Che piacere andare in libreria

Sabato scorso mentre mangiavo la pizza con un’amica le spiegavo che stavo aspettando con grande ansia l’arrivo di un libro che avevo acquistato sul web. Io e lei ci conosciamo da più di trent’anni, insieme ne abbiamo passate tante, scampoli bianchi, neri così come certi splendidi capitoli di sole. Così ci capiamo al volo e, infatti, anche l’altra sera, quando ha posato le sue posate sul suo piatto per fissarmi negli occhi, ho subito inteso che il suo obiettivo era di alzare i toni della conversazione. “Ma perché compri i libri su Internet mi ha detto? Ci sono anche a Jesolo le librerie, bisogna andarci!”. Già, ho pensato, hai ragione e poi ho ripreso in mano le fila del discorso: “lo sai che non ho l’auto e che con la sedia a rotelle fatico a muovermi da sola, è per questo che li compro su Internet, li scelgo, li pago, li aspetto a casa”. Si è imbrunita e mi ha chiesto di esprimere a lei i miei desideri, si occuperà subito per soddisfarli, ha detto, mettendo sul piano anche il valore di Jesolo, quello che passa attraverso le vie del commercio che non vanno trascurate, anzi. Mentre finivamo la nostra pizza mi raccontava che discute spesso di questo con la figlia adolescente la quale si muove con le amiche tra i negozi più amati, quelli che propongono ciò che preferisce, dove entra, chiede ai commessi di vedere le sue scelte – scarpe, giacche, pantaloni, gonne o altro – di poterle provare individuando così la taglia corretta, il modello favorito non senza la gradazione del colore più adatto guardandosi dentro lo specchio e, al termine, dopo aver ringraziato, esce senza comperare nulla. Perché, forte di tutte le informazioni guadagnate, si indirizza verso i siti web che ben conosce dove formalizza l’acquisto. La mia amica, una volta scoperto l’inghippo, l’ha ripresa con forza, sgridandola in maniera potente spiegandole che il suo è un trucco messo in pratica con finta astuzia. Jesolo, le ha detto, si fonda su valori importanti in cui il commercio dei negozi è una qualità fondamentale che va protetta aggiungendo anche un dettaglio: è proprio in una di queste attività che lei d’estate potrebbe trovare occupazione, utile per imparare un lavoro ma anche per mettere da parte qualche soldino proprio. Parole sante quelle della mia amica che da oggi però mi avrà in groppa per aiutarmi nell’acquisto dei libri che dovrà cercare a mio titolo nelle librerie di Jesolo.

La saga dei Florio

Non amo ricevere libri in regalo. Le scelgo da sola le mie letture, magari seguendo il consiglio fidato di quei pochi amici veramente lettori che conosco o di certe recensioni firmate da nomi che considero valide penne. Nell’insieme poca roba. Mi sento autonoma nell’ambito anche perché non sono una lettrice rapida e ho tutto il tempo che serve per trovare il capo del mio percorso. Qualche settimana fa – ne ho scritto anche su queste pagine – è passata a trovarmi con altri amici la mia insegnante di italiano delle scuole Medie che mi ha allungato un pacchetto con un romanzo al suo interno. Come detto prima, pur non amando leggere c’ho che non programmo da sola, lo faccio lo stesso, per educazione, come forma di ringraziamento, correttezza e cortesia. È andata così anche con il regalo della mia prof. Ovvero il primo capitolo della trilogia firmata da Stefania Auci di cui non avevo scovato recensioni troppo brillanti però. Invece che sorpresa ho scoperto tra quelle pagine: mi hanno sedotta, trascinata dentro il significato che rappresenta per me il piacere della lettura e che, lo so bene, avevo perso, due paginette alla volta mi bastavano, riprenderle in mano significava correre al giorno dopo o magari a quello successivo ancora. Adesso magari non sto leggendo Proust ma sto leggendo, mi sento ricca, soddisfatta e piena, ho già comperato i due volumi che completano la trilogia della Auci nella piena certezza che poco alla volta tornerò a quei titoli solidi con cui sono cresciuta. Grazie prof.

