Stamattina ho letto un tweet di Francesca Mannocchi, sta uscendo il suo nuovo libro, Bianco è il colore del danno, edito per i bianchi d’eccellenza, Einaudi. Mannocchi è una penna di prim’ordine, collabora con L’Espresso e numerose altre prestigiose testate, italiane e internazionali, raccontando gran parte della situazione politica e civile del Nord Africa, tra Libia ed Egitto, Tunisia e poi Libano, Afghanistan e Medio Oriente. Insomma, una gran firma, intelligente e coraggiosa. La leggo? Quasi mai. Leggerò il suo libro? Certamente. Francesca Mannocchi ha la sclerosi multipla, il libro parla di questo e il bianco, vado ad intuito, è il colore della guaina mielinica, quella che avvolge le fibre del sistema nervoso rendendo possibili e fluidi i movimenti, quella che nella sclerosi multipla va a farsi fottere secondo una progressione di tempi e di modi del tutto imprevedibili e propri. Che Francesca Mannocchi avesse la sclerosi multipla lo ha scritto lei in un articolo su L’Espresso di tempo fa e che io conservo ancora perché ne ho condiviso ogni riga e non perché lei è malata come me, no, non solo per questo almeno, ma per il fiato corto con cui ho sentito la fatica nel dire “ecco a voi la mia sclerosi multipla”. Difficile non trovarmela addosso quell’ansia che fonde dolore e paura a vergogna di cui ho parlato fin troppe volte qui. Sulla quarta di copertina Mannocchi parla di un corpo guasto che si confronta con quello degli altri nascondendosi molte verità per tentare di passare oltre scoprendo poi che chi sta davanti mostra una vergogna addirittura maggiore perché incapace di stabilire un contatto. «La vergogna è questa cosa qui. Ci rivela cosa siamo per gli altri, quanto valiamo nel catalogo dei vivi, ora che siamo guasti».
Categoria: Cose che leggo
Quello che leggo, quello che penso
Ieri c’è stato il giuramento di Biden e oggi i quotidiani hanno fatto il riassunto della giornata. L’ho vista come un’occasione che si sono dati per uscire dai confini imposti dal Covid che da un anno, lo sappiamo fin troppo bene, ci ha agganciati al collo stringendolo sempre più, facendolo ovviamente anche con la stampa imponendo i suoi maledetti ritmi. E quindi oggi, come una boccata d’aria fresca, titoli, fondi, commenti, immagini, editoriali sono in larga parte dedicati alla giornata di ieri e come lettrice non mi sono di certo sentita defraudata dalla verità. Anche se, anche se. Perché mi sono imbattuta in più di un articolo che ha fatto l’analisi comunicativa sulla scelta di abiti, colori e accessori da parte dei protagonisti del giuramento di ieri, tutti sovrapponibili tra loro, molto più che simili anzi, firmati da nomi noti del giornalismo italiano, esperti di comunicazione o che almeno in questo modo si definiscono. Il viola. Grande protagonista della giornata di ieri hanno fatto notare: il cappotto della vicepresidente Kamala Harris era viola, così come quello di Michelle Obama di una tonalità che tendeva al bordeaux, l’altra ex first lady, Hilary Clinton, era imbacuccata da una sciarpa dello stesso colore. Un caso? No, dicono gli specialisti, il viola è il risultato della mescolanza di blu e rosso, i colori che definiscono democratici e conservatori, gli Stati Uniti insieme, l’immagine di una nuova pagina di storia che si apre sotto il segno dell’unità, quella che accomunerà tutti. La nuova first lady. Vestita di blu oceano, quello che circonda gli Stati Uniti, colore che dà sicurezza dicono gli stessi esperti, scelto anche per la cravatta di Biden. L’inno. Cantato da Lady Gaga in modo supremo secondo il giudizio di chi sa – io che di musica so poco infatti non l’ho nemmeno riconosciuto – con un abito in linea col suo stile e con una grande spilla a forma di colomba sul petto, messaggio di pace. Letture condivisibili? Forse sì. La comunicazione moderna questa è. Ma raggiunge sempre l’obiettivo? Il viola assume il significato dell’unità degli Sati Uniti per tutti? Il blu ricorda l’oceano che li circonda e aggiunge ricchezza alla loro storia nell’immaginario di ciascuno? O forse va più veloce il nero lutto con cui i Trump hanno lasciato la Casa Bianca? Perché mi chiedo, gli abitanti del Midwest, che stanno vivendo una profonda crisi economica e sociale per esempio, che non riescono a risolvere il loro crollo di identità politica, che certamente non sono stati beffati da brogli elettorali di nessun genere ma che così si sentono, che non riconoscono il rischio Covid e che non si sentono tutelati da nessuna classe governativa, potranno mai comprendere il significato di viola, blu oceano o spille a forma di colomba? La boccata d’aria fresca che si è presa la stampa credo possa chiudersi qui, ora si torni al giornalismo.
