Un incontro casuale, quattro chiacchiere sincere e poi sentirsi addosso una botta fortissima di emozioni diverse che partono da un ricordo fin troppo bello, la giovinezza. Ieri dopo anni ho rivisto il gran cerimoniere di un locale che ha scritto la storia della vita notturna nella mia città, il capo banda di un luogo che ha cresciuto almeno due, forse tre, generazioni di ragazze e ragazzi assicurando a ogni serata caratteri unici e irripetibili. È sottinteso dirlo di un momento della vita in cui il qui e ora non conosce ombre e il futuro è certezza che tutto verrà senza intoppi? Probabile. Ma se a guidare la magia dell’istante che stai vivendo c’è qualcuno che mette in campo la sua genialità per inventare qualcosa di nuovo prima degli altri, le prospettive addirittura migliorano. È stato così per anni nella mia città, se volevi un locale dove sentirti a casa, dove incontrare tutti, dove innamorati, dove bere, dove ascoltare musica sempre diversa, dove inseguire nuove idee, fare festa fino al mattino, sceglievi di andare dove c’era lui, che era lì per tutti, e se non c’era stava guardando l’orizzonte pensando alla prossima notte da costruire anche per te. Dopo oltre vent’anni ci siamo rivisti scoprendo di portarci addosso bagagli di vita diversi ma allo stesso modo pesanti. Io con la mia sclerosi multipla, lui con qualcosa d’altro, non ho voluto indagare ma ho capito che non si trattava di un raffreddore. Io ho visto la malinconia nel suo sguardo, forse lui ha visto la mia. Poche domande tra di noi ma numerose parole simili e condivise: orgoglio, vergogna, mancata accettazione e adesso cosa si fa. Io con un corpo trafitto, lui messo al tappeto proprio dalla sua creatività. Tutti quei progetti finiti chissà dove, tanto i suoi quanto i miei, perché la vita sa essere ben vigliacca quando vuole. Avrei voluto trovare le parole giuste per indicargli il modo di approdare ad una nuova riva per poi tendere la mano verso di lui chiedendogli il favore di portare anche me di là del fiume.
Categoria: Cose che provo
Il vero dono
In questi giorni sui social c’è in atto una sollevazione contro una tipa che ha definito un dono il cancro del quale si è ammalata. La tizia, che lavora in tv in una trasmissione che negli anni ha promosso le più ridicole terapie per curare malattie gravissime prendendo le distanze dalla medicina ufficiale, l’anno scorso si è ammalata di cancro e ora sta meglio dopo essersi sottoposta a una terapia chemioterapica. La sua storia l’ha raccontata in un libro ma anche in numerosi post comparsi sui principali social. Anche il fatto che per contrastare il cancro abbia scelto di affidarsi a una terapia scientificamente provata, al contrario di quanto indicato dalla trasmissione dove lavora che invece consiglia intrugli di cura a base di bicarbonato e limone, sarebbe una notizia degna di nota. Ma per ora ciò che è uscito con maggiore forza è che parla del suo cancro come di un dono. E qui i social si sono rivoltati in una unanime protesta che pare difficile non condividere, sono ancora purtroppo numerosi i casi in cui il cancro non incontra finali tanto gioiosi, sentirlo definire un dono stride troppo con la realtà dei fatti. Non ho letto il libro e non lo farò, ma una certa idea su questa infelice definizione me la sono data. Anche la mia sm è una malattia grave, ci convivo tutti i giorni e sono ovviamente ben lontana dal considerarla un dono, figuriamoci, ma so che con lei è fiorito anche un istinto che non avevo e che è sempre con me almeno quando serve. No, non è un dono perché ne farei volentieri a meno, e non è nemmeno coraggio, è una forza che prima non avevo e che nei momenti di maggiore bisogno non devo cercare, arriva e mi sostiene, trattiene le lacrime, la sfiducia, l’orgoglio e anche la vergogna. La tizia che ha definito il cancro un dono forse intendeva qualcosa di simile a questo e nel dirlo si è fatta trascinare dall’entusiasmo di una malattia messa all’angolo dalla scienza. Quale sarebbe il vero dono invece? L’aver capito che è la medicina a poter vincere il cancro mai il bicarbonato.
