fermarmi e dove mettere un punto fisso sulla nostra vita insieme. E stamattina mi hai fatta piangere di gioia, come se tutto quello che abbiamo costruito fosse esploso: la tua piccola Beatrice, che non vedo almeno dall’inizio del Covid, mi vuole come madrina della sua Cresima. Vuole proprio me, ha scelto lei, senza pressioni tue, e io ho pianto quando l’ho saputo, ho sentito scoppiare nel mio cuore il bene che le voglio e il bene che voglio a te. Mentre scrivo mi passa davanti il tanto, anzi il tantissimo che siamo noi. E non saprei da dove cominciare e allora mi muovo a caso e comincio da quell’autobus sbagliato del primo giorno di liceo, l’appuntamento col gelato da prendere insieme il sabato pomeriggio, ma anche quell’indimenticabile serata al Papaja il 12 maggio 1990, senza dimenticare il viaggio in macchina verso Perugia con tappa decisa al volo a Mirabilandia e le risate malgrado nel cuore ci fosse un peso insopportabile, tua mamma, qualche amicizia sbagliata, da parte mia, da parte tua, la sclerosi multipla al suo debutto e la voglia di entrambe di metterla in silenzio, quei fidanzati un po’ così e così, il Terrazza Mare e le tanti notti da incorniciare, le pizze al vecchio Capri, melanzane senza grana, quante altre cose potrei ancora aggiungere? Ma la più importante resta quella testolina piccola che vidi per la prima volta il 26 dicembre di 12 anni fa e mentre io e te mettevamo i nostri occhi lucidi gli uni dentro gli altri quella gioia tanto attesa era diventata realtà. Tu mi guardavi perché sapevi che io ero lì per voi due e capivi tutto l’amore che già sentivo per quello scricciolo che oggi mi ha scelta facendomi piangere per la felicità. Farò di tutto per esserci, Beatrice.

Liceo, grazie

Ieri ho passato tutta la mattina, pranzo compreso, con la mia amica Donatella: non ci capitava da anni e non certo perché lei vive a Londra e io a Jesolo ma perché le nostre ombre e quelle di tutti, lo si sa, sono state schiacciate dal Covid. Quello di ieri ce lo siamo scelte come il nostro giorno, amiche fin dal primo giorno di Ginnasio abbiamo ricoperto la giornata di chiacchiere e pensieri, confessioni e ricordi, progetti e pettegolezzi, senza sosta, trasformando la colazione in un aperitivo e in poi un pranzo, sempre noi due, concentrate su dettagli mancanti dopo oltre due anni di lontananza. E che meraviglia di giornata è stata, come quando si era al Liceo, fin da subito compagne di banco e non sarà stato certo un caso se ci siamo scelte all’istante e oggi siamo ancora insieme, in prima fila. Liceo. indimenticabile pagina delle nostre vite, inutile anche ricordarcelo. E qui Donatella è tornata su un incontro fatto tempo fa con una nostra ex compagna che l’ha invitata a partecipare ad autentiche cene di classe targate vent’anni dopo. L’invito era rivolto anche a me, fin da subito Donatella me ne aveva parlato avanzando timidi tentavi di richiesta a partecipare sempre bloccati dai miei silenzi fermi, pure fastidiosi. Ieri me ne ha riparlato, la gioia del momento non ha cambiato del tutto le mie prospettive di partenza ma ho chiesto di essere inclusa nel gruppo Wapp per seguire i movimenti della mia giovinezza quando tutto aveva un altro significato e il futuro una declinazione diversa rispetto a quello che poi si è dimostrata. Ho visto la foto del gruppo Wapp, un’immagine di noi in III liceo, io bruttissima ma di certo serena sul domani perché non immaginavo che sarebbe andato così come è oggi. Ho le gambe accavallate in quello scatto, sono lontana di almeno otto anni dalla diagnosi di sclerosi multipla, non ho dubbi, nessuno, anche perché sono circondata dal bello che quei cinque anni mi hanno regalato. Grazie a tutti voi.

