Con un poco di zucchero

Il giorno dell’Epifania ero al lavoro. Capirai la novità, le ho lavorate tutte le Festività, mi sono risparmiata solo il Capodanno, che era anche il giorno del mio compleanno se è per questo, ma è stato un caso puro e semplice. Be’ insomma all’Epifania ero lì, me ne stavo dietro al computer e vedo entrare sorridente uno dei miei colleghi, compagno di lavoro con il quale ci alterniamo per i vari turni, che in velocità poggia sulla scrivania una scatola a forma di calza, è per te, mi dice, sei la mia befana preferita. Lo guardo sorpresa, al Sud l’Epifania è una festa molto sentita, continua, e tu sei accogliente come noi napoletani. Ho aperto la scatola colorata e dentro c’era il bendiddio: cioccolata, al latte, bianca, fondente – la mia preferita – croccante, biscotti, caramelle morbide e dure, marshmallow rosa e bianchi e poi non finisce certo qui. Un patrimonio di dolcezza che senza aiuto finirò non prima della prossima Epifania, ma non ho avuto cuore per dirgli che i dolci li mangio molto poco, sono donna da salato io. E chi se ne frega aggiungo, questo giovane poco più che ventenne mi ha resa felice, il suo gesto mi ha fatta sentire speciale, anche perché è dichiaratamente gay e conosco pure il suo compagno, non mi sta certamente facendo la corte, non ha interessi. Si è mosso di suo, senza nemmeno immaginare che quella valanga di cioccolato, che quasi sicuramente non mangerò tutta, ha addolcito quel certo pensiero malinconico che mi gira per la testa in questi giorni.

Un oculista per amico

Svelato l’arcano. Dei pochi libri letti ultimamente, delle scarse righe scritte negli ultimi mesi, dello zero interesse per quotidiani e riviste di questo periodo. Sono andata finalmente dal mio oculista di grande fiducia ed è uscita la verità: ci vedo di meno e devo potenziare le lenti dei miei occhiali. Finita qui. Abbiamo fatto una bella visita che ha sgomberato il campo da ogni dubbio, perché a suo tempo la grande sfida della mia vita partì proprio da un occhio malconcio che lanciava presagi sul futuro. Ora invece devo solo andare da un ottico, nuovi occhiali, nuove lenti e nuova vita di lettura di cui ho enorme bisogno. Anche perché tra Natale e compleanno ho ricevuto un serbatoio di libri dentro il quale non vedo l’ora di tuffarmi. Siccome mi piace leggere a letto il mio oculista mi ha consigliato anche un occhiale con lenti specifiche per distendermi sotto le coperte con in mano il mio libro preferito senza dover prendere posizioni scomode e fastidiose. E questa pratica l’ho conclusa. Poi per la vita di tutti i giorni ci sarà quello con lente doppia, quella progressiva, per leggere e vedere anche da lontano, perché sono diventata vecchia, ma già lo sapevo. E pure questa è una pratica conclusa. E poi mi servirebbe anche un occhiale con lente fotocromatica per stare al sole, ma qui sono indecisa e poco convinta. Ci voglio pensare. Ma dalla visita di ieri sono uscite una serie di belle cosette. La prima, il mio occhio malconcio, quello da cui si è scoperto che la sm aveva gettato le basi dentro me e che avrebbe fatto i danni che stronzissima lei ha poi fatto, sta bene, o comunque è sempre lì, con le sue ferite che però al momento non sanguinano. La seconda, sono libera da alibi di sorta, ora ci vedo meglio e posso leggere di nuovo in quantità, senza faticare sopra le pagine e questo è un personalissimo motivo di grande felicità. La terza, il mio oculista di fiducia, quello che vent’anni fa mi prese per mano accompagnandomi con professionalità e dolcezza a scoprire quello che stava succedendo cercando però di raccontarmelo con i toni caldi di un vero amico, resta sempre un gran figo.

