Oggi è sabato e nel pomeriggio in tv fanno Colombo, la serie televisiva poliziesca degli anni Settanta. Oggi pomeriggio finalmente sarò a casa dal lavoro e me la guarderò tutta la puntata. Bella spaparanzata sul divano, piena di soddisfazione ed entusiasmo. In questa epoca dettata dalle serie tv di livello che trovo nei tanti portali come Netflix cui sono abbonata, a Colombo con stranezza do vantaggio assoluto. Perché dopo circa dieci minuti di visione tu, spettatore, hai già capito quale tra i personaggi farà fuori chi e infatti le cose procederanno in questo modo seguendo i canoni di una sceneggiatura aperta, di certo banale ma questo non è un problema: appena entrerà in scena Colombo l’episodio assumerà un altro volto. Lui, con la sua auto sgangherata, con il soprabito sgualcito e sporco, il sigaro sempre tra le mani in poche battute prenderà la direzione giusta proprio quella che tu hai visto in video pochi minuti prima. Un copione di certo mediocre rispetto a quello che costruiscono gli sceneggiatori di oggi eppure a me Colombo piace forse proprio perché è così, mi diverte, mi fanno ridere le sue uscite da tonto o che almeno e ben felice di fingersi così. Quel suo non dire di fronte al colpevole che l’ha identificato fin da subito girandogli attorno con insistenza fino a provocargli un fastidio visibile che lo butterà giù con uno scacco matto composto da acume e perspicacia. Troppo poco per un sabato pomeriggio di quasi primavera? Magari anche sì oppure non avete mai visto una puntata di Colombo, o non conoscete me.
Categoria: Cose che vedo
Il Padrino
Nei giorni del Covid, oltre e stare male, a non essere per niente in forma, a essere travolta da una noia furente, mi sono trovata – tanto per non cambiare va detto – a fare i conti con un esagerato desiderio di stare sola e di conseguenza abbandonare ogni piacere. Leggere, per esempio: per oltre un mese niente, o solo poche pagine per volta, che significa nulla. Ho preso in mano il tablet allora e ho fatto una scoperta straordinaria, tardiva di certo, ma che importa, è stata l’entusiasmante compagna di sorte col mio stramaledetto Covid: Il Padrino, la trilogia diretta da un ispiratissimo Francis Ford Coppola, su romanzo e sceneggiatura di Mario Puzo e interpretazione di due attori sopra le righe della cinematografia: Marlon Brando nella parte di Don Vito Corleone, capo dell’omonima famiglia mafiosa italo-americana, e Al Pacino, il figlio Michael Corleone che dopo la morte del padre ne prende in mano la gestione affaristica. E qui arriva una pagina di cinema che mi ha tolto il fiato, ma non per la storia in sé, perché si sa di brani di cinema sulla mafia italiana ne sono stati scritti fin troppi e molti di altissimo livello, ma per la prova in scena di un Al Pacino per cui non trovo aggettivi sufficientemente alti. Una presenza scenica suprema, sguardi calibrati, i suoi punti di osservazione sono sempre presenti e ben aperti sulla scena da far spostare il nostro sguardo attorno al suo, per non parlare dei movimenti, degli occhi, delle mani, sempre minimi eppure decisivi per renderne risolutiva la cornice interpretativa che aumenta di livello passo dopo passo. Sì è vero che vale moltissimo l’intreccio del contenuto di ognuno dei tre capitoli della storia ma Il Padrino diventa epico legandosi alle mosse interpretative di un Al Pacino che non trovo aggettivi sufficientemente alti per definire. Se non lo avete ancora fatto perché siete lavativi come me risolvete subito e buttatevi dentro una trilogia cinematografica che merita ogni valore e forse anche più.