Il Padrino

Nei giorni del Covid, oltre e stare male, a non essere per niente in forma, a essere travolta da una noia furente, mi sono trovata – tanto per non cambiare va detto – a fare i conti con un esagerato desiderio di stare sola e di conseguenza abbandonare ogni piacere. Leggere, per esempio: per oltre un mese niente, o solo poche pagine per volta, che significa nulla. Ho preso in mano il tablet allora e ho fatto una scoperta straordinaria, tardiva di certo, ma che importa, è stata l’entusiasmante compagna di sorte col mio stramaledetto Covid: Il Padrino, la trilogia diretta da un ispiratissimo Francis Ford Coppola, su romanzo e sceneggiatura di Mario Puzo e interpretazione di due attori sopra le righe della cinematografia: Marlon Brando nella parte di Don Vito Corleone, capo dell’omonima famiglia mafiosa italo-americana, e Al Pacino, il figlio Michael Corleone che dopo la morte del padre ne prende in mano la gestione affaristica. E qui arriva una pagina di cinema che mi ha tolto il fiato, ma non per la storia in sé, perché si sa di brani di cinema sulla mafia italiana ne sono stati scritti fin troppi e molti di altissimo livello, ma per la prova in scena di un Al Pacino per cui non trovo aggettivi sufficientemente alti. Una presenza scenica suprema, sguardi calibrati, i suoi punti di osservazione sono sempre presenti e ben aperti sulla scena da far spostare il nostro sguardo attorno al suo, per non parlare dei movimenti, degli occhi, delle mani, sempre minimi eppure decisivi per renderne risolutiva la cornice interpretativa che aumenta di livello passo dopo passo. Sì è vero che vale moltissimo l’intreccio del contenuto di ognuno dei tre capitoli della storia ma Il Padrino diventa epico legandosi alle mosse interpretative di un Al Pacino che non trovo aggettivi sufficientemente alti per definire. Se non lo avete ancora fatto perché siete lavativi come me risolvete subito e buttatevi dentro una trilogia cinematografica che merita ogni valore e forse anche più.

Con tutta la stima che provo

Quando presi la decisione di aprire questo blog fu come un fulmine veloce che mi attraversò la mente e aveva tutto il sapore di una consolazione che mi volevo dare. Ben confusa da un periodo molto difficile composto da una sedia a rotelle appena arrivata, un licenziamento feroce e senza merito piombatami addosso, un cospicuo credito di denaro da parte dei miei ex capi che avevano scoperto il loro vero volto macabro e maligno mi trovai nuda e spoglia. Un blog pensai, ecco come riempire il mio tempo, scrivere mi dissi, di me, di altro, di noi, di voi. Lo dissi a pochi amici, per timore e per vergogna di giudizi e di pareri. Tra i pochi a cui lo dissi ci fu Enrico, compagno di banco al liceo, amico da sempre, stimato protagonista delle mie migliori discussioni. Una mattina di quell’estate venne a trovarmi, andammo a fare colazione nella pasticceria sotto casa mia e parlammo insieme per ore del mio blog appena nato. Mi fece una serie di complimenti che per me avevano il sapore del puro piacere fino a quando puntualizzò un dettaglio su cui ebbi modo di scavare una profonda riflessione. Il blog che hai aperto, mi disse, ha imboccato una precisa direzione che tocca un argomento centrale della tua vita la sclerosi multipla, ma dà valore anche alle tue passioni, alle valutazioni che fai, ai libri che leggi, a te nel profondo. Però ti do un consiglio lascia fuori la politica dalle tue righe. Sgranai gli occhi. Anche quei ragionamenti fanno parte di ciò che sono gli dissi. Credimi so di che parlo, rispose Enrico, il confronto politico sa essere feroce anche se si muove su termini lievi come quelli che conduci tu. Lo ascoltai fidandomi della sua esperienza professionale e del suo affetto per me. Ogni ragionamento del genere, per quanto ben fisso nel mio vissuto privato, su queste pagine venne bandito. E si arriva alla giornata di ieri. Alla fine del governo Draghi. Le mie dita che tremano sulla tastiera. Eppure anche oggi più che mai ti ascolto Enrico, prometto. E mi limito a dire che ieri, complice una giornata a casa dal lavoro, ho guardato tutto il lunghissimo speciale che Mentana ha dedicato all’argomento ma non vado oltre. Dico solo che nello spazio informativo ho notato anche due o tre cosette che mi hanno ben irritato e che con la politica hanno niente a che vedere ma con il buon giornalismo – che ieri era fondamentale – invece tutto. Mi riferisco proprio a Mentana che insieme ai suoi ospiti, tra un ragionamento e l’altro favoriva citazioni in latino, senza l’accortezza di tradurle e anzi annuendo con la testa scambiando con loro veloci sguardi di intesa. Sinceramente fastidiosi. Perché il pubblico che sta seguendo un programma di informazione, in una giornata dai margini tanto impegnativi da capire come quelli di ieri – questo lo posso dire vero Enrico? – ha il diritto di seguire un lavoro giornalistico ben condotto e non una sfida tra saputi-saputelli. Con tutta la stima che provo per Mentana.

