Ieri ho passato tutta la mattina, pranzo compreso, con la mia amica Donatella: non ci capitava da anni e non certo perché lei vive a Londra e io a Jesolo ma perché le nostre ombre e quelle di tutti, lo si sa, sono state schiacciate dal Covid. Quello di ieri ce lo siamo scelte come il nostro giorno, amiche fin dal primo giorno di Ginnasio abbiamo ricoperto la giornata di chiacchiere e pensieri, confessioni e ricordi, progetti e pettegolezzi, senza sosta, trasformando la colazione in un aperitivo e in poi un pranzo, sempre noi due, concentrate su dettagli mancanti dopo oltre due anni di lontananza. E che meraviglia di giornata è stata, come quando si era al Liceo, fin da subito compagne di banco e non sarà stato certo un caso se ci siamo scelte all’istante e oggi siamo ancora insieme, in prima fila. Liceo. indimenticabile pagina delle nostre vite, inutile anche ricordarcelo. E qui Donatella è tornata su un incontro fatto tempo fa con una nostra ex compagna che l’ha invitata a partecipare ad autentiche cene di classe targate vent’anni dopo. L’invito era rivolto anche a me, fin da subito Donatella me ne aveva parlato avanzando timidi tentavi di richiesta a partecipare sempre bloccati dai miei silenzi fermi, pure fastidiosi. Ieri me ne ha riparlato, la gioia del momento non ha cambiato del tutto le mie prospettive di partenza ma ho chiesto di essere inclusa nel gruppo Wapp per seguire i movimenti della mia giovinezza quando tutto aveva un altro significato e il futuro una declinazione diversa rispetto a quello che poi si è dimostrata. Ho visto la foto del gruppo Wapp, un’immagine di noi in III liceo, io bruttissima ma di certo serena sul domani perché non immaginavo che sarebbe andato così come è oggi. Ho le gambe accavallate in quello scatto, sono lontana di almeno otto anni dalla diagnosi di sclerosi multipla, non ho dubbi, nessuno, anche perché sono circondata dal bello che quei cinque anni mi hanno regalato. Grazie a tutti voi.
Categoria: Cose che leggo
Il Padrino
Nei giorni del Covid, oltre e stare male, a non essere per niente in forma, a essere travolta da una noia furente, mi sono trovata – tanto per non cambiare va detto – a fare i conti con un esagerato desiderio di stare sola e di conseguenza abbandonare ogni piacere. Leggere, per esempio: per oltre un mese niente, o solo poche pagine per volta, che significa nulla. Ho preso in mano il tablet allora e ho fatto una scoperta straordinaria, tardiva di certo, ma che importa, è stata l’entusiasmante compagna di sorte col mio stramaledetto Covid: Il Padrino, la trilogia diretta da un ispiratissimo Francis Ford Coppola, su romanzo e sceneggiatura di Mario Puzo e interpretazione di due attori sopra le righe della cinematografia: Marlon Brando nella parte di Don Vito Corleone, capo dell’omonima famiglia mafiosa italo-americana, e Al Pacino, il figlio Michael Corleone che dopo la morte del padre ne prende in mano la gestione affaristica. E qui arriva una pagina di cinema che mi ha tolto il fiato, ma non per la storia in sé, perché si sa di brani di cinema sulla mafia italiana ne sono stati scritti fin troppi e molti di altissimo livello, ma per la prova in scena di un Al Pacino per cui non trovo aggettivi sufficientemente alti. Una presenza scenica suprema, sguardi calibrati, i suoi punti di osservazione sono sempre presenti e ben aperti sulla scena da far spostare il nostro sguardo attorno al suo, per non parlare dei movimenti, degli occhi, delle mani, sempre minimi eppure decisivi per renderne risolutiva la cornice interpretativa che aumenta di livello passo dopo passo. Sì è vero che vale moltissimo l’intreccio del contenuto di ognuno dei tre capitoli della storia ma Il Padrino diventa epico legandosi alle mosse interpretative di un Al Pacino che non trovo aggettivi sufficientemente alti per definire. Se non lo avete ancora fatto perché siete lavativi come me risolvete subito e buttatevi dentro una trilogia cinematografica che merita ogni valore e forse anche più.