Accidenti ai miei occhi chiusi

Non sono fotogenica. Il risultato è che nelle foto vengo fuori sempre con gli occhietti chiusi, con quell’espressione per nulla vivace che mi fa somigliare a una tonta. Comincio a sorridere troppo presto forse e al momento dello scatto la mia palpebra si è già chiusa, certo è che mentre gli altri vengono fuori tutti belli, sorridenti al punto giusto e in posa perfetta, io no. Quindi, cari amici che eravate con me l’altra sera, a cui ho chiesto il permesso assicurando che proprio qui avrei messo la foto della nostra rimpatriata, sappiate che quell’immagine resterà ben stretta nei nostri telefoni, qui non la vedrete mai. Rimarrà il ricordo di una bella serata, che prende le mosse da quattro amici che si conoscono da almeno trent’anni a cui nel tempo si sono aggiunte le tracce raccolte negli anni: mariti, compagne, compagni, figlie, figli, quel po’ di tutto che la vita ha distribuito senza chiedere permessi. La scuola è stata il traino portante di questa speciale amicizia, tre compagni di banco che si sono riconosciuti al volo o che magari hanno avuto solo la grande fortuna di dirsi parole giuste al momento giusto, vicine di casa che senza saperlo hanno scoperto di fare la stessa strada per arrivare in classe e proprio lungo il percorso si sono accorte di piacersi. E poi affinità crescenti che anno dopo anno hanno creato relazioni forti di cui andare fieri, perché trent’anni sono tanti, cavolo se sono tanti. E l’altra sera, ancora una volta, come facciamo almeno due volte l’anno in accordo con gli impegni di tutti, eravamo seduti allo stesso tavolo di una pizzeria a raccontarci chi siamo diventati con un occhio sempre ben teso verso quel passato che ci ha fatto conoscere, prendendoci in giro come allora e anzi più di allora perché non abbiamo mai smesso di farlo e questa è la nostra vera potenza.

Downton Abbey welcome your Majesties

 

10…9…8… buon anno! E dopo pochi minuti buon compleanno!!! E tutti verso di me, perché io compio gli anni l’1 gennaio, la fortunata, e via di baci, abbracci, sempre graditi, ci mancherebbe pure, e ancora telefono che suona, wapp da vendere, perché i migliori si ricordano subito di me, gli altri un po’ meno ma sono impegnati nei loro di festeggiamenti, mi basta che il giorno dopo ci siano, ovvio. Resta il fatto che il conto alla rovescia di Capodanno è da sempre una delle cose che mi fa scendere una tristezza profonda, sono tipa strana lo so, un po’ spigolosa, so anche questo, ma che ci posso fare se San Silvestro mi mette addosso un livello di malinconia moltiplicato all’ennesima potenza? E quindi cerco di scivolarci accanto al Capodanno, passo oltre agli inviti, supero gli ostacoli con una certa destrezza. Forse perché ricordo quando ero ragazza e Capodanno doveva essere una serata epica, preparata per tempo, di quelle ricoperte di aspettative, speranze e sogni. Spesso traditi. Sempre traditi meglio dire. Noi ragazze dovevamo vestici da sera, abiti inutilnente sbrilluccicosi, trucco e parrruco ridicoli e irragionevoli. Un anno, una parrucchiera incapace, senza gusto e senso del ridicolo, mi costruì in testa un carciofo fermato da duemila forcine ed etti di lacca appiccicaticcia che ebbero un ruolo decisivo sull’origine del buco dell’ozono. Poi ci fu quel Capodanno in cui mi ricoprii di un abitino corto, elastico e bruttissimo, nero e pieno di grossi pois color argento da far rabbrividire e soprattutto vergognare. Ma eravamo piccoli e San Silvestro era la notte senza coprifuoco e anche se non ti divertivi – e io non mi sono mai divertita infatti – andava bene lo stesso. Ma vuoi vedere che certe serate infelici dell’adolescenza scrivono il loro segno negativo sul resto della vita di una persona? E allora io, arrivata al 2020, donna e libera da condizionamenti mi faccio piccola ma sorridente davanti agli inviti, grazie mille davvero di volere proprio me, stupita anzi da alcune richieste inattese, proprio da chi non mi aspettavo mi invitasse e anzi insistesse con tanto entusiasmo, dimostrandosi visibilmente deluso dal mio convinto rifiuto. Stasera ho i miei programmi, ho il discorso di Mattarella che quello no che non posso perderlo e poi ho Downton Abbey da guardare, il film, quello che chiude una delle serie tv che più ho amato. A casa dei conti Crawly arrivano sua maestà Giorgio V con Queen Mary, i nonni di Elisabetta, la regina che in mille e piu mille anni di regno ha dovuto sopportare tutte le stupidate della sua disgraziata famiglia. E alla fine che buon anno sia.

Anche questo Natale…

Passata anche questa. Ma diciamolo, fa più paura l’ansia dell’arrivo stesso. Il giorno dopo, Natale è già una memoria fragile, di quelle che ti dici “sembrava un uragano che travolge e invece guarda qui, andato senza fare danni”. E poi da quando non sogno più il Natale perfetto è diventato anche più facile chiudere il bilancio in positivo: sono stati più belli i regali ricevuti – uno in particolare – di quelli fatti e molto più che importanti le persone sentite – una in particolare – di quelle nemmeno cercate. Insomma tutto bene e il 26 dicembre è già una boccata d’aria libera finalmente. Sono pure contenta, e sa il cielo perché, anche se tra pochi giorni compirò gli anni e pensa che gioia posso provare, anche se quello che sta arrivando è il periodo dell’anno in cui le giornate si allungano e in un battibaleno sarà di nuovo primavera e poi subito estate e io non ne ho mai voglia, e anche se la stronza di sm non smette di mordere, io sto bene. E non c’entra niente il Natale che se n’è andato senza fare danni e non è nemmeno vero che non so il perché, lo so fin troppo perché sto bene. Capita quando arrivano parole inattese che già sai rimarranno lì, buone buone e per sempre, da tirare su al momento giusto come una copertina che scalda al bisogno, pronte a venire fuori quando serve per ricordare che niente è stato inutile. Basta che ci sia stato. Per fortuna.

