Io non ho mai amato guidare, no, anzi, rifacciamo: stare seduta davanti al volante di un’auto mi ha dato sempre paura, non mi sono mai sentita al posto giusto, di quella roba sotto piedi composta da tre pedali necessari per gestirne l’andatura meglio non parlarne, quel volante poi, ricco di tasti, sistemi per gestirne l’andatura e sa il cielo cos’altro meglio tacere. Fino a quando la sclerosi multipla è avanzata, disegnando il suo andamento su di me, lo stesso che mi ha condotto alla scelta di acquistare un’auto col cambio automatico, um Panda nera, più semplice da gestire, meno movimenti con le gambe, soprattutto con la destra, quella fallata per prima, quella dell’area marchiata fin dall’inizio dalla sm. Papà si innamorò della mia auto automatica, di tanto in tanto, quando io non dovevo usarla la prendeva, solo col mio assenso però, che non metteva comunque in disparte le mie scortesi critiche, carogna come so essere, mi dico adesso. Quando è troppo tardi però. Poi la sm è avanzata di più, la patente andava rinnovata davanti a una commissione per disabili, un gruppo di medici senza cuore, pronti a umiliare con distacco criminale il mio orgoglio di donna che di colpa aveva solo una grave malattia causata da un destino meschino, sfortunato, miserabile non certo da errori provocati da scelte di vita incivili. Dopo l’esame superato loro malgrado, potevo guidare nuovamente con cambi manuali installati sul volante di un’automobile che manteneva comunque i mezzi per essere condotta da patentati di Classe B. Come papà. Quando allo scadere della patente per disabili scelsi di non rinnovarla per evitare di passare nuovamente davanti alla stessa commissione che tanto mi aveva mortificata due anni prima, la mia Panda divenuta Bianca passò quindi ufficialmente a papà che poté guidarla per poco più di un mese prima di lasciarci. La sua auto nuova, l’ultima, la tanto desiderata, la preferita, era diventato un angolo tutto per sé e che io avrei dovuto concedere prima, con larga parte del mio cuore.
Perché Sanremo é Sanremo
È morto Pippo Baudo e non credo di sorprendere nessuno scrivendolo, in tv e sui quotidiani se ne parla da giorni attribuendo alla notizia il giusto clamore, lo stesso funerale sarà trasmesso in tv, in diretta, su Raiuno. Una pagina di grande spettacolo italiano si è chiusa, lo dicono tutti, non credo che nell’affermarlo si sia lontani dalla verità, non so se a qualcuno della mia generazione sia sfuggito dalle sue dirette, dalle sue prime serate del sabato sera, dai suoi pomeriggi della domenica e poi dai suoi celebri Sanremo, sì ecco appunto, dai suoi Festival, unici, inimitabili, senza possibili paragoni, quelli ricchi di dettagli e angoli da ricordare. Quanto ho amato il tipo di Sanremo creato da Baudo: ogni anno lo aspettavo, per me era una settimana imperdibile tanto che dal lunedì successivo alla sua fine mi sentivo quasi sola. Lo guardavo senza nessuno accanto, a mamma e papà non piaceva troppo, loro stavano in soggiorno con la tv sintonizzata su qualche film, io, in cucina, a godermi lo spettacolo che in assoluto preferivo: partivo dall’inizio, dalla presentazione delle vallette che di anno in anno erano sempre diverse – le stesse che Baudo sceglieva tra i nomi in maggiore ascesa nel mondo dello spettacolo -, ascoltando poi la selezione di musica leggera italiana in gara, l’orchestra che l’accompagnava, gli ospiti stranieri che di volta in volta contribuivano a scrivere i caratteri del grande evento. Mi mettevo lì, seduta al tavolo da pranzo, penna in mano, quaderno su cui scrivere i nomi dei cantanti per poi, dopo la loro esibizione, aggiungere un voto che al termine compilava la classifica del mio personale Sanremo. Non ho mai vinto, ma la canzone che salivava ai vertici del mio Festival il giorno dopo era la più trasmessa su radio e tv, tanto per sottolineare quanto fosse ben rintracciabile la linea dell’autentico sapore sanremese. Dopo Baudo Sanremo è sceso sulla scala dei miei gusti personali, così, per sottolinearlo.