Stagione del cuore
Già a letto, un libro in mano, fuori lampi e tuoni come non si sentiva da tempo. Autunno, se sei qui, ti aspettavo.
Con tutta la stima che provo
Quando presi la decisione di aprire questo blog fu come un fulmine veloce che mi attraversò la mente e aveva tutto il sapore di una consolazione che mi volevo dare. Ben confusa da un periodo molto difficile composto da una sedia a rotelle appena arrivata, un licenziamento feroce e senza merito piombatami addosso, un cospicuo credito di denaro da parte dei miei ex capi che avevano scoperto il loro vero volto macabro e maligno mi trovai nuda e spoglia. Un blog pensai, ecco come riempire il mio tempo, scrivere mi dissi, di me, di altro, di noi, di voi. Lo dissi a pochi amici, per timore e per vergogna di giudizi e di pareri. Tra i pochi a cui lo dissi ci fu Enrico, compagno di banco al liceo, amico da sempre, stimato protagonista delle mie migliori discussioni. Una mattina di quell’estate venne a trovarmi, andammo a fare colazione nella pasticceria sotto casa mia e parlammo insieme per ore del mio blog appena nato. Mi fece una serie di complimenti che per me avevano il sapore del puro piacere fino a quando puntualizzò un dettaglio su cui ebbi modo di scavare una profonda riflessione. Il blog che hai aperto, mi disse, ha imboccato una precisa direzione che tocca un argomento centrale della tua vita la sclerosi multipla, ma dà valore anche alle tue passioni, alle valutazioni che fai, ai libri che leggi, a te nel profondo. Però ti do un consiglio lascia fuori la politica dalle tue righe. Sgranai gli occhi. Anche quei ragionamenti fanno parte di ciò che sono gli dissi. Credimi so di che parlo, rispose Enrico, il confronto politico sa essere feroce anche se si muove su termini lievi come quelli che conduci tu. Lo ascoltai fidandomi della sua esperienza professionale e del suo affetto per me. Ogni ragionamento del genere, per quanto ben fisso nel mio vissuto privato, su queste pagine venne bandito. E si arriva alla giornata di ieri. Alla fine del governo Draghi. Le mie dita che tremano sulla tastiera. Eppure anche oggi più che mai ti ascolto Enrico, prometto. E mi limito a dire che ieri, complice una giornata a casa dal lavoro, ho guardato tutto il lunghissimo speciale che Mentana ha dedicato all’argomento ma non vado oltre. Dico solo che nello spazio informativo ho notato anche due o tre cosette che mi hanno ben irritato e che con la politica hanno niente a che vedere ma con il buon giornalismo – che ieri era fondamentale – invece tutto. Mi riferisco proprio a Mentana che insieme ai suoi ospiti, tra un ragionamento e l’altro favoriva citazioni in latino, senza l’accortezza di tradurle e anzi annuendo con la testa scambiando con loro veloci sguardi di intesa. Sinceramente fastidiosi. Perché il pubblico che sta seguendo un programma di informazione, in una giornata dai margini tanto impegnativi da capire come quelli di ieri – questo lo posso dire vero Enrico? – ha il diritto di seguire un lavoro giornalistico ben condotto e non una sfida tra saputi-saputelli. Con tutta la stima che provo per Mentana.
