Ci si può commuovere guardando le immagini di un milione di ragazzi che partecipano a Roma al Giubileo dei giovani? Sì. Lì, radunati in preghiera davanti al Papa erano bellissimi e felici, così li ho intesi io, pronti anche per stringere amicizie tra loro, cantare, ballare e travolgere tutto l’insieme con entusiasmo, dalla bellezza dei loro cuori leggeri che ho sentito soprattutto aperti, sulla linea di una riconoscibile sincerità pronta a comporre passi avanti rispetto al ritratto che noi adulti facciamo di loro. Sono questi i giovani a cui voglio credere, mi piacciono così, ma fanno meno figura di tutti quelli che racconta la cronaca, quelli che vanno a scuola col coltello per lanciare minacce all’altro, che sembrano uscire dalla strada maestra dall’educazione e della civiltà, quella che invece ho visto, pure con una lacrima di commozione e approvazione, a Roma pochi giorni fa. Ma alla fine mi sono chiesta quale sia la strada autentica dei nostri ragazzi, credo stia a metà sono arrivata a dirmi, non tutta composta dentro quella bolgia infernale che noi aduti descriviamo cosi come non solo quel ritratto disegnato a Roma. Giovani, in linea con temi moderati, quindi, quelli che non fanno troppo rumore, né in un senso, neanche nell’altro, capaci di vivere fino in fondo la loro bella giovinezza orientandosi tra il magnifico che si compone davanti agli occhi e nello stesso tempo allottandosi dalle tante tentazioni che fanno cucù dietro l’angolo. E io a quell’età? Attenzione prego, lo dichiaro, so per certo che al Giubileo romano non avrei partecipato, che l’insieme mi avrebbe fatta anzi sorridere con il sopracciglio alzato dal diniego, brusio di negazione pure, probabile opposizione di superiorità, ma il coltello in tasca certo che no che non l’avrei avuto, mi sarei ferita piuttosto per strapparlo di mano all’aggressore verso il più debole. E io voglio vedere così anche i ragazzi di oggi, quel milione al Giubileo, come quella altrettanto forte quantità che non era lì rimasta a casa ma con la tasca libera dal coltello.
Categoria: Cose che scrivo
Sogna, ragazzo, sogna
Mi sono imbattuta in una pagina web in cui Roberto Vecchioni e la moglie Daria Colombo parlano della loro storia legata a doppio filo con la sclerosi multipla: il figlio Edoardo ne è affetto e loro, quindi, sanno cos’è in ogni suo feroce aspetto. L’ho conosciuto Vecchioni, anni fa, faccia a faccia, parola su parola, verità dopo verità. Lui ha visto ogni fatica che io mi portavo appresso, appesantita com’ero da quella gamba cialtrona che non aveva ancora conociuto la quiete data dalla sedia a rotelle. Era una serata di lavoro quella in cui ci siamo ritrovati, tanto per lui quanto per me. Vecchioni interveniva come ospite dell’agenzia di comunicazione per la quale lavoravo allora, presentava il suo libro, era protagonista della rassegna letteraria che avevamo allestito. Dettaglio in più: io non sapevo del suo rapporto con la sm, lui del mio. Ma una volta visti ci siamo capiti al volo, anche nel silenzio, quello che ci siamo imposti. Fu una serata faticosa per me, era ancora il tempo in cui aprire il sipario non mi piaceva. L’ho detto tante volte che è stata la sedia a rotelle a favorirmi, c’è poco da raccontare adesso, pensate quel che volete, non me ne frega niente compresi i vostri sguardi pietosi, patetici, perfino caritatevoli, quelli che la sedia a rotelle nutre e non nasconde. Ma se volete aggiungere un dettaglio ora che dovete pagare le tasse pensate al vostro 5xmille e se vi va di aiutare il domani di quelli che vivono con la sclerosi multipla eccolo il Codice fiscale della Fondazione di AISM: 95051730109. Per me credo sia troppo tardi ma la tempesta che la sm muove merita di far trovare un buon ombrello per i tanti ragazzi bagnati dall’acqua che all’improvcuso la sclerosi multipla rovescia addosso. Con tutto il ringraziamento che so dare.
