In queste giornate disgraziate, il filo conduttore di ogni discussione è retto – al netto di bilanci, mascherine da indossare, igienizzanti che mancano ma anche no, polemiche inutili e chissà che altro ancora – dalla più che doverosa celebrazione per chi lavora dentro gli ospedali, in prima linea, quelli che all’improvviso, senza avvertimento, come con tutte le cose che travolgono quando meno te l’aspetti, si è trovato davanti alla botta Coronavirus da contrastare. E poi ti accadano quelle cose che accendono il pensiero. Stamattina, per esempio, parlavo con un’amica, il suo ultimo periodo mica è stato facile, si è trovata davanti a una battaglia autoritaria, di quelle che ti lasciano senza capelli, seminando paure e tanto dolore. Corazzata di tutto punto, grazie alle armi fornite da un personale medico di ogni rispetto ce l’ha fatta, la guerra è sopita e la frontiera pare finalmente sgombra da nemici. Era felice, e parlandomi mi ha detto di aver incontrato sulla sua strada medici eccezionali, infermieri molto più che attenti e sempre presenti. È qui che ho cominciato a pensare alla mia onorata, ventennale, carriera di paziente in prima linea, occupata sempre su crinali impegnativi, a contatto diretto con vette ospedaliere di prim’ordine, frenetiche, impegnate, mai ferme, sotto continua pressione, ma un centro che si occupa solo dello studio contro la sclerosi multipla è così, diverso non potrebbe essere. Eppure malgrado questo, mai incontrato, se non in rarissimi e sporadici e isolati casi, un medico o un infermiere che non meritasse almeno un grazie. Caratteri ruvidi forse, timidezze malcelate magari, stanchezze ovvie anche, ma sempre ottime professionalità, riconosciute ben oltre l’evidente. Anni fa facevo una terapia mensile: una mattinata intera da passare con una fleboclisi attaccata al braccio, sai la gioia, per una come me poi che ha paura degli aghi, quelli ficcati nel braccio poi non ne parliamo, che anche solo un prelievo del sangue getta dentro un vortice di crisi che fino a qualche decennio fa la faceva crollare a terra. Il giorno del mio debutto con la nuova terapia ho annunciato il mio limite, senza nessuna pretesa si sa, spiegando però che avevo paura, lo dissi alla caposala, Elena, che non rispose, sembrava poco disposta al dialogo e la sua faccia poi non era per nulla incoraggiante. Finì ancor prima che io mi accorgessi di qualcosa. Le sorrisi, si allontanò senza cenni di intesa. Ho continuato con quella terapia per anni, non c’è stata volta in cui Elena, la scontrosa, non si sia occupata di me e anche quando qualche sua collega mi veniva vicino lei le passava accanto e le diceva di andare oltre, ero diventata roba sua, come se avesse adottato le mie ansie. Elena è solo un esempio, dei favori ricevuti, dei sorrisi scambiati, degli incoraggiamenti spesso senza parole percepiti, di quei rapporti che negli anni sono cresciuti, che certo di amicizia non sono, ma nel tempo mi sono diventati necessari per farmi sentire in buone mani. Credo di avere ogni strumento valido per condividere appieno il plauso nei confronti di una categoria che senza preavviso e senza bussole di sorta si è trovata catapultata dove mai avrebbe pensato di andare perché non credeva potessero esistere certi confini. Ma non ti muovi, e bene, dentro un tale disastro se alle tue spalle non hai scuola, metodo e competenze. Bravi, ma non solo da oggi.
