Se devo parlare di un libro per esprimere un’opinione quale che sia prima arrivo alla fine. Stavolta è diverso. Sto leggendo La lingua geniale di Andrea Marcolongo e il mio giudizio ha raggiunto vette molto alte fin da subito certa che non potrò essere tradita. Il tema è il greco antico, nove ragioni per amarlo, senza nasconderne le difficoltà, anzi esaltandone i problemi, quegli angoli oscuri di cui si riempie facendo impazzire di fatica e dolore chi si cimenta con la traduzione. Ho fatto il liceo classico e lo rifarei ancora, ancora e ancora, studiando di più piuttosto, studiando meglio questo sì, forse è per questo che quando ho preso in mano questo piccolo manuale attorno al mio cuore si è stretta una morsa feroce che ha portato a galla nostalgia, rimpianto, ricordi di più di qualche lacrima ma anche felicità. Perché nulla è stato più importante e formativo di quei cinque anni di liceo che hanno gettato le basi della persona che sono, nata su quei banchi, maneggiando libri che ho spesso odiato perché non facevano sconti di nessun tipo. Ma era un tale onore poter dire di fare il classico da farmi sopportare tutto, anche il fatto di capire sinceramente poco di quello che stavo traducendo. Il greco antico è una brutta bestia (non che il latino sia facile per carità), percorre strade che spesso finiscono nello stesso punto da cui sono partite e tu, che ti destreggi a fatica per quelle vie, ti trovi a chiedere una mappa un po’ più leggibile per venirne a capo anche se sai che sarà molto difficile che qualcosa o qualcuno te la offra. Questo manuale fa un po’ di luce, svela i segreti di una lingua magica in cui le regole sono ferree ma i singoli elementi variano in rapporto alla intenzioni di chi scrive. Per tradurre il greco antico – e per tradurlo bene ancora di più – è necessario studiarlo fino a sfinirsi, imparare a memoria tabelle noiosissime, cimentarsi con dizionari da mille pagine, con caratteri minuti che ai miei tempi non conoscevano grassetti e interlinea significativi, ma non di meno servono buoni insegnanti. Un dare per avere che aiuta gli studenti ma anche la scuola, i buoni risultati danno credibilità a tutti, a chi siede tra i banchi per imparare e a chi sulla cattedra per insegnare. Facendo un passo ancora più indietro: servono corsi di specializzazione per i professori, stimoli importanti per migliorare il loro mestiere, verifiche continue sulla loro preparazione, una riforma della scuola che li porti a investire il loro tempo anche d’estate e di conseguenza un adeguamento dei loro compensi rispetto al mercato del lavoro. Questo Paese ha bisogno della scuola e di un numero maggiore di studenti che conosca e bene il greco antico, la lingua da cui è nato il pensiero occidentale. Scusate se è poco.
Categoria: Cose che leggo
Il vero dono
In questi giorni sui social c’è in atto una sollevazione contro una tipa che ha definito un dono il cancro del quale si è ammalata. La tizia, che lavora in tv in una trasmissione che negli anni ha promosso le più ridicole terapie per curare malattie gravissime prendendo le distanze dalla medicina ufficiale, l’anno scorso si è ammalata di cancro e ora sta meglio dopo essersi sottoposta a una terapia chemioterapica. La sua storia l’ha raccontata in un libro ma anche in numerosi post comparsi sui principali social. Anche il fatto che per contrastare il cancro abbia scelto di affidarsi a una terapia scientificamente provata, al contrario di quanto indicato dalla trasmissione dove lavora che invece consiglia intrugli di cura a base di bicarbonato e limone, sarebbe una notizia degna di nota. Ma per ora ciò che è uscito con maggiore forza è che parla del suo cancro come di un dono. E qui i social si sono rivoltati in una unanime protesta che pare difficile non condividere, sono ancora purtroppo numerosi i casi in cui il cancro non incontra finali tanto gioiosi, sentirlo definire un dono stride troppo con la realtà dei fatti. Non ho letto il libro e non lo farò, ma una certa idea su questa infelice definizione me la sono data. Anche la mia sm è una malattia grave, ci convivo tutti i giorni e sono ovviamente ben lontana dal considerarla un dono, figuriamoci, ma so che con lei è fiorito anche un istinto che non avevo e che è sempre con me almeno quando serve. No, non è un dono perché ne farei volentieri a meno, e non è nemmeno coraggio, è una forza che prima non avevo e che nei momenti di maggiore bisogno non devo cercare, arriva e mi sostiene, trattiene le lacrime, la sfiducia, l’orgoglio e anche la vergogna. La tizia che ha definito il cancro un dono forse intendeva qualcosa di simile a questo e nel dirlo si è fatta trascinare dall’entusiasmo di una malattia messa all’angolo dalla scienza. Quale sarebbe il vero dono invece? L’aver capito che è la medicina a poter vincere il cancro mai il bicarbonato.