Extra Omnes

Ecco, ci siamo, qui, arrivati all’inizio del Conclave. Stamattina c’è stata la celebrazione della messa Pro Eligendo Romano Pontefice, quindi poco alla volta si arriverà alla chiusura della Basilica Vaticana che rimarrà aperta solo ai 133 cardinali che avranno il compito di eleggere il prossimo Papa. Questo pomeriggio ci sarà l’emozionate Extra Omnes e quanto accadrà all’interno della Basilica vaticana noi lo potremo sapere solo osservando le fumate dei camini posizionati sul tetto della Cappella Sistina: nera, il papa non è stato ancora eletto, bianca, ne abbiamo uno nuovo. Si sta facendo la storia, religiosa certo, ma non solo. Io ne ricordo quattro di fumate bianche: nel 1978, l’anno dei tre Pontefici (il defunto Paolo VI, e quelle che portarono all’elezione, prima del Patriarca di Venezia, Giovanni Paolo I, e poi, un mese dopo, di Giovanni Paolo II, il primo papa polacco); nel 2022 quella che vide la salita soglio di Benedetto XVI e, ancora, nel 2013 quella che ci condusse a Papa Francesco. Insomma da oggi si disegna un nuovo capitolo, del Cristianesimo certo, ma non solo, proprio in virtù del ruolo che i 133 cardinali compiranno da questo pomeriggio, chiusi nel completo segreto che dall’Extra Omnes li porterà all’Habemus Papam, quando la storia assumerà una direzione precisa. Da settimane se ne parla cercando di districare il capo di una matassa importante che deve accompagnarci all’elezione di un Pontefice in grado di porsi in modo equilibrato dentro un’epoca, la nostra, complessa e afflitta da scelte cerchiate da decisioni rischiose a dir poco. Ecco dove siamo. Ecco perché da oggi più che mai mi affido a un nome scelto con la capacità di dare svolte decise a questa epoca tagliente ed evidentemente velenosa. Un ruolo di pacificazione lo può raggiungere un Pontefice eletto con criterio corretto? Sì. Pensiero considerato anche in modo indipendente dal fatto di possedere o meno un credo religioso? Sì. In questo momento sì. Ne sono certa. Ecco perché in questi giorni siamo dentro più che mai al nostro futuro.
Care ragazze, cari ragazzi – XXI
Sto scrivendo con largo anticipo rispetto a quando voi, ragazzi, leggerete queste righe. Per me è martedì 5 novembre, pomeriggio, e sto piangendo da questa mattina, da quando in macchina con mio fratello in direzione Padova per fare una visita medica è arrivata una telefonata: un amico ci ha chiesto se sapevamo qualche cosa a proposito di una notizia che girava per Jesolo. Le voci dicevano che a causa di un incidente stradale Veronica Colla era morta. Ci siamo zittiti, io mi sono tolta gli occhiali poggiandoli sulle gambe perché lacrime silenziose che mi spuntavano dagli occhi li stavano sporcando. Dopo qualche rapida ricerca di informazioni questa notizia ha trovato conferma. Mentre mi leggete voi è molto probabile che nella chiesa SS. Liberale e Mauro di piazza Milano il suo funerale sia già stato celebrato e certamente rispetto a oggi c’è qualche informazione in più rispetto a come sono andate le cose. Poco importano i tempi rispetto al dolore molto forte che questa scomparsa ha provocato. Io, Veronica la conoscevo fin da quando era una bimba perché la sua famiglia è legata alla mia da un rapporto molto stretto che parte dai suoi nonni, passando dai genitori, zii, cugini. Siamo cresciuti insieme condividendo valori, ricordi, giochi, risate, battaglie di vita ed è per questo che oggi non riesco ad andare oltre coi pensieri, non mi serve sapere i tanti perché e i molti come di questo drammatico incidente, mi basta solo pensare al dolore che sta squarciando il cuore di chi le voleva bene. Ai tanti che le volevano bene. Tra voi che mi state leggendo ce ne saranno numerosi perché Veronica aveva uno spirito trascinante, con lei anche le sorelle Giorgia e Gloria che non sono certo da meno e papà Roberto – con cui sono cresciuta giocando mentre lui cercava di insegnarmi a nuotare nella piscina vicina alle attività dei nostri genitori provando a vincere il mio spirito imbranato – e poi mamma Sandra, simpatica, gioviale, allegra. Tutto quello che era dipinto sul volto di Veronica e questo mi serve per chiedere anche a voi ragazzi di prendere esempio dal suo carattere, dalla sua voglia di sorridere e che da oggi non c’è più lasciando invece spazio a un dolore da condividere stringendoci con forza attorno alla sua famiglia.
