Ieri ho fatto una scoperta e subito dopo mi sono fatta una gran risata, pensa te, ecco qui un nuovo vantaggio mi sono detta. Ero in giro per shopping, mi serviva una cosa in particolare, proprio quella, non altro, ma andava scelta, provata, verificata con attenzione. E dopo mille giri, altrettante parole, un numero smisurato di richieste precise quasi mai assecondate con la stessa meticolosità, affrontando per giunta la noiosissima ressa di un sabato simil-festivo, ho trovato ciò che faceva per me. Ho pagato e me ne sono andata. E uscendo le barriere elettriche antitaccheggio hanno suonato, dalla cassa mi hanno sorriso indicandomi di passare senza muovere un dito contro di me, ero pulita secondo loro, figuriamoci se non lo ero, lo stesso suono c’era stato anche all’entrata quando aveva provocato le stesse reazioni, avanti, avanti, prego si accomodi, sia mai. Non ero stata io far suonare l’antitaccheggio, la mia sedia invece sì, nessuna ragione per muovere un passo contro di me secondo loro. E ridendo ho fatto una secondo prova, stesso percorso: entrata in un negozio, scelto con cura, uno di quei multi store pieni di pretese ma poca ciccia, in cui le commesse assumono con il cliente l’insopportabile tono cosa-entri-qui-che-sei-un-pezzente, e l’antitaccheggio ha suonato, stesso repertorio di sorrisi per sottolineare il benvenuto nei miei confronti. Ho fatto un giro tra gli scaffali, ho pure provato una giacca, bella e carissima va da sé, che ho appeso nuovamente alla sua rella, sono passata inosservata tra tutta la gente e poi sono uscita e l’antitaccheggio ha suonato ma dalla cassa mi hanno detto, sorridendo, che potevo uscire senza nessun problema. Riassumendo posso andare per negozi senza impazzire per trovare parcheggio perché io ho il diritto di occupare i posti migliori, quelli che sono lì, proprio davanti all’ingresso, e poi, e poi… ma no che lo farò, anche se tutta la carità pelosa che c’è in giro mi mette in testa molti pensieri, così anche solo per poter dire: guarda che io sono davvero come tutti gli altri, anche nel male. Anche perché quella giacca era proprio bella.
E non avrò paura se non sarò bella come dici tu
Ieri parlavo con una collega, quattro parole al volo, siamo talmente in tanti che non è facile legare con tutti anche perché gli ambiti professionali nei quali ciascuno di noi si muove sono così diversi che ci si vede tutto sommato molto poco. Ecco, vado a simpatie, questione di sguardi che con alcuni sono di maggiore intesa con altri meno, diciamo che con lei quel certo clic è scattato, almeno per me. Mi chiedeva come andava, dicevo bene, si dimostrava contenta, pensava che quello spazio lavorativo fosse perfetto per me come per lei del resto. Ho annuito senza capire davvero dove volesse andare a parare e lei, forse capendo i miei dubbi, ha aggiunto che era cicciona, il mondo del lavoro non è per i ciccioni ha concluso. Chiara, ferma e per niente ironica. Ma il mio sguardo deve essere rimasto interrogativo perché lei ha continuato ribadendo difficoltà oggettive e tutt’altro che banali che non riguardavano solo la pur importante ricerca di lavoro. Mi ha spalancato gli occhi anche su orizzonti nuovi legati alla vita di tutti i giorni parlando di camerini di negozi troppo piccoli per entrare, sedie di bar e ristoranti troppo strette per accomodarsi, poltroncine di teatri, cinema e palasport con braccioli troppo alti per sedersi. Cicciona s’è definita la mia collega, senza nessun sarcasmo, con la lucidità di chi sa che se le parole esistono vanno usate. A me, che vengono i brividi quando sento parlare di disabilità come tutte le volte che devo fare i conti con quelle due fottute parole che corrispondono a sclerosi multipla, la sua schiettezza ha impressionato. Anche perché ho pensato che parlando di lei mai l’avrei definita tale, certo vedevo da sola che non era magra ma il punto è proprio questo: era importante definirla in qualche modo? Come cicciona poi? No. Per onestà? Buon senso? Educazione? O per incapacità a essere del tutto sincera. Proprio come faccio con me stessa del resto, pur riconoscendo che finché ho taciuto è stata più dura. Ma se la mia testa dura è abbastanza difficile da scalfirsi so almeno che da oggi quando entrerò in un locale, un bar, un ristorante, un cinema non guarderò solo la qualità prestata all’accessibilità ma anche altro, perché se è vero che ci sono le parole e vanno usate è pur vero che esistono anche tante necessità da non ignorare.
