La giornata di una scrutatrice

Scendi dalla macchina e già li vedi. Mentre ti avvicini cominciano a sorriderti con il calore che neanche un vecchio amico, così, semplicemente perché devono, sono stati istruiti a farlo, ma anche no, in molti casi sembra un talento naturale il loro, sanno interpretare al meglio il ruolo del rappresentante di lista davanti al seggio elettorale. Ovviamente c’erano anche domenica quando sono andata a votare, anche se mi sono sembrati meno impomatati del solito, le Europee forse valgono per quel che valgono in termini di partecipazione emotiva, o magari perché qui dove vivo, il ridente Nordest, l’esito di queste elezioni era molto più che scontato, che vuoi farci. Meno coinvolti ma sempre molto sorridenti, con la loro bella patacca distintiva attaccata al bavero della giacca, oppure con il cordino al collo per quelli più informali, perché si distingua molto bene il loro incarico e la loro posizione sociale, quella di mezzacalzetta della politica, di mezzadro del potere, senza carica e senza nessuna possibilità di guadagnarne. Ma sembrano felici così, conoscono i piani alti, quelli della città dove vivono almeno, nella rubrica del loro telefono hanno tutti i numeri di quelli che contano e che alla bisogna li chiamano per farli andare di qua o là quando serve sbrigare quelle piccole incombenze che nessuno a parte loro ha piacere di fare. Anni fa ho fatto la scrutatrice per le comunali del mio paese e quei bei sorrisi li ho visti trasformarsi in ringhiate aggressive quando s’è smesso di votare e si sono aperte le urne, a pensarci adesso mi viene solo  da ridere ma all’epoca, più giovane e meno esperta del mondo, mi avevano anche un po’ spaventata. Ricordo le grida del presidente di seggio che li allontanava in malo modo mentre loro lamentavano l’impossibilità di controllare tutte le schede per verificare che venisse rispettata la correttezza del loro punto di vista, tutti contestavano tutto, segni, nomi, dettagli. A spoglio terminato, tra vincitori e vinti, hanno preso in mano il telefono per comunicare il risultato, a chi non so, forse proprio al candidato sindaco a cui davano con soddisfazione del tu. Cosa sia successo di loro dopo quelle elezioni non so, ma nel tempo per lavoro m’è capitato di frequentare l’ambiente politico e ho visto molti personaggi nati come vassalli dei potenti rimanere tali, riconoscibili da lontano, con il telefono sempre in mano, pronti a rispondere di scatto al numero giusto ma che quando a chiamare erano loro dall’altra parte nessuno rispondeva. È per questo che ogni volta che vado a votare mi verrebbe da dire loro che quell’intera giornata che stanno regalando alla causa rimarrà sempre e solo una giornata persa.

 

Tu che guardi ma non vedi

Ultimamente mi sembra che questo Paese sia travolto da storie famigliari spietate con un fiorire di bambini piccolissimi uccisi da mamme o papà crudeli che neanche la fantasia potrebbe arrivare a tanto, mariti che ammazzano senza pietà le consorti, mogli che non sono da meno, figli che per eredità quasi inesistenti massacrano i loro parenti nei modi più disumani. Ci passo abbastanza oltre quando le sento perché tendono a non interessarmi fino a che non vedo qualcosa che invece mi fa davvero arrabbiare, ma in genere non è il fatto in se stesso, piuttosto è come viene riportato dai media. Come quello della figlia che ha accoltellato il padre che tentava di strangolare sua mamma. La giovane donna ha ammesso ogni responsabilità fin da subito, la Procura dopo averla interrogata l’ha condannata agli arresti domiciliari anticipando che tra poche settimane il caso verrà archiviato. Chiuso qui, la giustizia non tornerà sulla questione. Ci pensa la televisione. Trasmissioni su trasmissioni dedicate a raccontare anche quello che non sanno, anzi preferibilmente questo, nel solito modo meschino, riportando con finta cura dettagli inesistenti. C’è una sola verità che non manca mai: la foto della ragazza. Mi fa arrabbiare tantissimo, salto sulla sedia con la circolazione a mille ogni volta che la vedo, ma possibile, mi chiedo, che a nessuno salti in mente che questa giovane donna ha in testa un universo che precipita e che vorrebbe solo starsene nell’oblio di un silenzio che se vorrà sarà solo lei a rompere?