Ferragosto, io non ti conosco
Eccoti qui Ferragosto, ti detesto da sempre, anche se solo in parte va detto, perché nello stesso modo ti attendo, quando arrivi c’è sentore di fine estate, giornate più lunghe in pratica, settembre dietro l’angolo e poi vaga, vaghissima speranza di caldo ai termini. Quest’anno anche no, sentendo quello che si percepisce nell’aria divenuta all’improvviso pesante, torbida, piena di afa e calura che opprime i sensi, ma va da sé, basta che te ne vada estate, dicono che accadrà tra poco, dicono. Ferragosto, io non ti voglio tra i piedi, con quello che sei, con quello che rappresenti, che comunque, lo ripeto, dal 16 si dovrebbe parlare un’altra lingua, quella dell’arrivo al traguardo, amato, atteso, desiderato soprattutto, perché comunica con il linguaggio della conclusione, un solenne qui scende il sipario, cara estate. Proprio tu che quest’anno, in pochi giorni, ti sei incollata addosso quel genere di calura che, ragazzi miei, mica sembra naturale. È già accaduto in passato, certo, ma quest’anno mi ero illusa, l’afa tardava, troppa grazia sarebbe stata. Invece questi ultimi giorni valgono quasi di più, ricchi come sono di un soffrire comune che mi impedisce, per decenza, perfino di tirare in ballo la detestata sclerosi multipla anche se con lei il caldo mi grava addosso con indecenza. Aggiungo però che io almeno con questa canicola immorale me ne posso stare a casa con l’aria condizionata che mi dà sollievo, penso a chi deve stare fuori per lavorare invece, attività manuali addirittura, costretti l’aperto, sotto il solleone battente, nelle ore nemmeno nominabili per il caldo che si trascinano addosso. Vuoi vedere che la sclerosi multipla per una volta mi rende omaggio?
Silenzio, resto una signora
Non credevo accadesse davvero, non con questa potenza quantomeno, anche se le previsioni meteo lo annunciavano, “caldo a iosa dicevano”, a partire da Ferragosto più o memo, il giorno non era preciso, ma il periodo sì, i toni al solito erano al limite del dramma umano, mentre io sorridevo, mica è possibile mi ripetevo, in questo periodo no che non accade, le giornate si stanno facendo più corte perché si incamminano verso settembre ribadivo con sicurezza. In quest’estate dal clima un po’ fuori norma i tg non avevano ancora messo in campo i servizi pronti da maggio, ridicevo, quelli costruiti e già preparati, cose del tipo che col caldo c’è necessità di bere almeno tre litri di acqua al giorno, mangiare tanta frutta e verdura e non uscire di casa durante la controra e via sulla strada che, da giornalista dei miei stivali quale sono, non avevo ancora ritrovato malgrado da sempre l’informazione estiva si regga così, su quei temi che inquadrano spiagge colme, bimbi che sguazzano tra le onde, teste bagnate sotto le fontane delle città d’arte, code chilometriche ai caselli autostradali e avanti sul tema. Mi concentravo invece attorno all’idea che giunti a questa data certi caratteri fossero ormai dietro alla schiena. Sbagliavo, eccome se lo facevo, tradita dalla certezza che queste giornate che, mamma mia se pesano, non potessero più farsi norma e quindi evitare di attorcigliarsi attorno alla mia sclerosi multipla che di caldo si nutre per le sue pericolose ripicche. Fatemi tacere, diventerei volgare e non mi va.