Categoria: Cose che vedo
God save the queen
Per impegnare queste giornate di quarantena ho ripreso a guardare The crown, la terza serie, me la stavo perdendo, credevo che in Italia non fosse ancora uscita, è stata un’amica a farmi notare che invece sì, era già arrivata anche qui, dovevo correre ai ripari. Che io non ami le serie tv l’ho scritto, danno troppa dipendenza e se non mi catturano nel profondo le mollo, in genere dopo poche puntate. Le prime due serie di The crown le ho guardate anche un po’ per obbligo, la storia, a quanto pare abbastanza verificata dalla realtà dei fatti, di Elisabetta II non poteva certo passarmi accanto vista la mia passione per i Windsor, ma la struttura narrativa con cui sono costruite le puntate nel loro insieme mi hanno dato noia fin all’inizio. Ma visto che ora di tempo ne ho in abbondanza e che anzi devo trovare il modo per investirlo al mio meglio mi sono detta ok, recuperiamo The crown. E ho ricominciato a guardarla, piano piano, lentamente, ma la noia ha comunque ripreso a portarmi via con sé. Fino a che pochi giorni fa per errore la puntata mi è partita in lingua originale. Che cambiamento. Mica male mi sono detta, certo non capisco un granché ma se mettessi i sottotitoli? Magari in italiano visto il livello scadente del mio inglese? Fatto. Che scoperta. The crown è diventato quello che doveva essere, una delle poche serie tv che ho visto e con piacere crescente. C’è un’aria diversa restituita dall’uso dell’inglese BBC – come mi ha insegnato a dire la mia amica che vive a Londra – che rende i dialoghi più raffinati, capaci di attribuire agli spazi e agli ambienti rappresentati la giusta regalità, cosi come alle interpretazioni degli attori, che si riempiono di un’intonazione maestosa anche nei silenzi. Il doppiaggio italiano soffoca la credibilità che la serie vuole e deve restituire alla vita della sovrana britannica. Possibile mi sono chiesta? Sono tornata ai tempi dell’Università, per laurearmi mi serviva avere sul libretto un esame dell’ambito linguistico, nel semestre in cui avevo deciso di darlo c’era solo la possibilità di frequentare le lezioni di Fonetica, non sapevo nemmeno di cosa si trattasse, non potevo immaginare che una tal casualità potesse diventare tanto importante e formativa per la mia vita. Mi si aprì una finestra che non solo era chiusa ma nemmeno sapevo esistesse. Fu l’occasione per capire che conoscere la propria lingua non significa solo avere chiari verbi, strutture sintattiche, concordanze, etimologie e via dicendo ma sapere anche quali sono le pronunce corrette da dare alle singole lettere e alle singole parole, i gradi di vocalità e delle intonazioni da utilizzare tanto per dire solo i termini generali della materia. Solo così la lingua si potenzia, cresce, declina verso versanti autentici e chi la ama non può che volerli fare propri. In Italia questa materia non è considerata e infatti la pronuncia della nostra lingua è pessima, in televisione si parla il romanesco pure con tono ammiccante, chiunque di noi nell’esprimersi viene travolto da un’inflessione regionale che a volte nemmeno sa riconoscere. E se pure i nostri doppiatori e i più bravi tra gli attori conoscono la dizione corretta da dare all’italiano noi che non la conosciamo non ci accorgiamo nemmeno della differenza che c’è tra una lingua cialtrona e una lingua perfetta. Ma una regina sì che lo sa, per questo deve parlare la sua di lingua anche in una serie tv che solo in questo modo diventa davvero bella.
