A volte i libri vanno rovinati

Ho comprato un manuale di scrittura. Uso della punteggiatura, quando ci va la minuscola o la maiuscola, corsivo e grassetto, concordanze, come comportarsi coi titoli, differenze tra lingua scritta e parlata, accenti gravi e acuti e via su questo tema, ricco, complesso e mai fermo. Una grammatica mi si potrebbe incalzare, no replicherei io, una bussola, per evitare di scrivere a caso, ché capita troppo spesso. Se lavorassi dove lavoravo fino a un anno fa, poco più poco meno, questo manuale sarebbe stato fisso sulla mia scrivania, già sgualcito dall’utilizzo, scrivevo per professione, era importante farlo bene. Poca attenzione provoca danni e figuracce, c’è sempre quello che ti legge e scrive la mail per farti le pulci e correggerti, ma dopo un piccolo momento di rabbia che ti fa dire senti qua questo saputo saputello incapace di farsi i fatti propri, ti fermi, ti informi e in cuor tuo ti tocca pure ringraziarlo per la lezione che ti ha dato. Ora scrivo per me, la regola di volerlo far bene è ancora valida ovviamente, il manuale sulla mia scrivania c’è ma non è troppo sgualcito, so che dovrei studiarlo per bene ma il punto è proprio questo, studiare. Ma quanto è duro farlo se non se ne è più abituati? Quanti meccanismi della mente bisogna rimettere in moto scoprendo che sono nascosti sotto, sotto arrugginiti e immobili? Lavorare conosce tempi e ritmi diversi che procedono in un altro modo, più regolari e di certo meno interessanti perché studiare apre orizzonti sempre nuovi che lì per lì possono pure sembrare inutili ma poi ci sarà tutto il tempo per scoprire che quelle giornate passate a stringere i denti sopra i libri si faranno rimpiangere per la forza che avevano. Una forza che nessun lavoro darà mai. Il manuale di scrittura che mi sono comprata di certo lo leggerò, ma so già che non lo sgualcirò per l’uso e, ripensandoci bene, non si sarebbe sgualcito nemmeno sulla scrivania del vecchio lavoro.

Parla solo se sai di cosa parli

Ieri pomeriggio sono andata a vedere Il lago dei cigni. Una pomeridiana, di danza classica, in un teatro di provincia. Che detta così sembra che io me ne intenda di balletto sulle punte, so molto sul collo del piede invece, questo sì, ma non è preparazione culturale è solo il risultato di soste davanti alla tv, quei talent dove tra liti e urla di questo si parla e di poco altro. L’unica volta che ho visto un balletto di danza classica è stato in dvd, c’era Alessandra Ferri e un danzatore russo di cui non ricordo nemmeno il nome: 4 atti, 129 minuti, supportati da Wikipedia a spiegarmi la trama momento dopo momento. E poi qualche sbadiglio. Manca il pathos teatrale ho pensato, quel clima che emoziona rendendoti partecipe di una suggestione collettiva. Sono andata a Londra subito dopo, l’occasione validissima per vedere uno spettacolo di danza classica dal vivo seduta sulle poltrone di un teatro vero. Ma la stagione cominciava la settimana successiva alla mia partenza e anche posticipando il rientro tutti i biglietti erano già stati staccati. Ho visto i volti delle persone che erano con me rasserenarsi, non c’era più bisogno di dirmi no, la vacanza poteva continuare senza rischiare liti. E quindi ieri ho accettato l’invito che mi è stato fatto e ben felice sono andata: sul palco una compagnia russa, se non se ne intendono loro mi sono detta chi altri lo può fare, la musica è nota e bellissima e anche senza aver nessun strumento per esprimere un giudizio critico mi sono messa lì a guardare certa che avrei capito tutto al volo. Ma quattro atti restano tanti anche dal vivo e l’occhio all’orologio mi è scivolato spesso eppure ho avuto modo per sottolineare le sbandate dei protagonisti, quei salti pesantissimi che tonfavano sul palco e i momenti meno brillanti dello spettacolo. E poi mi sono fermata di colpo, all’improvviso ho avuto la riprova che per esprimere un parere bisogna conoscere, aver fatto esperienza, studiato, letto e messo in campo il proprio impegno altrimenti non vale niente. Certo Odette ha rischiato di ruzzolare terra un paio di volte e questo è certamente sintomo che qualcosa ieri è andato storto, ma è anche vero che i ballerini sul palco, anche se forse un po’ scarsi, de Il lago dei cigni ne sanno più di me e senza usare Wikipedia per giunta, perché loro studiano, io no.

