Tu non sai chi sono io

Mi avevano detto che sarebbe potuto succedere, anzi che sarebbe stato molto più che probabile succedesse. Non avevo sottovalutato l’informazione, diciamo che l’avevo messa in un ripostiglio nascosto perché quando si tratta di negare l’evidenza, dio mio, quanto so essere brava. Ma contro la realtà dei fatti c’è poco da fare, e infatti è accaduto: l’altra sera, impegnata senza successo a superare una salita minima con la mia sedia rotelle, sono caduta all’indietro, una rovesciata da ginnasta imbranata sopra una marciapiede di mattonelle spigolose, non so se è stato più il dolore o la paura. O la vergogna, o l’umiliazione di non avercela fatta ancora una volta, o l’orgoglio messo a nudo di nuovo. So solo che durante una notte in bianco senza pace perché la testa pulsava a mille con fitte inarrestabili ho pensato di tutto, alla resa in particolare, stavolta non mi voglio rialzare mi sono detta, stavolta che si fottano i tentativi di fare del mio meglio. Perché la paura è stata tanta, potevo farmi molto male, e l’altra sera, dopo tantissimo tempo ho pianto. Ma poi: clic. Come sempre scatta un clic. Sono io che faccio clic mentre penso che sono caduta ed era meglio se non succedeva certo, ma facendo un rapido bilancio oltre ad un bernoccolo grande come un’albicocca altro di grave non c’è, dolore sì e pure molto, passerà presto o tardi, c’è anche una paura smisurata ma voglio vedere chiunque al mio posto, però alla fine dei conti sono queste le regole del gioco dentro il quale sono capitata e io non sono tipo da tirarsi indietro per viltà. ‘Fanculo a te sclerosi multipla, mi hai tolto troppo per darti anche questa di soddisfazione.

La settimana enigmistica

C’è un giochino che va in onda la sera, poco prima di cena, in quella fascia oraria che le regole televisive chiamano pre-serale nata per condurre quanti più spettatori possibile a vedere il tg in onda sulla rete. Lo guardo perché certi aspetti mi interessano: un conduttore vecchio stampo, piacione e a tratti simpatico, un meccanismo sempre uguale a se stesso eppure coinvolgente, domande che per essere risolte richiedono una cultura da cruciverba, una scelta dei concorrenti da mettere in campo tutt’altro che casuale. C’è un campione posto al centro della scena e un buon numero di sfidanti attorno a lui che tentano di soffiargli il titolo ma anche la possibilità di vincere il montepremi finale che spesso si aggira su diverse decine di migliaia di euro. Tutti noi che siamo pubblico tendiamo ad affezionarci ai campioni più bravi, quelli che giorno dopo giorno riescono ad avere la meglio sui rivali e, anche se non sempre portano a casa la cifra finale messa in palio, ci basta avere la certezza che la sera dopo potremo vederli di nuovo per uno strano sistema di immedesimazione che si mette in atto. Le regole dell’auditel sono ben note agli autori televisivi che quindi periodicamente, perso un campione, ne fanno rispuntare dal mazzo uno nuovo che si fa amare allo stesso modo. In questo giorni in carica c’è un giovane ragazzo sui vent’anni, educato e di buone maniere, risponde a gran parte delle domande, anche quelle più impegnative, per questo viene presentato come fosse un colto intellettuale, lui sorride e arrossisce con la faccia di uno che vorrebbe correggere il conduttore spiegando che passa i suoi pomeriggi a risolvere i Bartezzaghi più difficili niente più di questo, ma non lo fa, devono averlo istruito in questo senso. Puntata dopo puntata si è già portato a casa un buon gruzzolo, è bravo, ha vent’anni e allora siamo tutti felici e si continua a tifare per lui. L’altra sera ha vinto 10mila euro ma non ha gioito, il pubblico in studio era quasi deluso, il conduttore ha urlato che anche se erano solo 10mila euro lui era ancora campione e avrebbe potuto fare meglio la sera dopo. 10mila euro per fare un cruciverba sono pochi? O magari sono sproporzionate le cifre messe in palio le altre volte? Le regole dell’auditel devono ammaliare per portare a casa il risultato questo lo so, ma mi chiedo se non si possa almeno contenere i toni, sintonizzarsi sulla realtà dei fatti per dare l’idea di sapere che 10mila euro portati a casa senza lavorare sono un vero bottino.