Indietro tutta
Ieri mi sono connessa a Rai Play, cercavo una cosa che mi ero persa e che volevo recuperare. Entrando nella home ho visto le proposte e i consigli offerti, gran parte di questi compongono una rosa completa della migliore tv del passato, quella con cui sono cresciuta o di cui ho comunque sentito parlare come caposaldo dello spettacolo di casa nostra. E tra questi c’è Indietro Tutta, Arbore e Frassica & co, quella pagina di televisione che ha fatto molto più che storia. Credo si fosse nel 1987 o 1988 giù di lì, ero una ragazzina, al Ginnasio, ne parlavano tutti davvero tanto perché in un botto il linguaggio della comunicazione era stato travolto da ragazze coccodè, dalla vita che era tutta un quiz, dal cacao Meraviliao, dal telecomando riconosciuto scettro del potere per chi lo aveva in mano. So per certo di non aver mai visto una puntata intera di Indietro Tutta e sicuramente non in diretta, andava in onda troppo tardi la sera e io vado a letto presto invece, da sempre. Però anche senza guardarlo tutti ne eravamo sedotti: le sigle venivano trasmesse per radio continuamente e quel cacao, proprio quel cacao che non esisteva, era tra i più richiesti in ogni negozio. Io di Indietro Tutta ho comunque un ricordo diverso e tutto mio associato a due compagni di classe che non potevano rappresentare niente di più diverso l’uno dall’altro. Enrico, capelli lunghi, sguardo robusto, eloquenza scorrevole come i migliori uomini della sinistra italiana di quegli anni, come il suo omonimo a cui chiaramente ispirava il suo pensiero. Ogni giorno entrava in classe sbattendo sul banco una copia de Il Manifesto. Pier Filippo, perfetto esponente dell’alta borghesia cittadina, tutte le mattine camicia Oxford perfettamente stirata, eleganza innata e dichiarata educazione politica collocata a destra. Quando morì Almirante conservò dentro il portafoglio l’articolo che Montanelli gli aveva dedicato per celebrarne il peso istituzionale. Era nota la loro reciproca antipatia, ma, lontani di quasi un decennio dalle più feroci lotte politiche conosciute nel nostro Paese, si limitavano a ignorarsi, niente avevano in comune, niente volevano condividere. Fino a quando una mattina cominciano a ridacchiare tra loro, uno dice una cosa, l’altro risponde a tono. Il giorno dopo lo stesso, uno scambio di battute veloci, niente di più, ma la risata è più convinta e non proprio sotto il banco. Fino a quando cominciano ad aspettarsi prima di entrare in classe, addirittura davanti alla scalinata del liceo, non si deve perdere tempo, ce n’è da dire e da ridere soprattutto. Per me Indietro Tutta è questo, la storia di un’amicizia nata senza porre condizioni e poi è la memoria di Pippo come lo chiamavano tutti noi a scuola, meno borghesi, meno ingessati, più popolani e allo stesso modo addolorati quando purtroppo morì.
Nel Connecticut o giù di lì
È un tempo pesante questo, inutile tornare sull’argomento per renderlo ancora più pesante, la situazione è questa ed è fin troppo nota la questione, che ci si può fare se non sperare che passi in fretta senza fare ancora più danni? Si tratta di trovare il modo per renderlo più disteso forse. Io ho scelto di buttarmi per l’ennesima volta tra i cari amici che abitano a Stars Hollow nel Connecticut o giù di lì visto che Stars Hollow non esiste. Care amiche che mi prendete in giro per questo sappiate, e lo dico con fierezza, ho deciso di mettermi a guardare ancora una volta Una mamma per amica. Per la quinta volta? La decima? La ventesima? E chi lo sa. Adesso ne ho più bisogno che mai. Io davanti alla tv insieme alle ragazze Gilmore ci sto bene, mi rilasso, mi risposo, allontano i pensieri più cupi, mi sento meglio. Non ho scelto da dove cominciare, sono andata a caso, tanto le puntate le conosco tutte a menadito, quale importanza ha decidere da dove partire se mi piace tutto, ogni momento della serie lo conosco perfettamente e mi fa stare bene allo stesso modo? Quando vedo uno qualsiasi dei personaggi fare qualunque cosa la mia immaginazione vola: Lorelai beve un caffè? ne voglio subito uno anche io; Rory legge un classico russo? lo devo avere in mano immediatamente; è seduta tra i banchi del suo esclusivo e rigorosissimo liceo? mamma mia, quanta voglia di essere la sua compagna di studio; sono tutte e due a cena dai ricchi ed eleganti nonni? è quello il posto dove vorrei essere anche io più diqualunque altro al mondo; mangiano pizza, patatine e schifezze sedute sul divano? è il mio menù preferito, roba nota. Tutto qui? Macché. Il fatto è che Lorelay, Rory e tutta la squadra che si muove a Stars Hollow e immediate vicinanze è brillante, simpatica, raramente stupida e il registro che distingue la sceneggiatura delle puntate è questo, o almeno è quello che ci leggo io. Qui si ride, ci si innamora e poi si litiga e pure molto, si fanno cavolate ai limiti dell’eccesso ma tutte condotte sul filo dell’ironia ma soprattutto prevale il dialogo da cui escono considerazioni lontane mille miglia dalla mediocrità. E anzi spesso sono piene di luce. Nella puntata che ho guardato ieri sera, per esempio, Rory è con Paris, la nemica/amica con la quale ha condiviso tutto il percorso di studio, sono ad un passo dalla laurea all’università di Yale e stanno ricevendo le risposte alle domande per la specializzazione che hanno fatto. Paris ha un carattere che definire spigoloso è un po’ più che un eufemismo e infatti ai tempi della scelta universitaria il suo desiderio di essere ammessa ad Harvard viene bocciato proprio dal suo temperamento severo e instabile malgrado il curriculum scolastico sia all’altezza della fama dell’ateneo. Harvard accetta, invece, la sua richiesta per gla specializzazione in giurisprudenza. Paris la legge, salta sul divano e grida: “Non mi hai voluta quattro anni fa? Oggi sono io che non voglio te.” Strappa la risposta e butta le carte all’aria. Paris, maestra di vita. Le tue parole valgono per tutti, valgono per tutto.
