Controesodo

Funziona così con la stampa italiana, fa partire un argomento che traina con sé un filotto di servizi perlopiù uguali tra loro condotti lungo un tema che replica, copia, riproduce e duplica parole e temi sovrapponibili, tanto corre a senso unico. Ora tocca a questo. Controesodo. Con mia somma soddisfazione però, da sempre, fin da quando ero una bambina, io che non amo l’estate, che metto in fondo alle mie preferenze il caldo, che non seguo più da anni la vita da spiaggia, che ho la sclerosi multipla che applaude, la stronza, di fronte alle sofferenze che mi scrive addosso l’afa. E poi c’è un di più, per chi vive in una località vacanziera come Jesolo, il controesodo, vero o presunto che sia, fa il paio con una città che si vuota, che crede di tornare a capo di una presunta normalità, che rivede davanti a sé un orizzonte che riconosce come l’autentico, quello proprio, abitato da ritmi e colori di nuovo quieti, o almeno così crede. È il nuovo settembre che dà significato a queste sensazioni, quelle che diventavano proprie sembra, con giornate lentamente più brevi e poco alla volta, meno male, addirittura fresche, spesso piovose così come ancora soleggiate, di certo ricche di belle risposte, quelle che più amo. Lo inseguo il controesodo, da sempre, mi dà pace, a me, a tutto quello che sento dentro, al bello che cerco, a quello che risponde alle migliori emozioni che desidero. Forza, stampa italiana, non mi tradire, anche quest’anno continua sulla tua strada di banalità.

Ferragosto, io non ti conosco

Eccoti qui Ferragosto, ti detesto da sempre, anche se solo in parte va detto, perché nello stesso modo ti attendo, quando arrivi c’è sentore di fine estate, giornate più lunghe in pratica, settembre dietro l’angolo e poi vaga, vaghissima speranza di caldo ai termini. Quest’anno anche no, sentendo quello che si percepisce nell’aria divenuta all’improvviso pesante, torbida, piena di afa e calura che opprime i sensi, ma va da sé, basta che te ne vada estate, dicono che accadrà tra poco, dicono. Ferragosto, io non ti voglio tra i piedi, con quello che sei, con quello che rappresenti, che comunque, lo ripeto, dal 16 si dovrebbe parlare un’altra lingua, quella dell’arrivo al traguardo, amato, atteso, desiderato soprattutto, perché comunica con il linguaggio della conclusione, un solenne qui scende il sipario, cara estate. Proprio tu che quest’anno, in pochi giorni, ti sei incollata addosso quel genere di calura che, ragazzi miei, mica sembra naturale. È già accaduto in passato, certo, ma quest’anno mi ero illusa, l’afa tardava, troppa grazia sarebbe stata. Invece questi ultimi giorni valgono quasi di più, ricchi come sono di un soffrire comune che mi impedisce, per decenza, perfino di tirare in ballo la detestata sclerosi multipla anche se con lei il caldo mi grava addosso con indecenza. Aggiungo però che io almeno con questa canicola immorale me ne posso stare a casa con l’aria condizionata che mi dà sollievo, penso a chi deve stare fuori per lavorare invece, attività manuali addirittura, costretti l’aperto, sotto il solleone battente, nelle ore nemmeno nominabili per il caldo che si trascinano addosso. Vuoi vedere che la sclerosi multipla per una volta mi rende omaggio?

Silenzio, resto una signora

Non credevo accadesse davvero, non con questa potenza quantomeno, anche se le previsioni meteo lo annunciavano, “caldo a iosa dicevano”, a partire da Ferragosto più o memo, il giorno non era preciso, ma il periodo sì, i toni al solito erano al limite del dramma umano, mentre io sorridevo, mica è possibile mi ripetevo, in questo periodo no che non accade, le giornate si stanno facendo più corte perché si incamminano verso settembre ribadivo con sicurezza. In quest’estate dal clima un po’ fuori norma i tg non avevano ancora messo in campo i servizi pronti da maggio, ridicevo, quelli costruiti e già preparati, cose del tipo che col caldo c’è necessità di bere almeno tre litri di acqua al giorno, mangiare tanta frutta e verdura e non uscire di casa durante la controra e via sulla strada che, da giornalista dei miei stivali quale sono, non avevo ancora ritrovato malgrado da sempre l’informazione estiva si regga così, su quei temi che inquadrano spiagge colme, bimbi che sguazzano tra le onde, teste bagnate sotto le fontane delle città d’arte, code chilometriche ai caselli autostradali e avanti sul tema. Mi concentravo invece attorno all’idea che giunti a questa data certi caratteri fossero ormai dietro alla schiena. Sbagliavo, eccome se lo facevo, tradita dalla certezza che queste giornate che, mamma mia se pesano, non potessero più farsi norma e quindi evitare di attorcigliarsi attorno alla mia sclerosi multipla che di caldo si nutre per le sue pericolose ripicche. Fatemi tacere, diventerei volgare e non mi va.

