Me lo spiegate voi cosa significa essere Maranza? O ancora meglio qual è il piacere di esserlo? Io parlo per me ma credo di essere una valida portavoce di tutti noi adulti, a partire dai vostri genitori, insegnanti e quant’altro: non ci è chiaro cosa significhi mettere in atto il comportamento di Maranza. Prima di cominciare a scrivere mi sono informata, ovvio, ma tutto quello che ho letto mi ha molto impensierita, possibile che sia questa la valida descrizione di quegli atteggiamenti che alcuni di voi giovani mettete in piedi auto-definendovi Maranza? La cronaca parla dei Maranza come giovani – molto spesso giovanissimi – che somigliano a sollevatori di malessere che si sfoga con movimenti di bullismo e cattiveria verso i coetanei, ma anche nei confronti del bene comune come monumenti, opere pubbliche, locali all’aperto, mezzi pubblici. Ho fatto un racconto sbagliato di questo pezzo di società che si sta diffondendo sempre più e che è composto proprio da voi giovani? Ditemelo, raccontamelo cosa significa Maranza ma soprattutto il piacere di esserlo perché questo mi sfugge e sfugge a tutti gli adulti. Siamo molto lontani dall’essere giovani come voi e capire il mondo che vi circonda e che create è davvero difficile. Comprendiamo il valore della vostra età, l’abbiamo avuta anche noi con i nostri modi e i nostri tempi, ma oggi sembra che il caos vi stia crescendo accanto. Il perché proviate piacere a mettere in moto certi atteggiamenti Maranza vorremmo saperlo da voi che vi definite così. Avete il vostro modo di vestire, ma questa è la bella gioventù, lontana dalla nostra e quindi è giusto che voi scegliate ciò che vi piace indossare, sono tutte impronte di riconoscimento che non possono mancare nel vostro guardaroba. E fino a qui tutto bene, ogni generazione ha il proprio modo di essere, è un segno di identificazione, ve lo dice una che era adolescente come voi oggi negli anni Ottanta e c’era da mettersi le mani trai cappelli, attorno c’era il look dei Paninari e tutti noi volevamo esserlo. Ogni generazione ha la sua storia infatti. Ma sembra che i Maranza di oggi cerchino la rissa, la provochino per strada e allora vi chiedo perché? Sento che accade sempre più spesso, non mi sembra un divertimento però è questa l’immagine che restituisce il termine Maranza. L’informazione poi aggiunge del suo e dice che voi giovani siete tutti così e questi servizi giornalistici che parlano in questo modo fanno accapponare la pelle. Possibile che siate compiaciuti di questo ritratto che vi viene fatto? Ora io lo so che troppo spesso noi adulti non capiamo voi giovani e per questo non credo che aspiriate tutti a diventare così. Concludo chiedendovi il favore di prendere le distanze da questo modo di essere. Un consiglio: date un corpo nuovo alla vostra immagine, siete altro, mettevi in mostra per quello che siete davvero. Nel caso di coinvolgimenti contrari alla vostra volontà chiedete aiuto a noi grandi, siamo qui per questo.