Care ragazze, cari ragazzi -XVI
Ora che è la scuola è cominciata di nuovo avete ripreso i contatti con i vostri compagni di classe oppure se state iniziando un nuovo ciclo di studi vi trovate accanto amici di banco che presto o tardi diventeranno autentici complici di vita. Ma un piccolo dettaglio permettetemi di metterlo in luce. Qualcuno di questi compagni di studio probabilmente e purtroppo potrebbero avere dei problemi di salute. So che non vi aspettavate che aggiungessi questo dettaglio ma non mi sento nella posizione di tacere e passare oltre. Partiamo dall’inizio: quando io ero a scuola stavo bene e non avevo problemi di sorta, poi la vita ha preso una via un po’ storta e mi è piombata addosso una malattia certamente pesante che oggi mi fa stare su una sedia a rotelle, tranquilli adesso non parlerò di questo e non dirò che potrebbe capitare anche a voi, sia mai, ma da persona matura non posso tacere senza aggiungere un consiglio. Io so che i problemi accadono e qualcuno dei vostri compagni di classe, che già conoscete o con i quali magari imparerete a condividere una nuova esperienza di vita, potrebbero avere qualche genere di difficoltà con la salute. So anche che siccome siete ragazzi intelligenti vi poniate tante domande: come faccio ora con lui? Come mi devo comportare adesso? Qual è l’atteggiamento corretto da mettere in atto? A tutte le domande che vi saltano in testa la risposta è una sola: naturalezza, siate sinceri e autentici. Se c’è richiesta esplicita di un aiuto da parte sua datela, se tace a sta da solo allungategli la vostra mano senza paura di sbagliare. Allo stesso modo se vedete che esprime massima autonomia includetelo in ogni discorso, gioco o battuta che fate senza dimostrare timore o paura di sbagliare, ve lo posso assicurare, vorrà essere incluso con semplicità in ogni dialogo. Una cosa va evitata sempre, invece, l’isolamento. Ha bisogno di voi e della vostra collaborazione, deve poter entrare nel circolo delle vostre chiacchiere e dei discorsi perché in lui non c’è niente che non va, un po’ più di sfortuna certo perché la salute con lui è stata vagabonda ma niente più di questo. E ora cambio spettatore e mi rivolgo a voi che invece state male – e badate ragazzi che so bene di cosa parlo – il mio consiglio è non chiudetevi a riccio, tutti aspettano un vostro cenno, un sorriso in più verso chi vi sta attorno, non mettete in discussione le loro intenzioni, anzi rendete più semplici le loro volontà. Apriamo i giochi di questa nuova battaglia dell’amicizia allora, si muove su due fronti che scendono in campo per lavorare con lo stesso principio quello che nega la solitudine per raggiugere confidenza libera e sincera.