Giovani, credere sempre in voi

Chiara Ferragni presenterà il prossimo Sanremo, lo ha detto Amadeus, al Tg1. Notiziona insomma, passata in prima serata dalla Tv di Stato: siamo solo dentro una guerra in fondo, una pandemia che non sembra voler abbassare la cresta, per non parlare di una siccità dai tratti epocali e drammatici. Ma certo il problema non è la la Ferragni contro cui non ho niente è solo che la prima pagina l’avrei voluta dedicata al fatto che la senatrice a vita Liliana Segre l’ha invitata nella sua casa milanese per raccontarle le vicende che l’hanno vista soccombere in prima persona sotto la scure dell’Olocausto durante la Seconda Guerra Mondiale. L’intenzione della senatrice è quella di presentare al pubblico giovanissimo che segue la fashion blogger quel periodo storico drammatico che ha sporcato di sangue, dramma e morte il secolo scorso. Chiara Ferragni ha accettato l’invito e nel suo profilo Instagram ha inserito l’immagine dell’incontro, una testimonianza che segna il contatto diretto di due pagine storiche che rischiano di perdersi di vista: il Novecento degli anni Quaranta, della Seconda Guerra Mondiale, del Nazismo, della morte nei campi di sterminio e l’oggi che vede come protagoniste le generazioni più giovani che forse quel momento di storia rischiano nemmeno di conoscerlo. La senatrice a vita ha proposto alla blogger una visita, subito accettata, al Memoriale della Shoah, quel Binario 21 della stazione centrale di Milano da dove partivano i treni diretti ai campi di concentramento di Auschwitz-Birkenau e da cui anche lei ancora adolescente è stata drammaticamente spedita a causa delle sue origini ebraiche. Liliana Segre ha voluto coinvolgere Chiara Ferragni per riuscire attraverso la sua sensibilità a fare breccia sulle nuove generazioni, le stesse che potrebbero ignorare un passato che non ci si deve permettere di dimenticare anche in considerazione di un presente che si sta macchiando di una nuova guerra scoppiata nell’Europa dell’Est e che non sappiamo bene che direzione stia prendendo. Ma poi arriva questa mattina, esame di maturità 2022, nuovamente in classe dopo due anni, prova di italiano, esce la traccia necessaria, richiesta di commento a La sola colpa di essere nati, il libro scritto dalla Senatrice con Gherardo Colombo. Il risultato? Questo Ministero, ragazzi, ha creduto in voi, e ne sono felice.

Ahimè

Da tempo mi riprometto di tornare ad essere presente di più su queste pagine perché ci tengo molto, credo di averlo già scritto comunque. Ma davvero non sono così tanto lavativa come sembra, o meglio lo sono ma non troppo, sono pigra da morire e questo ben si sa ma va detto anche che in questi ultimi tempi mi sono ritrovata coinvolta da qualche impegno in più da portare a termine perché alle promesse di collaborazione fatte mica si può dire no. Del lavoro credo di aver già detto, un part time che coinvolge come un tempo pieno di fatto, almeno dentro la mia testa, vai a capire la ragione, forse perché per me tutto è faticoso, mi sembra di più rispetto agli altri, o meglio mi giustifico così. Del Covid che chiude in casa credo di aver già ampiamente detto, ma che forse sia una giustificazione? E allora che facciamo, Cinzia, la troviamo una via d’uscita che porti a dare un senso di normalità alla tua vita. Che poi di normalità ha davvero ben poco lo si sa, nessuno lo mette mica in discussione ma vale lo stesso la pena di darsi una mossa, quindi via, e cerca una via d’uscita: almeno torna qui, su queste pagine che hai aperto con tanto amore e voglia di farcela perché scrivere sicuro che ti piace. Invece lo hai fatto diventare pesante e pure noioso da fare e figuriamoci se non da leggere. Non ci credi più neanche tu? Non credo visto che ci rimani molto male al solo pensarci.