Categoria: Cose che vedo
Alfredo Rampi e il resto del 1981
Ieri sera in tv c’era poco da vedere, come capita spesso, ma siccome durante la giornata avevo bevuto due caffè neanche sonno mi veniva, allora ho cercato qua e là e mi sono fermata su una serie Netflix, il racconto della storia di Alfredo Rampi, il bimbo che nel 1981 nel Lazio in località Vermicino morì dopo essere caduto dentro un pozzo artesiano. La ricordo quella vicenda perché fermò il Paese in un modo innaturale per quei tempi. Anni fa ho letto Marco Mancassola che nel suo Non saremo confusi per sempre offre lo spunto per una riflessione su un caso di cronaca nato, secondo la sua interpretazione, con la precisa intenzione di accendere un’attenzione inedita. La notizia arrivò, infatti, sulle redazioni dei tg che stavano curando l’impaginato dell’edizione delle 13.00 mentre si barcamenavano per mettere insieme pezzi potenti come una probabile crisi del Governo Spadolini, il primo Presidente non democristiano d’Italia, la confessione del brigatista rosso Roberto Peci e l’ancora indicibile scoperta dei primi nomi degli affiliati alla Loggia massonica P2 segnalata per il probabile colpo di stato che avrebbe potuto mettere in atto. La vicenda di quel bambino sembrava perfetta per dare aria ai tg, per stringere gli altri spazi, per rassicurare il Paese inducendolo a seguirne la storia dal momento che sembrava un fatto di cronaca prossimo a volgere al meglio come segnalavano le corrispondenze locali. La storia di Alfredo Rampi invece prese una strada diversa, sovrastò tutto facendo rimanere l’Italia attaccata al video in attesa di poterne salutare la salvezza. Si mise in moto un meccanismo di informazione irragionevole che anche io, pur bambina, ricordo: lunghissimi, per quanto giustificati, tentativi di salvarlo, telecamere sempre accese e conseguenti trasmissioni tv in onda senza sosta, auto di gente curiosa che raggiungeva Vermicino per osservare da vicino la situazione, addirittura camper da fiera che vendevano panini per un pubblico evidentemente convinto di partecipare a una festa. Il Presidente Pertini che arriva per parlare con Alfredo contribuendo ad accendere altri sciocchi riflettori. Mi chiedo la ragione che ha portato alla produzione di questa serie, fra l’altro non proprio un capolavoro, se i famigliari sono stati d’accordo con la sua messa in onda visto che ricordo bene come anni fa si erano opposti con forza alla decisione di un quotidiano nazionale di allegare alle copie in vendita i video che raccontavano quelle giornate trasmesse dalle tv. Per valore di storia: il premier Spadolini rimase in carica fino all’agosto del 1981, Roberto Peci fu ucciso a Roma poco dopo, alla fine di quell’anno, dopo una parentesi d’indagine molto lunga, venne istituita una commissione parlamentare d’inchiesta che rivelò i nomi degli affiliati alla P2. Alfredo Rampi morì il 13 giugno 1981.
Colombo
Oggi è sabato e nel pomeriggio in tv fanno Colombo, la serie televisiva poliziesca degli anni Settanta. Oggi pomeriggio finalmente sarò a casa dal lavoro e me la guarderò tutta la puntata. Bella spaparanzata sul divano, piena di soddisfazione ed entusiasmo. In questa epoca dettata dalle serie tv di livello che trovo nei tanti portali come Netflix cui sono abbonata, a Colombo con stranezza do vantaggio assoluto. Perché dopo circa dieci minuti di visione tu, spettatore, hai già capito quale tra i personaggi farà fuori chi e infatti le cose procederanno in questo modo seguendo i canoni di una sceneggiatura aperta, di certo banale ma questo non è un problema: appena entrerà in scena Colombo l’episodio assumerà un altro volto. Lui, con la sua auto sgangherata, con il soprabito sgualcito e sporco, il sigaro sempre tra le mani in poche battute prenderà la direzione giusta proprio quella che tu hai visto in video pochi minuti prima. Un copione di certo mediocre rispetto a quello che costruiscono gli sceneggiatori di oggi eppure a me Colombo piace forse proprio perché è così, mi diverte, mi fanno ridere le sue uscite da tonto o che almeno e ben felice di fingersi così. Quel suo non dire di fronte al colpevole che l’ha identificato fin da subito girandogli attorno con insistenza fino a provocargli un fastidio visibile che lo butterà giù con uno scacco matto composto da acume e perspicacia. Troppo poco per un sabato pomeriggio di quasi primavera? Magari anche sì oppure non avete mai visto una puntata di Colombo, o non conoscete me.
