Sabato Alessandro Baricco sarà a Jesolo per presentare il nuovo lavoro. Appuntamento sopra le righe. Inatteso, fuori dai canoni, suoi e del pubblico che lo legge, amandolo, da decenni. Come me. Una serata che travalica i livelli noti della presentazione di un libro perché assumerà i caratteri di un format in cui il lavoro letterario diventerà anche festa, happening musicale, lezione notturna. Un Baricco proiettato ben oltre se stesso. Non ci sarò ma non per voler starmene alla larga piuttosto per ragioni d’altra natura e ben note su queste pagine. Ma il suo arrivo a Jesolo è stato sufficiente per portare alla luce tutti i ricordi che mi legano alla sua letteratura scoperta direi per caso ma con che soddisfazione. Un’edicola vicina a casa, giornali, quotidiani e qualche libro tipo una collezione di titoli venduti a basso costo, tra questi uno in particolare, Castelli di rabbia, acquistato ben per caso dandomi modo di tuffarmi dentro a una parola mai sentita prima, circondata da quel suo tono fluido, ricco, nuovo, legato a una narrativa sviluppata su un ritmo mai letto, toni arrotolati da una musicalità inedita che non dimentica mai una potenza lessicale, sontuosa, splendente, certamente esclusiva. Benvenuto nella mia vita, signor Baricco. Tocca poi scoprire poco dopo anche il suo Oceano Mare per confermare lo stesso piacere caldo e autentico, mai perso, nemmeno nei tempi successivi. I due esordi di Baricco, quelli che hanno trasformato e arricchito la letteratura italiana a partire da inizio Novecento, raccontano ciò che non è lecito evitare di leggere. Come tutto il resto del suo palinsesto
Categoria: Cose che leggo
E anche questa visita ce la siamo tolta dalle…
“…Milano – Cortina, 2 ore, 54 minuti e 27 secondi, Alboreto is nothing”. Ecco cosa ho pensato, giorni fa, uscendo dall’ambulatorio dove avevo appena concluso la pratica medica per il controllo annuale che deve giudicare lo stato della mia cara sclerosi multipla. Insomma, dopo la visita, seduta ai tavoli di un bar per consumare una veloce, tarda, colazione con la mia famiglia, pensando a quanto sarebbe stato felice papà per le parole ricevute, “sta ferma lì, nessuna novità da registrare”, dettaglio non certo secondario per guardare alla mia sclerosi multipla, non ho potuto che liberare il mio pensiero verso una citazione non certo dotta ma in piena corsa verso la libertà, quella che mi sono sentita scrivere addosso, sciolta da ansie, fin troppo profonde e ruvide, le stesse che da venticinque anni questi controlli medici si portano appresso. È andata insomma, si passa oltre adesso, appuntamento al prossimo anno, il tempo utile per togliersi dalla mente, con eleganza e mente sveglia, qualcosa, via dalle scatole, tu e il resto, sm che non sei altro. E adesso riguardalo Cinzia, per l’ennesima volta, quel Vacanze di Natale 1980 che, senza vergogna, ti piace tanto.
Jesolo, le sue stagioni, un cerotto
Ieri mattina sono uscita presto, direzione centro prelievi, accidenti quanto mi danno fastidio, detesto quell’ago, infatti adesso mi fermo qui e non vado oltre, aggiungo solo che sono rimasta col cerotto attaccato al braccio per ore, tanto che mi ha fatto male, lo dichiaro. Vabbè sono una mammoletta, e che ci posso fare, l’unica cosa bella di questi momenti è che spesso si chiudono con una colazione al bar, con il caffè macchiato caldo, in cima alle mie preferenze, accompagnato da qualche biscottino al cioccolato o sia quel che sia. La sosta in pasticceria, prima di rientrare a casa, l’abbiamo completata con una passeggiata in auto lungo le vie della nostra Jesolo autunnale, all’inizio di una mattinata grigia e decisamente fresca, ormai immersa dentro un ottobre iniziato, seppure da pochi giorni, e che, mentre guardavo dai finestrini, mi ha dato modo di respirare quel profumo amato, la ma città immersa nel momento dell’anno che più sento mio: l’autunno. A Jesolo è così che va, tutto cambia nello spazio di un mese: l’estate si volta di là e in poche settimane il suo aspetto pieno di turisti diventa altro e ieri, sbirciando dai finestrini, ne riconosciuto gli esiti con vetrine chiuse, serrande abbassate ma nello stesso tempo con altre ancora aperte perché questa è la mia città, non solo estate, pure ritmi pieni, volontà accese, complete e integre anche in autunno e d’inverno. Radici complete le sue, immerse dentro generosità autentiche, quelle che, stagione dopo stagione, si rinnovano verso nuovi significati. Bella Jesolo, gaudente, piena, dalle mille facce, non meno ricche l’una dall’altra, serve riconoscerle, amarle, capirle, farle proprie, perfino giustificarle nei loro dettagli intensi e complicati. Particolare: il cerotto s’è tolto ieri sera, sotto la doccia.
