Perché un’intervista sia bella servono due elementi fondamentali: chi fa le domande e chi risponde. Per questo me ne piacciono sempre meno, non sono tanti quelli che le sanno fare per non parlare di quelli che hanno qualcosa di poco banale da dire. L’intervistatore deve essere preparato, capace di fare domande irriverenti assumendosi il rischio di ricevere risposte spiacevoli per non parlare dell’intervistato che deve avere cose da dire. Questa settimana ho letto l’intervista ideale. La penna era quella Guia Soncini, pochi dubbi sul risultato quindi, ancora meno visto che le domande le ha fatte a Ornella Vanoni. Devi essere brava per far dire alla Vanoni quello che ha detto e molto intelligente per rispondere a ogni domanda della Soncini fingendo di non volerlo fare. In realtà le due hanno giocato una partita a tennis velocissima in cui hanno preso in giro tutti fingendo di essere l’intervistatrice scema e l’intervistata antipatica. La Soncini sembra fare domande sciocche dalle quali tira fuori piccole perle, la Vanoni finge di annoiarsi ma sta al gioco regalando al lettore quello che non si aspetta. Non vuole parlare di Gino Paoli perché tutti le chiedono sempre le stesse cose per dire poche righe dopo con finta noncuranza che la canzone perfetta è Sapore di Sale, parla di Strehler come di un genio che le ha insegnato molto ma non vuole dire perché lo ha lasciato, l’ho scritto nella mia biografia dice, leggetevela se siete così interessati. Fa ridere quando parla delle cantanti di oggi, lei che ha fatto teatro e che conquista il pubblico solo entrando sul palco, prende in giro le nuove leve per il loro continuo muovere le mani su e giù come se volessero far alzare e scendere le voce, tu che leggi te le vedi e pensi che ha proprio ragione. Fino al finale che è un ricordo pieno di amore per Lucio Dalla, nel quale dice che Cara la voleva far cantare a lei cambiando idea poco dopo averglielo proposto. Non lo dice la Vanoni e non lo chiede la Soncini, tanto sai che come te pensano che Dalla alla fine ha preso la decisione giusta.
Lo stile sabaudo da rivalutare
Da ieri la stampa, i tg e gli approfondimenti giornalistici girano attorno ad un unico tema che riguarda Sergio Marchionne e le sue gravi condizioni di salute. Tutto è cominciato dopo un’improvvisa convocazione del cda del gruppo Fiat-Chrysler-Ferrari e il rapidissimo cambio di tutti i vertici aziendali. Cosa è successo? Viene dichiarato che il ceo del gruppo FCA non è più in grado di continuare il suo lavoro. Parte da qui un’emorragia incontrollata di notizie che provoca un autentico corto circuito nel mondo dell’informazione. Da ieri sera di Marchionne si parla solo al passato, sui quotidiani di oggi ci sono intere pagine che sono autentici coccodrilli, piccolo dettaglio: al momento le sue condizioni sarebbero gravi e irreversibili ma non è ancora arrivato nessun annuncio ufficiale di morte. Mi chiedo cosa possa essere successo per mettere in moto un meccanismo mediatico tanto deviato. Visti i personaggi e gli interpreti di questa vicenda mi chiedo come mai non sia stato possibile gestirla meglio, tenendo a bada discorsi del tutto inutili. Per rimanere nelle immediate vicinanze di Torino mi è tornato in mente quando morì Gianni Agnelli, tutti sapevano che stava molto male ma non venne pubblicato niente sul tema. Fino a quando tutte le redazioni non furono raggiunte da un comunicato stampa brevissimo: “Questa mattina a Torino è morto il senatore Giovanni Agnelli”. Una riga. Asciutta, breve, rigorosa, in perfetto stile sabaudo. Comunque la si pensi sull’operato di Marchionne anche lui avrebbe meritato un trattamento sul genere.