Il Padrino
Nei giorni del Covid, oltre e stare male, a non essere per niente in forma, a essere travolta da una noia furente, mi sono trovata – tanto per non cambiare va detto – a fare i conti con un esagerato desiderio di stare sola e di conseguenza abbandonare ogni piacere. Leggere, per esempio: per oltre un mese niente, o solo poche pagine per volta, che significa nulla. Ho preso in mano il tablet allora e ho fatto una scoperta straordinaria, tardiva di certo, ma che importa, è stata l’entusiasmante compagna di sorte col mio stramaledetto Covid: Il Padrino, la trilogia diretta da un ispiratissimo Francis Ford Coppola, su romanzo e sceneggiatura di Mario Puzo e interpretazione di due attori sopra le righe della cinematografia: Marlon Brando nella parte di Don Vito Corleone, capo dell’omonima famiglia mafiosa italo-americana, e Al Pacino, il figlio Michael Corleone che dopo la morte del padre ne prende in mano la gestione affaristica. E qui arriva una pagina di cinema che mi ha tolto il fiato, ma non per la storia in sé, perché si sa di brani di cinema sulla mafia italiana ne sono stati scritti fin troppi e molti di altissimo livello, ma per la prova in scena di un Al Pacino per cui non trovo aggettivi sufficientemente alti. Una presenza scenica suprema, sguardi calibrati, i suoi punti di osservazione sono sempre presenti e ben aperti sulla scena da far spostare il nostro sguardo attorno al suo, per non parlare dei movimenti, degli occhi, delle mani, sempre minimi eppure decisivi per renderne risolutiva la cornice interpretativa che aumenta di livello passo dopo passo. Sì è vero che vale moltissimo l’intreccio del contenuto di ognuno dei tre capitoli della storia ma Il Padrino diventa epico legandosi alle mosse interpretative di un Al Pacino che non trovo aggettivi sufficientemente alti per definire. Se non lo avete ancora fatto perché siete lavativi come me risolvete subito e buttatevi dentro una trilogia cinematografica che merita ogni valore e forse anche più.
Almeno mezz’ora rincuorante
L’avete mai vista la tv la mattina? Certo che no: siete al lavoro. A me capita invece, se ho il turno pomeridiano c’è da risparmiare un po’ le forze, le spire della sm, si sa, si muovono come un circuito sempre acceso, alt ti dicono, non sei infinita, comando io. Quindi rispetto e taccio senza fare troppo prima di andare al lavoro e spesso mi tocca fermarmi e guardare la tv. Va detto comunque che negli ultimi due drammatici anni, sotto il marchio del Covid e dell’Ucraina, le mattine sono state utili per stare davanti ai tg, appuntamenti fondamentali appena svegli per conoscere e sapere il giro delle notizie. Ma poco alla volta tutta la programmazione, anche quella del mattino, ha virato verso toni di altro genere, un triccheballacche continuo di sciocchezze che ha aperto le braccia al tutto e al niente, a quest’ultimo in particolare. C’è il racconto della cronaca nera più bassa, autentica protagonista della tv del mattino, ripetuta all’infinito con il commento degli stessi nomi, meglio se privi di qualifica. Non possono mancare le lezioni di cucina ma anche l’oroscopo ovvio, che ci vuole anche anima e coraggio per mettersi lì a leggere chissà cosa in tempi come questi. Ma l’altro giorno in una di queste trasmissioni ho beccato Umberto Broccoli e mi sono fermata all’istante perché lui sì che sa come mettere in scena la bella televisioni avendone tutti i titoli e le competenze. Umberto Broccoli porta in televisione, all’interno di una trasmissione molto popolare, la sua esperienza universitaria raccontando i punti salienti della storia del Novecento, ma anche della letteratura più bella di ogni tempo, oppure il ricordo dei programmi e dei personaggi tv che ne hanno scritto la storia. Ogni giorno Broccoli apre una porta nuova sul nostro passato, sfogliando pagine di quotidiani di ieri da cui legge la strada che ha imboccato l’oggi. Purtroppo nello spazio di mezz’ora tutto si conclude, lui si siede su un divano e subisce come noi spettatori il resto del programma: cronaca nera, cucina e l’intollerabile oroscopo. E vabbè.
