Dopo oltre un anno posso dire che la mia vita è ufficialmente cambiata, che il mio passato non tornerà, quello col mio vecchio lavoro di sicuro: la società per cui lavoravo ha slacciato le cinture di ciò che restava della sua borsa e ha finito di pagarmi, mensilità sospese, Tfr pari a 15 anni di onorata (o meno dipende dalle opinioni) carriera. Io ho dovuto cedere su dettagli che mi spettavano di diritto ma che avrebbero messo a rischio tutto perché i termini per fare il botto personale erano legati alla certezza di far fare il botto a chi non mi pagava da almeno un anno. E ora cambia tutto, le telefonate con l’avvocato non saranno più così frequenti, il veleno e tutte le tensioni nemmeno raccontabili saranno messe da parte, e mentre i conti finalmente tornano e quel che era va al suo posto, alla fine, dopo un fiorire di battaglie vinte a metà, momenti di panico assoluto perché in troppe occasioni tutto quello che sembrava mettersi al meglio allo stesso tempo ricominciava a volare lontano, adesso è tempo di pace e tranquillità. O almeno dovrebbe, perché nello stesso momento in cui tutto si è chiuso, un magone leggero si è fatto vivo e tutti quei ricordi e quelle nostalgie a cui non ho dato nessuno spazio per i lunghissimi mesi dell’addio ad una vita, poco alla volta, eccoli qui, pensieri sparsi qua là, certi incontri, tutte quelle risate, i tempi, i modi, le cose viste, quelle imparate, le lacrime e gli errori, gli entusiasmi, la noia, gli abbracci e le sberle, e l’amicizia nata così perché doveva essere e che senza non si può proprio più fare. Non sono pochi 15 anni e ora che il capitolo è chiuso e si può guardare indietro senza sentire la pelle che brucia per i graffi ricevuti, è tempo per far salire ciò che stato, guardarlo negli occhi e dire meno male che quel tempo c’è stato.
Tua sorella? Anche no
Ciao cara. Grazie tesoro. Prego stella. Così a caso, senza che tra le due parti ci sia un rapporto non dico affettivo ma almeno di vaga conoscenza. Cara? Tua sorella forse, io no, lo penso all’istante quando qualcuno mi si rivolge così, e la mia testa si gira dall’altra parte e a spostarsi verso l’interlocutore è solo lo sguardo, obliquo e sufficientemente gelido per chiudere ogni conversazione. Mi odio da sola quando faccio così e mi sto molto antipatica e poi mi sento pure in colpa, ma se io e te non abbiamo condiviso nulla, se non abbiamo riso per ore come due cretini, se non abbiamo pianto insieme perché ci andava di farlo proprio perché eravamo noi due, se niente ci lega e se non sei nemmeno inglese, elegante e finto come solo gli inglesi, il tuo cara per me è puro fastidio. Ma tanto non lo capirai, perché sei certamente uno di quelli che si è dimenticato cosa significhi dare del lei, quella forma che mantiene alta una barriera che è un po’ sociale, un po’ anagrafica e di certo rispettosa per rivolgersi al mondo che sta attorno. E qui, se serviva, si vede ancora di più che non sei inglese, la sua lingua è forse meno complessa della nostra, ma le formule adeguate per rivolgersi a un Duca, tanto per dire, le ha eccome.
Quel libro sul comodino
Proprio l’altro giorno ho sentito un “leggo molto, ho sempre un libro sopra il comodino”, pronunciato con una certa ostentazione, alzando almeno di un tono una voce di per sé già abbastanza sgraziata. Ero presente, il commento non era rivolto direttamente a me ma c’ero, l’educazione avrebbe previsto anche un mio contributo a questa breve conversazione, invece ho taciuto, non ho nemmeno simulato interesse aggiungerei, per me tutto si concludeva lì, davanti ad un comodino con un libro sopra. Mi sono messa in disparte piuttosto, ché da dire c’era solo un dipende molto dal libro che c’è sul comodino. Meglio non aprire un inutile dibattito però, quella significativa difficoltà che ho notato di far uscire dalla bocca qualcosa di più complesso di una frase composta da “soggetto-verbo-complemento oggetto” m’era già bastata per capire meglio la qualità di quelle letture. Ho un’amica che definire lettrice forte è davvero poco e che non fa mai affermazioni sul genere, legge e basta, per abitudine quotidiana, per piacere, per autentica incapacità di non farlo. E quando parla si sente che mastica il linguaggio alto della letteratura, senza doverlo dimostrare con certe affermazioni ridicole. Se le chiedi un’opinione su un libro risponde felice di farlo, se le è piaciuto corri a casa e te lo ordini, se lei lo boccia lo elimini dalla tua lista dei prossimi acquisti, se non lo ha letto te lo dice senza veli, con un po’ di rammarico piuttosto, ma comunque senza nascondersi. In anni di amicizia mai l’ho sentita dire io leggo molto. Il comodino è davvero un’altra storia.