Bellezza, questo dovrebbe essere il giornalismo

 

Stavolta è successo. Stima per il lavoro dei giornalisti come non mi era mai capitato di provare. Tanto da farmi venire voglia di tirare fuori la mia tessera di appartenenza ad un ordine professionale che non mi è mai veramente servita mettendola finalmente a servizio di qualcosa di importante: raccontare la realtà per rendere le mie parole utili a qualcuno. Una prepotente ondata di maltempo ha devastato – e viste le previsioni forse non è ancora finita – una delle aree montane più belle al mondo, quella delle Dolomiti, provocando danni ambientali difficili da risolvere se non in molti decenni. C’è una tv veneta che da oltre una settimana è in campo raccontando in presa diretta cosa succede, inseguendo l’evolversi di una situazione in continuo cambiamento, che, minuto dopo minuto, potrebbe trasformarsi ma non certo migliorare. Un gruppo di giornalisti veneti sta lavorando con estrema competenza e perfetta conoscenza del territorio in cui si muove in una situazione impegnativa, sotto la pioggia, al vento, perdendo molte ore di sonno ma dando valore alla più autentica informazione, fornendo notizie di cronaca lontane da ogni sensazionalismo, rendendosi invece utile alle popolazioni coinvolte da questo disastro. Dimostrando l’importanza di una redazione ben diretta, ha presidiato tutte le zone venete coinvolte da questa ondata di maltempo: ha seguito l’eccezionale alta marea che ha travolto la preziosa Venezia, la città-palafitta, bellissima, unica e terribilmente fragile, le piene dei fiumi che con un continuo rischio esondazione hanno messo a rischio Verona, Vicenza, Bassano del Grappa, senza dimenticare le spiagge adriatiche nate sulle foci del Piave che ora non hanno quasi più sabbia. L’attenzione maggiore ora è rivolta sulle valli del bellunese, del Cadore, del feltrino, violentate da un tornando che ne ha trasformato volto, bellezza e aspetto. Per chi ama queste montagne è difficile rimanere indifferenti di fronte a un tale scempio soprattutto perché il tempo per rivederle com’erano è molto difficile anche solo da immaginare. Un buon lavoro giornalistico deve informare, senza cercare la notizia purchessia, rendendosi utile invece a chi è coinvolto direttamente nella sciagura che ha bisogno di sapere cosa aspettarsi, cosa fare ma anche cosa non fare. Da una settimana Antenna3 questo sta facendo, e pure molto bene.