Pausa caffè

La mattina qui da me con mamma ci celebra una pausa per il caffè, quello casalingo a suon di moka, lo approvo certo, anche se preferirei berlo al bar, mi piace di più, ma va bene anche così. Mi chiedo spesso com’è il gusto di quello delle macchinette casalinghe, devo averlo anche provato da qualcuno che conosco, non ricordo la sensazione che mi ha dato, forse mediocre. Sono certa di aver sempre gradito, invece, il sapore di quello in arrivo dai sistemi allestiti nei luoghi pubblici: scuole, ospedali e spazi di lavoro. L’ho provato quasi sempre insieme alle colleghe con le quali ho trascorso le pause dal lavoro, quelle che rinfrancavano le mente tra una pratica e l’altra. All’inizio, quasi trent’anni fa, quando la sclerosi multipla era ancora solo roba mia, un segreto che mi sembrava, l’illusa, di mantenere silenzioso tra me e me, con la mia collega del tempo scendevo al piano inferiore, in ascensore, e davanti alla macchinetta, giorno dopo giorno, ci si beveva il nostro caffè, tra chiacchiere, risate, consigli. Segue un cambio professionale, altro ufficio, nuove colleghe, per andare alle macchinette del caffè adesso serve un braccio fermo cui poggiarsi, perché i passi si sono fatti incerti, la sclerosi multipla punge, tutto traballa, resta buona solo la pausa con le amiche. Nuova pagina ancora, il lavoro adesso si fa sopra una sar, il caffè segue le sue ruote per raggiungere la macchinetta, arrivata faccio qualche discorso coi colleghi che incontro, quando lo finisco volto direzione e raggiungo la scrivania, si comincia col lavoro. Fino a oggi: tutte le mattine con mamma c’è quello della moka che si fa piacere lo stesso, è un momento solo nostro uno spazio per recuperare tempo e ricordi.

Un libro

Ho ripreso a leggere. Ho ripreso a leggere? Con continuità. Con continuità? Ricordo le righe che mi passano sotto gli occhi. Le ricordo? O mi volano accanto, e poi via dalla mente in modo rapido, senza lasciare traccia quella che dà significato alla qualità del fattore lettura? Cerco di darmi una risposta ma la perdo perché se la aggancio mi infastidisce ciò che disegna, ovvero la me di oggi, quella poco sintonizzata su capitoli, capoversi, parole che non mi seducono come un tempo. Però, dopo mesi lunghissimi in cui il libro non era più cosa mia, adesso, sforzandomi l’ho ripreso in mano: quanta fatica per stare sola con lui tuttavia, per entrare dentro i suoi contenuti, abbracciarne il tema, essere lui per me, io per lui. Dopo la morte di papà niente è più lo stesso, il grande dolore ha cambiato tutto in casa, altri sistemi, altri perché. Il tempo è vuoto. Un libro tenta di riempirlo? Sto mettendo in pratica qualche meccanismo per tornare lì, al punto che prima era noto e che ora mi sa lontano. Dov’è il banco d’origine? Non lo so. Ci provo. Solo che oggi per leggere devo prendere le misure con spazi diversi da quelli di ieri, orari nuovi a cui abituarmi, posizioni anche, luoghi inediti, con molti rumori nuovi che fanno da sottofondo, passaggi insoliti con cui fare i conti, pensieri in testa che si accavallano gli uni con gli altri e che mi prendono per mano portandomi via la concentrazione che un tempo era sempre pronta a farsi strada appena lo aprivo il libro. “Si tratta solo di fare proprie le nuove abitudini, ti porteranno dov’eri – mi ha detto Laura, la mia amica, maestra delle mie migliori letture – datti forza, non abbandonare il libro, è roba tua”. Le credo? Sì.