Benedetti siano gli SMS
C’è stato un tempo in cui gli smartphone li chiamavamo cellulari. C’è stato un tempo in cui i contratti telefonici somigliavano a vere ghigliottine per le nostre finanze, erano costosi e in poco tempo si rimaneva a secco di credito, toccava correre ai ripari in fretta spendendo dell’altro denaro. C’è stato un tempo in cui Whatsapp non esisteva, c’erano gli SMS e ogni invio faceva scalare il proprio credito. Le conversazioni via SMS erano brevi quindi, uno e due battute e poi basta, il tempo per prendere un accordo, per darsi un appuntamento o per scambiarsi la buona notte tra innamorati. Ora che c’è Wapp, lo scambio di messaggi si chiama chat e può durare da sera a mattina, tutto gratis. Che bello! Quante chiacchiere in più, quante risate, quante discussioni, poi ci sono i gruppi che permettono di tenere in contatto più persone perché nessuno si senta escluso. Che meraviglia! In questi giorni ho fatto una scorsa tra le mie chat. Ho riletto molte conversazioni notando che sono quasi tutte piene di emoticon, l’altro asso vincente di Wapp, piccole faccine gialle con le quali comunicare ogni stato d’animo, amore, amicizia, risate, lacrime, rabbia e molto altro ancora. Se le parole non le trovi usa un’emoticon, insomma. Tra le più frequenti nelle mie conversazioni, sia in entrata che in uscita, ci sono baci a forma di cuore, abbracci stretti-stretti, disegnini di cuori rossi o anche colorati. Ci sono così tante persone che mi vogliono bene? Voglio bene a così tante persone? In entrambi i casi penso che la riposta sia no. E allora cos’è che ci spinge ad essere così generosi coi sentimenti quando si tratta di inviare un Wapp? Ci sto ragionando da qualche giorno perché mi dispiacerebbe essere come certe persone che inviano baci a forma di cuore in quantità ma che poi arrivati al momento in cui devono dimostrare non dico amore ma almeno solidarietà se ne lasciano sfuggire l’occasione.
E se la matematica fosse diventata il mio mestiere?