Tonino Carotone, bentornato
Stamattina che ero a casa dal lavoro mentre facevo altro ho acceso la radio e ho messo su Deejay chiama Italia il programma di Linus e bum, che botta di ricordi mi ha travolta, un getto un po’ freddo ma anche caldo di nostalgia amara e felicità pura e vivace. Tutto insieme. Era da anni che non lo ascoltavo Linus, dopo aver cambiato il lavoro di sicuro, mi restava una malinconia che coinvolgeva più le persone con cui lo seguivo tutti i giorni e con cui lo commentavo piuttosto che per lui e la sua squadra. Linus è diventato un saputello superbo mi ripetevo, un po’ come me, e negli altri non si tollerano i nostri di difetti, quindi chiusa lì la questione. Di Savino non ne parliamo, io poi che ho imparato a conoscerlo come l’UDS, l’Uomo Della Strada, quello che dava opinioni semplici-semplici, capaci di amplificare le mie, di ben altra struttura ovvio. Ora che di strada ne ha fatta, grazie proprio al suo inizio da UDS, la sensazione è che nemmeno Linus lo sopporti più e che porti il rimpianto di avergli concesso un nome e un cognome. Vabbè, fatti loro comunque. Ma stamattina che ne so cosa mi è successo, li ho riascoltati e mi sono passati davanti vent’anni buoni della mia vita radiofonica, estati soprattutto e me n’è venuta in mente una, quella del 2000 o giù di lì e un tormentone lanciato da Radio Deejay, proprio dall’UDS che lo aveva ascoltato l’anno prima in vacanza. Il tempo sufficiente per far sentire Tonino Carotone a Sua Maestà Linus e Me cago en el amor l’estate dopo diventa anche in Italia la canzone di tutti noi. E chissà come mai stamattina ho spalancato le porte sui ricordi di quell’estate, su quegli spritz in mano che all’epoca erano solo roba veneta mica da Navigli milanesi, e su quel è un mondo difficile, è vita intensa, felicità a momenti, futuro incerto che appena partiva alzava i toni di gente come noi di poco più di vent’anni che cominciava a cantare senza capire davvero il senso di quelle parole, ma che importava, mica pretese da filosofi noi, solo tanta voglia di divertirci con la nostra piccola vita e il nostro grande cuore.
God save the Queen
Un paio di domeniche fa, di pomeriggio, sono rientrata dal lavoro di pessimo umore, sai la novità aggiungo. Ma non è il lavoro, almeno non solo quello, diciamo che nell’insieme c’è abbastanza che non funziona, non torno sull’argomento perché altrimenti finisco per mettere insieme una lagna fastidiosa, soprattutto per me. Be’ insomma quella domenica mi sono messa a sfogliare un quotidiano con la svogliatezza con cui lo faccio da qualche tempo, che vuoi leggere, mi dico ogni volta, ché tanto lo sai non troverai nulla che accenda in qualche modo il tuo interesse? Ma magari è colpa mia anche qui, non della riconosciuta pochezza della stampa italiana. E invece guarda un po’ cosa trovo: quattro paginate dedicate al compleanno di Elisabetta II concluse da un lungo editoriale firmato da Natalia Aspesi. La gioia. Purissima. Perché insieme c’erano la mia sovrana del cuore raccontata da una delle firme più vivaci del giornalismo italiano: preparata, ironica e pungente, dotata di una penna tra le più brillanti, capace di giostrare la lingua italiana a suo piacimento per regalare al lettore la bellezza della pagina impeccabile. Cosa volere di più? E dietro a tutto questo Elisabetta II e i suoi 94 anni, con un regno che dura da più di 60, con un erede, Carlo, invecchiato in attesa di quel qualcosa di grande riservatogli per diritto dalla natura, con un nipote, William, che studia da re da sempre e che infatti ha scelto con cura una moglie con cui ha dato vita a una nidiata bella come il sole ma non sufficiente per far abdicare la nonna. Ma cosa aspettarsi da lei? Ha visto morire troppo giovane il padre divenuto re per caso dopo che il fratello Edoardo VIII gli aveva lasciato il trono preferendolo ad una donna e lei lo ha giurato: mai abdicherò, essere re o regina è un privilegio non un impegno da cedere a piacimento. Regina sono diventata. Regina resterò. Nel suo lungo regno ha visto cambiare la storia