Fatto l’inganno, trovato l’alibi

Sono reduce da quattro giorni consecutivi di lavoro che mi sono stati richiesti in via eccezionale per tamponare una situazione d’emergenza che s’è venuta a creare nel mio ufficio. Ma il dato importante è un altro: non sono a pezzi come avrei creduto qualche mese fa. Ho voluto un orario part time convinta che il mio stato di salute non mi consentisse molto di più, 20 ore la settimana mi sembravano il massimo cui potessi aspirare rinchiusa come sono dentro le spirali velenose della sclerosi che tra i suoi multipli sintomi mette in una posizione d’onore proprio la stanchezza. E invece sono sopravvissuta in modo tutto sommato apprezzabile per resa e controllo della fatica, per questo e mi verrebbe da fare, a Sua Maestà la stronza che regola la mia vita, un bel gesto dell’ombrello e invece me ne sto qui buona buona e con la testa bassa assaporando questo piacere senza fare troppo la spavalda, perché la conosco e so che tutto quello che concede spesso lo toglie senza troppi scrupoli. Però, perché c’è un però, mi sono messa alla prova e ho visto che  i ritmi di un tempo, che mi sembravano puro sogno, potrebbero non essere dimenticati. Certo raggiunti no, perché otto ore al giorno, per cinque giorni la settimana, con la pressione continua di scadenze inderogabili su progetti che non mi soddisfacevano più di tanto, proprio non ci penso a farli. Ma qualcosa in più rispetto a 20 ore settimanali so che sarei in grado di sostenerle e saperlo mi rende molto felice perché mi insegna che devo smetterla di nascondermi sotto quella che ho fatto diventare la calda protezione di Sua Maestà, che sì è potente, che sì è una vera stronza ma è la stessa a cui io ho dato grande spazio perché spesso mi ha fatto e fa comodo. Anni fa ho letto un bellissimo romanzo di Walter Siti – come se ne avesse scritto qualcuno di brutto poi – dove dà alla sclerosi multipla una definizione che non posso che condividere perché la appaia alla pigrizia. Tra le poche cose che si sanno di lei c’è la certezza che sia il sistema immunitario il grande indiziato, creato per difendere si scopre invece che diventa un nemico perché si rivolta contro se stesso fino a impedire il movimento, non corrompe le capacità ma lavora per ostacolare l’azione. Cosa se non la pigrizia corrisponde a questa definizione? Uno stramaledetto elemento interno che soffoca le proprie migliori intenzioni. Fatta salva la genialità letteraria di Siti, mi metto in primo piano come regina tra le pigre, la stupidissima che ha trovato nella sua peggior nemica un alibi perfetto. La odio dal profondo eppure sono accovacciata da anni sotto la sua sottana scoprendo però che appena me ne esco qualcosa in più di quello che credo di poter fare mi è consentito, eccome. Che non si sappia troppo in giro, per carità, potrebbe arrivare qualcuno pronto a detronizzarmi e lì mi toccherebbe uscire dal mio guscio protetto e caldo. Sia mai.

Ti ho mai parlato di Claudio?

E alla fine è successo. Lo schermo del mio telefono si è acceso ed è comparso un nome che mancava da anni. Sorpresa? Forse no. Perché certe persone sono questo, se ne restano lì buone buone a lungo, in silenzio, e tu lo stesso, tra voi c’è un patto condiviso di reciproco distacco, tanto lo sapete che è resistente il filo che vi lega e non c’entra proprio niente quella storia del mondo che sa chi eravate e che potreste ritornare, è piuttosto una roba che somiglia al fatto che siete stati tanto e che sopra tutto quel passato non stenderete mai nessun velo nero. Tanto ci pensa la vita, si muove e fa venire più voglia di sentirsi, quel bisogno di essere più presenti l’uno per l’altra tanto da andare oltre a quell’abitudine fossilizzata di sentirsi solo nelle date canoniche con wapp pieni di affetto ma anche di rispetto per il presente di entrambi. Ma quando si apre il flusso dei contatti si porta dietro altro, come un invito, un semplice caffè mica altro, figuriamoci che danni può provocare, oltre a far battere di più il cuore in un modo che ben ricordi comunque. Perché voi due siete i protagonisti e gli interpreti di un disegno che non avete capito quando c’era bisogno di farlo, troppo bambini, egoisti e avari. E che oggi mi ha fatto dire no. Dall’ultima volta è passato troppo tempo, troppa vita, troppi segni, troppo passato, tanto presente. E quindi no. E mentre tutti ribadiscono – i poveri grami che negli anni si sono dovuti subire un racconto diventato epopea, tra il nostalgico e l’ironico – che dovevo accettare, io dicevo no. Consapevole del fatto che con altre condizioni, in un momento nuovo, dentro un oggi diverso accettare sarebbe stata l’unica cosa che avrei davvero voluto fare.