Care ragazze, cari ragazzi – XV
Jannik Sinner. E potrei finire qui. Un bel punto a capo e arrivederci alla prossima settimana. Tanto il nome di questo giovane tennista italiano è noto a tutti voi che credo siate suoi tifosi per quello che sa esprimere su un campo da gioco con una racchetta in mano. Ha poco più della vostra età ed è il numero uno al mondo nella classifica ATP di tennis maschile; pochi giorni fa ha vinto gli US Open, il secondo torneo Slam guadagnato in questa stagione. Mica roba da poco, un successo atletico noto anche a chi di tennis non capisce molto: tipo me. Ma come valore aggiunto c’è anche il suo modo di comportarsi, le parole che sa dire, come si muove sul campo da gioco ma anche fuori che è proprio quello che personalmente mi ha conquistata e che spero abbia fatto anche con voi. Perché Sinner mostra passo dopo passo un’intelligenza che viaggia su percorsi che non lasciano mai indifferenti. Alla fine del match vinto a New York, con il trofeo appena ricevuto, ha dedicato le sue parole, quasi sussurrando, alla zia con la quale è cresciuto e che ora sta molto male. Un abbraccio da lontano pieno di significati, tutti da rispettare. Sinner è un vero campione, sta vincendo a mani basse tornei di tennis molto importanti, il suo segreto secondo i veri esperti è che si allena molto, non perde tempo in sciocchezze ma sa prendere atto con criterio e regola anche degli errori fatti. Quello che vorrei sottolineare è che Sinner, campione di uno sport molto ricco, dà spazio a dettagli mai secondari: durante una partita di tennis di qualche tempo fa, per esempio, il gioco venne interrotto a causa di una pioggia battente. I due sfidanti furono fatti sedere sulle loro panche a bordo campo mentre i giovani raccattapalle li coprivano con un ombrello aperto solo su di loro. Sinner fece spazio accanto a sé anche al giovane ragazzo che lo proteggeva dall’acqua e che entusiasta cominciò a chiacchierare con il tennista numero uno al mondo. Un gesto quello di Sinner che mi ha conquistata per la gentilezza che ha manifestato, la grande disponibilità e un’educazione non certo comune. Sono qualità non da poco che il nostro campione mette in atto insieme al suo gran gioco. Forza Jannik, da parte di tutti noi!
Care ragazze, cari ragazzi -XII
Nello lo scorso numero del nostro Giornale del Litorale Don Lucio ha firmato un articolo molto interessante che parlava dell’importante necessità di una completa integrazione culturale per le popolazioni straniere che vivono e lavorano a Jesolo. La loro presenza tra noi è diventata un caposaldo fondamentale attraverso la condivisione di vita e lavoro con la conseguente esplicita necessità di una reciproca conoscenza culturale. E da questi presupposti arriva, come ha scritto Don Lucio, l’organizzazione di corsi di lingua italiana rivolti ai tanti cittadini residenti nel nostro Comune ma originari da paesi diversi – molto spesso dal Sud Est asiatico, Cina, Giappone, Est Europa – che a Jesolo vivono e lavorano producendo e collaborando a reciproco beneficio. Mi ha colpita molto questa iniziativa, l’ho trovata non solo utile ma anche moderna perché in linea con la più utile e necessaria integrazione dell’oggi. Poi mi siete venuti in mente voi: tutto questo corrisponde a quello che voi ragazzi fate a scuola attraverso lo studio che vi permette di crescere diventando adulti in grado di muorvervi con intelligenza. E questo avviane solo nella consapevolezza che è necessario condividere fino in fondo il vantaggio del sapere. Ecco perché si studia. Ci avete mai pensato a cosa serve essere preparati nei confronti del mondo che vi sta attorno? Serve per guardarlo con occhi vigli e osservare com’è e come sta cambiando soprattutto in questa epoca intensa, quella in cui state vivendo e crescendo. Non fate l’errore di mollare la presa perché chi siete lo state maturando adesso. Assecondate pure le vostre passioni, ma mi piace aggiungere che non serve seguire percorsi che non vi appartengono, crescere vuol dire dare il meglio di sé in linea con i traguardi che desiderate raggiungere. E in questo la scuola è fondamentale, seguitela, arrivate al diploma che è assolutamente necessario, e poi fatto questo passo scegliete i caratteri di un lavoro da mettere in atto bene. Per questo l’articolo di Don Lucio mi è piaciuto molto perché si rivolge a quei residenti che a Jesolo lavorano pur arrivando da lontano, si impegnano desiderando migliorare sé stessi a beneficio delle loro vite. Il principio per voi è lo stesso: studiare per crescere e arricchire il vostro il futuro all’interno di una comunità che sa condividere con voi gli stessi principi.