Lo vedi quello? È mio figlio
Allora, che ho cambiato lavoro da poco l’ho detto, pure che ho un sacco di colleghi nuovi se è per questo, che i meccanismi quotidiani sono diventati cosa abbastanza nota anche, poi ci sono tanti aspetti ancora taciuti questo è vero, ma senza cattiveria è che proprio non mi interessano. Sono quelli legati alla vita di gruppo in un ambiente di lavoro, quegli strani intrecci in continuo movimento che generano simpatie e insofferenze, amicizie vere o più spesso di comodo, gesti di solidarietà ma anche sgambetti col sorriso, tutta roba che in passato ho già visto e che, fatte salve poche preziose tracce, mi hanno lasciato in mano un po’ troppe delusioni e molto amaro in bocca. Ora si gira pagina mi sono detta entrando per la prima volta dentro questa nuova porta, con la precisa intenzione di non creare legami; infatti vado più o meno d’accordo con tutti, mi stanno più o meno simpatici tutti, stimo più o meno tutti, ma la storia finisce qui, senza coinvolgimenti di sorta. Poi c’è la questione sedia a rotelle che io vivo benissimo ma che mi accorgo essere un piccolo muro per gli altri: se ho bisogno io chiedo senza remore, nei modi sanciti dall’educazione ovvio, quelli del per cortesia – grazie – prego – tornerò, ma se non ho bisogno io sono ben lieta di arrangiarmi, invece vedo molto imbarazzo negli occhi di chi mi circonda, quando mi muovo è tutto un corrermi addosso per aprirmi porte, per spostare ostacoli inesistenti, per porgermi oggetti del tutto alla mia portata e via sul tema. Mica mi arrabbio, come potrei, ovvio che ringrazio, ma io ho davvero un senso della misura molto sviluppato, a chi mi chiede con occhi compassionevoli come sto io rispondo bene, e non mento, io sto bene, punto e a capo. Spesso non basta, lascio correre, un po’ capisco, vorrei altro certo, ma mi adeguo, mi metto dentro i panni degli altri e non apro discussioni. Ma c’è anche un giovane collega che mi ha stupita e del tutto conquistata, perché poco alla volta, non certo da subito, quasi ci avesse prima pensato, ha cominciato a buttare giù quel famoso muro cominciando a prendere in giro la mia sedia a rotelle, afferrando la prima occasione utile per mettere in scena un siparietto sarcastico per ridere di lei insieme a me. Poteva andargli male, potevo arrabbiarmi, che ne sa lui di me in fondo, non poteva nemmeno immaginare che l’ironia facesse parte del mio linguaggio, ma ci ha provato lo stesso e ha vinto, questo è il modo con cui volevo fosse superato valico e sono contenta l’abbia fatto lui. Che è pure molto carino, che fatti due conti potrebbe essere mio figlio e che se lo fosse ne sarei orgogliosa, perché ne avrei cresciuto uno di intelligente.