Oceano mare

Sabato Alessandro Baricco sarà a Jesolo per presentare il nuovo lavoro. Appuntamento sopra le righe. Inatteso, fuori dai canoni, suoi e del pubblico che lo legge, amandolo, da decenni. Come me. Una serata che travalica i livelli noti della presentazione di un libro perché assumerà i caratteri di un format in cui il lavoro letterario diventerà anche festa, happening musicale, lezione notturna. Un Baricco proiettato ben oltre se stesso. Non ci sarò ma non per voler starmene alla larga piuttosto per ragioni d’altra natura e ben note su queste pagine. Ma il suo arrivo a Jesolo è stato sufficiente per portare alla luce tutti i ricordi che mi legano alla sua letteratura scoperta direi per caso ma con che soddisfazione. Un’edicola vicina a casa, giornali, quotidiani e qualche libro tipo una collezione di titoli venduti a basso costo, tra questi uno in particolare, Castelli di rabbia, acquistato ben per caso dandomi modo di tuffarmi dentro a una parola mai sentita prima, circondata da quel suo tono fluido, ricco, nuovo, legato a una narrativa sviluppata su un ritmo mai letto, toni arrotolati da una musicalità inedita che non dimentica mai una potenza lessicale, sontuosa, splendente, certamente esclusiva. Benvenuto nella mia vita, signor Baricco. Tocca poi scoprire poco dopo anche il suo Oceano Mare per confermare lo stesso piacere caldo e autentico, mai perso, nemmeno nei tempi successivi. I due esordi di Baricco, quelli che hanno trasformato e arricchito la letteratura italiana a partire da inizio Novecento, raccontano ciò che non è lecito evitare di leggere. Come tutto il resto del suo palinsesto

E anche questa visita ce la siamo tolta dalle…

“…Milano – Cortina, 2 ore, 54 minuti e 27 secondi, Alboreto is nothing”. Ecco cosa ho pensato, giorni fa, uscendo dall’ambulatorio dove avevo appena concluso la pratica medica per il controllo annuale che deve giudicare lo stato della mia cara sclerosi multipla. Insomma, dopo la visita, seduta ai tavoli di un bar per consumare una veloce, tarda, colazione con la mia famiglia, pensando a quanto sarebbe stato felice papà per le parole ricevute, “sta ferma lì, nessuna novità da registrare”, dettaglio non certo secondario per guardare alla mia sclerosi multipla, non ho potuto che liberare il mio pensiero verso una citazione non certo dotta ma in piena corsa verso la libertà, quella che mi sono sentita scrivere addosso, sciolta da ansie, fin troppo profonde e ruvide, le stesse che da venticinque anni questi controlli medici si portano appresso. È andata insomma, si passa oltre adesso, appuntamento al prossimo anno, il tempo utile per togliersi dalla mente, con eleganza e mente sveglia, qualcosa, via dalle scatole, tu e il resto, sm che non sei altro. E adesso riguardalo Cinzia, per l’ennesima volta, quel Vacanze di Natale 1980 che, senza vergogna, ti piace tanto.

