Quei due libri in più che servono sempre

Credo che le prove per l’esame di maturità siano ormai terminate per tutti, forza ragazzi è passato anche questo scoglio, anche se ho letto a piene mani che molti di voi hanno rifiutato di sostenere l’orale portando avanti giustificazioni tali da farvi sfuggire al colloquio diretto e conclusivo davanti alla commissione forse perché, fatti due conti autonomi, il punteggio per raggiungere il voto finale e positivo lo avevate già raggiunto. Troppo stress avete detto, e pure inutile, addirittura superfluo, i vostri calcoli sui punteggi ottenuti con le prove scritte mettevano in chiaro che in cassetto c’erano i titoli sufficienti per andare verso la promozione senza fare l’orale quindi via, tanti saluti e grazie, forza usciamo dalla classe, ci sono mamma e papà già alla porta ad accogliere noi ragazze con un mazzo di fiori in mano, noi ragazzi con un qualche omaggio, loro emozionati e pronti a stringerci a braccia aperte, orale fatto o meno, già in posa per un selfie e via che si va pranzo insieme in ricordo di una giornata che non tornerà più. E che infatti non tornerà più. Proprio vero. Come scelta per il vostro mancato orale avete messo in conto molte opzioni da sembrare addirittura valide, eppure io quasi tutte non le ho capite, forse perché sono lontana dal mondo della scuola da troppe epoche, aggiungo comunque che più di voi lo conosco il mondo, il suo movimento, cosa produce in termini di fatica, impegni, calcoli da sostenere, tensioni, stanchezze, crolli emotivi che necessitano preparazione autentica e voglia di farcela per darle la spinta sicura verso il risultato più certo. Anche il più pesante, soprattutto il più pesante, c’è da aggiungere. Ed è per questo che la scuola è un supporto necessario, coi suoi inevitabili limiti.

Un posto al sole

Ieri sera, finita la cena, guardato il tg, già in pigiama, pronta per passare sul divano, ho cercato un po’ in giro tra i canali della tv per orientarmi col telecomando in mano e per vedere come avrei potuto passare la serata. Un tempo queste ore erano il momento imdiruzzato per la lettura ma da un po’ le mie abitudini serali sono del tutto cambiate, il libro si prende in mano di pomeriggio e la sera tocca alla televisione, con nessuna soddisfazione peraltro, se d’inverno il palinsesto è debole, d’estate rasenta la vera pietà. Potrei scegliere di muovermi tra una delle tante piattaforme streaming installate sulla mia tv, ma ci sono molte ragioni per cui non lo faccio, per esempio mi addormento subito davanti al televisore mentre le serie del digitale che pure potrebbero piacermi, richiedono attenzione per evitare quel viavai fastidioso, di sera in sera, tra una puntata e l’altra. Fatto sta che questa televisione, povera e scadente d’estate mette in scena le peggiori repliche di tutti i programmi passati durante la stagione invernale, cosa che come ovvio mi innervosisce oltre modo. Ieri sera ciondolando tra un canale all’altro in cerca di armistizio, sono passata da Raitre scovando addirittura Un posto al sole, guarda un po’ qui mi sono detta, lo fanno ancora, quanto tempo sarà passato, trent’anni da quella prima puntata? Niente di più facile. La prima serie italiana, ambientata a Napoli, davanti al Vesuvio, lì dove sorge Palazzo Paladini ovvero il set in cui si muovono le vicende della storia, quelle di ieri e per quel che ho visto anche quelle di oggi. Succedeva così decenni fa, tornavo dal lavoro, gli orari con l’inizio della puntata combaciavano con i miei, mi buttavo sul divano, accendevo la tv e mi trasferivo a Napoli, nel momento in cui saliva di quota la nuova puntata di Un posto al sole, la chiamavo la mia mezz’ora d’aria, il momento che mi faceva volare lontana da tutte le responsabilità appena chiuse in un cassetto dell’ufficio, lo stesso che avrei dovuto aprire il giorno dopo. Ieri sera ho riconosciuto Palazzo Palladini, gran parte dei personaggi che mettevano in scena la mia mezz’ora d’aria di un tempo anche se oggi sono ovviamente, invecchiati e coinvolti in storie che non ho riconosciuto e che non mi ha interessato riconoscere. Infatti. Non riprenderò a guardarlo questo telefilm sotto il Vesuvio ma resta il fatto che come prodotto televisivo sembra quasi più ben fatto di tutti quelli di oggi che pretendono di essere attuali, nuovi, correnti, addirittura innovativi e moderni, costruiti tuttavia seguendo realizzazioni narrative fintamente inedite.