Quando ero in terza media, nel periodo in cui dovevo scegliere che scuola fare alle superiori, i miei genitori mi diedero totale libertà, la piena autonomia di muovervi secondo le mie preferenze. Mio fratello mi prese all’angolo e con fare meno conciliante mi disse che potevo scegliere la scuola che mi piaceva di più tra liceo classico e liceo scientifico. Io che avevo già deciso mi iscrissi al classico, mi piaceva l’italiano e la letteratura e in matematica non ero proprio una scheggia. Quando ti iscrivi al classico, però, nessuno ti dice che in effetti la matematica è poca, che la letteratura italiana c’è, ma che per uscirne vivi, soprattutto dai primi due anni che ai miei tempi si chiamavano ginnasio, ci sono tante lacrime da versare sopra latino e greco. Ma c’è un’altra cosa che non viene detta: quando affronti un testo di Tacito lungo venti righe e trovi il verbo della principale anche quando il soggetto è sottinteso, quando giri attorno a una perifrastica passiva di Cicerone e ne vieni fuori vincente, quando capisci il senso del genitivo assoluto di Senofonte e puoi riprendere a respirare, la tua mente ha messo in funzione un ragionamento uguale a quello di chi risolve un integrale in matematica. Solo che la maggior parte degli studenti del classico non lo sa e continua a guardare con diffidenza al libro di matematica pensando che aprirlo sia solo tempo rubato alla grammatica latina e al manuale delle versioni di greco. Anche Alessio Figalli, il vincitore del Fields 2018, l’equivalente del Premio Nobel per gli studiosi della matematica, ha fatto il classico. Dubito fosse uno studente comune, di quelli che impiegavano troppo tempo per venire a capo di una versione di Tito Livio o di Tucidide, ma è certamente la dimostrazione di come la sua mente, il suo cervello e la sua intelligenza già eccellenti abbiano trovato al classico la migliore delle palestre possibili. Spero che agli studenti di oggi venga detto che anche la matematica è alla loro portata, ai miei tempi proprio no vista la foga con cui cantavamo che non sarebbe mai diventata il nostro mestiere. Il liceo classico lo rifarei ancora, ancora e poi ancora perché tutto quello che sono è nato a partire da quei banchi in quei cinque, fantastici, anni. Se poi coi numeri è andata come è andata è solo colpa mia.
Che estate questa estate
“Ciao, come stai? Sto bene, anche se questo caldo è davvero troppo”. “Buongiorno, mi dà due panini, poi volo a casa che con questo caldo è meglio non stare in giro”. “Quando finirà questo caldo? Sai niente? Boh, è il ciclone africano, è per questo che c’è un’umidità pesantissima, speriamo bene”. Lo stiamo dicendo tutti da giorni: mamma che afa, mamma che voglia di fare un bagno in mare, di andare in montagna, di stare al fresco, di spegnere il condizionatore che fa male, che inquina ma che se non ci fosse scoppierebbe una guerra civile. Però rispetto agli anni scorsi qualcosa è cambiato, qualcosa che ci ha disorientati c’è. Come si chiama l’ondata di calore che stiamo vivendo in questo inizio agosto? Nessuno l’ha ancora battezzata, nessun annuncio clamoroso da parte di meteorologi o giornalisti. Gli anni scorsi praticamente ogni giorno ci avvisavano che stava arrivando un mostro brutto e cattivo che ci avrebbe fatti schiattare dal caldo. Una caldo anomalo, ovvio, non un caldo banale, no, no, un caldo fuori dal comune, con temperature irreali che si muovevano tra un livello autentico e uno percepito che solo a sentirlo nominare veniva voglia di stracciarsi le vesti e rimanere sotto la doccia per anni. Ondate di calore sempre associate a nomi apocalittici. Ricordo che arrivò Nerone e la sensazione che bruciasse ogni cosa attorno era più che una sensazione, era la verità, anche quando si stava in casa, in penombra coccolati dall’aria mossa da un ventilatore. Pochi giorni dopo fu la volta di Caronte, c’era solo da arrendersi, te lo vedevi davanti con quegli occhi di fuoco pronto a trafiggerti senza che nessuno lo potesse fermare. Quando arrivò Flegetonte la maggior parte ne prese atto, io mi chiesi chi cavolo fosse, non svelai la mia ignoranza e mi fidai dei meteo esperti, se lo avevano annunciato doveva essere una bestia incandescente. Ma quest’anno questo caldo come si chiama? Nessuno lo dice. Un caldo anonimo è meno caldo? O forse è solo una presa d’atto che l’estate è calda? E forse è proprio questa la ragione per cui è bella, forse la più bella. Che anche quest’anno è calda, come deve essere, perché l’estate è così da sempre.