Anna, salvami tu
Ieri sono andata dal parrucchiere e ne sono uscita incavolata nera. Qualcuno mi spiega perché tutte le ragazze quando vanno a rifarsi i capelli escono bellissime e pronte per assistere ad una sfilata di moda sedute accanto ad Anna Wintour e io, invece, torno a casa e sembro la-sventurata-che-nemmeno-provò-a-rispondere-visto-che-nessuno-le-domandò-niente? Accade ogni volta, soprattutto da quando sedotta dai tanti tagli corti che da anni si vedono ovunque, ho chiesto alla parrucchiera dell’epoca come sarebbe stato su di me. Benissimo mi ha detto e poi i tuoi capelli dritti sono perfetti e non si sarebbe bisogno di fare nessuna piega. E così ho osato. Nessuno ti dice che quando scegli un taglio corto, per quando bello e per quanto bene ti stia, tornare indietro non è così facile: i capelli crescono in fretta, certo è vero, ma non in lunghezza, piuttosto in volume e dopo poche settimane in testa ti ritrovi un cavolfiore e per essere di nuovo in ordine serve un altro taglio, ancora corto. Sicché ieri sono dovuta tornare armata di tante buone e mal riposte speranze. Mi hanno fatta accomodare, lavaggio, crema e roba sul genere per poi cominciare la fase del taglio. Dopo pochi minuti sotto di me c’era una vera montagna di capelli scuri, li ho guardati dicendo che erano davvero tanti, sì è vero mi è stato risposto ne hai tanti, erano tanti, avrei dovuto replicare. Sulla testa bagnata ce ne erano rimasti ben pochi invece. Ho sperato che la parrucchiera avesse in mente un’asciugatura ad effetto. Sbagliavo. Ha terminato mentre io diventavo sempre più triste. Mi ha chiesto: che ne dici ti piace? Ho messo gli occhiali e l’ho visto riflesso sullo specchio: Harry Potter. E per niente sorridente. Sono a casa adesso. Mi sono rilavata i capelli, ma niente da fare. Cerco di raccontarmi che questa somiglianza potrebbe fruttarmi un posto accanto ad Anna Wintour, magari a NY. Ma l’unica cosa certa è che devo trovare una nuova parrucchiera.
Quanti amici nuovi
Pochi giorni fa sono stata invitata ad un piccolo evento mondano e ci sono andata. In provincia è cosi, diventa evento mondano anche l’inaugurazione di un locale se dietro le quinte ci sono i nomi giusti, quelli che contano, quelli che sanno costruire anche sopra il niente interesse e voglia di esserci. Sono stata invitata da una cara amica, non potevo e nemmeno volevo dirle no, anche se fino a pochi mesi fa lo avrei fatto, ma ora sulla mia due ruote è diverso, il mio segreto di pulcinella s’è pubblicamente smantellato, quindi mi risulta più facile partecipare a qualcosa che prima avrei evitato come la peste nera. L’outing è stato forzato ma s’è portato addosso qualche beneficio. Sicché sono andata sapendo anche chi avrei incontrato, pochi amici e molti conoscenti: quaranta/cinquantenni ancora sulla cresta dell’onda ben inseriti nel bel mondo del paesello. E infatti c’era tutto il gotha della politica locale, molti professionisti, piccoli industriali, commercianti di vario genere, nessun aristocratico, molti con tanta speranza di poterlo diventare. In questo ambiente in cui io c’entro fino a là, che negli ultimi anni ho lasciato andare ancora di più, ho scoperto invece di avere tanti amici. Non può che essere così visto che ovunque mi girassi c’era qualcuno che si metteva in fila per potermi salutare, baci e abbracci da parte di gente che mi conosce appena, gente che forse sa solo il mio nome, gente che a pelle non mi sta nemmeno simpatica. La stessa che vedo in giro da una vita, che non ha mai dimostrato chissà che nei miei confronti, oltre alla semplice educazione di una saluto distratto, ha messo in atto siparietti che mi hanno fatta soprattutto ridere. Mi sono sentita come la ragazza più popolare della scuola, della scuola media per giunta, quei terribili tre anni che le persone normali ricordano con orrore. Se avevi l’apparecchio ai denti, se era la mamma a scegliere come dovevi vestire, se avevi la frangetta perché i capelli non ti andassero sugli occhi quei tre anni li hai vissuti in disparte, a guardare gli altri. Quindi dopo più di trent’anni te la meriti una serata da regina della festa. Le ragioni non le voglio indagare, non mi interessano proprio, ho riso molto e se sono felice e più leggera io basta e avanza. Vorrei dirlo anche ai miei nuovi amici però.