In prima pagina

L’Italia non parteciperà ai Mondiali di calcio del 2022. Occasione persa per divertirsi un po’, ma la squadra non ce l’ha fatta. L’Italia non ha partecipato nemmeno ai Mondiali di calcio del 2018, quattro anni fa. Fallimento sportivo che ha scritto una pagina nera nel medagliere della nostra nazionale. In tempi di Covid che non accenna a mollare la presa, la guerra In Ucraina, ben vigile e in prima linea, una notizia del genere però avrebbe meritato ben oltre l’ultima pagina di ogni giornale e tg. Ma figuriamoci se va così in un paese dove il calcio assomiglia a una filosofia, ma meglio che molli qui la presa per non rischiare di vestirmi da vecchia saputa-saputella solo perché io il tema lo guardo dall’alto del pieno disinteresse. Vabbè, passo oltre. Perché infatti tutti i media ne hanno parlato tanto con toni che mi hanno prima stupito e alla fine del tutto infastidito. Stiamo vivendo un periodo storico drammatico e tutto quello che accade oltre non merita nessuna grossa attenzione. Certo la vittoria agli Europei di quest’estate è stata una bella parentesi ma ora come ora oltre al Covid ancora qui abbiamo anche una guerra che incombe sopra di noi, non credo che possa essere considerato un grande dramma la nuova bolla vuota della nazionale ai Mondiali. Liberi di dirmi che è fin troppo facile per me: io che a 10 anni ho vissuto l’inaspettata felicità dell’Italia del 1982, quella dell’indimenticabile Paolo Rossi e dell’urlo magico di Marco Tardelli dopo il gol contro la Germania e che per giunta, un po’ più grande, nel 2006, ha potuto godere di un’altra Coppa del Mondo alzata verso il cielo dai nostri. Tutto verissimo ma continuo a credere che dopo due anni di pandemia che non ha l’aria di essere passata e una guerra che ci guarda non proprio da lontano, anzi, non credo siano i Mondiali mancati a essere la rovina più grave che siamo costretti a subire. Detto questo speriamo invece che sia tutto il resto a risolversi, è questo genere notizia che vorremmo leggere in prima pagina. Scusatemi se mi permetto.

Tutto questo non ha ragione

Una copia inversa del secolo scorso ecco cosa mi sembrano i primi vent’anni di questo millennio: se per i primi due decenni del ‘900 i libri di storia raccontano di una guerra dai tratti mondiali a che si porta appresso un’epidemia gravissima, oggi parliamo di una pandemia arrivata da Oriente che ci ha travolti – e chissà se è finita – cui sta facendo seguito una guerra scoppiata alle prime luci dell’alba di oggi in Ucraìna. Ecco che torna in ballo la mia di generazione, quella nata tra anni ’60 e 70, la più fortunata, quella che ha portato a termine la maggior parte dei propri progetti senza troppi ostacoli davanti a sé, certo ci siamo beccati le BR, gli anni del terrorismo, i drammi della Mafia, Tangentopoli, l’ego smisurato di qualche politico internazionale che certo un po’ di paura ce l’ha messa come le Torri Gemelle, gli attentati in Francia, niente di buono di sicuro ma tutto avvolto da un alone di una certa sicurezza che chissà da dove veniva, forse anche da un po’ di inconsapevolezza. Ma i tratti di quello che sta succedendo da oggi, con Putin drammatico protagonista e il suo discorso che dichiara l’inizio della guerra, fanno davvero paura. E penso ancora alle nuove generazioni, mi preoccupa molto l’ennesimo taglio pesantissimo che stanno subendo. Stamattina il risveglio, accidenti, quanto duro è stato per tutti noi. L’annuncio di guerra di Putin, le bombe russe verso l’Ucraìna e poi le dichiarazioni contro di lui di Biden, Ursula von Der Leye, Steinmeier, Macron, del nostro Draghi che parlano tutti di immediate sanzioni economiche contro la Russia che chissà quali conseguenze avranno. Solo brividi quando il presidente ucraìno ha chiesto ai suoi cittadini di arruolarsi, presentare soldi allo Stato, donare sangue, scendere in piazza armati, il paese è in guerra ha detto paragonando la Russia alla Germania nazista. Si è rivolto in lingua russa anche alle popolazioni governate da Putin: “È un nazista non diverso da Hitler – ha detto loro – prendete le distanze da lui, stiamo vivendo tutti stesso pericolo”.