del suo Paese, passando attraverso tredici primi ministri a partire da quel Winston Churchill che l’ha aiutata a gettare le basi della regina che è diventata, discutendo a denti stretti con Margaret Thatcher di cui non ha mai condiviso le posizioni politiche ma che ha onorato, cosa rarissima, presenziando al funerale, fino a questo Boris Johnson che nei giorni più neri del Covid-19 ha surclassato con uno dei pochissimi discorsi fatti alla tv per rassicurare i suoi sudditi dispensando loro forza e coraggio. Se è per questo ha visto anche il disfacimento di gran parte dell’impero coloniale britannico, lotte sociali, cambiamenti fiscali che le impongono di pagare tributi allo Stato ma lei è comunque sempre intoccabile seduta sul suo trono. Un unico errore. Non capire in tempo quell’accelerata verso il nuovo, l’inedito, l’imprevedibile che i mass media stavano imponendo anche alle vite reali. Cosa capita al volo invece da quella giovane ventenne scelta con attenzione per salire al trono, individuata come perfetta rappresentazione del protocollo di corte che invece, dopo un matrimonio da favola – come nei secoli dei secoli della storia di ogni monarchia – prende quota muovendosi in modo autonomo, utilizzando foto, immagini, interviste e roba sul genere per mettere in mostra i tradimenti e i limiti del principe-marito trasformandosi nella vera vittima della royal family. Fino all’imprevedibile: quella morte parigina che stravolge in modo inspiegabile il celebre stile imperturbabile di un impero che per giorni si trasforma in una regione arretrata con pianti pubblici e isterici per una donna mai conosciuta. Londra viene bloccata per ore da un funerale che segue l’etichetta Windsor e che costringe Elisabetta II ad abbassare il capo al passaggio del feretro di una donna da lei sempre meno amata. Una sconfitta? No, il gesto di una grande sovrana che riconosce il modo per riprendere in mano la fiducia del suo popolo. Auguri, Sua Maestà.
Ottanta centesimi
Una mattina di due estati fa mi chiama mio fratello: è dentro una libreria – in una di quelle catene senza anima ma tanti sconti – ha raggiunto quota venti euro di spesa che gli dà il diritto alla scelta di un libro compreso in un catalogo fatto da loro, può portarne a casa uno a soli ottanta centesimi. Fai tu mi dice, e comincia ad elencarmi i titoli messi in palio, perlopiù classici che ho già in casa, altro che non mi interessa, e poi una serie di romanzi che so quasi per certo di aver poca voglia di leggere. Mio fratello mi mette fretta, non ho troppo tempo per scegliere quello che mi sembra il meno peggio, e così dico un titolo a caso tra quelli che mi elenca, quello di un romanzo che sono anni che ho scelto di non leggere, per ragioni stupide se vogliamo, ma coi libri è così, o li ami da subito o li metti da parte e basta. Quello che è successo con questo. Conoscevo un tizio anni fa che parlava sempre di questo libro, metteva su una faccia da intellettuale e per la sua diligente sponsorizzazione ripeteva sempre le stesse cose, il dubbio che avesse letto solo questo non mancava. Se c’è una cosa poi che mi annoia è quando mi si raccontano le trame, smetto proprio di ascoltare, annuisco a caso e penso ad altro. E mentre ‘sto tizio parlava e parlava il livello della mia attenzione si inabissava ogni volta che mi capitava di incrociarlo. L’esposizione dettagliata della trama poi, stile interrogazione, non mi interessa per niente, come nascono o finiscono libri, film, o serie tv sono dettagli del tutto secondari per me e nel caso voglia sapere qualcosa in più chiedo, faccio domande specifiche che mi servono a disegnare un’idea, se poi ho voglia di andare oltre lo faccio. Finché si arriva alla telefonata di mio fratello, a una scelta da fare al volo per un affare da ottanta centesimi che non mi va di perdere, sia quel sia mi dico, e scelgo il cavallo di battaglia di quel tizio, Cecità, Saramago. Eccoci poi a queste settimane, vado nello scaffale della mia libreria dove ci sono quei titoli ancora da leggere e lo prendo in mano, chissà perché