Ottanta centesimi

Una mattina di due estati fa mi chiama mio fratello: è dentro una libreria – in una di quelle catene senza anima ma tanti sconti – ha raggiunto quota venti euro di spesa che gli dà il diritto alla scelta di un libro compreso in un catalogo fatto da loro, può portarne a casa uno a soli ottanta centesimi. Fai tu mi dice, e comincia ad elencarmi i titoli messi in palio, perlopiù classici che ho già in casa, altro che non mi interessa, e poi una serie di romanzi che so quasi per certo di aver poca voglia di leggere. Mio fratello mi mette fretta, non ho troppo tempo per scegliere quello che mi sembra il meno peggio, e così dico un titolo a caso tra quelli che mi elenca, quello di un romanzo che sono anni che ho scelto di non leggere, per ragioni stupide se vogliamo, ma coi libri è così, o li ami da subito o li metti da parte e basta. Quello che è successo con questo. Conoscevo un tizio anni fa che parlava sempre di questo libro, metteva su una faccia da intellettuale e per la sua diligente sponsorizzazione ripeteva sempre le stesse cose, il dubbio che avesse letto solo questo non mancava. Se c’è una cosa poi che mi annoia è quando mi si raccontano le trame, smetto proprio di ascoltare, annuisco a caso e penso ad altro. E mentre ‘sto tizio parlava e parlava il livello della mia attenzione si inabissava ogni volta che mi capitava di incrociarlo. L’esposizione dettagliata della trama poi, stile interrogazione, non mi interessa per niente, come nascono o finiscono libri, film, o serie tv sono dettagli del tutto secondari per me e nel caso voglia sapere qualcosa in più chiedo, faccio domande specifiche che mi servono a disegnare un’idea, se poi ho voglia di andare oltre lo faccio. Finché si arriva alla telefonata di mio fratello, a una scelta da fare al volo per un affare da ottanta centesimi che non mi va di perdere, sia quel sia mi dico, e scelgo il cavallo di battaglia di quel tizio, Cecità, Saramago. Eccoci poi a queste settimane, vado nello scaffale della mia libreria dove ci sono quei titoli ancora da leggere e lo prendo in mano, chissà perché poi, sono decenni che lo rifiuto, ma mi dico vabbe’ dài, visto che è qui, proviamo. Il primo capitolo. Un brivido freddo lungo la schiena. Il secondo. L’incredulità più pura. E avanti così, pagina dopo pagina. Mi trovo davanti al racconto di una pestilenza improvvisa che colpisce poco alla volta gli uomini e le donne che abitano una cittadina non ben precisata, è la storia un contagio totale e ignoto che procura una strana forma di cecità assoluta. Lo evito da anni questo romanzo, senza ragione, oltre alla seccatura che mi dava quel tizio mai ascoltato, non sapevo di cosa parlasse e mi ritrovo a leggerlo proprio in questi giorni di insopportabile quarantena. Una casualità che fa quasi ridere. Aggiungendo però che, molto al di là della trama, Cecità è un romanzo perfetto, che inserisce un tratteggio di argomentazioni dense dentro una costruzione linguistica tra le migliori mai lette, con un uso della terza persona narrativa che sembra trasformarsi al bisogno in prima persona grazie a una forma di dialogo diretto introdotto solo da virgole e maiuscole, sta al lettore orientarsi nel testo, aumentandone così la soddisfazione. Un assoluto capolavoro – mi tocca pure dar ragione a quel tizio – che mi piace aver letto adesso, per mia scelta, senza aver conosciuto prima la trama, che si mantiene comunque secondaria rispetto a tutto il resto, sono solo queste giornate a farla venire a galla. Certo che aver passato uno spicchio di quarantena con Saramago in mano non è stato per niente male. E a solo ottanta centesimi. Che credo abbia pagato mio fratello.