Grecia, è bellissimo farsi conquistare da te

Se devo parlare di un libro per esprimere un’opinione quale che sia prima arrivo alla fine. Stavolta è diverso. Sto leggendo La lingua geniale di Andrea Marcolongo e il mio giudizio ha raggiunto vette molto alte fin da subito certa che non potrò essere tradita. Il tema è il greco antico, nove ragioni per amarlo, senza nasconderne le difficoltà, anzi esaltandone i problemi, quegli angoli oscuri di cui si riempie facendo impazzire di fatica e dolore chi si cimenta con la traduzione. Ho fatto il liceo classico e lo rifarei ancora, ancora e ancora, studiando di più piuttosto, studiando meglio questo sì, forse è per questo che quando ho preso in mano questo piccolo manuale attorno al mio cuore si è stretta una morsa feroce che ha portato a galla nostalgia, rimpianto, ricordi di più di qualche lacrima ma anche felicità. Perché nulla è stato più importante e formativo di quei cinque anni di liceo che hanno gettato le basi della persona che sono, nata su quei banchi, maneggiando libri che ho spesso odiato perché non facevano sconti di nessun tipo. Ma era un tale onore poter dire di fare il classico da farmi sopportare tutto, anche il fatto di capire sinceramente poco di quello che stavo traducendo. Il greco antico è una brutta bestia (non che il latino sia facile per carità), percorre strade che spesso finiscono nello stesso punto da cui sono partite e tu, che ti destreggi a fatica per quelle vie, ti trovi a chiedere una mappa un po’ più leggibile per venirne a capo anche se sai che sarà molto difficile che qualcosa o qualcuno te la offra. Questo manuale fa un po’ di luce, svela i segreti di una lingua magica in cui le regole sono ferree ma i singoli elementi variano in rapporto alla intenzioni di chi scrive. Per tradurre il greco antico – e per tradurlo bene ancora di più – è necessario studiarlo fino a sfinirsi, imparare a memoria tabelle noiosissime, cimentarsi con dizionari da mille pagine, con caratteri minuti che ai miei tempi non conoscevano grassetti e interlinea significativi, ma non di meno servono buoni insegnanti. Un dare per avere che aiuta gli studenti ma anche la scuola, i buoni risultati danno credibilità a tutti, a chi siede tra i banchi per imparare e a chi sulla cattedra per insegnare. Facendo un passo ancora più indietro: servono corsi di specializzazione per i professori, stimoli importanti per migliorare il loro mestiere, verifiche continue sulla loro preparazione, una riforma della scuola che li porti a investire il loro tempo anche d’estate e di conseguenza un adeguamento dei loro compensi rispetto al mercato del lavoro. Questo Paese ha bisogno della scuola e di un numero maggiore di studenti che conosca e bene il greco antico, la lingua da cui è nato il pensiero occidentale. Scusate se è poco.

Al di là del fiume tra gli alberi

Un incontro casuale, quattro chiacchiere sincere e poi sentirsi addosso una botta fortissima di emozioni diverse che partono da un ricordo fin troppo bello, la giovinezza. Ieri dopo anni ho rivisto il gran cerimoniere di un locale che ha scritto la storia della vita notturna nella mia città, il capo banda di un luogo che ha cresciuto almeno due, forse tre, generazioni di ragazze e ragazzi assicurando a ogni serata caratteri unici e irripetibili. È sottinteso dirlo di un momento della vita in cui il qui e ora non conosce ombre e il futuro è certezza che tutto verrà senza intoppi? Probabile. Ma se a guidare la magia dell’istante che stai vivendo c’è qualcuno che mette in campo la sua genialità per inventare qualcosa di nuovo prima degli altri, le prospettive addirittura migliorano. È stato così per anni nella mia città, se volevi un locale dove sentirti a casa, dove incontrare tutti, dove innamorati, dove bere, dove ascoltare musica sempre diversa, dove inseguire nuove idee, fare festa fino al mattino, sceglievi di andare dove c’era lui, che era lì per tutti, e se non c’era stava guardando l’orizzonte pensando alla prossima notte da costruire anche per te. Dopo oltre vent’anni ci siamo rivisti scoprendo di portarci addosso bagagli di vita diversi ma allo stesso modo pesanti. Io con la mia sclerosi multipla, lui con qualcosa d’altro, non ho voluto indagare ma ho capito che non si trattava di un raffreddore. Io ho visto la malinconia nel suo sguardo, forse lui ha visto la mia. Poche domande tra di noi ma numerose parole simili e condivise: orgoglio, vergogna, mancata accettazione e adesso cosa si fa. Io con un corpo trafitto, lui messo al tappeto proprio dalla sua creatività. Tutti quei progetti finiti chissà dove, tanto i suoi quanto i miei, perché la vita sa essere ben vigliacca quando vuole. Avrei voluto trovare le parole giuste per indicargli il modo di approdare ad una nuova riva per poi tendere la mano verso di lui chiedendogli il favore di portare anche me di là del fiume.