La giornata di una scrutatrice
Scendi dalla macchina e già li vedi. Mentre ti avvicini cominciano a sorriderti con il calore che neanche un vecchio amico, così, semplicemente perché devono, sono stati istruiti a farlo, ma anche no, in molti casi sembra un talento naturale il loro, sanno interpretare al meglio il ruolo del rappresentante di lista davanti al seggio elettorale. Ovviamente c’erano anche domenica quando sono andata a votare, anche se mi sono sembrati meno impomatati del solito, le Europee forse valgono per quel che valgono in termini di partecipazione emotiva, o magari perché qui dove vivo, il ridente Nordest, l’esito di queste elezioni era molto più che scontato, che vuoi farci. Meno coinvolti ma sempre molto sorridenti, con la loro bella patacca distintiva attaccata al bavero della giacca, oppure con il cordino al collo per quelli più informali, perché si distingua molto bene il loro incarico e la loro posizione sociale, quella di mezzacalzetta della politica, di mezzadro del potere, senza carica e senza nessuna possibilità di guadagnarne. Ma sembrano felici così, conoscono i piani alti, quelli della città dove vivono almeno, nella rubrica del loro telefono hanno tutti i numeri di quelli che contano e che alla bisogna li chiamano per farli andare di qua o là quando serve sbrigare quelle piccole incombenze che nessuno a parte loro ha piacere di fare. Anni fa ho fatto la scrutatrice per le comunali del mio paese e quei bei sorrisi li ho visti trasformarsi in ringhiate aggressive quando s’è smesso di votare e si sono aperte le urne, a pensarci adesso mi viene solo da ridere ma all’epoca, più giovane e meno esperta del mondo, mi avevano anche un po’ spaventata. Ricordo le grida del presidente di seggio che li allontanava in malo modo mentre loro lamentavano l’impossibilità di controllare tutte le schede per verificare che venisse rispettata la correttezza del loro punto di vista, tutti contestavano tutto, segni, nomi, dettagli. A spoglio terminato, tra vincitori e vinti, hanno preso in mano il telefono per comunicare il risultato, a chi non so, forse proprio al candidato sindaco a cui davano con soddisfazione del tu. Cosa sia successo di loro dopo quelle elezioni non so, ma nel tempo per lavoro m’è capitato di frequentare l’ambiente politico e ho visto molti personaggi nati come vassalli dei potenti rimanere tali, riconoscibili da lontano, con il telefono sempre in mano, pronti a rispondere di scatto al numero giusto ma che quando a chiamare erano loro dall’altra parte nessuno rispondeva. È per questo che ogni volta che vado a votare mi verrebbe da dire loro che quell’intera giornata che stanno regalando alla causa rimarrà sempre e solo una giornata persa.
Tu che guardi ma non vedi
Ultimamente mi sembra che questo Paese sia travolto da storie famigliari spietate con un fiorire di bambini piccolissimi uccisi da mamme o papà crudeli che neanche la fantasia potrebbe arrivare a tanto, mariti che ammazzano senza pietà le consorti, mogli che non sono da meno, figli che per eredità quasi inesistenti massacrano i loro parenti nei modi più disumani. Ci passo abbastanza oltre quando le sento perché tendono a non interessarmi fino a che non vedo qualcosa che invece mi fa davvero arrabbiare, ma in genere non è il fatto in se stesso, piuttosto è come viene riportato dai media. Come quello della figlia che ha accoltellato il padre che tentava di strangolare sua mamma. La giovane donna ha ammesso ogni responsabilità fin da subito, la Procura dopo averla interrogata l’ha condannata agli arresti domiciliari anticipando che tra poche settimane il caso verrà archiviato. Chiuso qui, la giustizia non tornerà sulla questione. Ci pensa la televisione. Trasmissioni su trasmissioni dedicate a raccontare anche quello che non sanno, anzi preferibilmente questo, nel solito modo meschino, riportando con finta cura dettagli inesistenti. C’è una sola verità che non manca mai: la foto della ragazza. Mi fa arrabbiare tantissimo, salto sulla sedia con la circolazione a mille ogni volta che la vedo, ma possibile, mi chiedo, che a nessuno salti in mente che questa giovane donna ha in testa un universo che precipita e che vorrebbe solo starsene nell’oblio di un silenzio che se vorrà sarà solo lei a rompere?