London calling
Sicché è morto Filippo d’Edimburgo, principe-consorte di Elisabetta II. 99 anni, buon’anima, vissuti anche bene direi, certo sempre all’ombra della sua Lilibeth come la chiamava solo lui, ma comunque nell’insieme pare non abbia dovuto affrontare chissà quali montagne da scalare. Sabato scorso c’è stato il suo funerale alla presenza di sole 30 persone, un po’ causa Covid ma pare anche per sua espressa richiesta, non avrebbe desiderato un numero spropositato di capi di stato – benché fosse marito della regina del Commonwealth – preferendo invece che ci fossero i suoi fidati valletti. E che infatti erano presenti. L’ho visto il funerale, della mia passione per i reali britannici credo di aver già parlato, di Elisabetta II in particolare divenuta regina per caso quando lo zio Edoardo VIII abdicò lasciando il trono al fratello minore, suo padre, mentre lei, ancora principessa, a solo 21 anni, dichiarò che avrebbe dedicato la sua vita, per lunga o breve che fosse stata, al servizio del suo popolo. No, che non abdicherà Elisabetta II, forse farà un passo indietro delegando qualche compito al figlio o magari al nipote ma lasciare il suo trono credo proprio no. Ero bambina quando la regina, con i suoi cappottini colorati e incredibilmente fuori moda e poi le perle, i diamanti delle sue corone, luminosi da rimanere a bocca aperta per la loro bellezza, il suo inglese aperto, scandito, pulito da capirlo pure io e anche quella prima Diana, il suo matrimonio nella fastosa cattedrale di St. Paul’s dove è stato celebrato, mi avevano del tutto conquistata. No, monarchica no che non lo sono, ma sedotta dalla favola inglese questo sì. Vivo al mare, in Veneto e d’estate negli anni Ottanta la mia città si popolava di turisti inglesi, mica perché interessati a spiaggia e abbronzatura, figuriamoci, ma per visitare le belle città venete, Venezia per prima. Si trattava di turisti della piccola borghesia inglese, commoners li chiamano in patria ma visibilmente innamorati della storia nobile del loro Paese, imbevuti di britannicità, gli stessi che vedevo seduti ai tavoli di locali che li attiravano con grande sapienza la mattina prima della gita a gustare il tipico english breakfast, e alle 17.00 pronti per il tea time, mentre la sera nei pub disegnati per loro per servire pinte di birra a volontà. Mi piacevano, mi piaceva il loro stile, la loro lingua, anche se era di seconda serie, non certo il cosiddetto inglese BBC, ma io ancora non lo sapevo quanto gli inglesi, a differenza nostra accidenti a noi, siano così nel giusto da giudicare la classe culturale di appartenenza anche dall’uso della dizione corretta della propria lingua, ma questo è un discorso complesso che va affrontato con calma. E poi c’è il viaggio più che bello che ho fatto proprio a Londra, ospite di due amici che ancora ringrazio. Durante il giorno lavoravano io invece giravo la città seguendo i miei percorsi, a piedi, la sclerosi multipla c’era ma mi illudeva ancora di poter vivere uno straccio di normalità che poi mi ha negato. Quella Londra conosciuta da sola, con una guida in mano e qualche consiglio, mi ha fatta sentire diversa da come sono, più coraggiosa e indipendente capace di muovermi in una capitale europea scoprendo il piacere del bello e accompagnata solo dal mio gusto. Ora grazie alla stronza che stringe il cappio ai miei movimenti non sarebbe più possibile ma che importa, quel momento c’è stato e io lo ricordo con un gran sorriso in viso.
È un volo a planare
Ieri sera è cominciato Sanremo 2021, quello più difficile, quello che non si doveva fare forse, o forse anche sì, non mi esprimo, perché le ragioni di questa nuova edizione hanno tentato di spiegarle in tanti ma nell’insieme mi sono sembrate giustificazioni di sistema non molto di più. Ma tant’è. La prima cosa che ieri sera mi è saltata agli occhi mi ha dato oltretutto molto fastidio. Un continuo, celebrato e ammesso mancato rispetto delle norme di sicurezza anti Covid da parte di tutti i personaggi che si muovevano sul palco dell’Ariston, anzi quello che s’è visto è stato lo scambio di molti baci, strette di mano mai risparmiate e risate di sottofondo nei confronti delle più rigorose disposizioni di sanità. Poi che i due conduttori possano essere già stati vaccinati e che si sentano superbamente più liberi del resto del popolino è un’ipotesi valida ma non è una scusa sufficiente: su Raiuno, tv di Stato, nel pieno di una lotta senza confini né di spazio, né di tempo, il riguardo per quello che si deve necessariamente fare è un obbligo morale. Capitolo cantanti. Ne ho visti pochi, ne conosco ancora meno e così mentre mi passavano davanti mi sono addormentata, i tempi del Festival si dilatano e io figuriamoci se li reggo. Fino a quando a svegliarmi non è arrivata Loredana Bertè, la sua nuova canzone, una fuori serie che anche nel sonno travolge e fa venire voglia di estate, di risate, voglia di cantare, voglia di ballare. Di normalità. Come quando io ero piccola ed erano gli anni Ottanta, decennio senza ragione, facile, con pensieri sotterranei forse, certe tracce fangose di quello che sarebbe stato di lì a poco ma che faceva comodo non leggere a fondo perché il clima era acceso da lampi di luce. Anche grazie a Loredana Bertè sempre lì, presente ogni estate a far brillare con le sue canzoni il meglio che avevamo attorno. Perché lei l’ha scritta eccome una pagina importante di musica italiana, senza l’arte di De Gregori o Dalla o altri come loro meglio dirlo subito, ma fa niente, quando d’estate uscivano le sue note te li sentivi attaccati alla pelle il sole che ti bruciava la pelle e il sapore del mare addosso. È da ieri sera che covo il grande sogno di vederci tutti ai blocchi di partenza di un’estate vaccinata e di nuovo libera. La regina Bertè la canzone ce l’ha già regalata.