Toni bassi e sentimenti in alto

Domenica sera mi sono innamorata, così all’improvviso, senza aspettarmelo. Sapevo già chi fosse ma non avevo mai avuto modo di sentirlo parlare o forse non avevo mai avuto voglia di farlo, a volte capita. Ma domenica sera me lo sono trovata di fronte e qualcosa è cambiato, il mio scarso entusiasmo iniziale ha dovuto retrocedere di botto. Mentre parlava l’interesse cresceva, per quello che diceva, per il garbo con cui lo faceva, per le immagini che le sue parole evocavano. Ho voluto rivederlo, ieri sera l’ho fatto, ho acceso Rai Play sintonizzandomi sull’ultima puntata del programma di Fazio e ho riguardato l’intervista a Renzo Piano. Questa volta poche sorprese, sapevo già cosa avrebbe detto e che genere di portata avrebbero avuto le sue parole, soprattutto quando ha parlato di Genova, la sua città, poche settimane dopo la caduta del ponte Morandi. Lo ha fatto senza scendere nell’ovvio ma caricando i significati, un ponte non deve crollare, ha detto, deve essere costruito per durare millenni, ha concluso, poche chiacchiere, ora è il momento dei fatti. Ha poi continuato con un ritratto pieno d’amore per la sua città, a tinte calde ma anche sorprendenti, perché sembra più facile dire che Roma è bella, Firenze un gioiello, Venezia unica, ma Genova? Più piccola, defilata, meno famosa, sembra non meriti lo stesso riguardo delle altre città italiane. Renzo Piano ne ha dato, invece, una descrizione da togliere il fiato parlando della luce straordinaria del mare che arriva da Sud e si riflette rimbalzando sui monumenti, di un centro storico simile a una kasbah che racconta il suo passato, delle montagne che la cingono da Nord rendendola severa e timorosa della natura. E poi c’è la sua gente pudica e prudente nelle azioni, poco disposta a sprecare i sentimenti su cose inutili, che da sempre preferisce abbassare la voce per alzare lo sguardo. Difficile non alzare lo sguardo sentendo parlare Renzo Piano.

Il vero dono

In questi giorni sui social c’è in atto una sollevazione contro una tipa che ha definito un dono il cancro del quale si è ammalata. La tizia, che lavora in tv in una trasmissione che negli anni ha promosso le più ridicole terapie per curare malattie gravissime prendendo le distanze dalla medicina ufficiale, l’anno scorso si è ammalata di cancro e ora sta meglio dopo essersi sottoposta a una terapia chemioterapica. La sua storia l’ha raccontata in un libro ma anche in numerosi post comparsi sui principali social. Anche il fatto che per contrastare il cancro abbia scelto di affidarsi a una terapia scientificamente provata, al contrario di quanto indicato dalla trasmissione dove lavora che invece consiglia intrugli di cura a base di bicarbonato e limone, sarebbe una notizia degna di nota. Ma per ora ciò che è uscito con maggiore forza è che parla del suo cancro come di un dono. E qui i social si sono rivoltati in una unanime protesta che pare difficile non condividere, sono ancora purtroppo numerosi i casi in cui il cancro non incontra finali tanto gioiosi, sentirlo definire un dono stride troppo con la realtà dei fatti. Non ho letto il libro e non lo farò, ma una certa idea su questa infelice definizione me la sono data. Anche la mia sm è una malattia grave, ci convivo tutti i giorni e sono ovviamente ben lontana dal considerarla un dono, figuriamoci, ma so che con lei è fiorito anche un istinto che non avevo e che è sempre con me almeno quando serve. No, non è un dono perché ne farei volentieri a meno, e non è nemmeno coraggio, è una forza che prima non avevo e che nei momenti di maggiore bisogno non devo cercare, arriva e mi sostiene, trattiene le lacrime, la sfiducia, l’orgoglio e anche la vergogna. La tizia che ha definito il cancro un dono forse intendeva qualcosa di simile a questo e nel dirlo si è fatta trascinare dall’entusiasmo di una malattia messa all’angolo dalla scienza. Quale sarebbe il vero dono invece? L’aver capito che è la medicina a poter vincere il cancro mai il bicarbonato.