Buon compleanno Signorina Snob
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Oggi compie 98 anni Franca Valeri. Quanto mi piacerebbe conoscerla, certo per farle gli auguri ma soprattutto per mettermi lì buona buona ad ascoltare qualunque cosa voglia raccontarmi, ché tanto di roba ne ha da dire. Anche oggi che fa a pugni tutti i giorni con l’età e con la malattia, la vedi e ti chiedi se una donna può essere più bella di così, più intelligente, sarcastica, educata e colta di così. La risposta è no, di sicuro no. In questi giorni sono passate in tv alcune interviste rilasciate recentemente nelle quali si vede la fatica di un fisico in disordine incapace però di fermare un cervello ben vitale. Franca Valeri continua a fare l’autrice teatrale, a scrivere libri ad essere protagonista di primo piano del palcoscenico italiano. A 98 anni. Lei che ha conosciuto il meglio del mondo artistico del nostro Paese degli ultimi cinquant’anni, lei che è stata un’attrice di primo livello, lei che è stata scelta dai più grandi nomi dello spettacolo e del cinema perché con uno sguardo, con una sola alzata di sopracciglia svoltava la scena trasformandola in un indimenticabile capolavoro, lei che, tra gli altri, si è inventata la signorina snob, personaggio che faceva ridere lasciando cadere tracce di amarezza non proprio trascurabili, ancora non si ferma, ancora non si accontenta di imparare. Io, che troppo spesso apro un libro e lo mollo dopo venti righe, io, che coi quotidiani ho un rapporto sempre più difficile, io, che mi faccio sedurre da ogni cavolata passi in tv mi sa che sulla strada di fascino e seduzione ho fatto scendere un bel portone chiuso. Grazie per la lezione signora Franca.
Dove tira sempre il vento
Perché un’intervista sia bella servono due elementi fondamentali: chi fa le domande e chi risponde. Per questo me ne piacciono sempre meno, non sono tanti quelli che le sanno fare per non parlare di quelli che hanno qualcosa di poco banale da dire. L’intervistatore deve essere preparato, capace di fare domande irriverenti assumendosi il rischio di ricevere risposte spiacevoli per non parlare dell’intervistato che deve avere cose da dire. Questa settimana ho letto l’intervista ideale. La penna era quella Guia Soncini, pochi dubbi sul risultato quindi, ancora meno visto che le domande le ha fatte a Ornella Vanoni. Devi essere brava per far dire alla Vanoni quello che ha detto e molto intelligente per rispondere a ogni domanda della Soncini fingendo di non volerlo fare. In realtà le due hanno giocato una partita a tennis velocissima in cui hanno preso in giro tutti fingendo di essere l’intervistatrice scema e l’intervistata antipatica. La Soncini sembra fare domande sciocche dalle quali tira fuori piccole perle, la Vanoni finge di annoiarsi ma sta al gioco regalando al lettore quello che non si aspetta. Non vuole parlare di Gino Paoli perché tutti le chiedono sempre le stesse cose per dire poche righe dopo con finta noncuranza che la canzone perfetta è Sapore di Sale, parla di Strehler come di un genio che le ha insegnato molto ma non vuole dire perché lo ha lasciato, l’ho scritto nella mia biografia dice, leggetevela se siete così interessati. Fa ridere quando parla delle cantanti di oggi, lei che ha fatto teatro e che conquista il pubblico solo entrando sul palco, prende in giro le nuove leve per il loro continuo muovere le mani su e giù come se volessero far alzare e scendere le voce, tu che leggi te le vedi e pensi che ha proprio ragione. Fino al finale che è un ricordo pieno di amore per Lucio Dalla, nel quale dice che Cara la voleva far cantare a lei cambiando idea poco dopo averglielo proposto. Non lo dice la Vanoni e non lo chiede la Soncini, tanto sai che come te pensano che Dalla alla fine ha preso la decisione giusta.