Potente gioventù
Qualche anno fa, nella palazzina dove abito, ha preso casa una famiglia che scende a Jesolo solo per trascorrere periodi di vacanza estiva, quando è arrivata i figli erano perlopiù ragazzini, ora qualcuno di loro è cresciuto da essere oggi molto più che adolescente e in questi giorni ferragostani è qui, senza genitori, accompagnato da alcuni amici con i quali sta occupando l’appartamento di mamma e papà. Sono rumorosi, pieni di idee mi sembra, pure di risate grasse e rumorose che dimostrano abbondante voglia di splendere, buttandosi dentro i movimenti più energici della loro beata gioventù. Ovviamente la mattina fanno grandi e silenziose ronfante, dal primo pomeriggio in poi cominciano ad animarsi pranzando in terrazza tra risate e racconti rumorosi, fino a quando decidono altro, scompaiono dalla mia vista e dalle mie orecchie, credo si muovano verso la spiaggia, sotto al sole cocente del primo pomeriggio che dà significato al resto di quello che accadrà loro. Appena rientrano il silenzio scompare, mettono in moto musica che non conosco, segnale che mi disturba, posso essere tanto vecchia da non cogliere le note in linea coi gusti di un ventenne? Ebbene sì. Continuano così fino a tarda, tardissima notte, l’ora in cui penso escano a caccia dei ritmi trionfanti della bella vita jesolana. Quando ritornano sono io però che non li sento, evidente, a quell’ora dormo di profondo incollata al mio letto di cinquantenne che non ha niente da ridire sulla loro rumorosa bella vita di ventenni, solo una solenne invidia, ragazzi. Perciò vi auguro il meglio che c’è, da stasera fino a data da destinarsi.
IIIC che eri e che sei
Ieri sera c’è stato un ritorno al passato, quella cena coi protagonisti della mia IIIC a cui davo buca da prima del Covid, passando attraverso ogni cosa è successa dopo, la scomparsa di papà soprattutto. C’era Donatella, spalla destra del mio banco di prima fila, che il suo brio e la chiacchiera brillante, vivace, dinamica non l’ha di certo persa, con Giorgio, suo marito, diventato amico anche lui con cui amo dividere parole e pensieri, c’era Enrico sostegno di tanti ricordi liceali così come di voci importanti, opinioni mai dome, attive e intelligenti di oggi e con lui la moglie Ilaria, dolce ed educata nelle maniere e nei pensieri, il loro figlio Pietro, ragazzo quasi maggiorenne – tanto per dire quanto siamo invecchiati noi – bello, dall’aria razionale, sicuramente garbata. Ma poi anche Federica amica mia di sempre, col marito Adriano potente supporto, tra le altre cose, di molti miei giorni scuri, la giovane e ben cresciuta Beatrice e poi Gloria sempre da me e per me quando serve, quest’ultimi in IIIC non c’erano, li abbiamo adottati e con entusiasmo, con le loro voci e i volti di peso. Posso dirla tutta? Mi è mancata Marina, lei lo sa perché, la prossima volta la trascino al tavolo, lei che in IIIC c’era e che è ancora qui, vicina a me, sempre e per sempre. lo so io, lo sa lei. Insomma, una bella serata, di chiacchiere e pensieri, la matematica non sarà mai il mio mestiere. Ne avevo bisogno? Credo di sì, anche se ero stanchissima, massacrata da un dolore a una spalla che non so da dove arrivi, se è uno stiramento risultato di un movimento sbagliato, un colpo d’aria mal subito oppure, maledizione a lei, dalla sclerosi multipla che fa buongiorno in questo modo inedito. Ma lascio il passo, mi muovo altrove col pensiero, facciamo così, oggi ho preferito ordinare il libro che ieri sera mi ha consigliato Enrico, Rosa Montero, La pazza casa, con postfazione di Mario Vargas Llosa. Non mi sembra poco.