Sorridi tu che sorrido anche io

Lancia in resta ora si parte e si fa la guerra. Premessa, circa un mese fa m’è toccato fare gli esami del sangue, cosa che odio fra l’altro, perché sono una vecchia piagnona, timorosa di tutto, ma dei prelievi un po’ di più. Ma questo è un altro discorso. Da qualche tempo ormai tutti gli ospedali si sono dotati di impianti regola code con un doppio sistema introdotto per garantire un accesso prioritario alle categorie più deboli, tra cui i disabili. Non è tanto che strappo con leggerezza questo tagliando, per anni pur avendone diritto sono passata oltre con una certa fierezza – disabile? fottiti -, poi con una scusa qualunque ho cominciato a cedere, fino ad oggi in cui lo faccio come chi sa di fare la cosa giusta. Un mese fa, mio malgrado, ho dovuto fare gli esami e sono andata al centro prelievi del mio paese. 7.30 del mattino, strappo il mio tagliando, mi metto silenziosamente in coda e osservo. E ascolto. La voce computerizzata che chiama i codici e le cifre poste sui i tagliandi che tutti noi utenti abbiamo in mano procede molto lentamente. E in modo strano. Il mio turno viene spesso superato dai codici che non segnalano diritto di priorità. Termino le fasi dell’accettazione alle 7.58. Mezz’ora di attesa. Procedo verso l’ambulatorio del centro prelievi. Sono di nuovo in coda Che sarà lunga. Termino alle 8.39. Più di un’ora. Torno a casa e scrivo una mail al Direttore Sanitario della mia Asl. Con toni urbani e civili segnalo un problema, informo, e senza polemiche, che forse il sistema di accesso prioritario, che dovrebbe tutelare le categorie più deboli, in modo evidente non funziona. Dopo un mese ricevo una risposta. Con toni poco accomodanti e disposti al dialogo mi si fa capire che sono state controllate le informazioni che io ho fornito, gli orari che io ho riportato sono perfettamente allineati ai loro, ma c’è un dettaglio un più, quella mattina per sottoporsi al prelievo si erano presentate ben 98 persone. Il sotto testo è presto detto: che pretese ho. Quindi, fatemi capire, l’attenzione per il mondo della disabilità va benissimo se serve per andare sui giornali con grandi sorrisi nelle foto da prima pagina ma quando si tratta di fornire servizi di base che funzionino si liquida il tutto con una mail che non dà uno straccio di risposta alla questione? Ecco, caro Direttore Sanitario della mia Asl ora leggerà la mia nuova mail, che sarà meno urbana e meno civile della prima, che pretenderà risposte ai miei quesiti meno fanfarone e inutili delle precedenti perché lo sappia i bei sorrisi li so fare anche io.