Giovani, credere sempre in voi
Chiara Ferragni presenterà il prossimo Sanremo, lo ha detto Amadeus, al Tg1. Notiziona insomma, passata in prima serata dalla Tv di Stato: siamo solo dentro una guerra in fondo, una pandemia che non sembra voler abbassare la cresta, per non parlare di una siccità dai tratti epocali e drammatici. Ma certo il problema non è la la Ferragni contro cui non ho niente è solo che la prima pagina l’avrei voluta dedicata al fatto che la senatrice a vita Liliana Segre l’ha invitata nella sua casa milanese per raccontarle le vicende che l’hanno vista soccombere in prima persona sotto la scure dell’Olocausto durante la Seconda Guerra Mondiale. L’intenzione della senatrice è quella di presentare al pubblico giovanissimo che segue la fashion blogger quel periodo storico drammatico che ha sporcato di sangue, dramma e morte il secolo scorso. Chiara Ferragni ha accettato l’invito e nel suo profilo Instagram ha inserito l’immagine dell’incontro, una testimonianza che segna il contatto diretto di due pagine storiche che rischiano di perdersi di vista: il Novecento degli anni Quaranta, della Seconda Guerra Mondiale, del Nazismo, della morte nei campi di sterminio e l’oggi che vede come protagoniste le generazioni più giovani che forse quel momento di storia rischiano nemmeno di conoscerlo. La senatrice a vita ha proposto alla blogger una visita, subito accettata, al Memoriale della Shoah, quel Binario 21 della stazione centrale di Milano da dove partivano i treni diretti ai campi di concentramento di Auschwitz-Birkenau e da cui anche lei ancora adolescente è stata drammaticamente spedita a causa delle sue origini ebraiche. Liliana Segre ha voluto coinvolgere Chiara Ferragni per riuscire attraverso la sua sensibilità a fare breccia sulle nuove generazioni, le stesse che potrebbero ignorare un passato che non ci si deve permettere di dimenticare anche in considerazione di un presente che si sta macchiando di una nuova guerra scoppiata nell’Europa dell’Est e che non sappiamo bene che direzione stia prendendo. Ma poi arriva questa mattina, esame di maturità 2022, nuovamente in classe dopo due anni, prova di italiano, esce la traccia necessaria, richiesta di commento a La sola colpa di essere nati, il libro scritto dalla Senatrice con Gherardo Colombo. Il risultato? Questo Ministero, ragazzi, ha creduto in voi, e ne sono felice.
Ahimè
Da tempo mi riprometto di tornare ad essere presente di più su queste pagine perché ci tengo molto, credo di averlo già scritto comunque. Ma davvero non sono così tanto lavativa come sembra, o meglio lo sono ma non troppo, sono pigra da morire e questo ben si sa ma va detto anche che in questi ultimi tempi mi sono ritrovata coinvolta da qualche impegno in più da portare a termine perché alle promesse di collaborazione fatte mica si può dire no. Del lavoro credo di aver già detto, un part time che coinvolge come un tempo pieno di fatto, almeno dentro la mia testa, vai a capire la ragione, forse perché per me tutto è faticoso, mi sembra di più rispetto agli altri, o meglio mi giustifico così. Del Covid che chiude in casa credo di aver già ampiamente detto, ma che forse sia una giustificazione? E allora che facciamo, Cinzia, la troviamo una via d’uscita che porti a dare un senso di normalità alla tua vita. Che poi di normalità ha davvero ben poco lo si sa, nessuno lo mette mica in discussione ma vale lo stesso la pena di darsi una mossa, quindi via, e cerca una via d’uscita: almeno torna qui, su queste pagine che hai aperto con tanto amore e voglia di farcela perché scrivere sicuro che ti piace. Invece lo hai fatto diventare pesante e pure noioso da fare e figuriamoci se non da leggere. Non ci credi più neanche tu? Non credo visto che ci rimani molto male al solo pensarci.