Domani è un altro giorno

Dovevo dire no, come faccio da tempo come con tutti gli altri inviti sul genere, quelli che partono da lontano, sintonizzati come sono sulle corde di un’altra me, quella che ha chiuso ogni contatto con ieri. Ho sempre rifiutato infatti, mi spogliano mi sono sempre detta, oggi sono altra cosa, fragile ma dura e ben fiera di non avere rimpianti  né colpe da dare. E poi ho troppo da difendere continuavo: un nuovo prezioso io da mettere al sicuro. Stavolta però ho detto si e ora mi ritrovo squarciata nel profondo, insultandomi per non aver capito nulla, per aver accettato con troppa  leggerezza, io che sono la regina del controllo, della misura, e invece ora mi guardo attorno e non mi riconosco più perché dopo troppo tempo ho fatto i conti con una fottuta emozione che mi ha riscoperta un po’ più  sola. Ma sarò di nuovo in piedi in velocità come so fare da gran maestra quale sono, lo so, non doveva succedere ma ormai  è andata. Che posso farci adesso? Niente. Solo aspettare che passi il prima possibile e cosi sarà lo so bene. Facevo le parole crociate oggi pomeriggio e in tv è passato lo spot di Via col vento, lo fanno la sera di Natale, ho applaudito dalla gioia, è il mio film preferito, mia mamma era seduta accanto a me e mi ha baciata: sei bellissima, mi ha detto, riesci a trovare ogni ragione per essere felice.

Il passato è una ragazza che diventa donna

Dicembre, tempo di cene aziendali, cene di Natale, motivo valido per scambiarsi gli auguri tra colleghi, chissà se sinceri, ma alla fine chissene va bene così e quindi ricevuto l’invito si partecipa. Poche sere fa ci sono andata, una cena tutto sommato per pochi, quelli che si muovono negli stessi spazi di lavoro, che praticano meccanismi simili, non è escluso che nella mia azienda ce ne siano delle altre per coinvolgere gli altri settori e gli altri numerosi dipendenti. Sarebbe giusto. Conoscevo il nome del ristorante dove dovevo andare ma con capacità di orientamento infelici come le mie non ho avevo fatto subito i collegamenti necessari e quando sono entrata la sorpresa: lo stesso posto dove avevo fatto l’ultima cena di Natale con l’azienda per la quale lavoravo fino a due anni fa più o meno. Una vera ultima cena compresa di vittime e traditori con Giuda in prima fila. Un tavolo simile, non lo stesso ma orientato in un modo identico, con un numero di commensali più o meno uguale. Passato e presente che si incontrano e si stringono la mano, piacere io sono quello che eri e io quello che sei diventata. Tuo malgrado? Per sventura? Meno male? Per fortuna? Per gran parte della serata mi sono guardata intorno ricostruendo dettagli di ieri, ricordando le cose che non andavano, quei germogli che stavano fiorendo e che dovevano mettere in allerta perché proprio durante quella cena erano fin troppo evidenti. E nello stesso tempo non ho potuto non tirare fuori dalla memoria quelle risate, certi sguardi piena di intesa, occhi che luccicavano perché condividevano molto, e non solo il lavoro. Poi ho guardato il tavolo di oggi, la me più adulta, anche più segnata per la verità, quella che per scelta sta sulle sue e le basta, partecipa al brindisi di buon Natale e poi posa il bicchiere senza bere, si guarda intorno e vede il suo oggi, ma senza fare bilanci, confronti o paragoni. Certo è che se il prossimo anno la  cena di Natale si fa ancora non sarebbe una cattiva idea farla da un’altra parte .

A parlar di surgelati rincarati/3

No che non ho accettato. Perché sono una fiera rompipalle.

