Mi piaci da impazzire

Sono giornate davvero pesanti queste, c’è la paura ma anche la difficoltà a gestire la vita in casa tra spesa da fare, medicinali da procurarsi e via parlando. E poi, ingrato da dire – ridicolo se lo faccio io, regina dell’indolenza come sono – pure noiose. E quindi in queste giornate di quarantena è d’obbligo inventarsi roba da fare perché la tv, mamma mia quanto è scarsa. Pensa a questo, pensa a quello, stamattina mi sono trovata a sfogliare un album di vecchie foto della città dove vivo, anni Venti a salire, cose che non ho riconosciuto perché nate e sepolte prima che ci fossi io, fino a veri ricordi, in tutto e per tutto miei, capaci di stringermi il cuore perché la nostalgia si sa è canaglia, lo dice anche il buon Albano. E tutto d’un tratto, eccola la foto che ha aperto un varco dentro la mia giovinezza, spensierata, felice, ma felice veramente, in quel modo che solo a 18 anni può essere così pulito, senza tracce nere. In mano mi sono trovata la foto che ha acceso l’incanto, l’ingresso di una discoteca famosissima nella mia zona perché a suo modo un capitolo di storia lo ha scritto. Papaya si chiamava, ora non c’è più, ne hanno fatto un condominio senza poesia per i miei ricordi. Perché il Papaya è stata la prima discoteca dove ho messo piede nell’estate dei miei 18 anni e la mente è andata ad una notte in particolare. Da alcuni mesi mi ero presa una cotta colossale per un ragazzo, lo vedevo tutti i giorni all’uscita di scuola, lo trovavo bellissimo, un sorriso spettacolare, mai scambiati nemmeno una parola tra noi, ci salutavamo questo sì, nessuno ci aveva presentati, ma io sapevo tutto di lui, forse lui di me, mi bastava per essere certa che l’avrei sposato e saremmo stati insieme per tutta la vita. Faceva il liceo scientifico, io il classico, quindi diciamo che c’era anche un sottinteso rispetto intellettuale mentre ci si salutava, perché non so se ci siano studenti più snob dei liceali. Be’ insomma poi arriva quella serata indimenticabile, il 12 maggio 1990, a voler essere precisi, ci siamo tutti e due al Papaya, ci studiamo da lontano ma niente, lo vedo ridere con gli amici e anche con altre ragazze, belle stronze, mi ignora però e io mi sento un’idiota. Poi me lo trovo accanto, mi prende le mani e mi porta in disparte: mi piaci da impazzire mi dice e mi dà il bacio che appartiene al sogno. Il brivido lungo la schiena di quella serata indimenticabile lo sento ancora perché 18 anni si hanno una volta, una volta è basta.

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Quella che prova a farcela

La sclerosi multipla entra nella tua casa senza suonare il campanello, si accomoda dentro spazi che prima appartenevano solo a te e che adesso lei fa propri. Non è facile convivere con questa ospite inattesa ma si può fare.

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