Dal Giubileo 2025 in poi
Ci si può commuovere guardando le immagini di un milione di ragazzi che partecipano a Roma al Giubileo dei giovani? Sì. Lì, radunati in preghiera davanti al Papa erano bellissimi e felici, così li ho intesi io, pronti anche per stringere amicizie tra loro, cantare, ballare e travolgere tutto l’insieme con entusiasmo, dalla bellezza dei loro cuori leggeri che ho sentito soprattutto aperti, sulla linea di una riconoscibile sincerità pronta a comporre passi avanti rispetto al ritratto che noi adulti facciamo di loro. Sono questi i giovani a cui voglio credere, mi piacciono così, ma fanno meno figura di tutti quelli che racconta la cronaca, quelli che vanno a scuola col coltello per lanciare minacce all’altro, che sembrano uscire dalla strada maestra dall’educazione e della civiltà, quella che invece ho visto, pure con una lacrima di commozione e approvazione, a Roma pochi giorni fa. Ma alla fine mi sono chiesta quale sia la strada autentica dei nostri ragazzi, credo stia a metà sono arrivata a dirmi, non tutta composta dentro quella bolgia infernale che noi aduti descriviamo cosi come non solo quel ritratto disegnato a Roma. Giovani, in linea con temi moderati, quindi, quelli che non fanno troppo rumore, né in un senso, neanche nell’altro, capaci di vivere fino in fondo la loro bella giovinezza orientandosi tra il magnifico che si compone davanti agli occhi e nello stesso tempo allottandosi dalle tante tentazioni che fanno cucù dietro l’angolo. E io a quell’età? Attenzione prego, lo dichiaro, so per certo che al Giubileo romano non avrei partecipato, che l’insieme mi avrebbe fatta anzi sorridere con il sopracciglio alzato dal diniego, brusio di negazione pure, probabile opposizione di superiorità, ma il coltello in tasca certo che no che non l’avrei avuto, mi sarei ferita piuttosto per strapparlo di mano all’aggressore verso il più debole. E io voglio vedere così anche i ragazzi di oggi, quel milione al Giubileo, come quella altrettanto forte quantità che non era lì rimasta a casa ma con la tasca libera dal coltello.
Vorrei che il peggio fosse questo
La stampa italiana fa così, per qualche settimana si attacca allo stesso ramo di informazione e lo replica cercando, credo, di farne un caso da sfruttare all’eccesso, in questo modo gli apre tutte le porte per poi chiuderle all’improvviso senza curarsene più, è arrivato altro di cui discutere. Morte assistita per l’inizio di agosto, tocca a questo argomento, due casi, a pochi giorni di distanza. Ho schivato in fretta le pagine dei quotidiani che ne parlavano, solo una lettura rapida, disinteressata quasi, di certo inquieta; ho seguito con finta freddezza i servizi dei tg che ne ribadivano i motivi, occhi bassi i miei, per non vedere, per non sentire, per non farmi trascinare dentro l’incubo che prendeva forma. Sclerosi Multipla, due donne sulla mia età hanno scelto la strada dell’addio autonomo alla vita piuttosto che convivere con Lei. Non ipotizzavo che Sua Maestà potesse fare tanto male, o forse sì, chi lo può dire cosa mi passa per la testa quando vedo lei domani accanto a me, quale aspetto le ho dato, in che specchio mi vedo riflessa nel futuro, se so davvero tutto quello che lei potrebbe disegnarmi addosso, se ho capito qual è il colore che impiegherà su di me. Conosco i vari scritti che fino a ora ho visto in diretta: dalla diagnosi, certa e sicura, compresi tutti i successivi punti di domanda che mi ha piantato a fuoco dentro, pure quelle lacrime che ha fatto scendere fin da subito anche se quasi vuote di significato perché no che non sapevo i tanti passaggi lenti e malfermi nei quali stavo entrando, come i tanti e numerosi esami fatti e da fare inseguendo esiti vigliacchi, le richieste di silenzio verso gli altri seppure amici – per paura? per vergogna? -, momenti che le ho concesso per impossibilità di fermarla, tentativi, ma nemmeno tanti, di dirle basta, fai un passo indietro lasciami in pace, fino a lei, la due ruote fin troppo temuta e odiata sulla quale però mi sono seduta e accomodata anche troppo bene. E ora questa notizia, morte assistita, via di fuga spaventosa e totale dalla sclerosi multipla, che però ho letto, ascoltato con un solo orecchio teso, l’altro quasi coperto, e dentro una tensione vibrante che mi ha gelata con la durezza di uno schiaffo ricevuto credo senza merito. Io che pensavo che il peggio fosse già arrivato.