Se ti va di essermi amico

Ecco, così mi sento quando gli altri mi vedono seduta qui, su questa due ruote: leggo nei volti le domande che nascono attorno a questioni più che lecite su cosa mi potrà mai essere accaduto, quella ovvia impossibilità di capirlo al volo, i punti di domanda che comunque entrano in gioco tra i pensieri, così come l’educazione di non chiedere nulla, nascondendo tra i denti serrati la voglia di farlo. Allo stesso modo anche l’accortezza di favorire ogni mia necessità, elemento questo che sta a metà strada tra curiosità e desiderio di appoggio, soccorso, protezione, difesa per qualunque cosa mi sia successa, in effetti chiaramente sono io la più debole e anche se in termini decisi la voglia di essere informati c’è, prende campo, quasi sempre, l’educazione. Settimane fa, prima del gran caldo, mi sono fermata a pranzo con la mia famiglia in un chiosco dell’estatate jesolana, il cameriere è passato, ha lasciato sul tavolo il menù ed è tornato per raccogliere la comanda, secondo quanto scritto un po’ ovunque le nostre scelte, una volta pronte, avremmo dovuto ritirarle al banco-bar per portarle al tavolo. Invece no, non è andata così, dopo poco il cameriere è tornato porgendoci i piatti che avevamo richiesto, distribuendoli in ordine sopra, aggiungendo anche uno sgabello alto accanto a me per darmi la possibilità di poggiarci sopra il braccio e stare così più comoda. Offesa io per essermi sentita investita nel vero ruolo di disabile, affare che mi ha fasciata dentro un clima di tristezza cupa? No, questa volta no, conquistata invece, da un’attenzione che ha assunto una forma matura, diligente, libera da richieste o pretese mie o degli altri. Ho la sclerosi multipla, va così, se ti va di essermi amico e di corrermi in soccorso fallo pure. E grazie.

Abbiamo noi il nostro Re

Ne ho già parlato di Sinner su queste pagine, vero? Non mi sbaglio, mi sembra, perché il fatto è questo: la mia passione per lo sport nasce e finisce sulla base delle vittorie tricolori, al meglio quelle clamorose, quelle degli atleti italiani, da Tomba che ferma Sanremo per vincere l’Oro alle Olimpiadi di Calgary, passando dal calcio, come quelle dei campionati Mondiali vinti dall’Italia o senti un po’ qui il Milan, che rifila cinque bombe dentro la rete del Real Madrid finendo poi per vincere quella che all’epoca si chiamava Coppa dei Campioni e gioendo allo stesso modo per l’Inter e il suo Triplte agguantato con Mourinho in panchina, a casa mia si tifa solo quando si è certi di vincere, furbastra come so essere. Perché le competenze per il vero sport stanno fuori dalla mia finestra, è bello solo agguantare la vittoria per miei gusti, tipo che ieri pomeriggio mi sono cuccata credo tre ore di battute di racchetta tifando per Sinner, l’altoatesino rosso di chioma che al di là di tutto mi sembra davvero un bravo ragazzo, senza capire niente del suo sport comunque, quello che lo ha portato a trionfare sull’erba verde di Wimbledon, un risultato che mi dicono essere qualcosa di simile al match della vita. Dicevo, e non a torto, io che di tennis capisco meno di nulla: le regole, il significato di quelle righe sul campo, come si assegnano i punti, quelli che fanno vincere o le battute perse e che danno invece il valore all’avversario, so solo che ieri sera Sinner ha portato a casa un risultato unico, spettacolare, emozionante, trionfando di fronte a una platea composta da gran parte dei reali europei – oltre a quelli inglesi, ovvio – mentre sugli spalti sedevano molti personaggi che compongono il bel mondo della ricchezza mondiale. Di rappresentanti dello sport o della politica italiana non c’era nessuno, temevamo che Sinner non ce la facesse mi chiedo oggi, vuoi fare un viaggio addirittura a Londra per niente? Sia mai.