Grazie, Francesca

L’articolo di Francesca Mannocchi sull’Espresso di oggi mi ha svoltato la giornata facendomi sentire meno sola perché più capita. Francesca Mannocchi ha la sclerosi multipla ma non è questa la ragione che me l’ha fatta sentire così vicina. Francesca Mannocchi è sintonizzata sulle mie corde e non solo a causa di una stronza di malattia che è, guarda caso, anche la mia. Francesca Mannocchi è uscita in scena spogliandosi di tutto e facendo molta fatica. L’ho percepita riga dopo riga l’arrancare di una scrittura ottima ma senza fiato, quello che manca quando devi dire: “Sì, ho la sclerosi multipla e per favore silenzio, astenersi dai commenti e ora lasciatemi stare”. L’ho sentita addosso a me tutta la sua fatica, il suo dover dichiarare qualcosa che tocca il proprio orgoglio ferendolo, che sa addirittura di vergogna – chissà di cosa poi – e che è bisogno di ficcare dentro una buca profonda ciò che vuoi condividere con meno gente possibile. Ma Francesca Mannocchi aveva un obiettivo per farlo e io la ringrazio per questa fatica ben spesa: aprire gli occhi di tutti su una realtà che fino a oggi nel nostro maltrattato paese ancora funziona ovvero il sistema sanitario nazionale. Onesta e lucida Francesca Mannocchi lo ha scritto: chi ha malattie gravi ha bisogno di cure continuative e molto costose, di visite periodiche con professionisti eccellenti e molto costose, di esami periodici e molto costosi, di corollari vari e molto costosi. In Italia tutto questo viene coperto quasi per intero – e comunque in larga parte – dalle casse dal nostro sistema sanitario. Un sistema che funziona, con qualche buca qua e là, ma con punte altissime ancora più numerose. L’aria che tira in questo ultimo periodo però non dà molte rassicurazioni in questo senso, quando si parla con una certa insistenza di flat tax forse si fatica a capire che di mezzo ci va anche un bene prezioso come la sanità pubblica che vista da fuori sembra zoppicare ma invece funziona e ve l’assicura chi come me ne ha più bisogno. Fa paura tutto questo perché io non avrei le migliaia di euro mensili che servono solo per acquistare i farmaci che tentano di fermare gli attacchi della mia malattia. Ma a chi sta pensando vuoi che capiti anche a me una malattia bastarda come la sclerosi multipla per poi continuare girare la testa altrove io butto lì una parola e dico cancro. C’è qualcuno che può dire di non aver dovuto affrontare in famiglia un caso di genere? Ebbene, il tumore si combatte e per fortuna sempre più spesso si vince con un’adeguata terapia chemioterapica costosa e a carico, per ora, della sanità pubblica che paga grazie alle nostre tasse, di ricchi e di poveri, pagate secondo proporzioni di reddito. Semplificando i fattori il risultato non cambia ma diventa più chiaro. Francesca Mannocchi ha scritto questo, certamente meglio, ma questo, e lo ha fatto con un modo che per la prima volta mi ha fatto sentire simile ad un malato di sclerosi multipla. Non a caso lei la sua sm la chiama “Ospite sgradita”. Se non si chiama affinità questa non saprei cos’altro.