Poco paziente come paziente

Ho fatto la visita di controllo l’altro giorno. Con un entusiasmo pari a zero, con una voglia ridotta a niente, con la metà degli esami che mi avevano richiesto, con la stessa faccia di uno studente delle medie che affronta l’interrogazione di matematica, annoiata e stanca, senza preoccupazioni, perché tanto chissenefrega. Ho atteso tre quarti d’ora prima del mio turno, capita spesso, le visite specialistiche sanno essere lunghe, il paziente ha tante domande da fare e il medico non vuole trascurare nemmeno le piccolezze, almeno nel centro dove vado io, che si occupa solo di sclerosi multipla, va così. Tranne l’altro giorno, dentro l’ambulatorio c’era una dottoressa che non avevo mai visto, una biondina tutta boccoli, che entrava e usciva senza dare spiegazioni, con un tono non richiesto come se le sorti del mondo fossero tutte sulle sue spalle, sbuffava la tizia, cosa fosse successo lo sapeva solo lei. Poi alla fine tocca a me, entro, non credo mi abbia salutato, sai che sgarbo mi stai facendo biondina, nessuno proprio, penso tra me e me. Consegno gli esami fatti, si lamenta, quelli del sangue non le piacciono, ma solo perché i valori sballati non sono segnalati con gli asterischi, le tocca guardarli tutti mi dice – ué cocca, mi dico- è il tuo lavoro. Le do la risonanza magnetica, ‘stavolta contesta ché la faccio troppo spesso, una volta all’anno – la incalzo – devo farne meno? Tace, ha capito di aver detto una cavolata. La guardo mentre aggiorna la mia cartella clinica sul computer, manicure perfetta noto, mi fa una serie di domande usando termini scientifici che non capisco – ok ciccia, penso – sono dentro questa barca da vent’anni, ma la laurea in medicina guadagnata per meriti sul campo ancora non me l’hanno data, ti sfugge questo dettaglio? Poi comincia la visita. E termina subito. Lo conosco il protocollo – stronzetta -, io non ho una laurea e tu sì, questo è vero, ma se salti i passaggi di base me ne accorgo eccome, vuoi spazzarmi fuori in velocità per continuare a limitarti le unghie? Cara la mia gallinella bionda, tu devi solo augurati di non incontrarmi più sulla tua strada, stavolta credevo fossi preparata, professionale e attenta come tutte le tue colleghe e i tuoi colleghi incontrati fino a qui, e quindi sono stata una paziente accomodante e ragionevole, ma la prossima volta, se ti becco, so come sei e credimi tu imparerai a conoscere me. Che se voglio so essere una rompipalle di proporzioni cubiche.

E mi tocca dire grazie alla mia peggior nemica

C’è una pubblicità che passa in tv che faccio fatica a seguire, mi fa salire il magone, se ho il telecomando a portata di mano giro canale. Bambini affetti da malattie rare, genitori che con un filo di voce chiedono sostegno per aiutare la ricerca che è bloccata, pochi casi significa assenza di rientro economico, soldi insufficienti a giustificare l’investimento. Da malata lo dico sempre e senza timore di essere contraddetta: le rogne sono democratiche, cadono in testa a tutti, in un modo o nell’altro, alcune sono visibili casini, altre sono meno evidenti ma per chi ci deve fare i conti restano casini, di qualunque natura siano. Alcune però lo sono di più di altre e le malattie rare, che spesso capitano proprio ai bambini perché è su di loro che si concentra almeno la capacità di diagnosi, sono in cima alla lista. La sclerosi multipla è una rogna e pure bella grossa, ma è ricca, benestante, vantaggiosa, produce denaro, non per chi se la trova in groppa ma per chi per professione la sceglie come nemica da vincere. Non è rara, questa stronza, è popolare e diffusa, in tanti anni di onorata carriera con lei, mai mi è capitato che qualcuno, venuto a sapere cosa avevo, non mi dicesse che anche una zia, un cugino alla lontana, un famigliare di III grado, un vicino di pianerottolo non ce l’avesse. Nessuno mentiva. Siamo in tanti. Attenzione a quello che sto per dire. È una fortuna. Siamo un pozzo senza fine di denaro. Cinica? Quando mi fu diagnosticata ero ricoverata in ospedale, dopo aver fatto un po’ di boli di cortisone, il suo esordio si placò e, dicendomi di tenere d’occhio il mio corpo per segnalare eventuali cambiamenti, mi dimisero. Tutto qui, senza prescrivermi nessuna terapia che almeno tentasse di contrastare gli attacchi che certamente ci sarebbero stati, non c’era altro se non il fidato cortisone da fare solo in caso di conclamato danno. Dettaglio: non si trattava di un ospedaletto di provincia ma di un policlinico universitario, eppure mi dissero solo questo, alternative, vent’anni fa non c’erano, qualcosa che all’orizzonte di stava muovendo questo sì, ma di concreto ancora niente. Anno dopo anno la ricerca si è mossa e io da allora di cortisone ne ho fatto sempre meno, ma ho cominciato diverse terapie, non risolutive questo no perché la cura è ancora lontana da venire mi dicono, ma piccoli barlumi di fiducia invece sì. Quelli a cui oggi viene diagnosticata la sclerosi multipla vengono subito sottoposti ad una terapia, una delle quattro o cinque entrate a regime, il carico emotivo da ricevere ad una notizia del genere è ancora pesante certo, ma la speranza è più lucida, in attesa del giorno in cui la scienza centrerà l’obiettivo. Fortunati noi a cui è capitata la rogna giusta, se doveva succedere è andata bene. Meglio se non accadeva mi si dirà, vero, figuriamoci se non lo so, ma fosse stata una malattia rara l’assoluta certezza che nessuno stava lavorando per aprire un varco di luce verso il futuro avrebbe avuto un significato diverso. So tutto questo ma faccio lo stesso fatica a guardare fino in fondo quella pubblicità, spero di essere l’unica.