Un amore di Swan
E riprendendo il discorso già cominciato nei giorni scorsi, ieri ho recuperato un capolavoro che avevo in casa, un romanzo mai letto, comprato senza avere perfetta informazione di cosa fosse, riposto tra gli scaffali della mia libreria con il costante proponimento di venirne a capo. Un amore di Swann si intitola. Già, Proust, nientemeno. Ricordo molto bene quando lo acquistai, tantissimi anni fa, ma proprio tanti, nel negozio aperto da pochi mesi sotto casa mia, gestito da Alessandra, lei che in breve diventò amica mia ma che in quel pomeriggio ancora non lo era. Ero entrata perché volevo acquistare un volume di Proust, iniziare la Recherche nientemeno. Ma non avevo coraggio – e confidenza – per chiedere dove sbattere il naso svelando in questo modo quell’ignoranza che in una libreria non mi sarei mai perdonata. Così quando vidi tra gli scaffali questo romanzo a firma di Marcel Proust ricordo di averlo preso e ripreso tra le mani, insicura se fosse il caso di portarlo a casa, se fosse la cosa giusta da fare, se facesse o meno parte della Recherche, oppure no, eppure bastava che leggessi con maggiore cura la quarta di copertina per venirne a capo, ma non lo feci, scema io, lo comprai lo stesso, invece, certa di aver raggiunto l’obiettivo del mio progetto. Avrei dovuto sapere che Un amore di Swan è un romanzo-nel-romanzo, una sorta di episodio della Recherche che definisce il testo del capolavoro proustiano. Ieri l’ho ripreso in mano trasportata fin da subito dentro una dimensione letteraria dai caratteri supremi. Mi sono resa anche conto di averne cominciato la lettura diverse volte, e di averlo anche abbandonato, l’ho capito ieri mentre affogavo tra le sue pagine e sentivo in quelle righe un’aria nota, qualcosa che in un certo modo conoscevo già, un brivido brillante e capace di portarmi a fine riga con un carattere di piena completezza letteraria. Complesso Un amore di Swan, composto da intervalli alti, personaggi che sembrano sovrapposti tra loro, dialoghi illimitati, periodi superiori che arrivati alla fine spesso ti costringono a tornare all’inizio, magari dieci righe sopra, forse anche di più, perché la scrittura è piena, preziosa, articolata, ampia, libera, avvolgente e nello stesso tempo chiusa in un campo che ne rende la comprensione fin troppo difficoltosa. No, non leggerò la Recherche al completo, mi spaventa anche solo l’idea, ma sono ben felice che in quel pomeriggio di tanti anni fa ho comprato, tra scampoli di ignoranza e tanta inesperienza, Un amore di Swan e che forse oggi è arrivato anche per me il momento giusto per terminarlo.