Stringiamoci a coorte

Abito in una località di mare, affacciata sull’Adriatico, in Veneto, qui l’asse portante dell’economia è il turismo. In tempi di Covid 19 siamo a secco. Parlavo proprio ieri con la mia ex dirimpettaia di scrivania, lavoravamo per una piccola agenzia di comunicazione che si occupava della realizzazione di free press costruiti attorno ad un solido architrave pubblicitario, dicevamo quindi che con ogni probabilità quei giornali, su cui avevamo investito passione, mista a idee e indiscussa fatica, era ben difficile che potessero uscire quest’estate, e non certo nei tempi e nei modi noti. E invece stamattina, sorpresa, sui social compare la copertina del primo numero della stagione, puntuale, per Pasqua, come ogni anno, come da tradizione, nel pieno rispetto delle regole decise dalla redazione. Il giornale più rappresentativo poi, il pezzo da novanta dell’intera produzione, quello più atteso, quello che disegna i contorni di una località attrezzata per accogliere ogni estate milioni turisti. Ha una copertina molto bella fra l’altro, con uno strillo che dà l’idea della squadra che in un momento del genere stringe i denti, non molla il timone. Io e la mi ex dirimpettaia di redazione ci telefoniamo subito, non ce l’aspettavamo questa calata di asso vincente e certo non con questa puntualità. Che penso? Mi piace questo atto di coraggio, orgoglio e valore messo in campo da tizi che comunque continuo a non stimare, ma non posso non considerare che questo è il momento per mettere da parte ogni desiderio di rivalsa, adesso più che mai è bene stare sull’attenti per tratteggiare un qualunque carattere di speranza sul domani. Ci parliamo io e la mia ex dirimpettaia di computer e a tutte due viene addirittura l’idea di scrivere un wapp all’unico degli ex capi con cui siamo rimaste in qualche modo legate, certamente perché a lui diamo credito di professionalità ma soprattutto perché, diciamolo, anche lui è stato disarcionato come noi. Poi lui lo hanno riarruolato nel momento del più grave bisogno questo va detto, ha accettato di malavoglia, dice, perché di qualche cosa bisognerà pur mangiare. Sta di fatto che ora fa di nuovo parte della compagnia quindi a me e alla mia ex dirimpettaia di idee geniali è parso necessario fargli i complimenti attribuendogli, chissà poi perché, gran parte delle fondamenta di questo progetto. Lui ha risposto con finta umiltà ma tant’è. Poco dopo su FB ho visto il video nel quale l’altro ex capo, quello che di sicuro non considero, tutt’altro, e che si fa chiamare editore, è seduto alla scrivania del suo ufficio – l’ultima volta che sono entrata lì dentro in è stato per sentirmi formalizzare il licenziamento con la specifica che non c’era intenzione di pagare a breve giro di posta le ultime mensilità e il TFR pari a 15 anni di lavoro – e nel suo italiano precario, butta fuori parole a caso, che dicono tutto e dicono niente, gira attorno a concetti che sono molto simili a un’auto celebrazione. Poi entra in scena il nuovo direttore, lo conosco da anni, anche se fortunatamente non ci ho mai lavorato insieme, un egoriferito convinto di essere la penna più autorevole del creato e che infatti dirige un free press. Parla dalla sala riunioni – non ha nemmeno un ufficio suo là dentro non posso che notarlo – dice le stesse cose, hanno cercato di offrire un servizio per spiegare che la località è viva e come sempre pronta a ripartire. Mi resta attaccato alla pelle un senso profondo di occasione perduta. Era tanto difficile mettere da parte i propri supposti allori per dire che il valore autentico di questa eccezionale uscita era quella di dare spirito ai tanti – a tutti? – quelli che qui di turismo vivono e che all’improvviso non solo sentono di aver perso ogni bussola ma pure una strada sulla quale orientarsi? Serviva la verità: è dura ma si farà, noi abbiamo fatto un tentativo, rischiando tanto, troppo, ma è questo il momento di farlo. Qui i turisti sono fondamentali, si doveva dire, e li aspettiamo, ma ora questo giornale è dedicato a noi che qui lavoriamo, alle nostre paure a tutti i pensieri che ci pesano sul cuore ma che devono diventare l’occasione per farci diventare una squadra compatta, un gruppo che solo insieme può vincere una partita che sembra persa in partenza. Questo almeno è quello che io e la mia dirimpettaia di utopie avremmo voluto diventasse il messaggio. Ma infatti ci hanno licenziate.