 

E domani chi lo sa

Oggi sono di buon umore, stranamente positiva, ho buone idee, vedo cose belle attorno e dentro me, mi sento soddisfatta. Meglio scriverlo mi sono detta, mi capita di rado. Non che sia una musona sempre triste, per carità, ma non mi succede spesso di vedere una bella giornata e sorridere. Sarà la primavera? Impossibile. Non mi piace. Sarebbe pure una bella stagione se non sparisse subito dando largo spazio all’estate, al caldo insopportabile, quando non all’afa che toglie respiro e forze. No, mi sa che questo senso di benessere è indipendente dalla stagione dell’anno e tanto so già che si risolverà in poche ore, non mi conoscessi. Dovrei approfittarne per fare qualcosa di bello insieme a qualche buon amico, in più in questi giorni non devo lavorare, niente di meglio per prendermi cura del mio tempo libero. Ma oggi pomeriggio ho un impegno già preso che non posso rimandare, anche se potessi però – e impegnandomi il modo per liberare qualche ora potrei trovarlo – deciderei di stare a casa, ho mille cose da fare abbandonate al loro destino. Domani sarei più libera in effetti, la mattina non proprio però e in più non sono certa dell’orario in cui potrei finire, meglio non prendere appuntamenti, mi secca sempre molto disdire all’ultimo, e poi devo considerare la mia malattia, non consente corse veloci da una parte all’altra, devo un po’ risparmiarmi. Venerdì? Il pomeriggio vado dalla parrucchiera, c’ho una selva di capelli bianchi da far scomparire che mi ruberà molto tempo, pazienza. Poi sarà sabato, la giornata perfetta, ma torno al lavoro, non posso farci nulla, l’ho desiderato tanto questo impegno che mica posso lamentarmi adesso. Poi chi può dirlo se questo senso di benessere e questa voglia di evadere dalla quotidianità sarà ancora roba mia fra qualche giorno. Mi sono riletta, m’è venuto da ridere, quanto sono brava a trovare giustificazioni per la mia pigrizia. Potrei scrivere un manuale: “I mille modi per trasformare la sclerosi multipla in un alibi perfetto”.

Ricordi quando vincevi Sanremo?