Lettura e qualità
Che mi piaccia leggere è un dato assodato così come il fatto che, rispetto al passato, io legga di meno o comunque con un sapore diverso, non minore, ma differente rispetto al mio ieri. Da quando ho smesso col lavoro sono cambiate tutte le mie abitudini del resto, troppo: tipo il modo in cui le esprimo e come mi metto in corsa per raggiungere il traguardo finale. Vedi le forme e i tempi con cui prendo in mano un libro che, involontariamente, mi conducono verso regole differenti rispetto al passato. Ma io, che sono invece una che si muove seguendo le linee dell’abitudine, quelle che con un libro in mano ho sempre nutrito con favore e sentimento, ora mi fanno sentire imbrogliata: leggevo la sera, entrata a letto, prendendo in mano il titolo scelto e poggiato accanto a me, era la mia via di respiro rispetto alla quotidianità, che durasse un capitolo, venti pagine, di più o di meno non importava, bastava ci fosse, era importante così, prima che terminasse la giornata. Leggo il pomeriggio adesso, ho pure più tempo, le pagine girano sotto le mie dita con maggiore velocità ma il senso di appagamento di questa nuova consuetudine mica è salito, è fermo sotto il peso di un uso che non ha ancora trovato il valore di questo spazio per me inedito. Resto seduta col libro in grembo, volto le pagine poggiate sulle gambe, ogni rumore mi distrae, anche quando il pensiero vaga compiaciuto dalla bellezza del titolo scelto io resto appesa a un vuoto che non mi piace perché la qualità del mio leggere è decaduta, dove non so. Credo mi ci vorrà del tempo per ritrovarlo, spero non troppo perché al momento, chiuso un libro, non ne ricordo quel granché, ne so dare solo un giudizio rapido: piaciuto, non piaciuto. Davvero troppo poco.
10mila lire spese bene
È morto ieri Mario Vargas Llosa, l’autore peruviano che nel 2010 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Eccola qui l’intellettualina snob starete dicendo, quella che sa, quella che dice, quella che racconta e che, sotto-sotto, lo fa solo per vantarsene. Allora torno indietro: ieri è morto lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa di cui io ho letto un romanzo solo, Conversazione nella Cattedrale. E pure per caso. È andata così. Era un’estate di parecchi anni fa e sulla spiaggia accanto al negozio di mamma e papà era stata allestita una grande libreria coperta da un tendone. I lunghi scaffali poggiavano sulla sabbia, meglio muoversi tra loro a piedi nudi. Ci andai: avevo in mano, lo ricordo, 10mila lire una cifra che allora ti permetteva di comprare anche una nuova uscita con copertina rigida. Mica come adesso: porta con te trenta euro se vai in libreria, pochi spicci di resto te li ritrovi se scegli una novità. Vabbè, torniamo quell’estate e alle mie 10mila lire. Ho girato molto tra i tanti banchi di quella libreria sulla spiaggia, ma non conoscevo molto di quello che proponevano, di letteratura italiana che io non avessi già letto presentavano poco, tanti i titoli di autori stranieri questo sì invece e molti sudamericani. Mi scocciava chiedere informazioni a chi sedeva dietro la cassa, non volevo sembrare impreparata anche perché lo ero. C’erano molti romanzi di questo Vargas Llosa, nome mai sentito prima, ho cominciato a leggere le sue quarte di copertina, non c’erano gli smart phone allora, mi sarebbero stati molto utili. Mi sono fidata del caso, del mio intuito forse, ho letto qualche pagina di un suo romanzo in particolare, Conversazione nella Cattedrale, ed è su quello che ho investito la mia banconota da 10mila lire. Sono andata alla cassa facendo la faccia di quella che proprio quel titolo cercava e non ho guardato nessuno in volto. Arrivata a casa ho cominciato a leggere, cavolo, che gran scelta avevo fatto. A piedi nudi, sulla sabbia e completamente inconsapevole. A volte ci vuole anche fortuna per spendere bene 10mila lire. O 30euro.