Ma alzalo quel telefono

In contemporanea alla capanna di caldo che ci ha travolti, tutti, non solo me, mica ho meriti speciali sul tema – l’afa è afa e vale per ciascuno – io a differenza degli altri ho mollato ogni contatto col resto del mondo, bella fessa che sono, come se la solitudine distribuisse maggiore benessere in termini di frescura. Fino a domenica mattina quando, sedotta da previsioni meteo rincuoranti, incoraggianti e di deciso conforto mi sono decisa per una telefonata a Federica che, facendo due rapidi conti, è mia amica da più di trent’anni, lei, una di quelle spalle con cui ho condiviso il bello e il pesante della vita, quello suo e quello mio, credo di averne ampiamente parlato su queste pagine, val bene sottolinearlo ancora comunque. Ebbene, parlavo della telefonata, quella che, con mia sorpresa, una volta fatta ha ricevuto come risposta una voce maschile che non ho subito riconosciuto, solo dopo un po’ ho fatto centro perché vicino sentivo sghignazzare altre voci: era Giorgio, il marito di Donatella, compagna di banco del liceo, amica da allora, loro due insieme ora vivono a Londra. Cosa stava succedendo? Perché mentre ero al telefono sentivo prendere il volo una specie di presa in giro collettiva? Facile: le mie due amiche speciali, insieme ai loro mariti, divenuti a loro a volta amici miei, passeggiando sulla battigia jesolana, per puro caso si erano incontrati mentre io, proprio in quel momento, facevo la mia telefonata, perciò è stato come se ci fossi anche io con loro. Vedi, Cinzia, a cosa serve una semplice, casuale, fortuita, perlopiù imprevedibile ma voluta telefonata: a portare con sé il potere dell’amicizia con sé.

2003 sta a 2025

Eccomi qui, tornata all’ovile, pazienza ci vuole con me, ma direi che sono giustificata stavolta perché il caldo delle ultime settimane, sporco, pesante, bagnato, fin troppo voluminoso, bugiardo e malfidente è salito sul ring attaccando la mia sclerosi multipla e, neanche a dirlo, insieme hanno fatto squadra contro di me, vincendo. L’afa l’ha gonfiata di orgoglio la sm, fino a stendermi con un carico superbo e malvagio che sa fin troppo bene dove e come colpirmi per fare male davvero e a lungo. Bere tanto, non uscire nei tempi più caldi della giornata, rispettare la controra, mangiare frutta e verdura, tanta, ripetono così gli esperti dei tg. Lo fanno ogni anno per poi aggiungere che il pianeta sta cambiando, il clima lo abbiamo peggiorato noi e via sul tema. Mentre io vado con la memoria al 2002, ho appena cominciato un nuovo lavoro, molto importante mi racconto, un ambiente inedito per me, mi avvio a frequentare giorno dopo giorno meccanismi mai conosciuti prima, quelli di una Jesolo che sta crescendo attraverso gli interventi di personalità che le stanno disegnando addosso un volto ancora mai visto. Quindi imparo molte novità e mi piace, ne discuto insieme coi miei capi, propongo, inseguo con fierezza il risultato migliore per varcare il traguardo che pare ideale, mi capita ovvio di sbagliare e ci rimango male, ma va da sé, credo. Fino al giugno del 2003 che solleva, all’improvviso, un’ondata di calura che prosegue con fierezza – e con spirito altero, viste le preghiere di tregua che alziamo tutti – fino al settembre dello stesso anno. Mentre io me ne sto ogni giorno in un ambiente professionale che oltre a richiedere un’attenzione razionale spinta ai massimi, reclama anche una presenza quotidiana elegante, curata, più che ordinata, sempre diversa, mai trascurata ma nell’insieme tutt’altro che fresca rispetto al clima che impera in quell’estate infuriata. Come in tutti gli ambiti professionali si dirà, certo che sì, ma lì dove un programma sta nascendo e i traguardi sono nuovi, serve maggiore cura per il dettaglio anche quello estetico, ci sono incontri da organizzare, riunioni da mettere in campo, tecnici da accogliere, il caldo resta un punto secondario rispetto al resto. È necessaria la propria e continua attenzione per la presenza personale che corre di pari passo con la scelta del proprio abbigliamento, il migliore. Di quell’estate 2003, dove la sclerosi multipla si era già presentata alla mia porta fornendo una tregua che ancora mi illudeva, quell’afa furibonda la ricordo fin troppo bene, ma insieme anche i tanti segnali impartiti da una bella professione che stavo facendo mia.Vorrei svegliami come se domani fosse ancora il 2003, anche se già so già quello che mi accadrà dopo, compreso il doloroso debutto sopra una sedia a rotelle, che in quell’anno solo intuivo scorgendolo tra le righe, ma che importa, ero troppo impegnata a stare bene come persona che imparava un lavoro che mi faceva sentire bene. Al di là di te, sclerosi multipla che non sai che essere, con tutti i quesiti che ti porti appresso, le cattiverie che sai mettere in campo, le bassezze sempre nuove che sai inventare, le risate che ti fai da sola, senza amicizia o amore che nessuno ti ha mai dimostrato, o mi sbaglio?