Annalena, è un piacere

 

In queste giornate che si muovono tra preoccupazioni e malumore, durante le quali ci sono troppi spazi da riempire per non sprofondare, per non lasciarsi soffocare definitivamente ho trovato un modo per rimanere a galla. Ho scoperto per caso un programma tv che sto guardando anche in replica, per non perderne nemmeno un dettaglio, da cui mi sento coccolata, addirittura viziata, perché parla delle cose che mi piacciono, i libri, con i toni che preferisco, quelli più morbidi. Si chiama Romanzo italiano, lo conduce Annalena Benini che fa un viaggio attraverso le regioni italiane per rintracciare gli scrittori che abitano lì, per intervistarli, parlare dei loro luoghi, i libri che hanno scritto, i tempi e i modi dei loro esordi. Ora, che Annalena Benini fosse una garanzia già lo sapevo, ottima lettrice e di conseguenza ottima suggeritrice di titoli, sulla stampa ma anche sui social, qui si rivela capace di interviste ammalianti, una voce pacata che non interrompe mai, lascia parlare mentre accompagna chi la guarda dentro un circolo di bellezza perfetto. In ogni regione incontra uno alla volta tre scrittori, con ciascuno di essi mette in mostra un pezzo d’Italia che parla di loro, si fa portare negli angoli che più amano, di una città, di una piazza, di uno sguardo verso il mare, di uno spazio immerso nella natura. E poi si parla dei loro libri, lontani da toni accademici, da registri sofisticati, se ne parla e basta, con gusti intelligenti e passionali, che conquistano. Si raccontano gli esordi e di come si è passati un manoscritto ad una finale di un Premio Strega, per esempio, magari alla fine anche vinto. Non tutti gli scrittori intervistati mi piacciano e di sicuro non leggerò mai loro libri, poco importa mi ha interessato conoscerli. Se è per questo ho avuto anche la conferma che di quelli che mi piacciano non ho letto tutto purtroppo e che dovrò rimediare al più presto. Per non parlare di quelli che certamente potrebbero piacermi e di cui però non ho letto niente, me tapina. Questo è il momento giusto per riparare, il tempo in effetti non manca. Purtroppo.

Ruvido e profumato

Ieri sera ero di cattivo umore, in tv passava il solito inutile niente e non avevo nemmeno voglia di leggere. E allora l’ho visto sopra il mio comodino e l’ho preso in mano, un albo di Topolino che avevo comprato la scorsa estate come ammonimento che avevo cercato di darmi dopo una stagione di scarse letture che mi avviliva davvero tanto. Con Topolino volevo darmi coraggio, un modo tutto mio per riaccendere il m personale meccanismo della lettura, la sera, una volta entrata a letto, come d’abitudine. Solo dopo ho capito che la causa delle scarse letture non era la mia inettitudine, è stata sufficiente una visita oculistica, ci vedevo molto meno, sai com’è l’età che passa. Eppure anche ieri sera il pur bel libro che sto leggendo è rimasto lì sopra il comodino, troppi i crucci che mi passavano per la testa. È allora che ho visto quel Topolino abbandonato in un angolo e l’ho preso in mano. E quante risposte mi sono data. Topolino è la mia infanzia, in casa ne giravano parecchi, mio fratello, che è più grande di me, ne aveva diversi e a me ancor prima di aver imparato a leggere piaceva sfogliarli, con quelle pagine che all’epoca avevano una grana ruvida e un profumo che ricordo ancora. Chiedevo a mio fratello di leggermi le storie mentre io guardavo i disegni, non saprò mai se lo facesse davvero o se le inventasse in velocità per assecondare i miei capricci, a me piaceva comunque. Credo però che appena ho cominciato ad andare a scuola in famiglia s’è respirato: mio fratello perché l’ho lasciato in pace, i miei perché mentre ero intenta sopra le pagine di qualunque cosa mi capitasse per mano finalmente smettevo di chiacchierare. Ieri sera leggere Topolino è stata una grande sorpresa, non ricordavo infatti che la costruzione delle sue storie ruotasse attorno a scelte linguistiche così ricche, complesse, articolate e bellissime. Oltre al fiorire dei vari wow, gulp, slurp, sbam che sono la cifra che definisce il linguaggio tipico del fumetto attraverso l’uso dell’onomatopea, ieri sera ho letto ben altro e con estremo piacere. Cosa posso dire infatti di tutti quei sostantivi, aggettivi, modi verbali, costruzioni sintattiche di livello simil letterario che ho trovato? Su Topolino l’intera grammatica italiana si muove con piena convinzione di sé, il temibile congiuntivo su queste pagine non conosce imperfezioni, la consecutio dei tempi verbali poi appare senza sbavature di sorta, non vorrei esagerare ma qui s’è lavato in panni in Arno. Ma c’è ben alto, basti pensare che i malintenzionati tra questi fumetti si chiamano gaglioffi, le ragazze carine come Minnie vengono descritte come amabili e che quel pigro di Paperino è meglio chiamarlo col suo nome, sfaccendato. Perfino la Banda Bassotti deve arrendersi e farsi definire come merita: tre mariuoli e niente di più. Mamma mia che bellezza! Da piccola leggendo Topolino devo aver rotto le scatole a chiunque con i miei continui cosa vuol dire questo, cosa vuol dire quello, tanto che secondo me ad un certo punto pure mio fratello deve aver tentato di strapparmelo dalle mani più di una volta per ricominciare a leggermelo a suo modo. Ma vale di più la seconda ipotesi: io mi sono innamorata proprio con Topolino della bella parola, con questo fumetto dalla pagina ruvida e profumata. E ieri sera pure il malumore m’è un po’ passato.