Una mamma guerriera
Ieri sera ho rivisto una vecchia amica e non mi ha fatto per niente piacere farlo. Mi è comparsa davanti al tg della sera, l’ho riconosciuta e l’ho ascoltata e quello che diceva è stato davvero doloroso. Intervistata da un giornalista ha raccontato la storia di sua figlia, Anna, quattro anni, affetta da una patologia genetica che si chiama ittiosi lamellare e che al momento non ha una cura. Si tratta di una malattia rara – solo 20 bambini in Italia – che secca la pelle screpolandola, cancellandone ogni elasticità fino a indurirla creando pericolose fessurazioni nelle quali possono infiltrarsi infezioni gravi di vario tipo. Non esiste una cura e nemmeno una ricerca scientifica, quando le malattie sono rare gli interessi economici fanno fare un passo indietro anche alle più buone intenzioni. È vantaggioso anche ammalarsi della rogna giusta, la mia sclerosi multipla è un pozzo di ricchezza, l’ittiosi lamellare evidentemente no. Dopo aver visto il tg ho fatto un giro sul web scoprendo che la storia della piccola Anna ha raggiunto il Corriere della Sera, ma anche Vanity Fair grazie all’impegno duro e da vera guerriera della mia amica che porta avanti una battaglia importante per sua figlia e per gli altri bimbi. La mia amica si chiama Alessandra Colabraro e fa parte del consiglio direttivo dell’Unione Ittiosi (Uniti) che sostiene gli studi di Heiko Traupe dell’Università di Munster. Dal suo lavoro potrebbe arrivare una cura per Anna e gli altri bambini ma servono soldi e Alessandra chiede a tutti un piccolo investimento: solo 1,00 euro per mettere in moto l’inizio di una ricerca che potrebbe assicurare una vita migliore ad Anna e ad altri bimbi.
Per info: http://www.gofundme.com/comitatouffi
Finché ignori
Nel 2000 arrivò la diagnosi: Sclerosi Multipla. Da fuori sembrò non fosse successo niente ma era una bugia: cartella clinica in mano lei arrivò e sbaragliò tutto, si fece posto senza chiedere nessun permesso, aprì armadi e cassetti, rovistò tra cose che non le appartenevano mandando tutto all’aria. Saltò sui divani creando disordine, ruppe bicchieri di cristallo in mille pezzi, rovesciò caffè nero su lenzuola di lino, strappò abiti nuovi e tolse il tacco ai sandali più alla moda. Si comportò come la peggiore delle ospiti: arrivò inattesa e senza nessuna intenzione di andarsene. Sono passati anni, sono passate storie, sono passati pensieri e lei sempre presente, sempre fedele accanto chi non la vuole, mai un passo indietro, come la peggiore delle ospiti inattese. Lei che con perfidia e cattiveria fin dal primo giorno ha sussurrato: e vedrai il finale, lo capirai da sola, avrà il profumo del “fine pena mai”. E quando cominci a camminare male, e quando inizi a non farcela a muoverti da sola e quando fai troppa fatica a fare tutto e ti arrendi anche al deambulatore la senti sghignazzare. Ma alla fine ridi anche tu: eccoti nuova ospite inattesa, ti chiami libertà ed eri diventata una sconosciuta. Sei seduta su due ruote adesso ma torni a riprenderti spazi che non conoscevi più da troppo tempo, hai ancora paura di non farcela, ma questa nuova libertà ha un profumo leggero, ha azzerato la fatica, sei quasi felice. Vai dove vuoi, ancora con qualcuno, ma dove vuoi, magari non ovunque, ma molto più lontano di prima. Questa libertà è insperata, ad averlo saputo le avresti spalancato la porta prima, ma non potevi saperlo, perché anche lei è inattesa, una gradevole ospite inattesa. E poi fai un’altra scoperta, cominciata da un dolore molto forte, come quello di una sberla rumorosa, non meritata, malefica e astuta: ti licenziano, loro hanno altri progetti e tu ti ritrovi a casa. Non ti pagano da mesi, non ti danno nemmeno il tfr, comincia ovviamente una causa legale. Hai bisogno di far calmare le acque attorno a te perché i tuoi pensieri sono molto confusi, arrabbiati e delusi. Prendi tempo, devi capire cosa fare, ma devi anche riposare un po’. Per lavoro scrivevi, cose per niente interessanti, sempre le stesse, ti erano venute a noia, meglio non doverlo fare più ti dici, da mesi non scrivi, non ci pensi, non ne senti nessuna esigenza. Poi un giorno per fare un favore ad un amico ti metti al computer e riprendi a scrivere e scopri che ti piace, ma davvero tanto, ne sentivi la mancanza. Eccola la nuova ospite inattesa: la scrittura, ti riempie di gioia farlo e ti rende felice. Fai un bilancio e metti insieme tutto. Così nasce questo blog nel qual racconterai ciò che ti passa per la testa, cose un po’ a caso, senza regole, l’unica certezza sono le tue ospiti inattese, ormai sono roba tua e al diavolo tutto il resto.