poi, sono decenni che lo rifiuto, ma mi dico vabbe’ dài, visto che è qui, proviamo. Il primo capitolo. Un brivido freddo lungo la schiena. Il secondo. L’incredulità più pura. E avanti così, pagina dopo pagina. Mi trovo davanti al racconto di una pestilenza improvvisa che colpisce poco alla volta gli uomini e le donne che abitano una cittadina non ben precisata, è la storia un contagio totale e ignoto che procura una strana forma di cecità assoluta. Lo evito da anni questo romanzo, senza ragione, oltre alla seccatura che mi dava quel tizio mai ascoltato, non sapevo di cosa parlasse e mi ritrovo a leggerlo proprio in questi giorni di insopportabile quarantena. Una casualità che fa quasi ridere. Aggiungendo però che, molto al di là della trama, Cecità è un romanzo perfetto, che inserisce un tratteggio di argomentazioni dense dentro una costruzione linguistica tra le migliori mai lette, con un uso della terza persona narrativa che sembra trasformarsi al bisogno in prima persona grazie a una forma di dialogo diretto introdotto solo da virgole e maiuscole, sta al lettore orientarsi nel testo, aumentandone così la soddisfazione. Un assoluto capolavoro – mi tocca pure dar ragione a quel tizio – che mi piace aver letto adesso, per mia scelta, senza aver conosciuto prima la trama, che si mantiene comunque secondaria rispetto a tutto il resto, sono solo queste giornate a farla venire a galla. Certo che aver passato uno spicchio di quarantena con Saramago in mano non è stato per niente male. E a solo ottanta centesimi. Che credo abbia pagato mio fratello.
Stringiamoci a coorte
Abito in una località di mare, affacciata sull’Adriatico, in Veneto, qui l’asse portante dell’economia è il turismo. In tempi di Covid 19 siamo a secco. Parlavo proprio ieri con la mia ex dirimpettaia di scrivania, lavoravamo per una piccola agenzia di comunicazione che si occupava della realizzazione di free press costruiti attorno ad un solido architrave pubblicitario, dicevamo quindi che con ogni probabilità quei giornali, su cui avevamo investito passione, mista a idee e indiscussa fatica, era ben difficile che potessero uscire quest’estate, e non certo nei tempi e nei modi noti. E invece stamattina, sorpresa, sui social compare la copertina del primo numero della stagione, puntuale, per Pasqua, come ogni anno, come da tradizione, nel pieno rispetto delle regole decise dalla redazione. Il giornale più rappresentativo poi, il pezzo da novanta dell’intera produzione, quello più atteso, quello che disegna i contorni di una località attrezzata per accogliere ogni estate milioni turisti. Ha una copertina molto bella fra l’altro, con uno strillo che dà l’idea della squadra che in un momento del genere stringe i denti, non molla il timone. Io e la mi ex dirimpettaia di redazione ci telefoniamo subito, non ce l’aspettavamo questa calata di asso vincente e certo non con questa puntualità. Che penso? Mi piace questo atto di coraggio, orgoglio e valore messo in campo da tizi che comunque continuo a non stimare, ma non posso non considerare che questo è il momento per mettere da parte ogni desiderio di rivalsa, adesso più che mai è bene stare sull’attenti per tratteggiare un qualunque carattere di speranza sul domani. Ci parliamo io e la mia ex dirimpettaia di computer e a tutte due viene addirittura l’idea di scrivere un wapp all’unico degli ex capi con cui siamo rimaste in qualche modo legate, certamente perché a lui diamo credito di professionalità ma soprattutto perché, diciamolo, anche lui è stato disarcionato come noi. Poi lui lo hanno riarruolato nel momento del più grave bisogno questo va detto, ha accettato di malavoglia, dice, perché di qualche cosa bisognerà pur mangiare. Sta di fatto che ora fa di nuovo parte della compagnia quindi a me e alla mia ex dirimpettaia di idee geniali è parso necessario fargli i complimenti attribuendogli, chissà poi perché, gran parte delle fondamenta di questo progetto. Lui ha risposto con finta umiltà ma tant’è. Poco dopo su FB ho visto il video nel quale l’altro ex capo, quello