Bandiera gialla
Ha certamente sbagliato questa generazione di ventenni, poco più poco meno, che, di fronte a un sonoro tana libera tutti che ha riaperto le frontiere ributtandoli fuori casa all’improvviso, ha reagito così come si è visto. Ma poteva andare diversamente? Questi sono ragazzi che si sono visti strappare di mano circa tre mesi di giovinezza e che, nuovamente sulla linea di partenza, hanno voluto correre dentro le loro notti imperiose al grido di basta è finita, con abbracci che hanno negato ogni distanza di sicurezza, senza mascherine, per riprendersi in mano quella socialità che forse li ha fatti rimpiangere perfino scuola e studio. E gli adulti tutti lì col ditino alzato, la movida killer l’hanno chiamata i giornali, chiuderemo tutto di nuovo stanno dicendo i sindaci, perfettamente consapevoli che non lo faranno perché se hanno permesso le riaperture è solo per non affossare ancora di più un’economia che vacilla drammaticamente e ha bisogno di registratori di cassa in funzione daccapo. Ma questo divertimento in moto dopo troppo tempo di silenzio mi ha dato quasi l’idea di entusiasmo forzato, da certe immagini ho ricavato addirittura un’idea di finzione, stasera è d’obbligo essere felici mi sembrava si dicessero quei ragazzi, sono qui, a fare casino, urlo perché è giusto cosi, cavolo, sto vivendo serate speciali, le ricorderò per sempre, come potrei non farlo, e allora resto per strada all’infinito e abbraccio tutti, lo fanno gli altri e lo faccio anche io. Sono molto più giovani di me e magari pensano proprio questo, ma chissà perché a me sono venuti in mente certi Capodanni di quando ero ragazza io, a quei tempi era la serata per eccellenza, quella in cui potevo stare fuori più a lungo, quasi senza coprifuoco – quasi -, eppure ce ne fosse stata una in cui mi sono divertita. Erano serate che partivano piene di speranza, con pianificazioni lunghissime ed elaborate, prima fra tutte l’augurio di ricevere l’invito alla festa dei desideri che prevedeva di conseguenza la scelta di un look all’altezza. Vorrei soprassedere su certi abiti scelti con cura eppure orridi e pure sfoggiati senza vergogna, ricordo molto bene, comunque, di non essermi mai divertita sul serio. Perché se penso al vero divertimento mi vengono in mente quelle serate partite dal nulla, nate un po’ a caso e scoppiate in mano senza più tornare indietro con decolli prepotenti e voli altissimi. Perché la gioventù è davvero bella e sia come sia, sono felice che i ragazzi di oggi se la siano ripresa in mano.