Eravamo quattro amiche al bar

“L’altra sera quando l’ho visto mi è scoppiato il cuore.” “Dove?” “Al Brillantina.” “Ah, sei tornata lì.” “Ma io non volevo, sono stati gli altri a insistere, io sarei andata da un’altra parte, ma loro dicevano che fa caldo, che è ancora estate e che al Brillantina sembra sempre di stare in vacanza.” “Questo è vero.”

Seduta sulla poltrona di una parrucchiera, con la posa del colore in testa, un bel po’ dei sempre-siano-lodati-giornaletti-di-gossip in mano, me ne sto silenziosa sperando che i miei capelli riprendano vita dopo tagli da dimenticare e tinte molto sfortunate. Accanto a me ci sono tre giovani donne, molto giovani va detto, che parlano: una è la cliente, l’altra le sta sistemando i capelli, la terza si sta occupando delle sue unghie. Dai loro discorsi capisco che c’è un cuore infranto di mezzo e una confessione a due amiche che danno consigli, chiedono, fanno supposizioni.  Dovrei continuare a farmi i fatti miei, penso, ma ormai ho cominciato ad ascoltare e la loro giovinezza è irresistibile.

“Era solo?” “Non lo so.” “In che senso non lo sai.” “No, vabbe’, ho visto i soliti e le solite che ultimamente si portano dietro, poi non saprei.” “Lui ti ha vista?” “Sì, mi ha anche salutata, da lontano, mi ha fatto un gran sorriso, molto dolce, ma io non sono andata là, se vuole viene lui.” “Brava, hai fatto bene”. “Ci mancherebbe”.

Insomma lui l’ha mollata e lei ci sta ancora male. Non è bello essere lasciati alla fine dell’estate. Non è bello mai per la verità. Ma almeno non hai tutto l’inverno da inventarti, magari da sola perché il resto degli amici è tutto in coppia.

“C’era anche la solita mora che gli girava attorno.” “Ma stai tranquilla le more non gli sono mai piaciute”. “Sì lo so, mi diceva che avevo capelli bellissimi e che a lui le more fanno schifo.” “Ha sempre avuto ragazze bionde infatti.” “Lei invece crede di piacergli e ci prova sempre, ma lui mi ha sempre detto che non sopporta quelle che lo provocano troppo e non gli lasciano spazio.” “Motivo in più per non andarlo a cercare.”

Accidenti, devo spostarmi, mi devono lavare i capelli, c’è il colore da togliere, vorrei chiedere alla mie compagne di poltrona di aspettarmi, di non aggiungere dettagli, ché la notte al Brillantina sembra molto interessante. Da lontano le vedo parlare chissà cosa stanno aggiungendo di nuovo. Quando torno alla mia poltrona mi chiedo cosa mi sono persa.

“Proprio così, e non solo non vado da lui ma non vado neanche più al Brillantina.” “Per fortuna che sabato chiude, anche io non vado più al Brillantina.” “Però è proprio bello”. “Questo è vero ma mi ricorda troppo lui, l’amore più grande della mia vita, me lo ha detto una sacco di volte anche lui.” “Ma non è ancora detto che sia finita.” “Lo penso anche io.”