Lo so io il perché di questa lacrima
Ho firmato il nuovo contratto di lavoro. Rinnovato. Trasformato in tempo indeterminato. So molto bene per esperienze pregresse che può voler dire nulla, se salta la baracca salto io con lei. Ma questa firma mi dà tranquillità, ne ho bisogno, mi serve per un numero imprecisato di ragioni. L’anno scorso a questo periodo ero tirata e irrequieta, dopo un’estate che mi ero concessa per allontanare pensieri troppo pesanti per essere affrontati tutti insieme – il licenziamento prepotente e in totale malafede subìto, i soldi che mi stavano rubando senza vergogna, corse a destra e sinistra tra avvocati e inutili sindacati, la sm messa pericolosamente in seconda linea rispetto a tutto il resto – a settembre c’era da fare i conti con la realtà che coincideva con la voglia estrema di avere un lavoro, necessario più dell’aria, più dei soldi, più della salute stessa che solo da un nuovo impegno avrebbe potuto trarre giovamento. E così è cominciata la vera ricerca, un po’ a caso, con curricula inviati a mazzi e senza un senso preciso, facendo piuttosto leva sulla speranza di quel valore aggiunto che potevo vantare rispetto ad altri: l’iscrizione alle “categorie protette” elemento che fa saltare sulla sedia molti responsabili delle risorse umane per il vantaggio economico che rappresenta per un’azienda. Eppure un anno fa mi sembrava davvero troppo anche solo immagine che di lì a pochi mesi non solo avrei trovato lavoro ma che oggi avrei addirittura firmato un contratto a tempo indeterminato. Che lo ripeto può voler dire niente ma a me dà più pace, quella di cui ho necessità, fasciata come sono di ansie e preoccupazioni oltre ogni limite di ragionevolezza. Quello di cui ho bisogno io è successo, e se mi scappa una lacrima capitemi tutti.
Il morbillo e la cazzate tra di noi
Che amarezza mi ripeto. Rabbia? E chi lo sa, non mi do tempo per pensare, il rischio sarebbe stare davvero male e non me lo posso permettere. Sono cresciuta con un punto di riferimento fermo, una maniglia a cui appoggiarmi, una mano da tendere sempre nella stessa direzione a cui chiedere e a cui dare nella piena certezza che una fiducia di quel tipo non fosse mal spesa. Perché quando certe amicizie nascono e sei molto giovane e senti tutta la loro sincerità attaccarsi sulla pelle, sono roba tua, e se gli anni che passano non ti smentiscono sei fiera del bottino portato a casa, con coraggio, con fatica, con impegno ma soprattutto con gioia. Anche perché ti fanno imparare cosa cerchi nell’amicizia e che c’è spazio anche per altre persone, nessuno si senta escluso, tu sai cosa vuoi, niente di meno del massimo che sei pronta a cercare, a pretendere e a dare, a questo sei abituata, ne conosci il valore e ben venga tutto quello che viene in più, è quello che vuoi del resto. Ma resta certo che quel primo rapporto ti ha insegnato il meglio che hai nella tua vita e lo vuoi proteggere con cura, malgrado il tempo che passa, i cambiamenti, gli incontri nuovi, gli sgarbi che la vita non ha risparmiato. È con quell’intimo punto di riferimento che come regola si discute tutto prima, poi arrivano gli altri, che ci sono, eccome se ci sono, ma noi siamo un’altra cosa e ve lo ripetete sempre, e nessuno sia geloso, siamo sono state brave, brave e fortunate a incontrarci, non può che essere speciale il nostro rapporto. Fino a che qualche cosa cambia, poco alla volta, senza saperlo e senza volerlo, credo, fino ad un limite che non è più trascurabile perché poco alla volta le strade hanno preso direzioni diverse, più lontane, sempre più lontane, e certe cose da dire in modo naturale non lo sono più, senza una lite, senza un ragione, così. E ti senti ferma al palo, e non vuoi dare colpe, saranno anche tue, non lo sai, è entrato in gioco dell’altro, quando di preciso, in che modo maledizione e perché soprattutto non ha risposta. Hai altre amicizie costruite negli anni e nei sei felice, ma tra i tuoi pensieri si fa spesso largo l’immagine di quelle crepe che si sono inghiottite troppe cose, i mai detti, le mancate parole al tempo giusto, i come stai negati quando era necessario dirli e non è semplice pensare che va bene così. No che non va bene così, ma di parlarne non ne hai voglia tanto lo sai che dopo tanti anni il capitolo si è chiuso con una pagina un po’ pesante da voltare.