Fatto l’inganno, trovato l’alibi
Sono reduce da quattro giorni consecutivi di lavoro che mi sono stati richiesti in via eccezionale per tamponare una situazione d’emergenza che s’è venuta a creare nel mio ufficio. Ma il dato importante è un altro: non sono a pezzi come avrei creduto qualche mese fa. Ho voluto un orario part time convinta che il mio stato di salute non mi consentisse molto di più, 20 ore la settimana mi sembravano il massimo cui potessi aspirare rinchiusa come sono dentro le spirali velenose della sclerosi che tra i suoi multipli sintomi mette in una posizione d’onore proprio la stanchezza. E invece sono sopravvissuta in modo tutto sommato apprezzabile per resa e controllo della fatica, per questo e mi verrebbe da fare, a Sua Maestà la stronza che regola la mia vita, un bel gesto dell’ombrello e invece me ne sto qui buona buona e con la testa bassa assaporando questo piacere senza fare troppo la spavalda, perché la conosco e so che tutto quello che concede spesso lo toglie senza troppi scrupoli. Però, perché c’è un però, mi sono messa alla prova e ho visto che i ritmi di un tempo, che mi sembravano puro sogno, potrebbero non essere dimenticati. Certo raggiunti no, perché otto ore al giorno, per cinque giorni la settimana, con la pressione continua di scadenze inderogabili su progetti che non mi soddisfacevano più di tanto, proprio non ci penso a farli. Ma qualcosa in più rispetto a 20 ore settimanali so che sarei in grado di sostenerle e saperlo mi rende molto felice perché mi insegna che devo smetterla di nascondermi sotto quella che ho fatto diventare la calda protezione di Sua Maestà, che sì è potente, che sì è una vera stronza ma è la stessa a cui io ho dato grande spazio perché spesso mi ha fatto e fa comodo. Anni fa ho letto un bellissimo romanzo di Walter Siti – come se ne avesse scritto qualcuno di brutto poi – dove dà alla sclerosi multipla una definizione che non posso che condividere perché la appaia alla pigrizia. Tra le poche cose che si sanno di lei c’è la certezza che sia il sistema immunitario il grande indiziato, creato per difendere si scopre invece che diventa un nemico perché si rivolta contro se stesso fino a impedire il movimento, non corrompe le capacità ma lavora per ostacolare l’azione. Cosa se non la pigrizia corrisponde a questa definizione? Uno stramaledetto elemento interno che soffoca le proprie migliori intenzioni. Fatta salva la genialità letteraria di Siti, mi metto in primo piano come regina tra le pigre, la stupidissima che ha trovato nella sua peggior nemica un alibi perfetto. La odio dal profondo eppure sono accovacciata da anni sotto la sua sottana scoprendo però che appena me ne esco qualcosa in più di quello che credo di poter fare mi è consentito, eccome. Che non si sappia troppo in giro, per carità, potrebbe arrivare qualcuno pronto a detronizzarmi e lì mi toccherebbe uscire dal mio guscio protetto e caldo. Sia mai.
Ti ho mai parlato di Claudio?
E alla fine è successo. Lo schermo del mio telefono si è acceso ed è comparso un nome che mancava da anni. Sorpresa? Forse no. Perché certe persone sono questo, se ne restano lì buone buone a lungo, in silenzio, e tu lo stesso, tra voi c’è un patto condiviso di reciproco distacco, tanto lo sapete che è resistente il filo che vi lega e non c’entra proprio niente quella storia del mondo che sa chi eravate e che potreste ritornare, è piuttosto una roba che somiglia al fatto che siete stati tanto e che sopra tutto quel passato non stenderete mai nessun velo nero. Tanto ci pensa la vita, si muove e fa venire più voglia di sentirsi, quel bisogno di essere più presenti l’uno per l’altra tanto da andare oltre a quell’abitudine fossilizzata di sentirsi solo nelle date canoniche con wapp pieni di affetto ma anche di rispetto per il presente di entrambi. Ma quando si apre il flusso dei contatti si porta dietro altro, come un invito, un semplice caffè mica altro, figuriamoci che danni può provocare, oltre a far battere di più il cuore in un modo che ben ricordi comunque. Perché voi due siete i protagonisti e gli interpreti di un disegno che non avete capito quando c’era bisogno di farlo, troppo bambini, egoisti e avari. E che oggi mi ha fatto dire no. Dall’ultima volta è passato troppo tempo, troppa vita, troppi segni, troppo passato, tanto presente. E quindi no. E mentre tutti ribadiscono – i poveri grami che negli anni si sono dovuti subire un racconto diventato epopea, tra il nostalgico e l’ironico – che dovevo accettare, io dicevo no. Consapevole del fatto che con altre condizioni, in un momento nuovo, dentro un oggi diverso accettare sarebbe stata l’unica cosa che avrei davvero voluto fare.