Anni Ottanta fa

La tv è accesa, non la sto guardando io, ma ascolto, passa uno spot, ha musica in sottofondo che sempre di più mi prende per mano e mi fa fare un balzo indietro: entro dentro sette note italiane targate anni Ottanta. Il mio decennio, di quando ero ragazzina, la mia bella età, quella indimenticabile e, infatti, indimenticata. Certi titoli sono targati soprattutto estate e raccontano le mie pagine chiare, libere da noie, io, seduta accanto alla radio smanettando tra le varie frequenze muovendomi da un titolo piuttosto che un altro in cerca della più bella musica italiana, oppure cercando tra le musicassette di mio fratello, attenta a non rovinarle per non prendere poi parole da lui, passo la mano tra titoli diversi dei cantautori di casa nostra, quelli entrati nella storia, da De Andrè a Dalla, De Gregori fino a Guccini, ma anche Renato Zero, Fossati, Vasco Rossi. Per non parlare di Lucio Battisti, poi. Meravigliosi anni Ottanta, meravigliosa giovinezza mia, meravigliosi pensieri che mi giravano in testa proprio in quegli anni. Mi chiedo sempre più spesso perché in questa stagione estiva 2025 i jingle – si chiamano così mi pare – che accompagnano gli spot peschino verso quel decennio, lo stesso in io cui ero poco meno o poco più che adolescente, quello in cui scoprivo il bello della canzone, quella italiana, scostandomi dal gusto che imperava tra i miei coetanei, sedotti invece da altro, nomi come Duran Duran o Spandau Ballet, gli stessi che, invece, io non frequentavo. Anni Ottanta diversi i miei, nutriti di un altro gran tesoro, e gli spot dell’estate 2025 sembra lo abbiano capito.