Poco da fare se sei scemo
Stamattina ero al lavoro e, oltre a litigare con gli occhiali che insieme alla mascherina si appannano in modo indecente, ho scoperto che posso usare la mia sedia sfruttandone tutti quei lati che fin dal primo giorno in cui mi ci sono messa sopra mi hanno sempre fatta innervosire oltremodo. Forse l’ho già scritto ma non ricordo dove, comunque il sunto è che esiste una categoria di persone che vedendomi lì, relativamente giovane – questo lo aggiungo io! – e perlopiù sorridente, mi si parano davanti con un atteggiamento di esagerato altruismo, come se spettasse loro attribuirmi la forza per affrontare le mie giornate. Serve dirlo che mi danno sui nervi? Li riconosco subito e passo oltre con una cattiveria nello sguardo che smorza all’istante sorrisi sproporzionati e la curiosità di conoscere cosa mi è successo con il sollievo di sapere che qualunque cosa sia non è capitata a loro. Ma se sono al lavoro devo cambiare rotta e comportamento, amplificare finta gentilezza e smussare lo spregio che mi provoca quella gente, e guarda te cosa ho scoperto. Seduco. Conquisto. Affascino. Anche i rompipalle. La mia più grande sfortuna diventa un viatico che mi permette di trovare qualche soluzione in più, là dove camminerei sui piedi con le ruote della mia sedia perché certi atteggiamenti mi mandano ai matti, è un’occasione perfetta da sfruttare per ottenere ciò che voglio. La poverina alza la testa e si accorge che anche senza volerlo può trovare un beneficio dalla sua sfiga? Certo, io ci metto il massimo delle mie possibilità per fare bene il mio lavoro, mi impegno e comunque sorrido perché mi va di farlo, non sono certo personaggia che si piange addosso stile me misera, me tapina, ma se tu, piccolo ignorante, limitato nel pensiero e nella mente, credi che con me devi essere più gentile che con altri perché la natura ti ha messo in croce da un cervellino piccolo che nessuna sedia a rotelle potrà correggere, prego fai pure, continuo a disprezzarti ma in più ti uso, sei scemo e nemmeno lo capisci. Mica è colpa mia.
Agosto è il più crudele dei mesi
Soffiata via una stagione. Me ne sono accorta lunedì mattina quando dopo tantissimo tempo sono uscita di nuovo per tornare al lavoro. Nell’aria l’ho sentito quel qualcosa di strano che non si poteva non notare, sicuramente per com’ero vestita, non avevo cambiato niente del mio guardaroba rispetto all’ultima volta in cui ero stata fuori, la prima settimana di marzo. Non è più inverno, ora c’è una bella primavera, intensa, ai confini di un’estate che giri l’angolo e sarà qui, stagione che da sempre detesto, perché che io sia strana è roba nota. Stavolta guarda un po’ cosa è successo, neanche il tempo di accorgermene, con i cappotti ancora appesi lì e le giacche un po’ più leggere tirate fuori in gran fretta, perché eccome se fa già quasi caldo. E io nei cassetti invece ho ancora le maglie di lana pesante, i cardigan davvero poco primaverili, mentre le camiciole, le magliettine più leggere, quei pantaloni di lino belli solo se stropicciati sono ancora chiusi altrove. Anche questo tempo s’è portato via il Coronavirus, che rispetto a tutto il resto, per carità, è cosa da nulla. L’ho notato pure io e con fastidio anche se non la amo questa stagione perché si porta dietro l’estate e io vivo al mare e se solo per questo dovrei amarla nel profondo, non l’aspetto mai con nessuna ansia, ma vedermela portare via sotto gli occhi non l’ho trovato corretto, tutto qui. Che primavera ed estate non siano amate da gente come me che vive al mare può sembrare roba strana è vero ma il punto è questo, almeno per quello che mi riguarda. Perché il mondo del turismo invade fin da quando ero piccola i miei spazi, non ha mai significato vacanza, lavoro invece, per i miei genitori e poi crescendo pure per me. Il turismo io l’ho sempre vissuto con la strana sensazione della violazione, ecco cos’era e quando tutto finiva e tutti se ne andavano riprendevo a respirare. Ma è il turismo che mi ha dato tanto, mi ha fatta crescere, studiare, è suo il sistema da cui ho avuto tutto quello che avuto, come negarlo. E di conseguenza come non rispettarlo. Proprio ora che vacilla, tra dubbi, indefinibili incertezze, paure motivate e preoccupazioni molto più che valide, il turismo prende quota tra i miei sentimenti perché in giro dalle mie parti vedo e sento facce e parole che sanno di crisi barbarica, discesa verso il profondo nulla, che rischia di demolire una potenza economica che coinvolge tanti, troppi. Cosa accadrà su questo fronte è un’incognita che confonde perché mancano risposte adeguate a domande che fino a pochi mesi fa nessuno pensava di doversi fare. Sarà un’estate in bilico quindi, un turismo che giocherà una partita difficile come mai avrei creduto, proprio io che da piccola arrivati all’1 agosto cominciavo il conto alla rovescia verso l’inizio di settembre, il mio mese preferito. Avrei dovuto capirlo per tempo che agosto è un mese crudele solo perché chiude una pagina da non dare per scontata.