Sorridi tu che sorrido anche io
Lancia in resta ora si parte e si fa la guerra. Premessa, circa un mese fa m’è toccato fare gli esami del sangue, cosa che odio fra l’altro, perché sono una vecchia piagnona, timorosa di tutto, ma dei prelievi un po’ di più. Ma questo è un altro discorso. Da qualche tempo ormai tutti gli ospedali si sono dotati di impianti regola code con un doppio sistema introdotto per garantire un accesso prioritario alle categorie più deboli, tra cui i disabili. Non è tanto che strappo con leggerezza questo tagliando, per anni pur avendone diritto sono passata oltre con una certa fierezza – disabile? fottiti -, poi con una scusa qualunque ho cominciato a cedere, fino ad oggi in cui lo faccio come chi sa di fare la cosa giusta. Un mese fa, mio malgrado, ho dovuto fare gli esami e sono andata al centro prelievi del mio paese. 7.30 del mattino, strappo il mio tagliando, mi metto silenziosamente in coda e osservo. E ascolto. La voce computerizzata che chiama i codici e le cifre poste sui i tagliandi che tutti noi utenti abbiamo in mano procede molto lentamente. E in modo strano. Il mio turno viene spesso superato dai codici che non segnalano diritto di priorità. Termino le fasi dell’accettazione alle 7.58. Mezz’ora di attesa. Procedo verso l’ambulatorio del centro prelievi. Sono di nuovo in coda Che sarà lunga. Termino alle 8.39. Più di un’ora. Torno a casa e scrivo una mail al Direttore Sanitario della mia Asl. Con toni urbani e civili segnalo un problema, informo, e senza polemiche, che forse il sistema di accesso prioritario, che dovrebbe tutelare le categorie più deboli, in modo evidente non funziona. Dopo un mese ricevo una risposta. Con toni poco accomodanti e disposti al dialogo mi si fa capire che sono state controllate le informazioni che io ho fornito, gli orari che io ho riportato sono perfettamente allineati ai loro, ma c’è un dettaglio un più, quella mattina per sottoporsi al prelievo si erano presentate ben 98 persone. Il sotto testo è presto detto: che pretese ho. Quindi, fatemi capire, l’attenzione per il mondo della disabilità va benissimo se serve per andare sui giornali con grandi sorrisi nelle foto da prima pagina ma quando si tratta di fornire servizi di base che funzionino si liquida il tutto con una mail che non dà uno straccio di risposta alla questione? Ecco, caro Direttore Sanitario della mia Asl ora leggerà la mia nuova mail, che sarà meno urbana e meno civile della prima, che pretenderà risposte ai miei quesiti meno fanfarone e inutili delle precedenti perché lo sappia i bei sorrisi li so fare anche io.
Poco paziente come paziente
Ho fatto la visita di controllo l’altro giorno. Con un entusiasmo pari a zero, con una voglia ridotta a niente, con la metà degli esami che mi avevano richiesto, con la stessa faccia di uno studente delle medie che affronta l’interrogazione di matematica, annoiata e stanca, senza preoccupazioni, perché tanto chissenefrega. Ho atteso tre quarti d’ora prima del mio turno, capita spesso, le visite specialistiche sanno essere lunghe, il paziente ha tante domande da fare e il medico non vuole trascurare nemmeno le piccolezze, almeno nel centro dove vado io, che si occupa solo di sclerosi multipla, va così. Tranne l’altro giorno, dentro l’ambulatorio c’era una dottoressa che non avevo mai visto, una biondina tutta boccoli, che entrava e usciva senza dare spiegazioni, con un tono non richiesto come se le sorti del mondo fossero tutte sulle sue spalle, sbuffava la tizia, cosa fosse successo lo sapeva solo lei. Poi alla fine tocca a me, entro, non credo mi abbia salutato, sai che sgarbo mi stai facendo biondina, nessuno proprio, penso tra me e me. Consegno gli esami fatti, si lamenta, quelli del sangue non le piacciono, ma solo perché i valori sballati non sono segnalati con gli asterischi, le tocca guardarli tutti mi dice – ué cocca, mi dico- è il tuo lavoro. Le do la risonanza magnetica, ‘stavolta contesta ché la faccio troppo spesso, una volta all’anno – la incalzo – devo farne meno? Tace, ha capito di aver detto una cavolata. La guardo mentre aggiorna la mia cartella clinica sul computer, manicure perfetta noto, mi fa una serie di domande usando termini scientifici che non capisco – ok ciccia, penso – sono dentro questa barca da vent’anni, ma la laurea in medicina guadagnata per meriti sul campo ancora non me l’hanno data, ti sfugge questo dettaglio? Poi comincia la visita. E termina subito. Lo conosco il protocollo – stronzetta -, io non ho una laurea e tu sì, questo è vero, ma se salti i passaggi di base me ne accorgo eccome, vuoi spazzarmi fuori in velocità per continuare a limitarti le unghie? Cara la mia gallinella bionda, tu devi solo augurati di non incontrarmi più sulla tua strada, stavolta credevo fossi preparata, professionale e attenta come tutte le tue colleghe e i tuoi colleghi incontrati fino a qui, e quindi sono stata una paziente accomodante e ragionevole, ma la prossima volta, se ti becco, so come sei e credimi tu imparerai a conoscere me. Che se voglio so essere una rompipalle di proporzioni cubiche.