Almeno mezz’ora rincuorante
L’avete mai vista la tv la mattina? Certo che no: siete al lavoro. A me capita invece, se ho il turno pomeridiano c’è da risparmiare un po’ le forze, le spire della sm, si sa, si muovono come un circuito sempre acceso, alt ti dicono, non sei infinita, comando io. Quindi rispetto e taccio senza fare troppo prima di andare al lavoro e spesso mi tocca fermarmi e guardare la tv. Va detto comunque che negli ultimi due drammatici anni, sotto il marchio del Covid e dell’Ucraina, le mattine sono state utili per stare davanti ai tg, appuntamenti fondamentali appena svegli per conoscere e sapere il giro delle notizie. Ma poco alla volta tutta la programmazione, anche quella del mattino, ha virato verso toni di altro genere, un triccheballacche continuo di sciocchezze che ha aperto le braccia al tutto e al niente, a quest’ultimo in particolare. C’è il racconto della cronaca nera più bassa, autentica protagonista della tv del mattino, ripetuta all’infinito con il commento degli stessi nomi, meglio se privi di qualifica. Non possono mancare le lezioni di cucina ma anche l’oroscopo ovvio, che ci vuole anche anima e coraggio per mettersi lì a leggere chissà cosa in tempi come questi. Ma l’altro giorno in una di queste trasmissioni ho beccato Umberto Broccoli e mi sono fermata all’istante perché lui sì che sa come mettere in scena la bella televisioni avendone tutti i titoli e le competenze. Umberto Broccoli porta in televisione, all’interno di una trasmissione molto popolare, la sua esperienza universitaria raccontando i punti salienti della storia del Novecento, ma anche della letteratura più bella di ogni tempo, oppure il ricordo dei programmi e dei personaggi tv che ne hanno scritto la storia. Ogni giorno Broccoli apre una porta nuova sul nostro passato, sfogliando pagine di quotidiani di ieri da cui legge la strada che ha imboccato l’oggi. Purtroppo nello spazio di mezz’ora tutto si conclude, lui si siede su un divano e subisce come noi spettatori il resto del programma: cronaca nera, cucina e l’intollerabile oroscopo. E vabbè.
London calling
Sicché è morto Filippo d’Edimburgo, principe-consorte di Elisabetta II. 99 anni, buon’anima, vissuti anche bene direi, certo sempre all’ombra della sua Lilibeth come la chiamava solo lui, ma comunque nell’insieme pare non abbia dovuto affrontare chissà quali montagne da scalare. Sabato scorso c’è stato il suo funerale alla presenza di sole 30 persone, un po’ causa Covid ma pare anche per sua espressa richiesta, non avrebbe desiderato un numero spropositato di capi di stato – benché fosse marito della regina del Commonwealth – preferendo invece che ci fossero i suoi fidati valletti. E che infatti erano presenti. L’ho visto il funerale, della mia passione per i reali britannici credo di aver già parlato, di Elisabetta II in particolare divenuta regina per caso quando lo zio Edoardo VIII abdicò lasciando il trono al fratello minore, suo padre, mentre lei, ancora principessa, a solo 21 anni, dichiarò che avrebbe dedicato la sua vita, per lunga o breve che fosse stata, al servizio del suo popolo. No, che non abdicherà Elisabetta II, forse farà un passo indietro delegando qualche compito al figlio o magari al nipote ma lasciare il suo trono credo proprio no. Ero bambina quando la regina, con i suoi cappottini colorati e incredibilmente fuori moda e poi le perle, i diamanti delle sue corone, luminosi da rimanere a bocca aperta per la loro bellezza, il suo inglese aperto, scandito, pulito da capirlo pure io e anche quella prima Diana, il suo matrimonio nella fastosa cattedrale di St. Paul’s dove è stato celebrato, mi avevano del tutto conquistata. No, monarchica no che non lo sono, ma sedotta dalla favola inglese questo sì. Vivo al mare, in Veneto e d’estate negli anni Ottanta la mia città si popolava di turisti inglesi, mica perché interessati a spiaggia e abbronzatura, figuriamoci, ma per visitare le belle città venete, Venezia per prima. Si trattava di turisti della piccola borghesia inglese, commoners li chiamano in patria ma visibilmente innamorati della storia nobile del loro Paese, imbevuti di britannicità, gli stessi che vedevo seduti ai tavoli di locali che li attiravano con grande sapienza la mattina prima della gita a gustare il tipico english breakfast, e alle 17.00 pronti per il tea time, mentre la sera nei pub disegnati per loro per servire pinte di birra a volontà. Mi piacevano, mi piaceva il loro stile, la loro lingua, anche se era di seconda serie, non certo il cosiddetto inglese BBC, ma io ancora non lo sapevo quanto gli inglesi, a differenza nostra accidenti a noi, siano così nel giusto da giudicare la classe culturale di appartenenza anche dall’uso della dizione corretta della propria lingua, ma questo è un discorso complesso che va affrontato con calma. E poi c’è il viaggio più che bello che ho fatto proprio a Londra, ospite di due amici che ancora ringrazio. Durante il giorno lavoravano io invece giravo la città seguendo i miei percorsi, a piedi, la sclerosi multipla c’era ma mi illudeva ancora di poter vivere uno straccio di normalità che poi mi ha negato. Quella Londra conosciuta da sola, con una guida in mano e qualche consiglio, mi ha fatta sentire diversa da come sono, più coraggiosa e indipendente capace di muovermi in una capitale europea scoprendo il piacere del bello e accompagnata solo dal mio gusto. Ora grazie alla stronza che stringe il cappio ai miei movimenti non sarebbe più possibile ma che importa, quel momento c’è stato e io lo ricordo con un gran sorriso in viso.