È tornato a casa, lo hanno sbattuto fuori senza troppe gentilezze per la precisione, ma almeno adesso avrà tempo per riprendersi dalla fatica, potrà mangiare con comodo quello che gli piace e occuparsi nuovamente delle sue cose. Riccardo Fogli, dico, che ieri sera hanno fatto fuori da una insignificante trasmissione tv, uno di quei reality insulsi che mette insieme una serie di personaggi che dicono di essere famosi anche se non li conosce nessuno. A parte lui, che almeno qualcosa nel mondo dello spettacolo, bella o brutta a seconda dei gusti, ha pur fatto, per questo mi sono chiesta cosa diavolo lo abbia spinto a buttarsi lì in mezzo, forse i soldi? Eppure da fuori viene da credere che con i diritti d’autore delle canzoni dei Pooh in cui c’è anche la sua voce potrebbe campare con ogni agio, in più ha vinto un Sanremo di tanti anni fa, nell’epoca in cui la musica se la volevi ascoltare dovevi pagarla e in più quella canzoncina la si ascolta ancora adesso, qualche rientro penso che lo porti ancora a casa. Ha pure avuto il colpo di fortuna che i Pooh, per celebrare i 50 anni di carriera, lo abbiano voluto ancora con loro, credo a denti stretti visto che lui negli anni ’70, da un giorno all’altro sentendosi il più bravo di tutti, non ha esitato ad abbandonarli mentre erano in tour. So tutto di lui? Da piccolina Riccardo Fogli mi piaceva un sacco, mentre le amichette ascoltavano Wild boys io mi concentravo su Storie di tutti i giorni, scelta discutibile? Al tempo non mi sembrava. Per questo l’occhio alla tv l’ho buttato spesso in questo ultimo periodo, per capire cosa combinava, e ogni volta finivo per ripetermi che attorno a sé il mio cantante preferito dell’infanzia non deve avere molte persone che gli vogliono bene per accettare di vederlo umiliarsi da solo. Perché prima di partire qualcuno che lo ama doveva dirglielo che a 70 anni, con una calvizie incipiente, la barba bianca, il fisico smunto, le spalle ricurve, sarebbe stato tutto il giorno in costume da bagno a litigarsi due pesciolini cotti male accanto a ventenni palestrati anche se miseramente depilati ma di sicuro poco disposti a portare rispetto. Caro Riccardo, hai fatto un errore di valutazione ad accettare, può capitare, ma un certo punto dovevi capirlo che era meglio fare un passo indietro e dire a alta voce che tornavi a casa, ricordando a tutti le care storie di tutti i giorni, vecchi discorsi sempre da fare. E in ogni caso, vecchi discorsi che è sempre meglio ribadire.

A volte i libri vanno rovinati

Ho comprato un manuale di scrittura. Uso della punteggiatura, quando ci va la minuscola o la maiuscola, corsivo e grassetto, concordanze, come comportarsi coi titoli, differenze tra lingua scritta e parlata, accenti gravi e acuti e via su questo tema, ricco, complesso e mai fermo. Una grammatica mi si potrebbe incalzare, no replicherei io, una bussola, per evitare di scrivere a caso, ché capita troppo spesso. Se lavorassi dove lavoravo fino a un anno fa, poco più poco meno, questo manuale sarebbe stato fisso sulla mia scrivania, già sgualcito dall’utilizzo, scrivevo per professione, era importante farlo bene. Poca attenzione provoca danni e figuracce, c’è sempre quello che ti legge e scrive la mail per farti le pulci e correggerti, ma dopo un piccolo momento di rabbia che ti fa dire senti qua questo saputo saputello incapace di farsi i fatti propri, ti fermi, ti informi e in cuor tuo ti tocca pure ringraziarlo per la lezione che ti ha dato. Ora scrivo per me, la regola di volerlo far bene è ancora valida ovviamente, il manuale sulla mia scrivania c’è ma non è troppo sgualcito, so che dovrei studiarlo per bene ma il punto è proprio questo, studiare. Ma quanto è duro farlo se non se ne è più abituati? Quanti meccanismi della mente bisogna rimettere in moto scoprendo che sono nascosti sotto, sotto arrugginiti e immobili? Lavorare conosce tempi e ritmi diversi che procedono in un altro modo, più regolari e di certo meno interessanti perché studiare apre orizzonti sempre nuovi che lì per lì possono pure sembrare inutili ma poi ci sarà tutto il tempo per scoprire che quelle giornate passate a stringere i denti sopra i libri si faranno rimpiangere per la forza che avevano. Una forza che nessun lavoro darà mai. Il manuale di scrittura che mi sono comprata di certo lo leggerò, ma so già che non lo sgualcirò per l’uso e, ripensandoci bene, non si sarebbe sgualcito nemmeno sulla scrivania del vecchio lavoro.