Una notte in Italia

La mattina appena sveglia faccio sempre la stessa cosa, allungo la mano, metto gli occhiali, prendo il telefono e guardo le ultime notizie online pubblicate dai principali quotidiani. E anche oggi è andata così, per scoprire che tutte le testate hanno scelto di dare lo spazio più importante, l’equivalente di una prima pagina, al ritrovamento del cadavere carbonizzato di una donna, specificando nel dettaglio il suo nome e cognome, quello di suo marito e dell’ex amante di quest’ultimo già indicata come la carnefice. Mah, mi sono detta. Poi sono andata a fare colazione e mentre mi facevo il caffè ho acceso la tv per guardare il tg e anche qui la notizia di apertura era la stessa, anzi con particolari in più che riguardavano il racconto di una crisi coniugale, la storia di un tradimento, di un tentativo di riconciliazione della coppia e poi di un’amante poco disposta alla resa. Ma anche di una bambina di sette anni, la figlia della coppia. Mi è uscito un altro mah. La domenica per i giornalisti è una giornata difficile e questo lo si sa, servono notizie di cronaca perché la politica a partire dal venerdì pomeriggio va in ferie. Ma c’è un grande ma. Questa non è una notizia di cronaca, questo è un pettegolezzo, sono fatti privati che non meritano nemmeno una breve sul giornale locale, soprattutto perché di mezzo c’è una bimba che ha perso la mamma e forse anche la fiducia nel papà. E a dirla tutta ieri qualche notizia che meritava visibilità c’è stata: 117 morti davanti al mare della Libia a causa dell’ennesimo naufragio, per esempio, ma anche il discorso emozionante e come sempre perfetto del Presidente Mattarella che ha parlato, come sa fare lui, dei valori che esprime l’Europa unita. E se proprio non bastava pensiamo allora all’addio alle scene di Ivano Fossati prima che io lo abbaia potuto vedere dal vivo. Accidenti a lui.

Dài che si riparte

Ho fatto una lunga pausa dallo scrivere, ho mollato i buoni propositi molto prima che cominciasse l’anno nuovo, ma non devo fare troppa fatica per cercare le ragioni, sono solo una sfaccendata, pigra e indolente, e lo sono da sempre. Nessuna intenzione di lasciare da parte la mia idea iniziale per divertirmi scrivendo, anzi sensi di colpa per non essere più sul pezzo, per una fastidiosa svogliatezza che mi ha fatto trascurare il blog. In questo periodo ogni giorno sarebbe stato buono per aggiungere qualche cosa, un piccolo capitolo di vita da mettere giù solo per il piacere di raccontare qualcosa. Ma invece gli alibi li ho trovati tutti: le feste, gli amici ritrovati, il Natale, perfino il compleanno, perché compio pure gli anni in questi giorni io, ma uno scampolo di tempo per scrivere qualcosa in questo angolo solo mio mica l’ho trovato, figuriamoci. Mi sono detta non so che scrivere, ed era una bugia, e comunque più di tanto non mi sono sforzata e quando uno straccio di idea mi è venuta l’ho messa da parte, tornerà ho pensato, ma di certo non sarà più fresca, un diario non vale dieci giorno dopo, è la regola. Quindi oggi torno, senza avere niente da dire forse, ma solo per il piacere, tutto mio, di volerci essere di nuovo. In fondo questo blog è nato per me, mica per altro, mica per altri. Dài che si riparte.