Care ragazze, cari ragazzi – VIII
Uno tra i più prestigiosi quotidiani statunitensi, il New York Times, ha eletto l’italiano L’amica geniale di Elena Ferrante il miglior libro del XXI secolo. Si tratta di un grande motivo di orgoglio per il nostro Paese: il romanzo è il primo capitolo della tetralogia (dal greco antico: elaborato artistico composto da quattro volumi) firmato da Elena Ferrante che quando uscì, nel 2011, fu uno dei più letti anche in Italia. Piccolo dettaglio: tutto il mondo letterario si interroga da anni per rintracciare la vera identità della sua autrice (o autore? Potrebbe anche essere così, si dice) perché le vesti di questa ottima penna non sono mai state identificate. Ciò che è sicuro è che il suo successo di vendite, il valore che gli è stato attribuito anche dalla critica letteraria internazionale non è legato al desiderio di scoprire il suo nome ma dalla qualità delle sue pagine. Motivo validissimo, questo, per invitarvi a leggerlo. Va detto comunque che sul valore della lettura in generale io ho convinzioni ben radicate e tutte molto più che positive e cercando opinioni sul tema mi sono imbattuta nelle parole che ha scritto Umberto Eco (a proposito: non perdetevi il suo Il nome della rosa, Premio Strega del 1981) che sono impossibili da non fare proprie: “Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è un’immortalità all’indietro.” Ma leggere aggiunge altro ancora, lo penso con tutta me stessa: il senso corretto delle pagine si stende addosso a chi ha il libro in mano, è qui che trova parole nuove che si trasformano in un capitale da conservare dentro la propria cassetta di sicurezza. Leggere, e in quantità, fa diventare ricchi anche perché aiuta a capitalizzare un patrimonio che rende più liberi. Senza saperlo ogni conversazione che mettiamo in campo diventa più ricca perché dotata di un’ampiezza lessicale che potenzia le nostre capacità di esprimere pensieri parlati e scritti. Leggere è piacevole, e non poco, ma è anche utile per renderci persone ben più che adatte ad aprire un dibattito ragionato con gli altri.