che di sicuro non considero, tutt’altro, e che si fa chiamare editore, è seduto alla scrivania del suo ufficio – l’ultima volta che sono entrata lì dentro in è stato per sentirmi formalizzare il licenziamento con la specifica che non c’era intenzione di pagare a breve giro di posta le ultime mensilità e il TFR pari a 15 anni di lavoro – e nel suo italiano precario, butta fuori parole a caso, che dicono tutto e dicono niente, gira attorno a concetti che sono molto simili a un’auto celebrazione. Poi entra in scena il nuovo direttore, lo conosco da anni, anche se fortunatamente non ci ho mai lavorato insieme, un egoriferito convinto di essere la penna più autorevole del creato e che infatti dirige un free press. Parla dalla sala riunioni – non ha nemmeno un ufficio suo là dentro non posso che notarlo – dice le stesse cose, hanno cercato di offrire un servizio per spiegare che la località è viva e come sempre pronta a ripartire. Mi resta attaccato alla pelle un senso profondo di occasione perduta. Era tanto difficile mettere da parte i propri supposti allori per dire che il valore autentico di questa eccezionale uscita era quella di dare spirito ai tanti – a tutti? – quelli che qui di turismo vivono e che all’improvviso non solo sentono di aver perso ogni bussola ma pure una strada sulla quale orientarsi? Serviva la verità: è dura ma si farà, noi abbiamo fatto un tentativo, rischiando tanto, troppo, ma è questo il momento di farlo. Qui i turisti sono fondamentali, si doveva dire, e li aspettiamo, ma ora questo giornale è dedicato a noi che qui lavoriamo, alle nostre paure a tutti i pensieri che ci pesano sul cuore ma che devono diventare l’occasione per farci diventare una squadra compatta, un gruppo che solo insieme può vincere una partita che sembra persa in partenza. Questo almeno è quello che io e la mia dirimpettaia di utopie avremmo voluto diventasse il messaggio. Ma infatti ci hanno licenziate.
Annalena, è un piacere
In queste giornate che si muovono tra preoccupazioni e malumore, durante le quali ci sono troppi spazi da riempire per non sprofondare, per non lasciarsi soffocare definitivamente ho trovato un modo per rimanere a galla. Ho scoperto per caso un programma tv che sto guardando anche in replica, per non perderne nemmeno un dettaglio, da cui mi sento coccolata, addirittura viziata, perché parla delle cose che mi piacciono, i libri, con i toni che preferisco, quelli più morbidi. Si chiama Romanzo italiano, lo conduce Annalena Benini che fa un viaggio attraverso le regioni italiane per rintracciare gli scrittori che abitano lì, per intervistarli, parlare dei loro luoghi, i libri che hanno scritto, i tempi e i modi dei loro esordi. Ora, che Annalena Benini fosse una garanzia già lo sapevo, ottima lettrice e di conseguenza ottima suggeritrice di titoli, sulla stampa ma anche sui social, qui si rivela capace di interviste ammalianti, una voce pacata che non interrompe mai, lascia parlare mentre accompagna chi la guarda dentro un circolo di bellezza perfetto. In ogni regione incontra uno alla volta tre scrittori, con ciascuno di essi mette in mostra un pezzo d’Italia che parla di loro, si fa portare negli angoli che più amano, di una città, di una piazza, di uno sguardo verso il mare, di uno spazio immerso nella natura. E poi si parla dei loro libri, lontani da toni accademici, da registri sofisticati, se ne parla e basta, con gusti intelligenti e passionali, che conquistano. Si raccontano gli esordi e di come si è passati un manoscritto ad una finale di un Premio Strega, per esempio, magari alla fine anche vinto. Non tutti gli scrittori intervistati mi piacciano e di sicuro non leggerò mai loro libri, poco importa mi ha interessato conoscerli. Se è per questo ho avuto anche la conferma che di quelli che mi piacciano non ho letto tutto purtroppo e che dovrò rimediare al più presto. Per non parlare di quelli che certamente potrebbero piacermi e di cui però non ho letto niente, me tapina. Questo è il momento giusto per riparare, il tempo in effetti non manca. Purtroppo.