Tanti auguri Fabiana, tanti auguri Mattia

Mi sono dimenticata di augurare buon compleanno alla mia cara amica Fabiana, a suo nipote Mattia, figlio di Romina, sua sorella, entrambe colonne portanti del mio circolo di cameratismo, pilastri e anime di amore e affetto a cui so di potermi poggiare ogni volta senta di averne necessità. Capito l’errore, il danno compiuto, la rovina, la caduta greve che mai avrei dovuto portare a capo e che tanto mi ha tormentata una volta resami conto dello sbaglio fatto malgrado le rassicurazioni ricevute da entrambe e che ho sentito sincere? Ma il mio ko tecnico, privo di giustificazioni mi si è incollato addosso per il fastidio che ha soffiato contro di me. Torno indietro con la memoria anche, con Romina e Fabiana ho lavorato a lungo imparando da loro molte cose, pure sui compleanni, sull’importanza degli auguri da fare, il valore di ricordarsene sempre per esempio, e per tempo, mica a caso e mica senza dargli un corretto significato. Agli amici più cari gli auguri si fanno sempre e con largo anticipo, me lo hanno insegnato proprio loro, e infatti le vedevo spesso la mattina cincischiare col telefono mentre inviavamo wapp. Anche se quella che vedevo era la seconda puntata del loro impegno, per i veri affetti gli auguri erano partiti già prima, non di mattina alle 9.00, sia mai, vedi infatti che quelli indirizzati a me sono sempre arrivati pochi minuti dopo la mezzanotte. E grazie amiche mie. Romina poi la prendevo sempre in giro, lei conosce la data di compleanno di attori, cantanti, presentatori tv, vallette e tanti altri, quando eravamo piccole infatti c’era un giornale che presentava i vip dello spettacolo e accanto ci metteva anche la loro data di nascita, la sua imbattibile memoria aveva registrato tutto, un vero genio il suo. Glielo dicevo sempre tra quelle scrivanie “Guarda che ti iscrivo a una qualche trasmissione tv di quelle che scovano attitudini come la tua, tu vinci la pecunia poi ce la dividiamo, io faccio da agente, tu da mia pedina vincente”. Fabiana, Romina, Mattia scusatemi all’infinito.

Se ti va di essermi amico

Ecco, così mi sento quando gli altri mi vedono seduta qui, su questa due ruote: leggo nei volti le domande che nascono attorno a questioni più che lecite su cosa mi potrà mai essere accaduto, quella ovvia impossibilità di capirlo al volo, i punti di domanda che comunque entrano in gioco tra i pensieri, così come l’educazione di non chiedere nulla, nascondendo tra i denti serrati la voglia di farlo. Allo stesso modo anche l’accortezza di favorire ogni mia necessità, elemento questo che sta a metà strada tra curiosità e desiderio di appoggio, soccorso, protezione, difesa per qualunque cosa mi sia successa, in effetti chiaramente sono io la più debole e anche se in termini decisi la voglia di essere informati c’è, prende campo, quasi sempre, l’educazione. Settimane fa, prima del gran caldo, mi sono fermata a pranzo con la mia famiglia in un chiosco dell’estatate jesolana, il cameriere è passato, ha lasciato sul tavolo il menù ed è tornato per raccogliere la comanda, secondo quanto scritto un po’ ovunque le nostre scelte, una volta pronte, avremmo dovuto ritirarle al banco-bar per portarle al tavolo. Invece no, non è andata così, dopo poco il cameriere è tornato porgendoci i piatti che avevamo richiesto, distribuendoli in ordine sopra, aggiungendo anche uno sgabello alto accanto a me per darmi la possibilità di poggiarci sopra il braccio e stare così più comoda. Offesa io per essermi sentita investita nel vero ruolo di disabile, affare che mi ha fasciata dentro un clima di tristezza cupa? No, questa volta no, conquistata invece, da un’attenzione che ha assunto una forma matura, diligente, libera da richieste o pretese mie o degli altri. Ho la sclerosi multipla, va così, se ti va di essermi amico e di corrermi in soccorso fallo pure. E grazie.