Più ce n’è meglio è

Nei prossimi giorni dovrei uscire con un vecchio amico. Per la verità c’era già una data fissata, ma pochi giorni prima sono caduta, il bernoccolo, il dolore, la paura, insomma tutto rimandato. Siamo amici da più di vent’anni, mica ci vediamo spesso per carità, negli ultimi tempi sempre meno va detto, però è bello mantenere i contatti. Soprattutto pensando a come è nato questo rapporto. Prendete tre ragazzi poco più che ventenni, fategli trascorrere una giornata al mare, in una spiaggia abbastanza vicina a casa che di notte fa esplodere il divertimento con locali all’ultima moda, ad un certo punto uno di loro convince gli altri a trascorrere la notte lì, in uno dei tanti alberghi che si affacciano sul mare, ne scelgono uno gestito da una coetanea che quella sera si vede con tre amiche. È fatta, scoprono di starsi simpatici a vicenda e che non c’è niente di meglio che ridere e scherzare assieme. I tre amici ne hanno altri, le tre amiche anche (tra le quali ci sono io) e poco alla volta si conoscono tutti tra loro, non si vedono sempre ma quando lo fanno si divertono, organizzano cene insieme, pizze, serate in discoteca, al cinema, qualche piccola vacanza, una festa di laurea memorabile. Nascono storie di bella amicizia ma anche d’amore, credo quattro, addirittura un matrimonio, insomma begli incroci di vita che non sono facili da trovare. Negli anni purtroppo molta di quell’alchimia si è persa, perché si cresce, perché si cambia, perché gli impegni sono tanti, c’è il lavoro, la famiglia ma sono certa che pensando a certi momenti passati insieme a ciascuno scappi più di un sorriso.  Per questo sono molto felice di vedere il mio vecchio amico, credo che noi due siamo tra i pochissimi che ancora si sentono, ma cavolo, pensando alla casualità con cui ci siamo conosciuti, la stessa che poi ha portato nella mia vita molti altri bei momenti sarebbe davvero da stupidi fare finta di niente perdendoci magari di vista. Perché se è stato un caso è stato davvero bello che ci sia stato.

 

Noi che abbiamo fatto il classico

Il bernoccolo si è sgonfiato, si è lasciato dietro un po’ di fastidio che diventa dolore solo se lo tocco o poggio la testa. Progressi innegabili rispetto a qualche giorno fa, mi sono perfino lavata i capelli, con grande coraggio e molto prudenza, perché io sono fatta così: tiro fuori i denti quando c’è da superare le salite durissime e improvvise per trasformarmi in una patetica mammola quando il peggio è passato e sarebbe ora di darsi una mossa. A mia discolpa aggiungo che in  questa settimana più o meno da dimenticare qualcosa di buono è pure accaduto come riscoprire il piacere della convalescenza, quel periodo in cui ti concedi tutto, perché te lo meriti, perché c’è da vincere un nemico, perché scegli la coccola come alleata delle tue giornate. Io ho scelto di scaricarmi sul Kindle Gli Spaiati che è un po’ il romanzo del momento, perché lo ha scritto Ester Viola che è un po’ il nome del momento e guarda caso il suo libro è uscito nei giorni della mia convalescenza. Insomma la coccola perfetta al momento giusto. Figuriamoci se mi sarei persa il nuovo romanzo di Ester Viola, ma lo avrei comprato fra un po’, prima avrei finito tutto quello che ho in programma di leggere prossimamente, e poi lo avrei voluto cartaceo perché fatico ad amare gli e-book, anche se sono più comodi, anche se sono più economici, anche se non tocca spolverali quando stanno troppo tempo sulla libreria. Ma stavolta c’era la mia convalescenza di mezzo, c’era da trovare qualcosa di bello che mi desse conforto immediato e quindi, passati i dolori più forti, ho ripreso in mano il Kindle e in pochi secondi avevo Gli Spaiati da leggere, senza attendere i tempi di Amazon, senza uscire verso la più vicina libreria. Grazie Ester, noi che abbiamo fatto il classico sappiamo come farci una coccola vera…

 