Ruvido e profumato
Ieri sera ero di cattivo umore, in tv passava il solito inutile niente e non avevo nemmeno voglia di leggere. E allora l’ho visto sopra il mio comodino e l’ho preso in mano, un albo di Topolino che avevo comprato la scorsa estate come ammonimento che avevo cercato di darmi dopo una stagione di scarse letture che mi avviliva davvero tanto. Con Topolino volevo darmi coraggio, un modo tutto mio per riaccendere il m personale meccanismo della lettura, la sera, una volta entrata a letto, come d’abitudine. Solo dopo ho capito che la causa delle scarse letture non era la mia inettitudine, è stata sufficiente una visita oculistica, ci vedevo molto meno, sai com’è l’età che passa. Eppure anche ieri sera il pur bel libro che sto leggendo è rimasto lì sopra il comodino, troppi i crucci che mi passavano per la testa. È allora che ho visto quel Topolino abbandonato in un angolo e l’ho preso in mano. E quante risposte mi sono data. Topolino è la mia infanzia, in casa ne giravano parecchi, mio fratello, che è più grande di me, ne aveva diversi e a me ancor prima di aver imparato a leggere piaceva sfogliarli, con quelle pagine che all’epoca avevano una grana ruvida e un profumo che ricordo ancora. Chiedevo a mio fratello di leggermi le storie mentre io guardavo i disegni, non saprò mai se lo facesse davvero o se le inventasse in velocità per assecondare i miei capricci, a me piaceva comunque. Credo però che appena ho cominciato ad andare a scuola in famiglia s’è respirato: mio fratello perché l’ho lasciato in pace, i miei perché mentre ero intenta sopra le pagine di qualunque cosa mi capitasse per mano finalmente smettevo di chiacchierare. Ieri sera leggere Topolino è stata una grande sorpresa, non ricordavo infatti che la costruzione delle sue storie ruotasse attorno a scelte linguistiche così ricche, complesse, articolate e bellissime. Oltre al fiorire dei vari wow, gulp, slurp, sbam che sono la cifra che definisce il linguaggio tipico del fumetto attraverso l’uso dell’onomatopea, ieri sera ho letto ben altro e con estremo piacere. Cosa posso dire infatti di tutti quei sostantivi, aggettivi, modi verbali, costruzioni sintattiche di livello simil letterario che ho trovato? Su Topolino l’intera grammatica italiana si muove con piena convinzione di sé, il temibile congiuntivo su queste pagine non conosce imperfezioni, la consecutio dei tempi verbali poi appare senza sbavature di sorta, non vorrei esagerare ma qui s’è lavato in panni in Arno. Ma c’è ben alto, basti pensare che i malintenzionati tra questi fumetti si chiamano gaglioffi, le ragazze carine come Minnie vengono descritte come amabili e che quel pigro di Paperino è meglio chiamarlo col suo nome, sfaccendato. Perfino la Banda Bassotti deve arrendersi e farsi definire come merita: tre mariuoli e niente di più. Mamma mia che bellezza! Da piccola leggendo Topolino devo aver rotto le scatole a chiunque con i miei continui cosa vuol dire questo, cosa vuol dire quello, tanto che secondo me ad un certo punto pure mio fratello deve aver tentato di strapparmelo dalle mani più di una volta per ricominciare a leggermelo a suo modo. Ma vale di più la seconda ipotesi: io mi sono innamorata proprio con Topolino della bella parola, con questo fumetto dalla pagina ruvida e profumata. E ieri sera pure il malumore m’è un po’ passato.