In prima pagina
L’Italia non parteciperà ai Mondiali di calcio del 2022. Occasione persa per divertirsi un po’, ma la squadra non ce l’ha fatta. L’Italia non ha partecipato nemmeno ai Mondiali di calcio del 2018, quattro anni fa. Fallimento sportivo che ha scritto una pagina nera nel medagliere della nostra nazionale. In tempi di Covid che non accenna a mollare la presa, la guerra In Ucraina, ben vigile e in prima linea, una notizia del genere però avrebbe meritato ben oltre l’ultima pagina di ogni giornale e tg. Ma figuriamoci se va così in un paese dove il calcio assomiglia a una filosofia, ma meglio che molli qui la presa per non rischiare di vestirmi da vecchia saputa-saputella solo perché io il tema lo guardo dall’alto del pieno disinteresse. Vabbè, passo oltre. Perché infatti tutti i media ne hanno parlato tanto con toni che mi hanno prima stupito e alla fine del tutto infastidito. Stiamo vivendo un periodo storico drammatico e tutto quello che accade oltre non merita nessuna grossa attenzione. Certo la vittoria agli Europei di quest’estate è stata una bella parentesi ma ora come ora oltre al Covid ancora qui abbiamo anche una guerra che incombe sopra di noi, non credo che possa essere considerato un grande dramma la nuova bolla vuota della nazionale ai Mondiali. Liberi di dirmi che è fin troppo facile per me: io che a 10 anni ho vissuto l’inaspettata felicità dell’Italia del 1982, quella dell’indimenticabile Paolo Rossi e dell’urlo magico di Marco Tardelli dopo il gol contro la Germania e che per giunta, un po’ più grande, nel 2006, ha potuto godere di un’altra Coppa del Mondo alzata verso il cielo dai nostri. Tutto verissimo ma continuo a credere che dopo due anni di pandemia che non ha l’aria di essere passata e una guerra che ci guarda non proprio da lontano, anzi, non credo siano i Mondiali mancati a essere la rovina più grave che siamo costretti a subire. Detto questo speriamo invece che sia tutto il resto a risolversi, è questo genere notizia che vorremmo leggere in prima pagina. Scusatemi se mi permetto.
Tutto questo non ha ragione
Una copia inversa del secolo scorso ecco cosa mi sembrano i primi vent’anni di questo millennio: se per i primi due decenni del ‘900 i libri di storia raccontano di una guerra dai tratti mondiali a che si porta appresso un’epidemia gravissima, oggi parliamo di una pandemia arrivata da Oriente che ci ha travolti – e chissà se è finita – cui sta facendo seguito una guerra scoppiata alle prime luci dell’alba di oggi in Ucraìna. Ecco che torna in ballo la mia di generazione, quella nata tra anni ’60 e 70, la più fortunata, quella che ha portato a termine la maggior parte dei propri progetti senza troppi ostacoli davanti a sé, certo ci siamo beccati le BR, gli anni del terrorismo, i drammi della Mafia, Tangentopoli, l’ego smisurato di qualche politico internazionale che certo un po’ di paura ce l’ha messa come le Torri Gemelle, gli attentati in Francia, niente di buono di sicuro ma tutto avvolto da un alone di una certa sicurezza che chissà da dove veniva, forse anche da un po’ di inconsapevolezza. Ma i tratti di quello che sta succedendo da oggi, con Putin drammatico protagonista e il suo discorso che dichiara l’inizio della guerra, fanno davvero paura. E penso ancora alle nuove generazioni, mi preoccupa molto l’ennesimo taglio pesantissimo che stanno subendo. Stamattina il risveglio, accidenti, quanto duro è stato per tutti noi. L’annuncio di guerra di Putin, le bombe russe verso l’Ucraìna e poi le dichiarazioni contro di lui di Biden, Ursula von Der Leye, Steinmeier, Macron, del nostro Draghi che parlano tutti di immediate sanzioni economiche contro la Russia che chissà quali conseguenze avranno. Solo brividi quando il presidente ucraìno ha chiesto ai suoi cittadini di arruolarsi, presentare soldi allo Stato, donare sangue, scendere in piazza armati, il paese è in guerra ha detto paragonando la Russia alla Germania nazista. Si è rivolto in lingua russa anche alle popolazioni governate da Putin: “È un nazista non diverso da Hitler – ha detto loro – prendete le distanze da lui, stiamo vivendo tutti stesso pericolo”.