Certo, lo sapevo

E che nessuno mi dica che non me la sono chiamata. Facevo tanto il fenomeno a dire che quest’anno, a giugno, c’era da stare ancora sereni, lontani da qualunque genere di tormentosa forma d’afa che solitamente di questi tempi già ci travolge, che qualche spruzzata di aria fresca naturale, invece, c’era ancora, quella che permetteva di sopravvivere visto che il mio di condizionatore era fisso, in silenzio, con la bocca chiusa, appeso alla parete ancora in silenzio, per buonsenso ed effettiva mancata necessità. Ma guarda un po’ che ti succede, solo il giorno dopo aver fatto questo monologo da scienziata dei miei stivali: si fa largo una sensazionale botta di tormentoso calore. E io ci sono crollata sopra, punta dalle spine infiammate della sclerosi multipla che si nutre degli sbalzi della temperatura, anzi diciamo che proprio ci gode, rendendo le mie gambe candele di cera che si sciolgono ammollate sotto il mio peso, le braccia fragili, lente, incapaci di reggere ogni idea, schiacciate da una ogni sporca fatica mentre tutto il corpo si sfalda, gravato da una stanchezza innaturale, troppo forte, quasi finta per sentirla mia, trascinata da una fiacchezza che vorrebbe nutrirsi solo di sonno, e niente più. Ecco perché non dovevo chiamarmelo questo momento, tacere, e mettermi lì, in attesa che il caldo mi raggiungesse, tanto lo sapevo che era solo dietro l’angolo.

L’estate a Nordest

È arrivato il maldetto tempo del caldo che porta via il fiato, il respiro, il vigore, la voglia di fare ogni cosa, oddio, non è proprio ancora arrivato, ma nemmeno lontano dall’essere qui, tutti i giorni, tutte le notti. L’estate a Nordest. Come in una commedia tinta di umidità e insoddisfazione, quella che non segue nessuno dei miei caratteri di appagamento, ponendola anzi in cima a ciò che più temo. Per non dire poi che questa stagione fa pure a botte con la sclerosi multipla, se non bastasse tutto il resto, perché il caldo la rende feroce più ancora di quello che sa essere, la trasforma in un diavolo dichiarato, la muove verso obiettivi di totale malafede e anche quando in aria soffia un brivido quasi rincuorante, la sm lo sa che è finto, scomparirà in fretta lasciando spazio solo a lampi feroci. Sono certa che ride, lei, la maledetta, mentre tu puoi essere difesa solo dall’aria condizionata, con i suoi vai e vieni, belli o meno che ti paiono, piacevoli certo, spesso indispensabili ma solamente a tratti perché dopo un po’ loro stancano, ora che è giugno ti sembrano ideali, pensando ad agosto salgono in testa invece pensieri di ogni tipo. E nell’insieme non del tutto positivi. Perché le vibrazioni di fresco che dà sono innaturali, poco da dire, si attaccano alle ossa, bruciandole quasi, creano un ambiente talmente finto da farti dire “basta, per favore, vattene”. Autunno, ti aspetto, torna a settembre.

Si può tornare bambine?