Grecia, è bellissimo farsi conquistare da te

Se devo parlare di un libro per esprimere un’opinione quale che sia prima arrivo alla fine. Stavolta è diverso. Sto leggendo La lingua geniale di Andrea Marcolongo e il mio giudizio ha raggiunto vette molto alte fin da subito certa che non potrò essere tradita. Il tema è il greco antico, nove ragioni per amarlo, senza nasconderne le difficoltà, anzi esaltandone i problemi, quegli angoli oscuri di cui si riempie facendo impazzire di fatica e dolore chi si cimenta con la traduzione. Ho fatto il liceo classico e lo rifarei ancora, ancora e ancora, studiando di più piuttosto, studiando meglio questo sì, forse è per questo che quando ho preso in mano questo piccolo manuale attorno al mio cuore si è stretta una morsa feroce che ha portato a galla nostalgia, rimpianto, ricordi di più di qualche lacrima ma anche felicità. Perché nulla è stato più importante e formativo di quei cinque anni di liceo che hanno gettato le basi della persona che sono, nata su quei banchi, maneggiando libri che ho spesso odiato perché non facevano sconti di nessun tipo. Ma era un tale onore poter dire di fare il classico da farmi sopportare tutto, anche il fatto di capire sinceramente poco di quello che stavo traducendo. Il greco antico è una brutta bestia (non che il latino sia facile per carità), percorre strade che spesso finiscono nello stesso punto da cui sono partite e tu, che ti destreggi a fatica per quelle vie, ti trovi a chiedere una mappa un po’ più leggibile per venirne a capo anche se sai che sarà molto difficile che qualcosa o qualcuno te la offra. Questo manuale fa un po’ di luce, svela i segreti di una lingua magica in cui le regole sono ferree ma i singoli elementi variano in rapporto alla intenzioni di chi scrive. Per tradurre il greco antico – e per tradurlo bene ancora di più – è necessario studiarlo fino a sfinirsi, imparare a memoria tabelle noiosissime, cimentarsi con dizionari da mille pagine, con caratteri minuti che ai miei tempi non conoscevano grassetti e interlinea significativi, ma non di meno servono buoni insegnanti. Un dare per avere che aiuta gli studenti ma anche la scuola, i buoni risultati danno credibilità a tutti, a chi siede tra i banchi per imparare e a chi sulla cattedra per insegnare. Facendo un passo ancora più indietro: servono corsi di specializzazione per i professori, stimoli importanti per migliorare il loro mestiere, verifiche continue sulla loro preparazione, una riforma della scuola che li porti a investire il loro tempo anche d’estate e di conseguenza un adeguamento dei loro compensi rispetto al mercato del lavoro. Questo Paese ha bisogno della scuola e di un numero maggiore di studenti che conosca e bene il greco antico, la lingua da cui è nato il pensiero occidentale. Scusate se è poco.

Il vero dono

In questi giorni sui social c’è in atto una sollevazione contro una tipa che ha definito un dono il cancro del quale si è ammalata. La tizia, che lavora in tv in una trasmissione che negli anni ha promosso le più ridicole terapie per curare malattie gravissime prendendo le distanze dalla medicina ufficiale, l’anno scorso si è ammalata di cancro e ora sta meglio dopo essersi sottoposta a una terapia chemioterapica. La sua storia l’ha raccontata in un libro ma anche in numerosi post comparsi sui principali social. Anche il fatto che per contrastare il cancro abbia scelto di affidarsi a una terapia scientificamente provata, al contrario di quanto indicato dalla trasmissione dove lavora che invece consiglia intrugli di cura a base di bicarbonato e limone, sarebbe una notizia degna di nota. Ma per ora ciò che è uscito con maggiore forza è che parla del suo cancro come di un dono. E qui i social si sono rivoltati in una unanime protesta che pare difficile non condividere, sono ancora purtroppo numerosi i casi in cui il cancro non incontra finali tanto gioiosi, sentirlo definire un dono stride troppo con la realtà dei fatti. Non ho letto il libro e non lo farò, ma una certa idea su questa infelice definizione me la sono data. Anche la mia sm è una malattia grave, ci convivo tutti i giorni e sono ovviamente ben lontana dal considerarla un dono, figuriamoci, ma so che con lei è fiorito anche un istinto che non avevo e che è sempre con me almeno quando serve. No, non è un dono perché ne farei volentieri a meno, e non è nemmeno coraggio, è una forza che prima non avevo e che nei momenti di maggiore bisogno non devo cercare, arriva e mi sostiene, trattiene le lacrime, la sfiducia, l’orgoglio e anche la vergogna. La tizia che ha definito il cancro un dono forse intendeva qualcosa di simile a questo e nel dirlo si è fatta trascinare dall’entusiasmo di una malattia messa all’angolo dalla scienza. Quale sarebbe il vero dono invece? L’aver capito che è la medicina a poter vincere il cancro mai il bicarbonato.