Piove, senti come piove, vedi come viene giù
Mi chiedono spesso quale sia il mio libro preferito. Temporeggio sempre prima di dire che non ce l’ho un libro preferito, sono diversi quelli veramente belli che ho letto, come si fa a fare una classifica. Senza voler essere saputella comunque, è una semplice e banale considerazione la mia. Però se ci penso bene ecco che un titolo lo trovo, che forse non corrisponde in assoluto al mio libro preferito ma senz’altro coincide con quello che ha gettato le basi della mia storia di lettrice: I promessi sposi. Me lo ha fatto amare la mia prof. del Ginnasio, che forse a insegnare latino e greco non era proprio una scheggia, ma sul capolavoro di Manzoni si è concentrata a lungo e con passione e, pagina dopo pagina, io con lei. Tra quei capitoli ho scoperto cosa cerco quando leggo, quel qualcosa che va oltre, quel dettaglio che innalza la costruzione narrativa facendola diventare bella pagina. Con Manzoni ho imparato che vuol dire faticare leggendo, tornare indietro nel paragrafo per orientarsi meglio nella comprensione del testo, provare piacere facendosi travolgere dalla bellezza di una struttura sintattica dalla perfezione totale, scoprire il valore estetico di una consecutio ben fatta. Ah, la lingua italiana quanto è bella, li ha lavati lui i panni in Arno, o no? Oggi ho ripreso in mano la mia copia dei tempi del liceo, usata anche all’università credo – l’apparato delle note è di Natalino Sapegno, tanto per dire – e dentro ci sono tutti i miei commenti scritti a matita tanto, ma tanto tempo fa. La loro stupida ingenuità ne è autentica dimostrazione, del resto. L’intenzione di adesso è quella di rileggere i capitoli sulla peste, ci pensavo da settimane, ma ho preso tempo, meglio evitare, mi dicevo, non aggiungiamo paura a paura. Ora però mi sono decisa. Farò questo tuffo nella pagina suprema ma anche nel racconto di un dramma vissuto in modo simile a quello dei nostri giorni che si risolse con un diluvio atteso e implorato che spazzò via tutto pulendo Milano dall’angoscia, dal dolore e dalla morte. Lo stesso che speriamo noi oggi, che sia pioggia, caldo o vai a capire cosa. Anche perché se Renzo e Lucia dopo 600 pagine di casini sono riusciti a sposarsi possibile che non ne veniamo fuori noi?
Addio, venerato maestro
Ieri è morto Alberto Arbasino. Qualche settimana fa aveva compiuto 90 anni, avevo scritto anche qui del suo compleanno, non sapevo fosse malato, ma da tempo non trovavo sui giornali niente con la sua firma e due risposte me le ero date. Saputo della sua morte ho subito pensato che in questi tempi di Coronavirus non avrebbe avuto nemmeno un funerale ufficiale adeguato alla portata intellettuale del suo nome e mi è spiaciuto. Che ingiustizia ho pensato. Ieri sera mi sono riletta una sua intervista di qualche tempo fa in cui ricordava i vecchi amici che non c’erano più, quelli ormai diventati “Delle edizioni complete o degli indirizzi utili ai tassisti”, detto con il sarcasmo di cui era padrone senza rivali. Gli mancava la possibilità di conversare ancora con loro, ricordava, amici come Parise, Testori, Pasolini, Gadda o Calvino e tutti gli altri morti troppo presto e molto prima di lui. “Ce lo dicevamo sempre – ribadiva – quando saremo vecchi litigheremo dicendoci sul muso ogni cosa. Non abbiamo fatto in tempo”. Non leggeva gli scrittori contemporanei, e lo dichiarava senza troppo girarci attorno “Non scorgo illuminazioni” e il discorso lo chiudeva lì. E allora ho pensato: ma Arbasino, avrebbe tollerato un funerale alla presenza di un’intellighènzia come quella di oggi che di certo non stimava? Stamattina ho letto uno dei brillanti tweet di Guia Soncini che mi ha fatto riprendere in mano Fratelli d’Italia, edizione del 93: segnalava alcune pagine che ho riletto e m’è venuto da ridere. Arbasino parla del funerale di uno dei personaggi centrali del romanzo: “C’è molta gente alla messa che alcuni prendono come un cocktail, con molti saluti […] – scrive – e tutti i ragguagli sulle crociere future […] tutti gli chic tendono a stare in fondo per fare del gossip”. E via così, per due facciate, scritte con la sua sorprendente grandezza narrativa, moderna ancora oggi, trent’anni dopo. Eccolo l’ultimo guizzo di acume di Arbasino, morire ai tempi del Coronavirus per essere certo di non avere il funerale. Addio, mio venerato maestro, tua casalinga di Voghera, la stessa che non ha mai fatto nemmeno una gita a Chiasso