Stamattina l’ho sentita, come quasi tutti i giorni, siamo abituate a farlo del resto, ci scambiamo un wapp per sapere a che punto siamo, come vanno le cose, quali le novità, in che modo procede la nostra salute innanzitutto, attaccata com’è dai reciproci nemici rabbiosi. Siamo amiche da decenni, ex colleghe di lavoro, abbiamo riso insieme, pure tanto, senza dubbio litigato, discusso alla grande, eppure anche protette tra noi, lei verso di me, in primis. Finendo poi per spettegolare, di ogni cosa ma in particolare dei capi, ‘ossignor che soddisfazione farlo, mettendo da parte, all’improvviso ogni sgarbo risollevando in un abbraccio quel muso appeso e accogliere invece gli inviti per essere di nuovo l’una accanto all’altra. Come adesso. Sembro sempre io la più fragile, ma ora no. Non mi va, voglio lasciarle tutto lo spazio di cui ha bisogno e anzi ancora di più, se crede, essere in grado piuttosto di darle l’indicazione più adatta per compiere al meglio questa strada, lei che ora è obbligata da incidenti autorevoli, percorsi dissestati pieni di angoli di pianto troppo aperti. Non posso fare di più se non dirle che ricordo bene quanto l’ho sentita vicina quando ne avevo bisogno: la sua auto, per esempio, ogni volta la trovavo aperta per condurmi dove mi serviva, il suo braccio teso per fornirmi appoggio, le sue mani aperte e pronte per riprendermi nei momenti, sempre più frequenti, in cui inciampavo e cadevo a terra. Lei lì, vicina, come se la mia sclerosi multipla la chiamasse per aiutarmi. Ora soffia una bora criminale su di lei e io non so che fare, tanto meno dire, so solo che vorrei un tempo diverso su di noi, quello delle risate, delle discussioni, come bambine, come cretine.

5×1000

Ecco che faccio l’egoista. Come ogni anno del  resto, perdonatemi. Ma ne sento il bisogno. Tempo di dichiarazione dei redditi e io salto fuori con la solita richiesta. Quando farete la vostra scegliete per favore di destinare il 5×1000 alla Fondazione di AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla) per far fare un passo avanti alla ricerca sulla sclerosi multipla? Grazie.

Cosa fare:

  1. Compilare il modulo 730,
    CU oppure il Modello Unico
  2. Firmare il riquadro “finanziamento
    della ricerca scientifica e delle università”
  3. Inserire il codice fiscale della
    Fondazione di AISM (95051730109)

Giù dal podio, sm

Il cambio dell’ora. Giornate più lunghe. È la primavera. Porca paletta. Anche quest’anno ci siamo. Credo di averlo scritto e riscritto su queste pagine che dall’Equinozio in poi a me peggiora l’umore come non capita al resto del mondo. Ma va be’, che c’ho da fare. E poi il tutto si porterà dietro anche l’estate, con il caldo che disegna addosso alla cara sclerosi multipla le tracce feroci dell’afa. Il mio umore non ne parliamo come diventerà. Orrido. Infimo. Passiamo argomento, dai, che è meglio. Cambio pagina allora, parlo di ieri, un pranzo fuori con la mia famiglia insieme a un paio di amici storici. Siamo andati in un bel posticino aperto da poco, qui a Jesolo, scovato da Luca, mio fratello, e da Luca/Fizzo, il gran cerimoniere di corte di uno dei locali che ha definito con la sua epica le linee di riferimento della migliore vita notturna della mia città. Un ottimo menù ho trovato ieri, una bella accoglienza certo, ma anche dell’altro: quel valore aggiunto che mi ha conquistata. Una situazione amica, ecco cosa, libera da riguardi esagerati nei confronti della cacchio di carrozzina dove sto, quelli che trovo direi sempre, come se io meritassi maggiori riguardi rispetto agli altri. No che non me li dovete, mica è una conquista stare seduta su questo trono mobile, per quel che ne sapete chissà che qualità di donna sono vorrei gridare ai venti. Un pizzico più sfortunata della media forse, ma anche no. Io uguale al resto del mondo, più o meno sì. Ieri, invece, ho trovato un benvenuto buono e mai avvolto nella pietà. Faccio un esempio. Hanno sbagliato a portare il mio caffè. Niente salamelecchi in più. Semplice. Subito dopo è arrivato quello giusto, con scuse che stanno dentro alla normalità. Insomma, mi hanno fatta sentire a posto, solo una persona seduta su una sar che si porta in giro questa sclerosi multipla dei miei stivali ma che non merita chissà quali qualità di ascolto. Attenzione per le barriere architettoniche certo che sì, ma non faccine compiacenti piene di patimento. Ieri ho trovato gentilezze che fanno parte dell’accoglienze ristorativa, rivolte a me come a tutti, punto e a capo. Io ho la sclerosi multipla, mi sposto su una sedia a rotelle ma solo per questo non valgo una medaglia d’oro. Perché so essere anche un’insopportabile maleducata. Sclerosi multipla o meno. Ecco, tanto per dire, beccatemi sotto le spire di una giornata con l’afa. Solo come esempio.