Care ragazze, cari ragazzi – VI
Sabato scorso l’Italia del calcio ha chiuso la sua avventura europea e pure in malo modo. Premessa: di calcio capisco meno di niente quindi potrei mettere un bel punto e chiudere in fretta il mio intervento. Però mentre guardavo quel po’ di partita che mi è passata davanti ho fatto una serie di osservazioni che ora vorrei condividere con voi per sentire cosa ne pensate. Prima di tutto ho notato i toni arresi dei telecronisti e mi sono sembrati strani, non in linea con la consuetudine che spesso li accende di un entusiasmo un po’ esagerato, c’erano poi anche i volti scuri di certi spettatori illustri, il viso livido di rabbia di Buffon per esempio, che non so bene cosa ci fa facesse lì, ma, consapevole della figuraccia che la nostra Italia stava facendo, si vedeva a mille miglia di distanza che dappertutto avrebbe voluto essere tranne che là. Poi non ho potuto che fermarmi sui giocatori in campo: stessero giocando bene o meno non lo so dire, ma due cose le ho notate. La squadra era composta da atleti giovanissimi e tutti esageratamente tatuati. I dettagli mi hanno colpita e quasi certamente perché tra me e loro – come tra me e voi, del resto – c’è uno scarto anagrafico notevole eppure il giorno dopo ho letto sul social X una cosa che mi ha colpita: “se ciascun componente della nostra nazionale avesse trascorso più tempo sul campo ad allenarsi anziché steso sopra il lettino di un tatuatore forse ce l’avremmo fatta a passare il turno di questo Europeo”. Che ne dite? Siete d’accordo? Perché è ovvio che io lo sia, sono vecchia e ragiono seguendo traiettorie di pensiero diverse dalle vostre, però mi piacerebbe sapere che opinione avete. Vedere i risultati vincenti dello sport italiano è pura gioia infatti, l’Europeo di calcio del 2021 è impossibile che non la ricordiate, anche se siete giovanissimi, ma proprio perché lo siete un Mondiale con l’Italia in campo non sapete cosa sia. Certo non è solo colpa della squadra lo è anche degli allenatori, ma l’impegno di chi ci mette la forza per allenarsi è fondamentale. Prendete Sinner, diventato per la prima volta nella storia del tennis italiano numero 1 al mondo, io credo che ci metta tempo, cuore, coraggio in campo per allenarsi e infatti i risultati si vedono. Che ne dite? È questa la differenza che rende tanto debole il calcio italiano? E più in generale i buoni risultati arrivano dall’importanza che mettiamo sul piatto, che sia sport, studio, lavoro? So solo che a fine partita sono rimasta davvero colpita dalle parole di Donnarumma, il portiere di questa nazionale, che ho letto essere stato anche il migliore in campo e che si è scusato con tutti i tifosi italiani per le pessime prestazioni della squadra. Forse i tatuaggi ce li ha pure lui, ma il suo impegno è diverso e si vede. Impegno che, come una lezione di vita, esce allo scoperto sempre, che sia sport, studio, lavoro, appunto.
Care ragazze, cari ragazzi – III
L’altro giorno guardavo il tg e una notizia tra le altre mi ha colpita molto per questo vorrei condividerla con voi: dopo cinque mesi di attesa e paura, otto famiglie italiane hanno potuto abbracciare i figli che avevano adottato ad Haiti e che lì erano rimasti, bloccati dalla guerra civile in corso. Inserito in uno degli spazi più belli del nostro pianeta come la Grandi Antille in America Centrale, Haiti vive condannato da una politica che fa riferimento a una forte instabilità che provoca ai suoi cittadini guerra e privazioni alimentari. Strana cosa la vita: quando immagini i Caraibi la mente corre all’idea di vacanze, sole, Oceano, rilassatezza. E invece no, Haiti è uno dei paesi del mondo più condannati dove gli abitanti sono costretti a convivere con una situazione umana tra le più gravi, fatta di violenza, povertà, fame, malattie. Le immagini che ho guardato sul web e che vi invito a cercare mi hanno impressionata per la potenza di quanto mi hanno rimandato e per i tanti perché che credo facciano nascere in tutti. Su 9 milioni di abitanti circa l’80% vive sotto la soglia di povertà potendo disporre per il proprio fabbisogno di solo 2 dollari al giorno, vivono in case costruite con latta o legno o cartone e senza servizi igienici per non parlare poi del fatto che quasi metà di loro è completamente ignorante. Un paese travolto da sé stesso, dalle crisi politiche, dalle numerose guerre, da uno sviluppo economico instabile se non invisibile, dai frequenti e gravissimi terremoti che subisce e che contribuiscono a straziare popolazione e territorio. Haiti è un paese che deve farci pensare, soprattutto al tanto che abbiamo e che troppo spesso sprechiamo senza dare un perché alle nostre – pessime – scelte.