Piove, senti come piove, vedi come viene giù

Mi chiedono spesso quale sia il mio libro preferito. Temporeggio sempre prima di dire che non ce l’ho un libro preferito, sono diversi quelli veramente belli che ho letto, come si fa a fare una classifica. Senza voler essere saputella comunque, è una semplice e banale considerazione la mia. Però se ci penso bene ecco che un titolo lo trovo, che forse non corrisponde in assoluto al mio libro preferito ma senz’altro coincide con quello che ha gettato le basi della mia storia di lettrice: I promessi sposi. Me lo ha fatto amare la mia prof. del Ginnasio, che forse a insegnare latino e greco non era proprio una scheggia, ma sul capolavoro di Manzoni si è concentrata a lungo e con passione e, pagina dopo pagina, io con lei. Tra quei capitoli ho scoperto cosa cerco quando leggo, quel qualcosa che va oltre, quel dettaglio che innalza la costruzione narrativa facendola diventare bella pagina. Con Manzoni ho imparato che vuol dire faticare leggendo, tornare indietro nel paragrafo per orientarsi meglio nella comprensione del testo, provare piacere facendosi travolgere dalla bellezza di una struttura sintattica dalla perfezione totale, scoprire il valore estetico di una consecutio ben fatta. Ah, la lingua italiana quanto è bella, li ha lavati lui i panni in Arno, o no? Oggi ho ripreso in mano la mia copia dei tempi del liceo, usata anche all’università credo – l’apparato delle note è di Natalino Sapegno, tanto per dire – e dentro ci sono tutti i miei commenti scritti a matita tanto, ma tanto tempo fa. La loro stupida ingenuità ne è autentica dimostrazione, del resto. L’intenzione di adesso è quella di rileggere i capitoli sulla peste, ci pensavo da settimane, ma ho preso tempo, meglio evitare, mi dicevo, non aggiungiamo paura a paura. Ora però mi sono decisa. Farò questo tuffo nella pagina suprema ma anche nel racconto di un dramma vissuto in modo simile a quello dei nostri giorni che si risolse con un diluvio atteso e implorato che spazzò via tutto pulendo Milano dall’angoscia, dal dolore e dalla morte. Lo stesso che speriamo noi oggi, che sia pioggia, caldo o vai a capire cosa. Anche perché se Renzo e Lucia dopo 600 pagine di casini sono riusciti a sposarsi possibile che non ne veniamo fuori noi?