Latino e greco, sempre loro
Ho saputo di una storia che mi ha commosso. Un gesto apparentemente semplice, un incontro tra generazioni estreme che ha investito di partecipazione e sorrisi tutte e due. A Roma davanti al liceo classico Torquato Tasso, uno dei più autorevoli della capitale, c’è una Rsa, le finestre delle aule e quelle delle camere della struttura per anziani si affacciano una davanti all’altra. Un certo giorno i giovani liceali appena entrati in classe intravedono alla finestra della Rsa una signora che guarda l’esterno, la salutano con la mano, lei risponde con un sorriso, questo scambio di rispetto da una parte e autentica gioia dall’altra diventa un appuntamento fisso anche se breve, i ragazzi devono sedersi ai banchi appena entrano in classe i prof, la signora si muove verso le sue di abitudini quotidiane. Ma giorno dopo giorno l’appuntamento diventa un’abitudine e l’entusiasmo sale da parte di tutte e due le parti, gli alunni del Tasso confezionano anche cartelloni con cuori e disegni che espongono alle finestre, la signora si presenta tutte le mattine con gioia crescente. Su richiesta dei giovani liceali il dirigente del Tasso è spinto a contattare la direzione della Rsa per cercare di organizzare un incontro tra la signora e i ragazzi ma c’è il Covid di mezzo, Skype è l’umica soluzione: accettata da entrambe le parti, ovvio che sì. La signora ha 93 anni, è brillante e chiacchierona, i liceali ne hanno circa 17 e salutano con grande rispetto la nonna che hanno adottato con un gesto che vale la pena solo di ammirare. Due generazioni che stanno pagando il Covid con un peso troppo gravoso ma con la voglia di essere lì l’una per l’altra. I ragazzi li ho ammirati perché questi due anni per loro sono stati gravosi, uno strappo alla giovinezza che non si ricucirà né recupererà facilmente, eppure hanno trovato il tempo e la voglia per correre in soccorso all’ultima fase della vita di una signora che doveva meritare di terminarla più serenamente. Però lo devo dire ancora una volta: liceo classico, latino e greco, tanta fatica, tantissima, ma i risultati poi si leggono in quelle scelte della vita che sanno fare la differenza.
E se c’entrasse ancora lei?
Non ho più voglia di leggere. O peggio ancora, non capisco quello che sto leggendo, non entro più dentro le parole, nel ritmo del testo, non mi muovo con la storia, fatico a voltare pagina quando raggiungo la fine del capitolo e mi blocco lì. Ho chiuso il 2021 con una lunga carrellata di titoli letti, senza mettermi in gara con nulla, così, un romanzo dopo l’altro, cercando quella bella pagina in più che fa la differenza. E ora? Niente più. Un presente in piena discesa: ho chiuso l’anno passato prendendo in mano un romanzo che avevo in casa da tempo immemore e che non so nemmeno come ci sia arrivato, se con uno sventato acquisto mio o con un regalo di quelli che molli con sufficienza nella tua libreria oppure con una richiesta fatta a chi sa chi per averne sentito parlare da chissà chi. L’autrice è una donna, italiana, ecco cosa mi ha convinto a prenderlo in mano, perché l’anno scorso ho letto molto declinato al femminile, un autentico treno di letteratura denso di bellezza e fascino. Ma evidentemente il vagone che conteneva questo primo romanzo del 2022 si è staccato. O sono io che mi sono sganciata dal piacere di leggere? Perché ora che la prima lettura del 2022 si è finalmente conclusa con molta lentezza e poco, pochissimo piacere per mettermi alla prova mi sono infilata dentro un nuovo romanzo, vestito da una bella copertina bianca Einaudi – portatrice di bellezza, si sa – firmato da un autore americano che ben conosco per essere tra i migliori: eppure ancora niente. C’è mancanza di memoria soprattutto e scarsa concentrazione poi, attenzione ai minimi, mai accaduto con questa triste potenza. E allora, siccome non sono una che la prende con leggerezza mi sto già dicendo: vuoi vedere che la difficoltà che hai di leggere dipende dal fatto che non capisci più la pagina scritta e che ancora una volta c’entra quella stronza di sclerosi multipla?