Jesolo, le sue stagioni, un cerotto

Ieri mattina sono uscita presto, direzione centro prelievi, accidenti quanto mi danno fastidio, detesto quell’ago, infatti adesso mi fermo qui e non vado oltre, aggiungo solo che sono rimasta col cerotto attaccato al braccio per ore, tanto che mi ha fatto male, lo dichiaro. Vabbè sono una mammoletta, e che ci posso fare, l’unica cosa bella di questi momenti è che spesso si chiudono con una colazione al bar, con il caffè macchiato caldo, in cima alle mie preferenze, accompagnato da qualche biscottino al cioccolato o sia quel che sia. La sosta in pasticceria, prima di rientrare a casa, l’abbiamo completata con una passeggiata in auto lungo le vie della nostra Jesolo autunnale, all’inizio di una mattinata grigia e decisamente fresca, ormai immersa dentro un ottobre iniziato, seppure da pochi giorni, e che, mentre guardavo dai finestrini, mi ha dato modo di respirare quel profumo amato, la ma città immersa nel momento dell’anno che più sento mio: l’autunno. A Jesolo è così che va, tutto cambia nello spazio di un mese: l’estate si volta di là e in poche settimane il suo aspetto pieno di turisti diventa altro e ieri, sbirciando dai finestrini, ne riconosciuto gli esiti con vetrine chiuse, serrande abbassate ma nello stesso tempo con altre ancora aperte perché questa è la mia città, non solo estate, pure ritmi pieni, volontà accese, complete e integre anche in autunno e d’inverno. Radici complete le sue, immerse dentro generosità autentiche, quelle che, stagione dopo stagione, si rinnovano verso nuovi significati. Bella Jesolo, gaudente, piena, dalle mille facce, non meno ricche l’una dall’altra, serve riconoscerle, amarle, capirle, farle proprie, perfino giustificarle nei loro dettagli intensi e complicati. Particolare: il cerotto s’è tolto ieri sera, sotto la doccia.

Un amore di Swan

E riprendendo il discorso già cominciato nei giorni scorsi, ieri ho recuperato un capolavoro che avevo in casa, un romanzo mai letto, comprato senza avere perfetta informazione di cosa fosse, riposto tra gli scaffali della mia libreria con il costante proponimento di venirne a capo. Un amore di Swann si intitola. Già, Proust, nientemeno. Ricordo molto bene quando lo acquistai, tantissimi anni fa, ma proprio tanti, nel negozio aperto da pochi mesi sotto casa mia, gestito da Alessandra, lei che in breve diventò amica mia ma che in quel pomeriggio ancora non lo era. Ero entrata perché volevo acquistare un volume di Proust, iniziare la Recherche nientemeno. Ma non avevo coraggio – e confidenza – per chiedere dove sbattere il naso svelando in questo modo quell’ignoranza che in una libreria non mi sarei mai perdonata. Così quando vidi tra gli scaffali questo romanzo a firma di Marcel Proust ricordo di averlo preso e ripreso tra le mani, insicura se fosse il caso di portarlo a casa, se fosse la cosa giusta da fare, se facesse o meno parte della Recherche, oppure no, eppure bastava che leggessi con maggiore cura la quarta di copertina per venirne a capo, ma non lo feci, scema io, lo comprai lo stesso, invece, certa di aver raggiunto l’obiettivo del mio progetto. Avrei dovuto sapere che Un amore di Swan è un romanzo-nel-romanzo, una sorta di episodio della Recherche che definisce il testo del capolavoro proustiano. Ieri l’ho ripreso in mano trasportata fin da subito dentro una dimensione letteraria dai caratteri supremi. Mi sono resa anche conto di averne cominciato la lettura diverse volte, e di averlo anche abbandonato, l’ho capito ieri mentre affogavo tra le sue pagine e sentivo in quelle righe un’aria nota, qualcosa che in un certo modo conoscevo già, un brivido brillante e capace di portarmi a fine riga con un carattere di piena completezza letteraria. Complesso Un amore di Swan, composto da intervalli alti, personaggi che sembrano sovrapposti tra loro, dialoghi illimitati, periodi superiori che arrivati alla fine spesso ti costringono a tornare all’inizio, magari dieci righe sopra, forse anche di più, perché la scrittura è piena, preziosa, articolata, ampia, libera, avvolgente e nello stesso tempo chiusa in un campo che ne rende la comprensione fin troppo difficoltosa. No, non leggerò la Recherche al completo, mi spaventa anche solo l’idea, ma sono ben felice che in quel pomeriggio di tanti anni fa ho comprato, tra scampoli di ignoranza e tanta inesperienza, Un amore di Swan e che forse oggi è arrivato anche per me il momento giusto per terminarlo.