E qui dovevo intervenire io e dire che di amori grandi, i più grandi della loro vita ne avrebbero vissuti a mazzi, che il tipo del Brillantina non sarebbe tornato e che la mora non gli faceva tanto schifo. Ma di fare la vecchia zia m’è passata la voglia quando ho ricordato quei lunghi pomeriggi con le mie amiche a parlare sempre delle stesse cose, a immaginare ritorni mai accaduti, a sviscerare tutti i probabili significati di un saluto senza mai davvero considerare che si potesse trattare solo di un saluto. E alla fine ho pensato che è davvero un peccato che il Brillantina sabato chiuda.

Quel disordine che tu hai lasciato nei miei fogli

Mica potevo ignorarlo il concerto che hanno trasmesso sabato sera in tv: Claudio Baglioni  dall’Arena di Verona dove ha celebrato 50 anni delle sue canzoni. Per poche cose l’avrei perso, anzi solo per una e per giunta sicuramente già raccontata da Baglioni. Perché le sue canzoni sono proprio questo per me, il disegno, semplice semplice, dei momenti maiuscoli della mia vita, istantanee aperte su attimi speciali illuminate come quando li ho vissuti. L’altra sera quando è salito sul palco ed è partita la prima nota il mio cuore ha smesso di battere, o forse andava all’impazzata, ma può anche essere che sanguinasse o magari ridesse felice travolto da tutti quei ricordi, da quegli istanti impagabili che ha fatto ritornare. Non serve stare qui a dire che le sue canzoni non raggiungono le vette inattaccabili di quelle di De Gregori e di Dalla o di De André, figuriamoci di Guccini, solo per citare i primi nomi che mi vengono in mente, che sono altra cosa lo si sa molto bene. Ma conta qualcosa se tutta quella vita che per una serata mi è caduta addosso è stato bellissimo cantarla insieme a Baglioni?

Tutti a bordo!

Domani dovrò fare la visita di controllo coi neurologi che seguono l’evolversi della mia sm. Il protocollo prevede una visita ogni sei mesi, facendo un conteggio di massima in vent’anni di onorata carriera a bordo di questo vascello ho fatto di sicuro 40 visite di questo tipo, poi ci sono stati gli extra in corrispondenza di emergenze dell’ultima ora, ricadute, cambi di terapia e altro sul genere. In bilancio credo di avere almeno 50 visite, una più una meno. Ogni volta è necessario presentarsi con un pacchetto di esami clinici di vario tipo per permettere ai medici di formulare un quadro quanto più completo della situazione del momento. Del tutto incapace a gestire le ansie, sempre preoccupata che l’esito sfavorevole degli esami dipendesse da me, pienamente convinta di essere la regista degli attacchi più spietati della sm, per molti, troppi, anni ho affrontato queste visite periodiche come se mi aspettasse una commissione universitaria presieduta dal Rettore pronto a cavillare su ogni cosa che non andava attribuendo le cause solo a me. Con il passare del tempo trascorso a bordo di questa imbarcazione sgangherata qualcosa è cambiato per fortuna, non che adesso segni sulla mia agenda queste date con leggerezza, restano sempre giornate che eviterei con grande cura, è sempre alta la voglia di mandare tutto all’aria e dire che per questo giro passo, ma siccome non si può, siccome dei medici ho bisogno, siccome dei farmaci pure e sono loro che me li danno, si fa, anche questa volta si fa, però con uno stato d’animo diverso. Ecco diciamo che questa volta, come anche la precedente e credo anche quella prima, mi presento un po’ impreparata all’appuntamento e senza troppi sensi di colpa. Non ho fatto tutti gli esami di controllo che dovevo fare. Me ne manca uno che farò la prossima settimana. Non ho prenotato in tempo e non ho fatto il giro di tutti gli ospedali della mia ASL per cercare un appuntamento in grado di garantirmi l’esito in tempo per la visita di domani, pazienza, mi sono detta, invierò il risultato via mail, siamo nel 2018 vivaddio. A bordo di questa barca io ci porto la mia sm, insomma, il resto dell’equipaggio ci metta del proprio, io i sensi di colpa li lascio a casa.