È un volo a planare
Ieri sera è cominciato Sanremo 2021, quello più difficile, quello che non si doveva fare forse, o forse anche sì, non mi esprimo, perché le ragioni di questa nuova edizione hanno tentato di spiegarle in tanti ma nell’insieme mi sono sembrate giustificazioni di sistema non molto di più. Ma tant’è. La prima cosa che ieri sera mi è saltata agli occhi mi ha dato oltretutto molto fastidio. Un continuo, celebrato e ammesso mancato rispetto delle norme di sicurezza anti Covid da parte di tutti i personaggi che si muovevano sul palco dell’Ariston, anzi quello che s’è visto è stato lo scambio di molti baci, strette di mano mai risparmiate e risate di sottofondo nei confronti delle più rigorose disposizioni di sanità. Poi che i due conduttori possano essere già stati vaccinati e che si sentano superbamente più liberi del resto del popolino è un’ipotesi valida ma non è una scusa sufficiente: su Raiuno, tv di Stato, nel pieno di una lotta senza confini né di spazio, né di tempo, il riguardo per quello che si deve necessariamente fare è un obbligo morale. Capitolo cantanti. Ne ho visti pochi, ne conosco ancora meno e così mentre mi passavano davanti mi sono addormentata, i tempi del Festival si dilatano e io figuriamoci se li reggo. Fino a quando a svegliarmi non è arrivata Loredana Bertè, la sua nuova canzone, una fuori serie che anche nel sonno travolge e fa venire voglia di estate, di risate, voglia di cantare, voglia di ballare. Di normalità. Come quando io ero piccola ed erano gli anni Ottanta, decennio senza ragione, facile, con pensieri sotterranei forse, certe tracce fangose di quello che sarebbe stato di lì a poco ma che faceva comodo non leggere a fondo perché il clima era acceso da lampi di luce. Anche grazie a Loredana Bertè sempre lì, presente ogni estate a far brillare con le sue canzoni il meglio che avevamo attorno. Perché lei l’ha scritta eccome una pagina importante di musica italiana, senza l’arte di De Gregori o Dalla o altri come loro meglio dirlo subito, ma fa niente, quando d’estate uscivano le sue note te li sentivi attaccati alla pelle il sole che ti bruciava la pelle e il sapore del mare addosso. È da ieri sera che covo il grande sogno di vederci tutti ai blocchi di partenza di un’estate vaccinata e di nuovo libera. La regina Bertè la canzone ce l’ha già regalata.
Bandiera gialla
Ha certamente sbagliato questa generazione di ventenni, poco più poco meno, che, di fronte a un sonoro tana libera tutti che ha riaperto le frontiere ributtandoli fuori casa all’improvviso, ha reagito così come si è visto. Ma poteva andare diversamente? Questi sono ragazzi che si sono visti strappare di mano circa tre mesi di giovinezza e che, nuovamente sulla linea di partenza, hanno voluto correre dentro le loro notti imperiose al grido di basta è finita, con abbracci che hanno negato ogni distanza di sicurezza, senza mascherine, per riprendersi in mano quella socialità che forse li ha fatti rimpiangere perfino scuola e studio. E gli adulti tutti lì col ditino alzato, la movida killer l’hanno chiamata i giornali, chiuderemo tutto di nuovo stanno dicendo i sindaci, perfettamente consapevoli che non lo faranno perché se hanno permesso le riaperture è solo per non affossare ancora di più un’economia che vacilla drammaticamente e ha bisogno di registratori di cassa in funzione daccapo. Ma questo divertimento in moto dopo troppo tempo di silenzio mi ha dato quasi l’idea di entusiasmo forzato, da certe immagini ho ricavato addirittura un’idea di finzione, stasera è d’obbligo essere felici mi sembrava si dicessero quei ragazzi, sono qui, a fare casino, urlo perché è giusto cosi, cavolo, sto vivendo serate speciali, le ricorderò per sempre, come potrei non farlo, e allora resto per strada all’infinito e abbraccio tutti, lo fanno gli altri e lo faccio anche io. Sono molto più giovani di me e magari pensano proprio questo, ma chissà perché a me sono venuti in mente certi Capodanni di quando ero ragazza io, a quei tempi era la serata per eccellenza, quella in cui potevo stare fuori più a lungo, quasi senza coprifuoco – quasi -, eppure ce ne fosse stata una in cui mi sono divertita. Erano serate che partivano piene di speranza, con pianificazioni lunghissime ed elaborate, prima fra tutte l’augurio di ricevere l’invito alla festa dei desideri che prevedeva di conseguenza la scelta di un look all’altezza. Vorrei soprassedere su certi abiti scelti con cura eppure orridi e pure sfoggiati senza vergogna, ricordo molto bene, comunque, di non essermi mai divertita sul serio. Perché se penso al vero divertimento mi vengono in mente quelle serate partite dal nulla, nate un po’ a caso e scoppiate in mano senza più tornare indietro con decolli prepotenti e voli altissimi. Perché la gioventù è davvero bella e sia come sia, sono felice che i ragazzi di oggi se la siano ripresa in mano.