Punto stampa
Non credo ci sia nessuno di noi che a partire dalle 18.00 della sera non si colleghi con radio, tv o social per sentire come è andata la giornata sul fronte Coronavirus, quel drammatico bollettino di vincitori e vinti che somiglia al resoconto di una novella Radio Londra e che oggi si chiama Punto Stampa. Politici nazionali e locali, rappresentanti di Protezione civile e Forze dell’ordine che danno il resoconto di queste giornate vissute ai limiti del tollerabile e anche oltre. Seduti su una tribuna ci sono i responsabili dell’Ordine pubblico che forniscono le informazioni ai giornalisti giù in platea pronti a fare domande su domande alcune più pertinenti di altre. Va da sé. In passato ho avuto una piccola esperienza lavorativa presso l’ufficio stampa del Comune dove vivo, molto interessante devo dire, per le cose che ho imparato, per le persone che ho conosciuto – fra tutte un’amica speciale – per quello che ho fatto in tempi in cui la comunicazione era ancora in divenire e l’improvvisazione sul tema era un fattore decisivo, bastava portare a casa il risultato, finire sulla stampa, come si voleva, quando si voleva e nei modi in cui si voleva. Punto di forza di quel mondo era la conferenza stampa: era sufficiente una notizia con un po’ più vigore delle altre e partiva l’invito a firma del sindaco e i giornalisti correvano a frotte e per gli addetti stampa il gioco era presto fatto. Risulta fin troppo chiaro però che un piccolo comune di provincia, per quanto “a vocazione turistica” come ama dire di sé il mio, non produca un numero così alto di notizie forti da giustificare gli spostamenti della stampa. Ben presto poi tutto il sistema è cambiato, i tempi si sono evoluti e quello che fino ad un certo punto è stato l’elemento più alto della comunicazione poco alla volta si è sgonfiato sostituito da altro. Ma le cose non sempre sono facili da capire in tempo e quindi in modo ingenuo e inesperto da me s’è continuato a organizzare conferenze stampa anche oltre il tempo scaduto. Quando ce n’era una da organizzarne mi sentivo male, gli inviti avevano temi sempre più deboli e le riposte di quegli stessi giornalisti che prima correvano si facevano sempre più scarse, e così i loro posti rimanevano tristemente vuoti. Io ci provavo con molta fierezza preparando inviti ufficiali il più possibile suadenti e quindi falsi e poi nei giorni precedenti cominciavo con un giro supplichevole di telefonate per assicurarmi qualche presenza almeno. Ma niente. Bei tempi, bei tempi davvero, quando le conferenze stampa erano poco più che niente, quando le notizie da dare non avevano alcun peso.