Lo stile sabaudo da rivalutare
Da ieri la stampa, i tg e gli approfondimenti giornalistici girano attorno ad un unico tema che riguarda Sergio Marchionne e le sue gravi condizioni di salute. Tutto è cominciato dopo un’improvvisa convocazione del cda del gruppo Fiat-Chrysler-Ferrari e il rapidissimo cambio di tutti i vertici aziendali. Cosa è successo? Viene dichiarato che il ceo del gruppo FCA non è più in grado di continuare il suo lavoro. Parte da qui un’emorragia incontrollata di notizie che provoca un autentico corto circuito nel mondo dell’informazione. Da ieri sera di Marchionne si parla solo al passato, sui quotidiani di oggi ci sono intere pagine che sono autentici coccodrilli, piccolo dettaglio: al momento le sue condizioni sarebbero gravi e irreversibili ma non è ancora arrivato nessun annuncio ufficiale di morte. Mi chiedo cosa possa essere successo per mettere in moto un meccanismo mediatico tanto deviato. Visti i personaggi e gli interpreti di questa vicenda mi chiedo come mai non sia stato possibile gestirla meglio, tenendo a bada discorsi del tutto inutili. Per rimanere nelle immediate vicinanze di Torino mi è tornato in mente quando morì Gianni Agnelli, tutti sapevano che stava molto male ma non venne pubblicato niente sul tema. Fino a quando tutte le redazioni non furono raggiunte da un comunicato stampa brevissimo: “Questa mattina a Torino è morto il senatore Giovanni Agnelli”. Una riga. Asciutta, breve, rigorosa, in perfetto stile sabaudo. Comunque la si pensi sull’operato di Marchionne anche lui avrebbe meritato un trattamento sul genere.
Grazie, Francesca

L’articolo di Francesca Mannocchi sull’Espresso di oggi mi ha svoltato la giornata facendomi sentire meno sola perché più capita. Francesca Mannocchi ha la sclerosi multipla ma non è questa la ragione che me l’ha fatta sentire così vicina. Francesca Mannocchi è sintonizzata sulle mie corde e non solo a causa di una stronza di malattia che è, guarda caso, anche la mia. Francesca Mannocchi è uscita in scena spogliandosi di tutto e facendo molta fatica. L’ho percepita riga dopo riga l’arrancare di una scrittura ottima ma senza fiato, quello che manca quando devi dire: “Sì, ho la sclerosi multipla e per favore silenzio, astenersi dai commenti e ora lasciatemi stare”. L’ho sentita addosso a me tutta la sua fatica, il suo dover dichiarare qualcosa che tocca il proprio orgoglio ferendolo, che sa addirittura di vergogna – chissà di cosa poi – e che è bisogno di ficcare dentro una buca profonda ciò che vuoi condividere con meno gente possibile. Ma Francesca Mannocchi aveva un obiettivo per farlo e io la ringrazio per questa fatica ben spesa: aprire gli occhi di tutti su una realtà che fino a oggi nel nostro maltrattato paese ancora funziona ovvero il sistema sanitario nazionale. Onesta e lucida Francesca Mannocchi lo ha scritto: chi ha malattie gravi ha bisogno di cure continuative e molto costose, di visite periodiche con professionisti eccellenti e molto costose, di esami periodici e molto costosi, di corollari vari e molto costosi. In Italia tutto questo viene coperto quasi per intero – e comunque in larga parte – dalle casse dal nostro sistema sanitario. Un sistema che funziona, con qualche buca qua e là, ma con punte altissime ancora più numerose. L’aria che tira in questo ultimo periodo però non dà molte rassicurazioni in questo senso, quando si parla con una certa insistenza di flat tax forse si fatica a capire che di mezzo ci va anche un bene prezioso come la sanità pubblica che vista da fuori sembra zoppicare ma invece funziona e ve l’assicura chi come me ne ha più bisogno. Fa paura tutto questo perché io non avrei le migliaia di euro mensili che servono solo per acquistare i farmaci che tentano di fermare gli attacchi della mia malattia. Ma a chi sta pensando vuoi che capiti anche a me una malattia bastarda come la sclerosi multipla per poi continuare girare la testa altrove io butto lì una parola e dico cancro. C’è qualcuno che può dire di non aver dovuto affrontare in famiglia un caso di genere? Ebbene, il tumore si combatte e per fortuna sempre più spesso si vince con un’adeguata terapia chemioterapica costosa e a carico, per ora, della sanità pubblica che paga grazie alle nostre tasse, di ricchi e di poveri, pagate secondo proporzioni di reddito. Semplificando i fattori il risultato non cambia ma diventa più chiaro. Francesca Mannocchi ha scritto questo, certamente meglio, ma questo, e lo ha fatto con un modo che per la prima volta mi ha fatto sentire simile ad un malato di sclerosi multipla. Non a caso lei la sua sm la chiama “Ospite sgradita”. Se non si chiama affinità questa non saprei cos’altro.