Poco da fare se sei scemo
Stamattina ero al lavoro e, oltre a litigare con gli occhiali che insieme alla mascherina si appannano in modo indecente, ho scoperto che posso usare la mia sedia sfruttandone tutti quei lati che fin dal primo giorno in cui mi ci sono messa sopra mi hanno sempre fatta innervosire oltremodo. Forse l’ho già scritto ma non ricordo dove, comunque il sunto è che esiste una categoria di persone che vedendomi lì, relativamente giovane – questo lo aggiungo io! – e perlopiù sorridente, mi si parano davanti con un atteggiamento di esagerato altruismo, come se spettasse loro attribuirmi la forza per affrontare le mie giornate. Serve dirlo che mi danno sui nervi? Li riconosco subito e passo oltre con una cattiveria nello sguardo che smorza all’istante sorrisi sproporzionati e la curiosità di conoscere cosa mi è successo con il sollievo di sapere che qualunque cosa sia non è capitata a loro. Ma se sono al lavoro devo cambiare rotta e comportamento, amplificare finta gentilezza e smussare lo spregio che mi provoca quella gente, e guarda te cosa ho scoperto. Seduco. Conquisto. Affascino. Anche i rompipalle. La mia più grande sfortuna diventa un viatico che mi permette di trovare qualche soluzione in più, là dove camminerei sui piedi con le ruote della mia sedia perché certi atteggiamenti mi mandano ai matti, è un’occasione perfetta da sfruttare per ottenere ciò che voglio. La poverina alza la testa e si accorge che anche senza volerlo può trovare un beneficio dalla sua sfiga? Certo, io ci metto il massimo delle mie possibilità per fare bene il mio lavoro, mi impegno e comunque sorrido perché mi va di farlo, non sono certo personaggia che si piange addosso stile me misera, me tapina, ma se tu, piccolo ignorante, limitato nel pensiero e nella mente, credi che con me devi essere più gentile che con altri perché la natura ti ha messo in croce da un cervellino piccolo che nessuna sedia a rotelle potrà correggere, prego fai pure, continuo a disprezzarti ma in più ti uso, sei scemo e nemmeno lo capisci. Mica è colpa mia.