Carolina e le altre
Ho una passione per la spesa, sempre nello stesso posto di cui conosco ogni segreto, spazi e corridoi per portare a casa quello che mi serve in tempi abbastanza veloci senza dimenticare nulla. E ancora di più mi piace il catalogo dei premi destinati ai clienti più fedeli. È così ovunque, ti registri per ottenere uno sconto al momento di pagare, spesa dopo spesa accumuli punteggio che viene di volta in volta aggiornato sullo scontrino e quando vuoi passi all’incasso scegliendo il regalo che preferisci. Passo oltre sul fatto che così loro hanno tutti i tuoi dati e sanno cosa, quanto e quando consumi perché a me interessa lo stesso il catalogo e lo studio nel dettaglio. Del resto è facile fare affari con questo sistema perché investendo il punteggio ottenuto in sei mesi di spesa e aggiungendo solo 4,00 euro puoi riscuotere un set composto da due coltelli, due forchette e due cucchiai, ché se ti arrivano ospiti in più a cena non sfiguri, per quattro bicchieri oltre al tuo punteggio servono 6,00 euro, si sa che la sete è più difficile da arginare. È con questo meccanismo che io negli anni ho ceduto spazio all’idiozia accumulando tappetini sui quali sono regolarmente inciampata, copertine da divano troppo corte per rendere davvero indimenticabili certi pomeriggi invernali e scatole per alimenti di ogni forma, misura e colore che come ruolo principale hanno quello di cadermi addosso quando apro la dispensa. E poi arriva quest’anno e i premi sono sempre gli stessi, e il mio punteggio non è poi tanto alto, e gli euro da aggiungere sono aumentati, e io sono sempre più taccagna, e quando sto mollando l’osso l’occhio si posa lì, e coi punti ci sto e senza aggiungere un nichelino: abbonamento per due mesi ad un giornale di gossip. Ci penso su, io che la smeno tanto con le belle lettere mica posso svendermi così, però è estate, sono poche paginette da sfogliare in velocità, niente che possa intorbidirmi il cervello in fondo e lo faccio. Il mio nome associato all’abbonamento di un giornale di gossip. Ma ancora peggio, un giornale che ogni settimana occhieggia nella mia cassetta della posta in evidenza a tutto il vicinato. Persa la faccia. Risultato finale? Ripetere per un’intera estate che questi tempi non sono tempi ché ai miei il gossip era un’altra cosa e che senza le sorelle di Monaco e le cognate Windors, quelle originali, la bionda e la rossa, non c’è nessuna ragione per parlare di pettegolezzo. Grande sintomo di vecchiaia questo, il prossimo anno sceglierò i bicchieri.
Oltre il Papeete c’è di più
Sere fa sono andata ad ascoltare Massimo Cacciari, era qui, al paesello, presentava il suo ultimo libro e non potevo certo mancare. Mica per niente ma solo per il fatto che con lui io sono sempre d’accordo e poi perché mentre parla mi offre gli strumenti necessari per conoscere temi che fino a quel momento ignoravo offrendomi meccanismi capaci di rafforzare le assi del mio pensiero. Non si tratta di condizionamento o di dipendenza dal suo per me innegabile fascino, niente di più sbagliato, Cacciari è Cacciari, punto e a capo. Quindi l’altra sera sono andata, era ospite di una di quelle rassegne letterarie che d’estate si organizzano un po’ su tutte le piazze d’Italia, e mentre mi accomodavo in platea, abbastanza vicina per non essere disturbata e sufficientemente lontana perché Cacciari si accorgesse che non avevo il suo nuovo libro in mano e che quindi ero lì ma completamente impreparata, mi chiedevo quale fosse lo stato d’animo della conduttrice della serata che intravedevo dietro le quinte. Non era Lilli Gruber eppure non sembrava terrorizzata. Coraggiosa? Superba? Ingenua? Tutte e tre le cose forse. Ma ci ha pensato il professore che, salito sul palco, ha preso in mano il microfono e ha salvato tutti, lei e noi, ha parlato solo lui, del suo nuovo Saggio sull’Umanesimo che rovescia schemi noti, apre orizzonti inediti e offre risposte a quesiti mai fatti. A scuola l’Umanesimo ci veniva presentato come il movimento letterario che metteva al centro della riflessione l’uomo, Cacciari, invece, ne dà un’altra lettura, è l’uomo che da solo si mette al centro del pensiero, coprendo spazi oscuri, aggiungendo i guizzi della sua genialità su ambiti bui per illuminarli del bello che rassicura lo spirito. Ovvero l’opera d’arte. Quel dettaglio su cui posare gli occhi e che fa dire ce la si può fare, la melma che sembra sovrastarci è destinata a passare finché l’arte esiste. Non ha mai parlato di politica Cacciari, ha glissato con sapere ogni domanda sul tema, ma ha detto, eccome se ha detto.