E tutta la città è allagata da questo temporale
Stamattina sono andata al lavoro e mi è stata immediatamente consegnata una mascherina, indossala mi ha detto la direttrice, nuove disposizioni, inderogabili, ha concluso. Mi sono passata tra le mani il gel per igienizzarle, l’ho messa e via, ho cominciato la giornata con questa novità a coprire naso e bocca che mi ha sacrificato respiro e voglia di sorridere per ore. Eh già, proprio così, una decisione giustificata dal fatto che l’ambiente dove lavoro è decisamente affollato e anche se è stato vietato in modo fermo l’ingresso di visitatori e clienti questa scelta mi sembra ovvio che sia più che legittima. Io poi ho accolto l’obbligo con un certo favore. Perché tutto torna sempre al punto di partenza, quel mio bagaglio personale dove c’è una nota stronza che allunga le mani anche addosso al sistema immunitario rendendolo debole, a tratti inutile. Quindi io in due mezzi minuti potrei beccarmi la qualunque, pure ‘sta roba nuova, quella che al momento non ha né capo né coda. Bingo, direi. Ma non ci voglio nemmeno pensare. Sabato avrei dovuto andare ad un concerto, Venditti, perfetto per un carico di lacrime valido a coprire almeno trent’anni di ricordi, saltato, poco da fare. Ci tenevo un bel po’, stavo dietro da settimane ai biglietti, mi ero presa il giorno libero scombinando la tabella dei turni di tutti i colleghi senza prima nemmeno informarli, chissene, si trattava di ascoltare dal vivo roba come Giulio Cesare o Compagno di scuola e tornare a quel certo passato fatto di anni ingenui e bellissimi. A questo punto dovrei essere arrabbiata per la mancata serata e invece resto solo preoccupata. E non sono tanto egoista da pensare solo a me.
La settimana più bella dell’anno
Comincia Sanremo la prossima settimana e come ogni anno da almeno trenta sarò davanti alla tv, anche se credo meno emozionata degli anni precedenti e certamente degli ultimi due quando lo scettro del comando era nelle mani di Claudio Baglioni che mi ha regalato due edizioni epiche. Ma quest’anno tutto è stato affidato a tal Amadeus, detto il nome detto tutto, il risultato finale credo sarà pari al suo talento che giudico vicino allo zero, ma magari sarà capace di stupirmi, me lo auguro. Io infatti considero quella di Sanremo l’imperdibile settimana più bella dell’anno. Lo ripeto sempre e tutti mi prendono in giro, ma che ci posso fare se per me guardare il Festival è un piacere, se aprire contemporaneamente Twitter e leggere i vari commenti, da condividere o meno, è un divertimento, se fare la pagella delle canzoni in gara è quasi un obbligo? E questo fin da quando ero piccolina: guardavo la serata – tutta, ero giovane e non mi addormentavo come adesso circa a metà! – e la mattina dopo mi leggevo i giornali, le tante pagine degli spettacoli, che ancora c’erano non come adesso sotterrate come sono dai social, e sognavo, sognavo di seguire Sanremo dalla sala stampa, là dove gira la ciccia vera, fatta di pettegolezzi e di dietro alle quinte succosi. Al grande pubblico, come lo chiamano dal palco dell’Ariston, arriva solo quello che vogliono arrivi, giusto per condire la chiacchiera sul Festival, quella che fa l’ascolto tv, ma la mia passione è pura, vera e intoccabile, mica robetta da Auditel. Io sono cresciuta con Sanremo, ricordo tanto: gli anni Ottanta con i Ricchi e Poveri che perdono un pezzo per strada l’anno in cui cantano l’ormai insopportabile Sarà perché ti amo, il mio Riccardo Fogli che vince nella stessa edizione in cui Vasco Rossi arriva ultimo, per non parlare di Albano e Romina che su quel palco, canzone dopo canzone, hanno messo al sicuro un gruzzoletto prima in lire e poi in euro e alla fine in rubli. Ma poi via via che crescevo da Sanremo sono usciti piccoli pezzi di me che mi hanno emozionata, o descritta, o forse raccontata un po’ a caso, ma sempre al momento giusto. Come Renato Zero e i brividi freddi delle sue Spalle al muro, o il rumore nell’anima degli Uomini soli con cui Facchinetti ha deciso di consumarsi le corde vocali, ma anche Patty Pravo che cambia lei la vita che non ce la fa a cambiare te, o Giorgia che con Gocce di memoria scrive un testo meraviglioso che finalmente esalta quel capolavoro di voce che ha, ma anche Elisa che in quel siamo nella stessa lacrima parla di me ogni giorno di più, fino agli Stadio che vincono forse con la loro canzone più brutta ma chi se ne frega, la musica italiana deve a Curreri molto più che un primo posto al Festival. E tanto lo so che manca ancora moltissimo prima di dire che per me Sanremo è tutto qui, ed è anche per questo che la prossima settimana sarò lì a guardare cosa combina questo tal Amadeus. Perché Sanremo è Sanremo e comunque qualcosa di bello verrà fuori. Tanto lo so.