Addio, venerato maestro

Ieri è morto Alberto Arbasino. Qualche settimana fa aveva compiuto 90 anni, avevo scritto anche qui del suo compleanno, non sapevo fosse malato, ma da tempo non trovavo sui giornali niente con la sua firma e due risposte me le ero date. Saputo della sua morte ho subito pensato che in questi tempi di Coronavirus non avrebbe avuto nemmeno un funerale ufficiale adeguato alla portata intellettuale del suo nome e mi è spiaciuto. Che ingiustizia ho pensato. Ieri sera mi sono riletta una sua intervista di qualche tempo fa in cui ricordava i vecchi amici che non c’erano più, quelli ormai diventati “Delle edizioni complete o degli indirizzi utili ai tassisti”, detto con il sarcasmo di cui era padrone senza rivali. Gli mancava la possibilità di conversare ancora con loro, ricordava, amici come Parise, Testori, Pasolini, Gadda o Calvino e tutti gli altri morti troppo presto e molto prima di lui. “Ce lo dicevamo sempre – ribadiva – quando saremo vecchi litigheremo dicendoci sul muso ogni cosa. Non abbiamo fatto in tempo”. Non leggeva gli scrittori contemporanei, e lo dichiarava senza troppo girarci attorno “Non scorgo illuminazioni” e il discorso lo chiudeva lì. E allora ho pensato: ma Arbasino, avrebbe tollerato un funerale alla presenza di un’intellighènzia come quella di oggi che di certo non stimava? Stamattina ho letto uno dei brillanti tweet di Guia Soncini che mi ha fatto riprendere in mano Fratelli d’Italia, edizione del 93: segnalava alcune pagine che ho riletto e m’è venuto da ridere. Arbasino parla del funerale di uno dei personaggi centrali del romanzo: “C’è molta gente alla messa che alcuni prendono come un cocktail, con molti saluti [] – scrive – e tutti i ragguagli sulle crociere future [] tutti gli chic tendono a stare in fondo per fare del gossip”. E via così, per due facciate, scritte con la sua sorprendente grandezza narrativa, moderna ancora oggi, trent’anni dopo. Eccolo l’ultimo guizzo di acume di Arbasino, morire ai tempi del Coronavirus per essere certo di non avere il funerale. Addio, mio venerato maestro, tua casalinga di Voghera, la stessa che non ha mai fatto nemmeno una gita a Chiasso