Capitolo chiuso
Dopo oltre un anno posso dire che la mia vita è ufficialmente cambiata, che il mio passato non tornerà, quello col mio vecchio lavoro di sicuro: la società per cui lavoravo ha slacciato le cinture di ciò che restava della sua borsa e ha finito di pagarmi, mensilità sospese, Tfr pari a 15 anni di onorata (o meno dipende dalle opinioni) carriera. Io ho dovuto cedere su dettagli che mi spettavano di diritto ma che avrebbero messo a rischio tutto perché i termini per fare il botto personale erano legati alla certezza di far fare il botto a chi non mi pagava da almeno un anno. E ora cambia tutto, le telefonate con l’avvocato non saranno più così frequenti, il veleno e tutte le tensioni nemmeno raccontabili saranno messe da parte, e mentre i conti finalmente tornano e quel che era va al suo posto, alla fine, dopo un fiorire di battaglie vinte a metà, momenti di panico assoluto perché in troppe occasioni tutto quello che sembrava mettersi al meglio allo stesso tempo ricominciava a volare lontano, adesso è tempo di pace e tranquillità. O almeno dovrebbe, perché nello stesso momento in cui tutto si è chiuso, un magone leggero si è fatto vivo e tutti quei ricordi e quelle nostalgie a cui non ho dato nessuno spazio per i lunghissimi mesi dell’addio ad una vita, poco alla volta, eccoli qui, pensieri sparsi qua là, certi incontri, tutte quelle risate, i tempi, i modi, le cose viste, quelle imparate, le lacrime e gli errori, gli entusiasmi, la noia, gli abbracci e le sberle, e l’amicizia nata così perché doveva essere e che senza non si può proprio più fare. Non sono pochi 15 anni e ora che il capitolo è chiuso e si può guardare indietro senza sentire la pelle che brucia per i graffi ricevuti, è tempo per far salire ciò che stato, guardarlo negli occhi e dire meno male che quel tempo c’è stato.
Tua sorella? Anche no
Ciao cara. Grazie tesoro. Prego stella. Così a caso, senza che tra le due parti ci sia un rapporto non dico affettivo ma almeno di vaga conoscenza. Cara? Tua sorella forse, io no, lo penso all’istante quando qualcuno mi si rivolge così, e la mia testa si gira dall’altra parte e a spostarsi verso l’interlocutore è solo lo sguardo, obliquo e sufficientemente gelido per chiudere ogni conversazione. Mi odio da sola quando faccio così e mi sto molto antipatica e poi mi sento pure in colpa, ma se io e te non abbiamo condiviso nulla, se non abbiamo riso per ore come due cretini, se non abbiamo pianto insieme perché ci andava di farlo proprio perché eravamo noi due, se niente ci lega e se non sei nemmeno inglese, elegante e finto come solo gli inglesi, il tuo cara per me è puro fastidio. Ma tanto non lo capirai, perché sei certamente uno di quelli che si è dimenticato cosa significhi dare del lei, quella forma che mantiene alta una barriera che è un po’ sociale, un po’ anagrafica e di certo rispettosa per rivolgersi al mondo che sta attorno. E qui, se serviva, si vede ancora di più che non sei inglese, la sua lingua è forse meno complessa della nostra, ma le formule adeguate per rivolgersi a un Duca, tanto per dire, le ha eccome.