Tra Rocci e Castiglioni Mariotti

Proprio ieri, il mio ex compagno di banco del liceo, Francesco, ha inviato, sul gruppo IIIC di wapp, l’immagine della gradinata storica del nostro liceo Montale. Non la vedevo da tempo, è ancora la stessa di allora, il liceo non c’è più perché è stato trasferito nella cittadella scolastica di San Donà di Piave, ma la struttura che ho frequentato io invece è lì. I cinque anni più belli della mia vita quelli trascorsi tra quei banchi. Dico sempre così, magari esagero, ma non credo perché me li sento scritti addosso così: tra pagine di latino e greco che pure mi hanno fatta piangere ma sa il cielo il valore che mi hanno dato, insieme a quegli amici veri che non sono mai volati via da me e con i quali ho condiviso tanto, tutto, e per non parlare della scoperta dei tagli più belli della letteratura senza parlare della piena consapevolezza che la matematica non sarà mai il mio mestiere. Oggi ho letto sul giornale della mia provincia che il Sindaco della cittadina di San Donà – che è stato allievo anche lui del mio Liceo, me lo ricordo – ha intenzione di dare al Montale il volto di una galleria d’arte, uno spazio dove organizzare rassegne ed esposizioni artistiche. Bella idea probabilmente, un modo per fornirgli un aspetto innovativo, trasformando quelle aule in sale d’arte. Già. E i miei ricordi? E quelli di tutti noi ex allievi? Quelli che sedevano dietro a quei banchi. Davanti a cattedre impressionanti, con prof mai indulgenti. Si maneggiavano le pagine del Rocci e del Castiglioni Mariotti, dizionari con l’aspetto di colossi da analizzare con cura per venire a capo delle versioni di Tucidide, Sofocle ma non da meno Cicerone, Tito Livio, Tacito e via sulla strada. Ricordo che quando mi iscrissi al liceo credevo che avrei trovato come argomento portante l’italiano e la sua letteratura. Errore, ragazza mia. Greco. Latino. Ma va bene così. È quello il valore del Liceo Classico. Ci penso spesso a quei bellissimi anni ma anche a quella gradinata che portava all’ingresso e all’altra che faceva salire alle aule. Non c’erano ascensori, ma scherziamo, era una struttura molto più che datata. Ma se la sclerosi multipla si fosse fatta viva prima? Che sarebbe stato di me? Qualcosa sarebbe accaduto, stai serena mi voglio ripetere. Ma sempre sotto il tetto di quel Liceo. Ne sono certa. Allora, stamattina quando ho letto l’articolo che parlava del progetto che ha in mente il Sindaco per dare un nuovo significato al mio caro e vecchio liceo ho subito pensato alla necessità di abbattere tutte le barriere architettoniche di cui è portatore. Ma nello stesso tempo ho pensato no, vi prego no. Giù le mani dal mio Montale, dai miei ricordi, da quell’ingresso con la scalinata. E lo dico seduta sulla mia sedia a rotelle.
Un orizzonte poco bello
Quando ho cominciato a scrivere sulle pagine di questo blog, Enrico, il mio compagno di banco al liceo, il primo fra i miei lettori, mi ha chiesto di non parlare di politica su queste pagine. “Non interessano le tue opinioni – mi ha detto – hai altri argomenti, imbocca le tue vie”. Pronta a scattare sull’attenti ho eseguito, condividendo i suoi suggerimenti anche se, qualche volta, ho stretto i denti per svoltare pagina quando il cipiglio mi portava all’analisi del mio tempo. Sterza veloce, vai, mi sono sempre detta, gli argomenti non ti mancano di certo. La sclerosi multipla a cui in primis è dedicato ‘sto cavolo di blog di temi ne offre senza vuoti di sorta, concludevo sempre. Ora mi fremono i nervi però. Come faccio a fermarmi. Le preoccupazioni per come si muovono i giorni in cui viviamo sono vibranti. Perdonami, Enrico. Non ce la faccio a tacere, butto sul piatto poche parole, prometto. I pensieri fanno muovere le dita sopra la tastiera. Butto il mio sguardo su una vicenda che fa tremare i polsi dalla paura. Casa Bianca, ieri pomeriggio, Trump, Vance, Studio Ovale, guerra in Ucraina, Zelensky messo alla porta a male parole nello spazio di mezz’ora. Dove va questo mondo? Stamattina su un social ho letto l’analisi potente di Grazia, altro pezzo della mia III C, che su quanto accaduto ha messo giù parole di grosso peso. Mi ha scritto anche Marina, amica, traccia solenne di quegli anni di liceo, pure lei vigile osservatrice del nostro malandato oggi. Concludo, Enrico, assicuro. Abbiamo bisogno di Papa Francesco, ora più che mai, il suo ruolo di centratura politica è più che fondamentale. Mi sa che se ci lascia adesso si fa sempre più strada il disastro.