Gentile direzione,

ho letto con grande attenzione la vostra risposta alla mail che vi ho inviato nella quale lamentavo la pessima esperienza vissuta da cliente disabile nel punto vendita della mia città. Mi confermate che il vostro negozio è conforme e rispettoso delle vigenti norme in materia di superamento ed eliminazione delle barriere architettoniche nonché di sicurezza negli edifici aperti al pubblico ne prendo atto ma state spostando il significato delle mie parole su altro in un modo francamente ipocrita. Come lo è del resto il vostro modo di definirmi persona con particolari esigenze: no, cara direzione, voi con queste parole tentate di risolvere il problema rovesciando su di me le vostre manchevolezze più che evidenti. Non sono io infatti ad avere particolari esigenze è l’incapacità umana del vostro personale a rappresentare la grossa lacuna, almeno del negozio dove sono andata io. E qui si arriva al nodo centrale: quel giorno, alle ore 11.20 circa, c’erano in servizio almeno tre addette alla vendita che mi hanno trattata con sufficienza al punto da prendersi gioco delle mie legittime richieste, alzando i toni con fare arrogante arrivando alla fine ad offendermi davanti ad altri clienti. Queste sono le barriere architettoniche che dovete abbattere e il compito spetta solo a voi, con un’adeguata formazione al personale e quando serve anche con severi ammonimenti. La qualità di cui vi vantate nei vostri claim passa anche da qui. Accetto le vostre scuse ovviamente, mentre rifiuto il buono che mi proponete e vi assicuro che qualunque cifra non sarebbe stata sufficiente a controbilanciare l’umiliazione subita.

 

A parlar di surgelati rincarati/2

Un’attesa febbrile, come quando alle medie aspettavi la risposta del compagno di banco al quale avevi scritto un fiume in piena di parole d’amore, una letterina stupidina e piena di cuori con cui ti dichiaravi e augurandoti che ti volesse in moglie per l’eternità e dieci figli, ma anche di più se voleva. Ecco alla fine la direzione del supermercato a cui ho scritto, senza nessun cuore, anzi una buona dose di veleno e rabbia, pura incazzatura sarebbe meglio dire, mi ha risposto. Gentile signora, mi ha detto, siamo in regola con le norme in materia di superamento ed eliminazione delle barriere architettoniche però il nostro personale in occasione del suo ingresso potrebbe non essersi comportato in modo corretto considerando le sue particolari esigenze. Strana questa cosa ha continuato dato che la politica aziendale della nostra società è sempre orientata all’attenzione e alla soddisfazione del cliente nel limite del possibile e della ragionevolezza. Ma nel caso  sia successo qualcosa che l’ha offesa offriamo un buono spesa di € 20,00 da utilizzare presso il nostro punto vendita. Per rimanere alle medie faccio un breve riassunto: colpa mia. Non ho capito una minchia perché loro sono in regola con le normative e bla bla, ho esigenze particolari e quindi giù la testa e poche pretese, tutto possono fare mai io non ho avuto ragionevolezza di sorta ma siccome la prof e buona ciapa qua 20,00 euro e silenzio per favore.

Sono sulle spine, non so che fare, accetto 20.00 o riscrivo una nuova letterina come una vera rompipalle?

A parlar di surgelati rincarati/1

Cose che capitano. Che mi innervosiscono a mille ma che non lascio cadere. Sono andata a fare la spesa in un piccolo supermercato della mia città, di relativa recente apertura, nel quale comunque io non ero mai stata. Cronologia di una mancata spesa. Entrata dalla porta automatica, la mia carrozzina fa scattare il sensore di allarme, roba nota. Attiro l’attenzione della cassiera seduta davanti a me che però non alza la testa dal suo lavoro. Mi dirigo lo stesso verso i tornelli di ingresso, rischio di incastrarmi, la mia sar modello slim non passa. Tento di nuovo di richiamare l’attenzione, a vuoto. Riesco ad entrare abbassando la testa per passare attraverso il cancello dei carrelli per la spesa, piccolo dettaglio le barre di plastica mi sbattono sul viso. Fermo l’addetta alla frutta e verdura, è lì a pochi passi da me. Spiego la gravità di quanto sta succedendo, con tono arrogante e saccente mi dice che io avrei dovuto avvisare e che i tornelli mi sarebbero stati aperti manualmente. Dico che ora voglio solo uscire. Con più fastidio di prima dice che per questo c’è un passaggio dalla cassa disabili. Fermo una nuova addetta, meno seccata dalla mia richiesta – ma non del tutto serena in ogni caso – mi accompagna alla tanto celebrata cassa-disabili occupata però da un cliente impegnato a pagare la sua spesa, con carrello strapieno, passeggino davanti a sé con bimbo a bordo ma che molto gentilmente accetta di spostarsi. A quel punto esco, passo davanti alla cassiera che solo in quel momento si accorge di me salutandomi. Non rispondo, lei urla davanti a tutti che sono una maleducata.

Cara direzione, questa maleducata, ahilei, di disabile, pretende di conoscere quanto prima le ragioni per cui il vostro negozio non rispetta le regole contro le barriere architettoniche che tutelano la sicurezza e la comprensione verso i bisogni di minima dei vostri clienti.

Questa sarà la prima parte di uno scambio epistolare che non finirà a breve.