Domani sarò altrove
La colazione al bar, la mattina presto, da sola, con quotidiano, cornetto integrale e cappuccino è una gioia. Il bar che preferisco in questo periodo è proprio sotto casa, ci vado da sola con la mia due ruote, stamattina sono arrivata anche prima del solito per scegliere il mio tavolo preferito, sotto una terrazza assolata ma fresca. Tutto secondo i piani, ho aperto il giornale, felice di gustarmi il cornetto ancora caldo e il cappuccino con due dita di crema, quando dal tavolo accanto un tipo che avrà avuto la mia età chiede: “È tua quella macchina?”, indicando un’auto parcheggiata nello spazio riservato ai disabili. No, sono venuta a piedi, avrei detto se ne avessi avuto voglia, indicando con un sorriso la mia due ruote dalla quale mi ero appena alzata. Il rischio di aprire una conversazione era troppo forte però, sia che avesse capito la mia punta di ironia sia che non lo avesse fatto. Ho detto no e basta, continuando a leggere il giornale. “La mia è quella” ha continuato il tipo, facendomene vedere una parcheggiata in un altro spazio per disabili. A quel punto ho detto Ah, consapevole che avevo finito di leggere il giornale e con buona probabilità anche di fare colazione, e infatti lui ha continuato dicendo “Sai, ne ho diritto perché ho la sclerosi multipla”. In quel preciso istante, in cui ho dovuto piegare il giornale, fingere per decenza che fare colazione non era più così importante per me ma che anzi ero davvero interessata ad ascoltare le sue rogne, mi sono passate per la testa tutte le ore che in questi anni ho trascorso nelle sale d’attesa di ospedali e ambulatori medici. Me lo chiedo da anni: ma perché il malato ha un bisogno ossessivo di parlare dei suoi problemi, sempre e solo di quelli, delle diagnosi che crede sbagliate, delle liste di attesa sempre lunghe, degli infermieri che giudica mai più che scortesi, dei farmaci poco efficaci cercando di coinvolgere i compagni di sventura in un girone infernale di inutili e dannose chiacchiere? Mai visti tanti ordinari di medicina seduti nelle sale d’aspetto degli ospedali, pronti alla critica spietata verso primari con titoli riconosciuti in tutto il mondo. La difesa per chi vuole starne fuori non è possibile: parole, parole, parole parole che tramortiscono e annoiano. E una profonda noia ha avvolto anche la mia mattina, quella cominciata tanto bene, quella col quotidiano che non ho letto, quella col cappuccino che sono riuscita a bere solo quando ormai si era freddato e col cornetto che ho solo sbocconcellato. Finito il suo monologo il tipo se n’è andato, con la per me nota andatura da sclerosi multipla, ma non prima di aver detto che se domani sarò lì potremmo continuare con le nostre chiacchiere. Domani ci sarò certo, in un altro bar.
In giro per negozi
L’altra mattina ho fatto un giro per negozi con un’amica. Un giro per negozi non è un giro di shopping, si tratta di una semplice presa di visione di cosa potrebbe piacere e che molto spesso è preludio di un acquisto. Per me è stato un nuovo debutto, per anni entrare in un negozio era sinonimo di acquisto certo e pure compulsivo: era tale la fatica di scegliere e provare da far perdere allo shopping ogni sapore di piacere trasformandolo in desiderio di portarsi via fin troppo per non dover ripetere l’esperienza fino alla stagione successiva. Ora sulla mia nuova due ruote c’è tempo e modo per fare quello che non facevo da anni, come girare con comodità tra gli scaffali, chiedere, toccare con mano e poi uscire pensando a quella cosa che mi ha colpito e che potrei tornare a comprare così come no. Ora il problema è diventato un altro semmai: seduta sulla mia due ruote ho guadagnato in agilità negli spostamenti certo, ma ho perso in presentabilità, ovvero potrei uscire anche in pigiama o eternamente in tuta da ginnastica, sai la differenza, nessuno lo noterebbe. Quindi che li compro fare certi abitini così bon ton, o quelle gonnelline deliziose per forma e colore, o quei pantaloni sfiziosi e alla moda che mi piacciono tanto? Potrei lasciarmi sedurre da camicie e magliette, ma senza osare troppo, sarei fuori posto. Mi dicono che devo vestirmi con quello che piace a me senza pensare se gli altri lo vedranno o meno, dicono che se lo so io basta. Già, loro dicono. Imparerò a fare anche questa alla fine, nell’attesa farò altri giri per negozi guardando quello che mi piace e che non comprerò compiacendomi di quanto sto risparmiando.