Lo vedi quello? È mio figlio
Allora, che ho cambiato lavoro da poco l’ho detto, pure che ho un sacco di colleghi nuovi se è per questo, che i meccanismi quotidiani sono diventati cosa abbastanza nota anche, poi ci sono tanti aspetti ancora taciuti questo è vero, ma senza cattiveria è che proprio non mi interessano. Sono quelli legati alla vita di gruppo in un ambiente di lavoro, quegli strani intrecci in continuo movimento che generano simpatie e insofferenze, amicizie vere o più spesso di comodo, gesti di solidarietà ma anche sgambetti col sorriso, tutta roba che in passato ho già visto e che, fatte salve poche preziose tracce, mi hanno lasciato in mano un po’ troppe delusioni e molto amaro in bocca. Ora si gira pagina mi sono detta entrando per la prima volta dentro questa nuova porta, con la precisa intenzione di non creare legami; infatti vado più o meno d’accordo con tutti, mi stanno più o meno simpatici tutti, stimo più o meno tutti, ma la storia finisce qui, senza coinvolgimenti di sorta. Poi c’è la questione sedia a rotelle che io vivo benissimo ma che mi accorgo essere un piccolo muro per gli altri: se ho bisogno io chiedo senza remore, nei modi sanciti dall’educazione ovvio, quelli del per cortesia – grazie – prego – tornerò, ma se non ho bisogno io sono ben lieta di arrangiarmi, invece vedo molto imbarazzo negli occhi di chi mi circonda, quando mi muovo è tutto un corrermi addosso per aprirmi porte, per spostare ostacoli inesistenti, per porgermi oggetti del tutto alla mia portata e via sul tema. Mica mi arrabbio, come potrei, ovvio che ringrazio, ma io ho davvero un senso della misura molto sviluppato, a chi mi chiede con occhi compassionevoli come sto io rispondo bene, e non mento, io sto bene, punto e a capo. Spesso non basta, lascio correre, un po’ capisco, vorrei altro certo, ma mi adeguo, mi metto dentro i panni degli altri e non apro discussioni. Ma c’è anche un giovane collega che mi ha stupita e del tutto conquistata, perché poco alla volta, non certo da subito, quasi ci avesse prima pensato, ha cominciato a buttare giù quel famoso muro cominciando a prendere in giro la mia sedia a rotelle, afferrando la prima occasione utile per mettere in scena un siparietto sarcastico per ridere di lei insieme a me. Poteva andargli male, potevo arrabbiarmi, che ne sa lui di me in fondo, non poteva nemmeno immaginare che l’ironia facesse parte del mio linguaggio, ma ci ha provato lo stesso e ha vinto, questo è il modo con cui volevo fosse superato valico e sono contenta l’abbia fatto lui. Che è pure molto carino, che fatti due conti potrebbe essere mio figlio e che se lo fosse ne sarei orgogliosa, perché ne avrei cresciuto uno di intelligente.