Agosto è il più crudele dei mesi
Soffiata via una stagione. Me ne sono accorta lunedì mattina quando dopo tantissimo tempo sono uscita di nuovo per tornare al lavoro. Nell’aria l’ho sentito quel qualcosa di strano che non si poteva non notare, sicuramente per com’ero vestita, non avevo cambiato niente del mio guardaroba rispetto all’ultima volta in cui ero stata fuori, la prima settimana di marzo. Non è più inverno, ora c’è una bella primavera, intensa, ai confini di un’estate che giri l’angolo e sarà qui, stagione che da sempre detesto, perché che io sia strana è roba nota. Stavolta guarda un po’ cosa è successo, neanche il tempo di accorgermene, con i cappotti ancora appesi lì e le giacche un po’ più leggere tirate fuori in gran fretta, perché eccome se fa già quasi caldo. E io nei cassetti invece ho ancora le maglie di lana pesante, i cardigan davvero poco primaverili, mentre le camiciole, le magliettine più leggere, quei pantaloni di lino belli solo se stropicciati sono ancora chiusi altrove. Anche questo tempo s’è portato via il Coronavirus, che rispetto a tutto il resto, per carità, è cosa da nulla. L’ho notato pure io e con fastidio anche se non la amo questa stagione perché si porta dietro l’estate e io vivo al mare e se solo per questo dovrei amarla nel profondo, non l’aspetto mai con nessuna ansia, ma vedermela portare via sotto gli occhi non l’ho trovato corretto, tutto qui. Che primavera ed estate non siano amate da gente come me che vive al mare può sembrare roba strana è vero ma il punto è questo, almeno per quello che mi riguarda. Perché il mondo del turismo invade fin da quando ero piccola i miei spazi, non ha mai significato vacanza, lavoro invece, per i miei genitori e poi crescendo pure per me. Il turismo io l’ho sempre vissuto con la strana sensazione della violazione, ecco cos’era e quando tutto finiva e tutti se ne andavano riprendevo a respirare. Ma è il turismo che mi ha dato tanto, mi ha fatta crescere, studiare, è suo il sistema da cui ho avuto tutto quello che avuto, come negarlo. E di conseguenza come non rispettarlo. Proprio ora che vacilla, tra dubbi, indefinibili incertezze, paure motivate e preoccupazioni molto più che valide, il turismo prende quota tra i miei sentimenti perché in giro dalle mie parti vedo e sento facce e parole che sanno di crisi barbarica, discesa verso il profondo nulla, che rischia di demolire una potenza economica che coinvolge tanti, troppi. Cosa accadrà su questo fronte è un’incognita che confonde perché mancano risposte adeguate a domande che fino a pochi mesi fa nessuno pensava di doversi fare. Sarà un’estate in bilico quindi, un turismo che giocherà una partita difficile come mai avrei creduto, proprio io che da piccola arrivati all’1 agosto cominciavo il conto alla rovescia verso l’inizio di settembre, il mio mese preferito. Avrei dovuto capirlo per tempo che agosto è un mese crudele solo perché chiude una pagina da non dare per scontata.
Bravi, ma non da oggi
In queste giornate disgraziate, il filo conduttore di ogni discussione è retto – al netto di bilanci, mascherine da indossare, igienizzanti che mancano ma anche no, polemiche inutili e chissà che altro ancora – dalla più che doverosa celebrazione per chi lavora dentro gli ospedali, in prima linea, quelli che all’improvviso, senza avvertimento, come con tutte le cose che travolgono quando meno te l’aspetti, si è trovato davanti alla botta Coronavirus da contrastare. E poi ti accadano quelle cose che accendono il pensiero. Stamattina, per esempio, parlavo con un’amica, il suo ultimo periodo mica è stato facile, si è trovata davanti a una battaglia autoritaria, di quelle che ti lasciano senza capelli, seminando paure e tanto dolore. Corazzata di tutto punto, grazie alle armi fornite da un personale medico di ogni rispetto ce l’ha fatta, la guerra è sopita e la frontiera pare finalmente sgombra da nemici. Era felice, e parlandomi mi ha detto di aver incontrato sulla sua strada medici eccezionali, infermieri molto più che attenti e sempre presenti. È qui che ho cominciato a pensare alla mia onorata, ventennale, carriera di paziente in prima linea, occupata sempre su crinali impegnativi, a contatto diretto con vette ospedaliere di prim’ordine, frenetiche, impegnate, mai ferme, sotto continua pressione, ma un centro che si occupa solo dello studio contro la sclerosi multipla è così, diverso non potrebbe essere. Eppure malgrado questo, mai incontrato, se non in rarissimi e sporadici e isolati casi, un medico o un infermiere che non meritasse almeno un grazie. Caratteri ruvidi forse, timidezze malcelate magari, stanchezze ovvie anche, ma sempre ottime professionalità, riconosciute ben oltre l’evidente. Anni fa facevo una terapia mensile: una mattinata intera da passare con una fleboclisi attaccata al braccio, sai la gioia, per una come me poi che ha paura degli aghi, quelli ficcati nel braccio poi non ne parliamo, che anche solo un prelievo del sangue getta dentro un vortice di crisi che fino a qualche decennio fa la faceva crollare a terra. Il giorno del mio debutto con la nuova terapia ho annunciato il mio limite, senza nessuna pretesa si sa, spiegando però che avevo paura, lo dissi alla caposala, Elena, che non rispose, sembrava poco disposta al dialogo e la sua faccia poi non era per nulla incoraggiante. Finì ancor prima che io mi accorgessi di qualcosa. Le sorrisi, si allontanò senza cenni di intesa. Ho continuato con quella terapia per anni, non c’è stata volta in cui Elena, la scontrosa, non si sia occupata di me e anche quando qualche sua collega mi veniva vicino lei le passava accanto e le diceva di andare oltre, ero diventata roba sua, come se avesse adottato le mie ansie. Elena è solo un esempio, dei favori ricevuti, dei sorrisi scambiati, degli incoraggiamenti spesso senza parole percepiti, di quei rapporti che negli anni sono cresciuti, che certo di amicizia non sono, ma nel tempo mi sono diventati necessari per farmi sentire in buone mani. Credo di avere ogni strumento valido per condividere appieno il plauso nei confronti di una categoria che senza preavviso e senza bussole di sorta si è trovata catapultata dove mai avrebbe pensato di andare perché non credeva potessero esistere certi confini. Ma non ti muovi, e bene, dentro un tale disastro se alle tue spalle non hai scuola, metodo e competenze. Bravi, ma non solo da oggi.