Non c’è tensione, non c’è emozione, nessun dolore

Passato Sanremo, passata la festa, ma non per la tv che anche la settimana dopo continua a parlarne, quest’anno ancora di più. Gli ascolti sono stati molto alti e così anche le altre trasmissioni, quelle più misere, quelle secondarie, lo usano come gancio capace di trascinarle dentro il turbine dei dati Auditel. Lunedì ne ho vista una, su Raiuno, bilancio di vincitori e vinti e via così, fino a che in studio arriva Ivan Cottini, ballerino, si è esibito all’Ariston la sera della finale. Ho sempre evitato di rivederlo in questi giorni, su tv e social, non per antipatia ma perché è malato di sclerosi multipla, con lui condivido la parte peggiore di me, quella che vorrei evitare appunto. Lo faccio da sempre, me ne sto alla larga dagli altri malati di sm. Quando vado a fare le visite di controllo saluto distrattamente chi incontro nella sala d’attesa, credo di avere fama di grande antipatia tra quei corridoi, meritata sospetto ma sono fatta così, che ci posso fare. Anni fa facevo una terapia che, una volta al mese, mi costringeva a rimanere con un ago appeso al braccio per ore condividendo uno spazio limitato con quattro o cinque colleghi di avventura, non so cosa detestassi di più di quelle giornate, se quelle maledette goccioline che mi entravano dentro il corpo o il gruppetto attorno a me che socializzava scambiando opinioni e dettagli sulle reciproche esperienze che aggiungevano dolore e tensione alla vita di tutti. O almeno alla mia. Avevo sempre un libro con me dal quale non alzavo mai gli occhi, il messaggio era chiaro, cari voi, alla larga prego, niente di personale, o forse troppo di personale. Per questo io di Ivan Cottini mi sono interessata poco, sapevo quel bastava, che aveva realizzato un sogno, quello di esibirsi come ballerino su sedia a rotelle all’Ariston durante il Festival, felice per lui. L’altro giorno era ancora in tv in una trasmissione condotta da una tizia bionda e visibilmente incinta. Quando lui entra in scena gli occhi del pubblico si fanno lucidi e io comincio a innervosirmi. Ci sono degli ospiti seduti su un divanetto, e anche loro sono commossi. La conduttrice dà la parola a una di loro che inizia a piangere, mi aspetto una reazione decisa da Ivan Cottini, una replica fredda e tagliente qualcosa del tipo: “Non conosci il peso di uno solo dei miei sorrisi che pure faccio, tutti i giorni, risparmiami le tue lacrime di oggi, sono leggere, facili, inutili”. Forse ha ragione lui invece che rimane concentrato su altro, sui successi della sua esibizione: ha fatto il 72% di share gli dice la presentatrice entusiasta. Dimentica di dire che erano quasi le due di notte, lo share misura la percentuale di televisori sintonizzati su una determinata trasmissione, a quell’ora è un esito quasi naturale, è Raiuno, è la finale del Festival. Ma non voglio insistere. Mentre l’intervista continua la commozione cresce, il pubblico ormai piange senza freno, anche la conduttrice si arrende alle lacrime, in modo maldestro tenta di asciugarle con una mano, difficile, sempre più difficile riuscirci, le tocca arrendersi. È seduta, si sporge in avanti per salutarlo, gli dà due baci e poi gli dice, scusa Ivan se mi muovo lentamente ma sai con questa panciona che ho faccio fatica ad alzarmi. E poi ditemi che io non mi devo incazzare.

La settimana più bella dell’anno/3

Ma vedi che ho ragione io? Che il tocco davvero vincente di Sanremo sono le canzoni? E quest’anno erano davvero superlative e io le ho sentite solo ieri sera perché, vivaddio, per una settimana sono state relegate in fondo, perché il grande palco è stato in larga parte per altro. E cosi mi ero convinta che fossero la solita roba dei peggiori Festival che detto da me fa tanto ridere visto che io da Sanremo ho sempre saputo ricavare almeno una canzone da ricordare. Ecco credevo fosse il caso di quest’anno, del resto cosa penso di Amadeus l’ho detto no? E invece ieri sera, cavolo, perfino gente come Zarillo ha fatto bene, niente più del suo genere sia chiaro, ma si insomma poteva fare molto peggio. Ha vinto Diodato – che siceramente conosco molto poco – con una canzone che mi ha graffiato il cuore, non lo trovo un gigante come interprete ma lo voglio seguire perché si sente che è bravo sul serio. Resto comunque convinta che se l’avesse cantata Tiziano Ferro la sua canzone altro che graffi, fatevi largo lacrime, qui c’è bisogno di voi. Mi è piaciuto tanto questo Festival perché c’è stato modo per scoprire canzoni dal livello mediamente alto, generi diversi, testi poco banali e musica capace di farsi ben riconoscere. E poi creatività, e qui s’è visto Achille Lauro, che serve dire altro se con lui si è raggiunta la perfezione? Questa che è stata davvero una bella vetrina di musica italiana e magari esagerando mi ha ricordato una delle cose più importanti imparate ai tempi dell’università: quando un’epoca storica si rìtrova oscurata da una trama nera e pesante che riduce anche le minime capacità di ragionamento, è sempre dall’arte che parte un nuovo inizio, quello stimolo che introduce linguaggi ispirati a rinnovati echi di bellezza che conducono ad una nuova, attesa, rinascita. Continua così Sanremo che io lo dico da sempre che sei la settimana più bella dell’anno.