Questo tempo non è tempo
Mi capita spesso in mano un giornaletto free press che gira dalle mie parti. Tanta pubblicità e non troppi contenuti: eventi, costume, qualche furberia commerciale travestita da informazione, ma ci sta, se niente paghi poco puoi pretendere. Quando lo trovo lo tiro su, soprattutto da quando ho scoperto una rubrica che mi ha incuriosita fin da subito: una pagina intera dedicata a bellezza e altro sul genere. In un giornale in cui nessuno si firma, nel quale puoi solo supporre chi scrive cosa consultando il tamburino ben presente sulle pagine finali, ad aprire la rubrica di cui sopra ci sono un nome e un cognome belli in vista. Viene da chiedersi chi sarà mai questa firma evidentemente più prestigiosa della altre per guadagnare un palco d’onore di questo tipo. Ma niente, non l’ho mai sentita nominare. Allora ne deduco che forse il merito è legato all’accuratezza con cui a tocca temi fondamentali come trucco, bellezza, capelli e moda. Per ora ho letto che consiglia di bere almeno due litri di acqua al giorno per idratare corpo e pelle, di mangiare frutta e verdura in quantità e alle ragazze di scegliere sempre una base per il make up della stessa tonalità del proprio incarnato senza mai dimenticare di mettere il mascara. Mai più senza certe perle tanto preziose, non vedo l’ora di leggere le prossime. Spero che questo fenomeno della carta stampata venga pagato molto bene per accettare di perdere la faccia ad ogni uscita di giornale, anche se non credo possano bastare i soldi a giustificare tanta pochezza. Perché se sei disposto a questo, se in una redazione piccola come quella di un free press scalpiti per avere in bella mostra mostra un’inutile firma su pezzi pietosi nei quali non sai cosa significhi fare ricerca anche su temi idioti, quale futuro potrà avere la tua carriera nel mondo del giornalismo? Non è il momento storico giusto per avere altri pennivendoli di questo tipo.
Libri & serie tv
Sono resistente alle serie tv. Nel senso che non ne sono dipendente, poche puntate e poi mi stufo, anche se mi sono piaciute molto finisce che presto o tardi le mollo. Qualcuno che mi conosce starà ridendo a crepapelle visto che ho visto almeno venti volte Una mamma per amica e un buon numero di repliche di Downton Abbey, ma restano casi isolati, credo dipenda dal fatto che concentrano tutto quello che mi piace di più e che non riesco a trovare in altre serie. Una mia cara amica con la quale condivido il grande amore per i libri dice che le serie tv sono la nuova letteratura, le credo ma inorridisco alla stesso tempo, mi piace troppo leggere per pensare di sostituire la mia passione con un’altra che per giunta non mi dà molte soddisfazioni. Solo che mi dà altrettanto fastidio non avere un’opinione su un tema di questo tipo: limita molto le conversazioni, soprattutto con persone con cui mi va di parlare. Allora ho guardato La casa di carta, la serie di cui si è parlato di più in questo ultimo periodo. E l’ho mollata, a ragion veduta, ho tenuto duro per una decina di puntate e poi, soffocata dalla noia ho spento tutto e ho preso un libro mano.
Continuiamo così…
Ho rivisto Bianca l’altra sera. Volevo farlo da quando giro il mondo seduta su una sedia a rotelle e il mio punto di osservazione verso le persone è cambiato: non è più il volto la prima cosa che noto ma le scarpe. Come Moretti mi sono detta fin da subito, superba? Direi proprio di sì. C’è, infatti, un livello maestoso di genialità nel monologo dedicato alle scarpe che conclude il film in grado di togliere il fiato per tutta l’intelligenza con cui è condotto. Bianca è un film del 1984, moderno, capace di mettere in scena un linguaggio innovativo dentro una sceneggiatura che per l’epoca deve essere sembrata ai limiti del credibile. La scuola dove insegna il protagonista si chiama Monroe, in classe al posto dell’immagine del Presidente della Repubblica c’è quella di un calciatore, per i professori c’è uno psicologo a disposizione per aiutarli a superare lo stress del lavoro con gli alunni. Rivedere questo film nel 2018 fa uno strano effetto, quello che racconta siamo noi oggi e la conclusione può essere una sola: Moretti come tutti i veri artisti è un autentico genio in grado di spostare lo sguardo verso il futuro anticipando perfino quello che dovremmo ripeterci ogni mattina quando apriamo il giornale: Continuiamo così, facciamoci del male.