Cento anni di storia jesolana

L’altra mattina, quando ancora il caldo irrespirabile degli ultimi giorni non si era fatto sentire, ho trascorso qualche ora fuori casa con la mia famiglia fino a trovarci per pranzo davanti a un pezzo significativo della storia di Jesolo: senza nessuna intenzione di andarci, per puro caso, eravamo seduti di fronte alla facciata di un albergo che il prossimo anno compirà cento anni dalla sua apertura. Lo ammetto, non sapevo che Jesolo potesse fondare origini tanto remote, credevo che la sua prima nota risalisse al secondo dopoguerra insieme allo sviluppo e alla crescita di tutto il Veneto orientale, quello che seguiva le tracce di un primo benessere, sobrio, ancora lento, seppure convinto, dettato dalla nuova sicurezza espressa dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale. Quasi cento anni di Jesolo invece: con il racconto di un’apertura alberghiera che mi ha riportato alla mente Mann, la sua La morte a Venezia, quel capolavoro di inizio Novecento che dà luce al Lido di Venezia ed esprime racconti moderni, ricordi, desideri inediti, sconosciuti, mai svelati eppure fondamentali per guardare a un futuro già autentico. Non so se questo nostro albergo jesolano nei suoi cento anni abbia vissuto spezzoni di storia tanto autorevoli o se invece il suo inizio sia portatore di una debole seppure audace idea turistica. So solo che io, guardandolo, mi sono emozionata

Mi ritorni in mente

Negli ultimi tempi mi capita di ascoltarlo sempre più spesso Lucio Battisti, passa in tv con video rimaneggiati in un cui di autentico c’è solo la sua voce – meno male – mentre le immagini sono pietose e rifatte. Le ragioni di questa rilettura non l’ho trovata, diciamo il bello allora: basta spostarsi dal video per tornare indietro di tanti anni, a quando lo ascoltavo con le musicassette, sì proprio quelle che restituivano un suono sporco, ma non era un problema, quelle che per risparmiare imparavi a registrare da sola, quelle che spesso le trovavi col nastro srotolato e che con cura dovevi rimettere in ordine tu utilizzando una penna per riavvolgerlo. Le stesse che in tanti ti chiedevano in prestito quando sapevano che le avevi perché Battisti era Battisti, la colonna sonora dei primi amori, di certi baci rubati, ma anche delle cotte che finivano senza nemmeno essere mai nate, composte com’erano di pensieri e parole chiusi e mai vissuti davvero. E mentre scrivo mi viene in mente il pomeriggio di quell’estate in cui salendo dalla spiaggia vedo un’auto che rallenta davanti a dove abito, la riconosco, scende proprio lui, sa il cielo quanto mi piace, si guarda in giro, faccio in tempo a raggiungerlo, ci salutiamo, io con un fremito, in poco sono di nuovo sull’arenile, con lui, seduta su una panca, mi chiede come sto, cosa faccio in quella torrida stagione, se ascolto Battisti, dico di sì con entusiasmo, mi domanda se posso prestargli la musicassetta che utilizzo, certo gli dico, figuriamoci, “ti rivedrò”, penso, “quando verrai per restituirmela”. Vado in spiaggia tutti i giorni da allora, per settimane, anche se fa caldo, risalgo sempre all’ora esatta del primo incontro, ma non lo ritrovo mai fino a quando la musicassetta, all’improvviso, fa capolino dentro il contenitore della posta, senza un biglietto, senza un grazie. Quella sì  fu una vera Giornata uggiosa.

Serve un volo verso l’alto

Questo blog non sale di quota, non viene letto in pratica, ha avuto qualche – raro – momento in cui sembrava piacere di più per poi colare subito a picco tra silenzi e mancati contatti. Mi si dice che la causa potrebbe essere mia perché non ci scrivo con la continuità sufficiente da conquistarmi l’interesse di chi su queste pagine desidera nutrirsi dei miei pensieri e della mia penna, può essere vero, non da meno è comunque forte la probabilità che gli argomenti toccati siano davvero poco interessanti, ovvio anche questo, ci aggiungo pure che stile, grammatica, sintassi che utilizzo mettano da parte ogni piacere per il lettore perché dimessi e ripetitivi, niente di più verosimile. L’insieme di questi fattori, fin troppo autentico, mi demoralizza togliendomi di dosso ogni entusiasmo, quello utile per continuare a far sopravvivere queste pagine, anche se scrivere mi mantiene viva, quel minimo almeno, ultimamente anche più della lettura visto che tutti gli spazi con cui gestisco la mia vita sono cambiati, rovesciati addirittura e non certo migliorati. Eccomi, qui, con un altro lamento, ancora e ancora, chi può avere il desiderio di leggere righe che piovono sempre infradiciando il terreno?