La giornata di una scrutatrice
Scendi dalla macchina e già li vedi. Mentre ti avvicini cominciano a sorriderti con il calore che neanche un vecchio amico, così, semplicemente perché devono, sono stati istruiti a farlo, ma anche no, in molti casi sembra un talento naturale il loro, sanno interpretare al meglio il ruolo del rappresentante di lista davanti al seggio elettorale. Ovviamente c’erano anche domenica quando sono andata a votare, anche se mi sono sembrati meno impomatati del solito, le Europee forse valgono per quel che valgono in termini di partecipazione emotiva, o magari perché qui dove vivo, il ridente Nordest, l’esito di queste elezioni era molto più che scontato, che vuoi farci. Meno coinvolti ma sempre molto sorridenti, con la loro bella patacca distintiva attaccata al bavero della giacca, oppure con il cordino al collo per quelli più informali, perché si distingua molto bene il loro incarico e la loro posizione sociale, quella di mezzacalzetta della politica, di mezzadro del potere, senza carica e senza nessuna possibilità di guadagnarne. Ma sembrano felici così, conoscono i piani alti, quelli della città dove vivono almeno, nella rubrica del loro telefono hanno tutti i numeri di quelli che contano e che alla bisogna li chiamano per farli andare di qua o là quando serve sbrigare quelle piccole incombenze che nessuno a parte loro ha piacere di fare. Anni fa ho fatto la scrutatrice per le comunali del mio paese e quei bei sorrisi li ho visti trasformarsi in ringhiate aggressive quando s’è smesso di votare e si sono aperte le urne, a pensarci adesso mi viene solo da ridere ma all’epoca, più giovane e meno esperta del mondo, mi avevano anche un po’ spaventata. Ricordo le grida del presidente di seggio che li allontanava in malo modo mentre loro lamentavano l’impossibilità di controllare tutte le schede per verificare che venisse rispettata la correttezza del loro punto di vista, tutti contestavano tutto, segni, nomi, dettagli. A spoglio terminato, tra vincitori e vinti, hanno preso in mano il telefono per comunicare il risultato, a chi non so, forse proprio al candidato sindaco a cui davano con soddisfazione del tu. Cosa sia successo di loro dopo quelle elezioni non so, ma nel tempo per lavoro m’è capitato di frequentare l’ambiente politico e ho visto molti personaggi nati come vassalli dei potenti rimanere tali, riconoscibili da lontano, con il telefono sempre in mano, pronti a rispondere di scatto al numero giusto ma che quando a chiamare erano loro dall’altra parte nessuno rispondeva. È per questo che ogni volta che vado a votare mi verrebbe da dire loro che quell’intera giornata che stanno regalando alla causa rimarrà sempre e solo una giornata persa.
Tu che guardi ma non vedi
Ultimamente mi sembra che questo Paese sia travolto da storie famigliari spietate con un fiorire di bambini piccolissimi uccisi da mamme o papà crudeli che neanche la fantasia potrebbe arrivare a tanto, mariti che ammazzano senza pietà le consorti, mogli che non sono da meno, figli che per eredità quasi inesistenti massacrano i loro parenti nei modi più disumani. Ci passo abbastanza oltre quando le sento perché tendono a non interessarmi fino a che non vedo qualcosa che invece mi fa davvero arrabbiare, ma in genere non è il fatto in se stesso, piuttosto è come viene riportato dai media. Come quello della figlia che ha accoltellato il padre che tentava di strangolare sua mamma. La giovane donna ha ammesso ogni responsabilità fin da subito, la Procura dopo averla interrogata l’ha condannata agli arresti domiciliari anticipando che tra poche settimane il caso verrà archiviato. Chiuso qui, la giustizia non tornerà sulla questione. Ci pensa la televisione. Trasmissioni su trasmissioni dedicate a raccontare anche quello che non sanno, anzi preferibilmente questo, nel solito modo meschino, riportando con finta cura dettagli inesistenti. C’è una sola verità che non manca mai: la foto della ragazza. Mi fa arrabbiare tantissimo, salto sulla sedia con la circolazione a mille ogni volta che la vedo, ma possibile, mi chiedo, che a nessuno salti in mente che questa giovane donna ha in testa un universo che precipita e che vorrebbe solo starsene nell’oblio di un silenzio che se vorrà sarà solo lei a rompere?