Benedetti siano gli SMS

C’è stato un tempo in cui gli smartphone li chiamavamo cellulari. C’è stato un tempo in cui i contratti telefonici somigliavano a vere ghigliottine per le nostre finanze, erano costosi e in poco tempo si rimaneva a secco di credito, toccava correre ai ripari in fretta spendendo dell’altro denaro. C’è stato un tempo in cui Whatsapp non esisteva, c’erano gli SMS e ogni invio faceva scalare il proprio credito. Le conversazioni via SMS erano brevi quindi, uno e due battute e poi basta, il tempo per prendere un accordo, per darsi un appuntamento o per scambiarsi la buona notte tra innamorati. Ora che c’è Wapp, lo scambio di messaggi si chiama chat e può durare da sera a mattina, tutto gratis. Che bello! Quante chiacchiere in più, quante risate, quante discussioni, poi ci sono i gruppi che permettono di tenere in contatto più persone perché nessuno si senta escluso. Che meraviglia! In questi giorni ho fatto una scorsa tra le mie chat. Ho riletto molte conversazioni notando che sono quasi tutte piene di emoticon, l’altro asso vincente di Wapp, piccole faccine gialle con le quali comunicare ogni stato d’animo, amore, amicizia, risate, lacrime, rabbia e molto altro ancora. Se le parole non le trovi usa un’emoticon, insomma. Tra le più frequenti nelle mie conversazioni, sia in entrata che in uscita, ci sono baci a forma di cuore, abbracci stretti-stretti, disegnini di cuori rossi o anche colorati. Ci sono così tante persone che mi vogliono bene? Voglio bene a così tante persone? In entrambi i casi penso che la riposta sia no. E allora cos’è che ci spinge ad essere così generosi coi sentimenti quando si tratta di inviare un Wapp? Ci sto ragionando da qualche giorno perché mi dispiacerebbe essere come certe persone che inviano baci a forma di cuore in quantità ma che poi arrivati al momento in cui devono dimostrare non dico amore ma almeno solidarietà se ne lasciano sfuggire l’occasione.

 

 

E se la matematica fosse diventata il mio mestiere?

Quando ero in terza media, nel periodo in cui dovevo scegliere che scuola fare alle superiori, i miei genitori mi diedero totale libertà, la piena autonomia di muovervi secondo le mie preferenze. Mio fratello mi prese all’angolo e con fare meno conciliante mi disse che potevo scegliere la scuola che mi piaceva di più tra liceo classico e liceo scientifico. Io che avevo già deciso mi iscrissi al classico, mi piaceva l’italiano e la letteratura e in matematica non ero proprio una scheggia. Quando ti iscrivi al classico, però, nessuno ti dice che in effetti la matematica è poca, che la letteratura italiana c’è, ma che per uscirne vivi, soprattutto dai primi due anni che ai miei tempi si chiamavano ginnasio, ci sono tante lacrime da versare sopra latino e greco. Ma c’è un’altra cosa che non viene detta: quando affronti un testo di Tacito lungo venti righe e trovi il verbo della principale anche quando il soggetto è sottinteso, quando giri attorno a una perifrastica passiva di Cicerone e ne vieni fuori vincente, quando capisci il senso del genitivo assoluto di Senofonte e puoi riprendere a respirare, la tua mente ha messo in funzione un ragionamento uguale a quello di chi risolve un integrale in matematica. Solo che la maggior parte degli studenti del classico non lo sa e continua a guardare con diffidenza al libro di matematica pensando che aprirlo sia solo tempo rubato alla grammatica latina e al manuale delle versioni di greco. Anche Alessio Figalli, il vincitore del Fields 2018, l’equivalente del Premio Nobel per gli studiosi della matematica, ha fatto il classico. Dubito fosse uno studente comune, di quelli che impiegavano troppo tempo per venire a capo di una versione di Tito Livio o di Tucidide, ma è certamente la dimostrazione di come la sua mente, il suo cervello e la sua intelligenza già eccellenti abbiano trovato al classico la migliore delle palestre possibili. Spero che agli studenti di oggi venga detto che anche la matematica è alla loro portata, ai miei tempi proprio no vista la foga con cui cantavamo che non sarebbe mai diventata il nostro mestiere. Il liceo classico lo rifarei ancora, ancora e poi ancora perché tutto quello che sono è nato a partire da quei banchi in quei cinque, fantastici, anni. Se poi coi numeri è andata come è andata è solo colpa mia.