Quel libro sul comodino
Proprio l’altro giorno ho sentito un “leggo molto, ho sempre un libro sopra il comodino”, pronunciato con una certa ostentazione, alzando almeno di un tono una voce di per sé già abbastanza sgraziata. Ero presente, il commento non era rivolto direttamente a me ma c’ero, l’educazione avrebbe previsto anche un mio contributo a questa breve conversazione, invece ho taciuto, non ho nemmeno simulato interesse aggiungerei, per me tutto si concludeva lì, davanti ad un comodino con un libro sopra. Mi sono messa in disparte piuttosto, ché da dire c’era solo un dipende molto dal libro che c’è sul comodino. Meglio non aprire un inutile dibattito però, quella significativa difficoltà che ho notato di far uscire dalla bocca qualcosa di più complesso di una frase composta da “soggetto-verbo-complemento oggetto” m’era già bastata per capire meglio la qualità di quelle letture. Ho un’amica che definire lettrice forte è davvero poco e che non fa mai affermazioni sul genere, legge e basta, per abitudine quotidiana, per piacere, per autentica incapacità di non farlo. E quando parla si sente che mastica il linguaggio alto della letteratura, senza doverlo dimostrare con certe affermazioni ridicole. Se le chiedi un’opinione su un libro risponde felice di farlo, se le è piaciuto corri a casa e te lo ordini, se lei lo boccia lo elimini dalla tua lista dei prossimi acquisti, se non lo ha letto te lo dice senza veli, con un po’ di rammarico piuttosto, ma comunque senza nascondersi. In anni di amicizia mai l’ho sentita dire io leggo molto. Il comodino è davvero un’altra storia.
Lo vedi quello? È mio figlio
Allora, che ho cambiato lavoro da poco l’ho detto, pure che ho un sacco di colleghi nuovi se è per questo, che i meccanismi quotidiani sono diventati cosa abbastanza nota anche, poi ci sono tanti aspetti ancora taciuti questo è vero, ma senza cattiveria è che proprio non mi interessano. Sono quelli legati alla vita di gruppo in un ambiente di lavoro, quegli strani intrecci in continuo movimento che generano simpatie e insofferenze, amicizie vere o più spesso di comodo, gesti di solidarietà ma anche sgambetti col sorriso, tutta roba che in passato ho già visto e che, fatte salve poche preziose tracce, mi hanno lasciato in mano un po’ troppe delusioni e molto amaro in bocca. Ora si gira pagina mi sono detta entrando per la prima volta dentro questa nuova porta, con la precisa intenzione di non creare legami; infatti vado più o meno d’accordo con tutti, mi stanno più o meno simpatici tutti, stimo più o meno tutti, ma la storia finisce qui, senza coinvolgimenti di sorta. Poi c’è la questione sedia a rotelle che io vivo benissimo ma che mi accorgo essere un piccolo muro per gli altri: se ho bisogno io chiedo senza remore, nei modi sanciti dall’educazione ovvio, quelli del per cortesia – grazie – prego – tornerò, ma se non ho bisogno io sono ben lieta di arrangiarmi, invece vedo molto imbarazzo negli occhi di chi mi circonda, quando mi muovo è tutto un corrermi addosso per aprirmi porte, per spostare ostacoli inesistenti, per porgermi oggetti del tutto alla mia portata e via sul tema. Mica mi arrabbio, come potrei, ovvio che ringrazio, ma io ho davvero un senso della misura molto sviluppato, a chi mi chiede con occhi compassionevoli come sto io rispondo bene, e non mento, io sto bene, punto e a capo. Spesso non basta, lascio correre, un po’ capisco, vorrei altro certo, ma mi adeguo, mi metto dentro i panni degli altri e non apro discussioni. Ma c’è anche un giovane collega che mi ha stupita e del tutto conquistata, perché poco alla volta, non certo da subito, quasi ci avesse prima pensato, ha cominciato a buttare giù quel famoso muro cominciando a prendere in giro la mia sedia a rotelle, afferrando la prima occasione utile per mettere in scena un siparietto sarcastico per ridere di lei insieme a me. Poteva andargli male, potevo arrabbiarmi, che ne sa lui di me in fondo, non poteva nemmeno immaginare che l’ironia facesse parte del mio linguaggio, ma ci ha provato lo stesso e ha vinto, questo è il modo con cui volevo fosse superato valico e sono contenta l’abbia fatto lui. Che è pure molto carino, che fatti due conti potrebbe essere mio figlio e che se lo fosse ne sarei orgogliosa, perché ne avrei cresciuto uno di intelligente.