Il Gazzettino
Mi sono abbonata a Il Gazzettino online. Per avere tra le mani tutti i giorni un quotidiano. Punto primo: leggerlo sul web è un’altra cosa rispetto a sfogliarlo su carta, è meno piacevole, diciamola tutta – ecco qui che si fa largo la vecchia che sono. Procedere attraverso pagine per così dire tradizionali, quelle che si piegano anche a caso, confondendosi dalla numero 9 alla 25 senza una direzione scelta ma dettata solo dal disordine, sentire il rumore del foglio che passa tra le dita e poi poggiare tutto sul tavolo dove concedersi una breve pausa caffè è un momento che mi piace da sempre. E allora arriva il punto secondo: il web, che moltiplica i mezzi e i modi per sfogliare e leggere un quotidiano. Troppi, pc, tablet, telefono, che per me non rappresentano il piacere finale ovvero la ricerca della notizia. Non so darne la ragione, anzi forse sì: anche se il viaggio tra le pagine online si muove in piena comodità, la lettura mi scappa avanti, la perdo, vado dal titolo alla chiusura del pezzo con esagerata rapidità. Ho scelto Il Gazzettino per non abbandonare il significato di quello che accade a Jesolo, ma anche in questo caso procedo sempre con una velocità smisurata. Le belle pagine di carta aperte davanti a me, invece, sono quelle che mi danno una vista sempre accesa sul tutto, lo spazio offerto è ampio, autentica occasione per una lettura larga che amplifica la mia conoscenza finale. E allora perché la scelta dell’abbonamento online? E vedi un po’ che c’entra come sempre quella cara lei che si chiama Sclerosi Multipla e che mi ha chiuso fin troppe porte. Anche la scelta della notizia cartacea. Perché la soddisfazione del quotidiano per me viaggia di pari passo con l’uscita verso l’edicola, l’acquisto del giornale, l’entrata nel bar accanto, la scelta del primo tavolo libero, un cenno per il solito caffè con un dolcetto al cioccolato e poi l’apertura del giornale. Con la certezza che se oggi all’edicola avrò scelto Il Gazzettino, domani andrò su La Repubblica oppure muoverò l’occhio verso il Corriere della Sera, seguendo momento, estro, desiderio dell’attimo. Suvvia, Cinzia, non rognare, già sai che tra le tante cose a cui piano piano finirai per abituarti ci sarà anche il giornale online. Te la farò vedere io, piccola insolente e sfrontata di una sclerosi multipla che non sei altro.
Giorgio Lago
Vent’anni oggi dalla morte di Giorgio Lago. L’ho letto sulle pagine del suo Il Gazzettino in un articolo non proprio bello, scritto non proprio bene, toccando temi non proprio interessanti. Non gli sarebbe piaciuto, lui da direttore credo non l’avrebbe passato, bella penna com’era non poteva acconsentire a certe imprecisioni linguistiche e di tema. Per quel che mi riguarda però il titolo del pezzo mi ha sedotta: Il giornalista che inventò il Nordest. In casa Il Gazzettino arrivava tutte le mattine. Era la fine degli anni Ottanta, poco più che ventenne, mi svegliavo, lo cercavo e prima di tutto mi buttavo tra le righe del direttore, quelle che mi hanno insegnato molto della mia terra, la direzione che stava prendendo o che doveva prendere. A Lago la politica interessava senza fornire tuttavia nessun pensiero proprio, solo mettere in luce quei nuovi significati dentro di cui il Veneto di quegli anni cresceva. Ai veneti che lo leggevano offriva caratteri interpretativi di forte intelligenza aprendo ogni giorno un’analisi attenta sul territorio, sulle spinte verso il domani sociale e lavorativo che primo tra tutti aveva capito. C’erano nette trasformazioni che fremevano nell’aria in quegli anni e lui, ogni giorno, le metteva in prima pagina affidando a noi cittadini i mezzi per crescere con coscienza dentro la nuova epoca che si stava definendo. Il suo intuito raccontava quei caratteri di storia che coincidevano con l’era di Tangentopoli e, unico tra i tanti, non lanciava critiche irrisolte sulla classe politica coinvolta, cercava invece interventi che potessero porre in vista il perché l’Italia e il Veneto fossero arrivati a quel punto. Lago mi ha insegnato il valore dell’informazione e su come cercare i perché dentro la notizia. La mia terra gli deve molto. Il mio gusto per l’informazione anche.