God save the queen
Per impegnare queste giornate di quarantena ho ripreso a guardare The crown, la terza serie, me la stavo perdendo, credevo che in Italia non fosse ancora uscita, è stata un’amica a farmi notare che invece sì, era già arrivata anche qui, dovevo correre ai ripari. Che io non ami le serie tv l’ho scritto, danno troppa dipendenza e se non mi catturano nel profondo le mollo, in genere dopo poche puntate. Le prime due serie di The crown le ho guardate anche un po’ per obbligo, la storia, a quanto pare abbastanza verificata dalla realtà dei fatti, di Elisabetta II non poteva certo passarmi accanto vista la mia passione per i Windsor, ma la struttura narrativa con cui sono costruite le puntate nel loro insieme mi hanno dato noia fin all’inizio. Ma visto che ora di tempo ne ho in abbondanza e che anzi devo trovare il modo per investirlo al mio meglio mi sono detta ok, recuperiamo The crown. E ho ricominciato a guardarla, piano piano, lentamente, ma la noia ha comunque ripreso a portarmi via con sé. Fino a che pochi giorni fa per errore la puntata mi è partita in lingua originale. Che cambiamento. Mica male mi sono detta, certo non capisco un granché ma se mettessi i sottotitoli? Magari in italiano visto il livello scadente del mio inglese? Fatto. Che scoperta. The crown è diventato quello che doveva essere, una delle poche serie tv che ho visto e con piacere crescente. C’è un’aria diversa restituita dall’uso dell’inglese BBC – come mi ha insegnato a dire la mia amica che vive a Londra – che rende i dialoghi più raffinati, capaci di attribuire agli spazi e agli ambienti rappresentati la giusta regalità, cosi come alle interpretazioni degli attori, che si riempiono di un’intonazione maestosa anche nei silenzi. Il doppiaggio italiano soffoca la credibilità che la serie vuole e deve restituire alla vita della sovrana britannica. Possibile mi sono chiesta? Sono tornata ai tempi dell’Università, per laurearmi mi serviva avere sul libretto un esame dell’ambito linguistico, nel semestre in cui avevo deciso di darlo c’era solo la possibilità di frequentare le lezioni di Fonetica, non sapevo nemmeno di cosa si trattasse, non potevo immaginare che una tal casualità potesse diventare tanto importante e formativa per la mia vita. Mi si aprì una finestra che non solo era chiusa ma nemmeno sapevo esistesse. Fu l’occasione per capire che conoscere la propria lingua non significa solo avere chiari verbi, strutture sintattiche, concordanze, etimologie e via dicendo ma sapere anche quali sono le pronunce corrette da dare alle singole lettere e alle singole parole, i gradi di vocalità e delle intonazioni da utilizzare tanto per dire solo i termini generali della materia. Solo così la lingua si potenzia, cresce, declina verso versanti autentici e chi la ama non può che volerli fare propri. In Italia questa materia non è considerata e infatti la pronuncia della nostra lingua è pessima, in televisione si parla il romanesco pure con tono ammiccante, chiunque di noi nell’esprimersi viene travolto da un’inflessione regionale che a volte nemmeno sa riconoscere. E se pure i nostri doppiatori e i più bravi tra gli attori conoscono la dizione corretta da dare all’italiano noi che non la conosciamo non ci accorgiamo nemmeno della differenza che c’è tra una lingua cialtrona e una lingua perfetta. Ma una regina sì che lo sa, per questo deve parlare la sua di lingua anche in una serie tv che solo in questo modo diventa davvero bella.