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La settimana più bella dell’anno/2

Me lo stanno chiedendo tutti se mi piace questo Sanremo, tutti quelli che sanno della mia passione ovvio. E io a dire che sì mi piace, malgrado i dubbi dell’inizio, per la conduzione soprattutto e per la certezza che mancava Baglioni, perdita incalcolabile per me dopo tutta la bellezza respirata nelle ultime due edizioni. Ma alla fine si, può andare, si può girare pagina, roba strana se la dico io lo so, ma tant’è e quindi si, Sanremo 2020 alla fine mi é piaciuto, diciamo così. Finisce stasera ma non credo possano succedere grandi sorprese negative, e malgrado i preconcetti su Amadeus da cui mi aspettavo niente più di zero, il giudizio è positivo. Un ruolo forte lo ha dato anche la formula della coppia con Fiorello che funziona anche perché ne esce uno spettacolo trascinate di quelli che sembrano procedere senza copione che invece c’è, eccome se c’è. Forte e potente, ecco cos’è questo Sanremo, lo spettacolo intendo, perché questo prevale, sulle canzoni purtroppo e su tutto quello che è da sempre il Festival. Arrivati all’ultima serata io, per esempio, non ho ancora ascoltato tutte le canzoni, si ok vado a letto presto e si sa, ma quando c’è Sanremo tento di tirar tardi più che posso ma non abbastanza per questo Festival che mette in moto la sua vera natura piano piano e comunque non prima delle dieci. I primi cantanti escono tardi e gli ultimi quando è già notte, prima c’è altro, piacevole e spassoso quanto si vuole ma alla fine diamoci un taglio perché non è cosi Sanremo. Ma non solo, io con questi orari non ho visto nemmeno tutti i vestiti delle co-conduttrici, da non chiamare vallette, sia mai, meglio farle andare in scena a mezzanotte mettendole in secondo piano rispetto a tutto il resto invece. Insomma quest’anno sono mancati tutti i capisaldi del mio Sanremo perfetto, quelli che lo facevano più palloso magari ma che erano l’anima stessa della settimana più bella dell’anno. 

 

 

Un’estate fa

Lavoravo per un’agenzia di comunicazione fino a poco tempo fa che, seppur piccola e di provincia, era meta professionale piuttosto ambita raggiunta infatti da una certa mole di curricula, soprattutto da parte di giovani, interessati ai vari ambiti di cui si occupava. D’estate le richieste si moltiplicavano anche da parte di studenti universitari che avevano bisogno di completare il loro percorso di studi con la formula dello stage, meccanismo che non non ho mai capito fino in fondo visto che ai miei tempi mancava, ma tant’è. Sta di fatto che lo stagista non pagato era merce ghiotta per i miei capiufficio e puntualmente ogni estate, periodo nel quale ne avevamo più bisogno, le richieste venivano accettate in gran quantià. Io e le mie colleghe dell’area redazione gli stagisti li accogliavamo con un caldo benvenuto e un certo entusiasmo, un po’ perché eravamo molto distanti dall’essere arpie e molto perché veramente bisognose di aiuto in certi estati senza fiato e, con la finta scusa di rendere davvero utile la loro esperienza, nessuno di loro ha mai potuto dire di essere stato ridotto a fare il passacarte, anzi. Tranne un’estate in cui da quelle parti passò una vera fancazzista, simpatica come la sabbia sul letto, capace di tirare fuori da me quella vena da vera stronza che non mi manca e che la mattina non me la faceva nemmeno salutare. Tranne quel giorno in cui le vidi sbucare dalla borsa un libro, lei vide l’occhio che si faceva vigile e mi disse “Piace anche a te la Kinsella?”. Credo di essere diventata viola in volto, sono donna colta io, non compro certa robaccia volli far capire. Ma non mi riuscì fino in fondo visto che lei il giorno dopo mi portò tutta la coĺlana, la lessi d’un fiato e prima della fine del suo stage lo fecero anche le altre colleghe della redazione. La tizia continuò a fare niente ma chissene, il suo lo aveva fatto eccome. Quest’anno per Natale con quelle ex colleghe divenute per fortuna amiche ci siamo scambiate regali dopo aver stilato un’utilissima whish list per andare sul sicuro. Fra le richieste c’era l’ultimo libro della Kinsella con il patto non scritto che la destinataria dopo averlo letto lo prestasse anche alle altre in ricordo di quell’estate di qualche anno fa. Faticosa ma davvero divertente.