Lettura e qualità

Che mi piaccia leggere è un dato assodato così come il fatto che, rispetto al passato, io legga di meno o comunque con un sapore diverso, non minore, ma differente rispetto al mio ieri. Da quando ho smesso col lavoro sono cambiate tutte le mie abitudini del resto, troppo: tipo il modo in cui le esprimo e come mi metto in corsa per raggiungere il traguardo finale. Vedi le forme e i tempi con cui prendo in mano un libro che, involontariamente, mi conducono verso regole differenti rispetto al passato. Ma io, che sono invece una che si muove seguendo le linee dell’abitudine, quelle che con un libro in mano ho sempre nutrito con favore e sentimento, ora mi fanno sentire imbrogliata: leggevo la sera, entrata a letto, prendendo in mano il titolo scelto e poggiato accanto a me, era la mia via di respiro rispetto alla quotidianità, che durasse un capitolo, venti pagine, di più o di meno non importava, bastava ci fosse, era importante così, prima che terminasse la giornata. Leggo il pomeriggio adesso, ho pure più tempo, le pagine girano sotto le mie dita con maggiore velocità ma il senso di appagamento di questa nuova consuetudine mica è salito, è fermo sotto il peso di un uso che non ha ancora trovato il valore di questo spazio per me inedito. Resto seduta col libro in grembo, volto le pagine poggiate sulle gambe, ogni rumore mi distrae, anche quando il pensiero vaga compiaciuto dalla bellezza del titolo scelto io resto appesa a un vuoto che non mi piace perché la qualità del mio leggere è decaduta, dove non so. Credo mi ci vorrà del tempo per ritrovarlo, spero non troppo perché al momento, chiuso un libro, non ne ricordo quel granché, ne so dare solo un giudizio rapido: piaciuto, non piaciuto. Davvero troppo poco.

10mila lire spese bene

È morto ieri Mario Vargas Llosa, l’autore peruviano che nel 2010 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Eccola qui l’intellettualina snob starete dicendo, quella che sa, quella che dice, quella che racconta e che, sotto-sotto, lo fa solo per vantarsene. Allora torno indietro: ieri è morto lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa di cui io ho letto un romanzo solo, Conversazione nella Cattedrale. E pure per caso. È andata così. Era un’estate di parecchi anni fa e sulla spiaggia accanto al negozio di mamma e papà era stata allestita una grande libreria coperta da un tendone. I lunghi scaffali poggiavano sulla sabbia, meglio muoversi tra loro a piedi nudi. Ci andai: avevo in mano, lo ricordo, 10mila lire una cifra che allora ti permetteva di comprare anche una nuova uscita con copertina rigida. Mica come adesso: porta con te trenta euro se vai in libreria, pochi spicci di resto te li ritrovi se scegli una novità. Vabbè, torniamo quell’estate e alle mie 10mila lire. Ho girato molto tra i tanti banchi di quella libreria sulla spiaggia, ma non conoscevo molto di quello che proponevano, di letteratura italiana che io non avessi già letto presentavano poco, tanti i titoli di autori stranieri questo sì invece e molti sudamericani. Mi scocciava chiedere informazioni a chi sedeva dietro la cassa, non volevo sembrare impreparata anche perché lo ero. C’erano molti romanzi di questo Vargas Llosa, nome mai sentito prima, ho cominciato a leggere le sue quarte di copertina, non c’erano gli smart phone allora, mi sarebbero stati molto utili. Mi sono fidata del caso, del mio intuito forse, ho letto qualche pagina di un suo romanzo in particolare, Conversazione nella Cattedrale, ed è su quello che ho investito la mia banconota da 10mila lire. Sono andata alla cassa facendo la faccia di quella che proprio quel titolo cercava e non ho guardato nessuno in volto. Arrivata a casa ho cominciato a leggere, cavolo, che gran scelta avevo fatto. A piedi nudi, sulla sabbia e completamente inconsapevole. A volte ci vuole anche fortuna per spendere bene 10mila lire. O 30euro.