Domani sarò altrove
La colazione al bar, la mattina presto, da sola, con quotidiano, cornetto integrale e cappuccino è una gioia. Il bar che preferisco in questo periodo è proprio sotto casa, ci vado da sola con la mia due ruote, stamattina sono arrivata anche prima del solito per scegliere il mio tavolo preferito, sotto una terrazza assolata ma fresca. Tutto secondo i piani, ho aperto il giornale, felice di gustarmi il cornetto ancora caldo e il cappuccino con due dita di crema, quando dal tavolo accanto un tipo che avrà avuto la mia età chiede: “È tua quella macchina?”, indicando un’auto parcheggiata nello spazio riservato ai disabili. No, sono venuta a piedi, avrei detto se ne avessi avuto voglia, indicando con un sorriso la mia due ruote dalla quale mi ero appena alzata. Il rischio di aprire una conversazione era troppo forte però, sia che avesse capito la mia punta di ironia sia che non lo avesse fatto. Ho detto no e basta, continuando a leggere il giornale. “La mia è quella” ha continuato il tipo, facendomene vedere una parcheggiata in un altro spazio per disabili. A quel punto ho detto Ah, consapevole che avevo finito di leggere il giornale e con buona probabilità anche di fare colazione, e infatti lui ha continuato dicendo “Sai, ne ho diritto perché ho la sclerosi multipla”. In quel preciso istante, in cui ho dovuto piegare il giornale, fingere per decenza che fare colazione non era più così importante per me ma che anzi ero davvero interessata ad ascoltare le sue rogne, mi sono passate per la testa tutte le ore che in questi anni ho trascorso nelle sale d’attesa di ospedali e ambulatori medici. Me lo chiedo da anni: ma perché il malato ha un bisogno ossessivo di parlare dei suoi problemi, sempre e solo di quelli, delle diagnosi che crede sbagliate, delle liste di attesa sempre lunghe, degli infermieri che giudica mai più che scortesi, dei farmaci poco efficaci cercando di coinvolgere i compagni di sventura in un girone infernale di inutili e dannose chiacchiere? Mai visti tanti ordinari di medicina seduti nelle sale d’aspetto degli ospedali, pronti alla critica spietata verso primari con titoli riconosciuti in tutto il mondo. La difesa per chi vuole starne fuori non è possibile: parole, parole, parole parole che tramortiscono e annoiano. E una profonda noia ha avvolto anche la mia mattina, quella cominciata tanto bene, quella col quotidiano che non ho letto, quella col cappuccino che sono riuscita a bere solo quando ormai si era freddato e col cornetto che ho solo sbocconcellato. Finito il suo monologo il tipo se n’è andato, con la per me nota andatura da sclerosi multipla, ma non prima di aver detto che se domani sarò lì potremmo continuare con le nostre chiacchiere. Domani ci sarò certo, in un altro bar.