Eccelso Celso…
…lo ha detto Vasco Rossi, ieri, saputa la notizia della morte di Celso Valli, autore di primo livello della musica italiana, penna inimitabile, artista, compositore, produttore, mano certa di quella canzone che dagli anni Ottanta in poi ha accompagnato molto di quanto ho voluto ascoltare io. Ché proprio nella musica italiana ho scelto di buttarmici dentro fin da piccolina, per autentico piacere e preferenza; non mancava il cantautorato di valore in casa, lo potevo ascoltare tra i 33giri più maturi di mio fratello, ma c’era anche la radio, le frequenze FM che nascevano proprio allora, era lì accanto dove sedevo, spesso a terra, svoltando tra i tasti e le manopole, in cerca di quanto preferivo sentire. E il genio e il talento di Celso Valli era ben presente, lo ricordo, lo trovavo tra le note di Eros Ramazzotti che grazie a lui aveva vinto Sanremo vestendosi del primo successo che da lì in poi lo ha preso per mano verso le ottime certezze successive. Fino a emozionarmi fuori dai limiti quando mi ha messa davanti al Claudio Baglioni di quella sua opera superiore de La vita è adesso. Eccelso Celso, quello che se pure oggi ascolto anche solo in velocità comunque mi fermo, tornando indietro di decenni per sentirmi fremere di una gioia pulita e giovane. Con la luce che mi si spalanca dentro se penso al suo lavoro proprio con Vasco Rossi visto che hanno messo insieme titoli prepotenti come Senza parole o Sally, proprio quelli che sanno ricoprirmi di palpiti gelati ogni volta che parte una qualche e qualunque nota. E questa è solo una parte, potrei andare avanti per un bel po’, perché ha ragione Vasco: Eccelso Celso.
Tanti auguri Fabiana, tanti auguri Mattia
Mi sono dimenticata di augurare buon compleanno alla mia cara amica Fabiana, a suo nipote Mattia, figlio di Romina, sua sorella, entrambe colonne portanti del mio circolo di cameratismo, pilastri e anime di amore e affetto a cui so di potermi poggiare ogni volta senta di averne necessità. Capito l’errore, il danno compiuto, la rovina, la caduta greve che mai avrei dovuto portare a capo e che tanto mi ha tormentata una volta resami conto dello sbaglio fatto malgrado le rassicurazioni ricevute da entrambe e che ho sentito sincere? Ma il mio ko tecnico, privo di giustificazioni mi si è incollato addosso per il fastidio che ha soffiato contro di me. Torno indietro con la memoria anche, con Romina e Fabiana ho lavorato a lungo imparando da loro molte cose, pure sui compleanni, sull’importanza degli auguri da fare, il valore di ricordarsene sempre per esempio, e per tempo, mica a caso e mica senza dargli un corretto significato. Agli amici più cari gli auguri si fanno sempre e con largo anticipo, me lo hanno insegnato proprio loro, e infatti le vedevo spesso la mattina cincischiare col telefono mentre inviavamo wapp. Anche se quella che vedevo era la seconda puntata del loro impegno, per i veri affetti gli auguri erano partiti già prima, non di mattina alle 9.00, sia mai, vedi infatti che quelli indirizzati a me sono sempre arrivati pochi minuti dopo la mezzanotte. E grazie amiche mie. Romina poi la prendevo sempre in giro, lei conosce la data di compleanno di attori, cantanti, presentatori tv, vallette e tanti altri, quando eravamo piccole infatti c’era un giornale che presentava i vip dello spettacolo e accanto ci metteva anche la loro data di nascita, la sua imbattibile memoria aveva registrato tutto, un vero genio il suo. Glielo dicevo sempre tra quelle scrivanie “Guarda che ti iscrivo a una qualche trasmissione tv di quelle che scovano attitudini come la tua, tu vinci la pecunia poi ce la dividiamo, io faccio da agente, tu da mia pedina vincente”. Fabiana, Romina, Mattia scusatemi all’infinito.