Passato Sanremo, passata la festa, ma non per la tv che anche la settimana dopo continua a parlarne, quest’anno ancora di più. Gli ascolti sono stati molto alti e così anche le altre trasmissioni, quelle più misere, quelle secondarie, lo usano come gancio capace di trascinarle dentro il turbine dei dati Auditel. Lunedì ne ho vista una, su Raiuno, bilancio di vincitori e vinti e via così, fino a che in studio arriva Ivan Cottini, ballerino, si è esibito all’Ariston la sera della finale. Ho sempre evitato di rivederlo in questi giorni, su tv e social, non per antipatia ma perché è malato di sclerosi multipla, con lui condivido la parte peggiore di me, quella che vorrei evitare appunto. Lo faccio da sempre, me ne sto alla larga dagli altri malati di sm. Quando vado a fare le visite di controllo saluto distrattamente chi incontro nella sala d’attesa, credo di avere fama di grande antipatia tra quei corridoi, meritata sospetto ma sono fatta così, che ci posso fare. Anni fa facevo una terapia che, una volta al mese, mi costringeva a rimanere con un ago appeso al braccio per ore condividendo uno spazio limitato con quattro o cinque colleghi di avventura, non so cosa detestassi di più di quelle giornate, se quelle maledette goccioline che mi entravano dentro il corpo o il gruppetto attorno a me che socializzava scambiando opinioni e dettagli sulle reciproche esperienze che aggiungevano dolore e tensione alla vita di tutti. O almeno alla mia. Avevo sempre un libro con me dal quale non alzavo mai gli occhi, il messaggio era chiaro, cari voi, alla larga prego, niente di personale, o forse troppo di personale. Per questo io di Ivan Cottini mi sono interessata poco, sapevo quel bastava, che aveva realizzato un sogno, quello di esibirsi come ballerino su sedia a rotelle all’Ariston durante il Festival, felice per lui. L’altro giorno era ancora in tv in una trasmissione condotta da una tizia bionda e visibilmente incinta. Quando lui entra in scena gli occhi del pubblico si fanno lucidi e io comincio a innervosirmi. Ci sono degli ospiti seduti su un divanetto, e anche loro sono commossi. La conduttrice dà la parola a una di loro che inizia a piangere, mi aspetto una reazione decisa da Ivan Cottini, una replica fredda e tagliente qualcosa del tipo: “Non conosci il peso di uno solo dei miei sorrisi che pure faccio, tutti i giorni, risparmiami le tue lacrime di oggi, sono leggere, facili, inutili”. Forse ha ragione lui invece che rimane concentrato su altro, sui successi della sua esibizione: ha fatto il 72% di share gli dice la presentatrice entusiasta. Dimentica di dire che erano quasi le due di notte, lo share misura la percentuale di televisori sintonizzati su una determinata trasmissione, a quell’ora è un esito quasi naturale, è Raiuno, è la finale del Festival. Ma non voglio insistere. Mentre l’intervista continua la commozione cresce, il pubblico ormai piange senza freno, anche la conduttrice si arrende alle lacrime, in modo maldestro tenta di asciugarle con una mano, difficile, sempre più difficile riuscirci, le tocca arrendersi. È seduta, si sporge in avanti per salutarlo, gli dà due baci e poi gli dice, scusa Ivan se mi muovo lentamente ma sai con questa panciona che ho faccio fatica ad alzarmi. E poi ditemi che io non mi devo incazzare.
Categoria: Cose che leggo
La settimana più bella dell’anno/3
Ma vedi che ho ragione io? Che il tocco davvero vincente di Sanremo sono le canzoni? E quest’anno erano davvero superlative e io le ho sentite solo ieri sera perché, vivaddio, per una settimana sono state relegate in fondo, perché il grande palco è stato in larga parte per altro. E cosi mi ero convinta che fossero la solita roba dei peggiori Festival che detto da me fa tanto ridere visto che io da Sanremo ho sempre saputo ricavare almeno una canzone da ricordare. Ecco credevo fosse il caso di quest’anno, del resto cosa penso di Amadeus l’ho detto no? E invece ieri sera, cavolo, perfino gente come Zarillo ha fatto bene, niente più del suo genere sia chiaro, ma si insomma poteva fare molto peggio. Ha vinto Diodato – che siceramente conosco molto poco – con una canzone che mi ha graffiato il cuore, non lo trovo un gigante come interprete ma lo voglio seguire perché si sente che è bravo sul serio. Resto comunque convinta che se l’avesse cantata Tiziano Ferro la sua canzone altro che graffi, fatevi largo lacrime, qui c’è bisogno di voi. Mi è piaciuto tanto questo Festival perché c’è stato modo per scoprire canzoni dal livello mediamente alto, generi diversi, testi poco banali e musica capace di farsi ben riconoscere. E poi creatività, e qui s’è visto Achille Lauro, che serve dire altro se con lui si è raggiunta la perfezione? Questa che è stata davvero una bella vetrina di musica italiana e magari esagerando mi ha ricordato una delle cose più importanti imparate ai tempi dell’università: quando un’epoca storica si rìtrova oscurata da una trama nera e pesante che riduce anche le minime capacità di ragionamento, è sempre dall’arte che parte un nuovo inizio, quello stimolo che introduce linguaggi ispirati a rinnovati echi di bellezza che conducono ad una nuova, attesa, rinascita. Continua così Sanremo che io lo dico da sempre che sei la settimana più bella dell’anno.
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La settimana più bella dell’anno/2
Me lo stanno chiedendo tutti se mi piace questo Sanremo, tutti quelli che sanno della mia passione ovvio. E io a dire che sì mi piace, malgrado i dubbi dell’inizio, per la conduzione soprattutto e per la certezza che mancava Baglioni, perdita incalcolabile per me dopo tutta la bellezza respirata nelle ultime due edizioni. Ma alla fine si, può andare, si può girare pagina, roba strana se la dico io lo so, ma tant’è e quindi si, Sanremo 2020 alla fine mi é piaciuto, diciamo così. Finisce stasera ma non credo possano succedere grandi sorprese negative, e malgrado i preconcetti su Amadeus da cui mi aspettavo niente più di zero, il giudizio è positivo. Un ruolo forte lo ha dato anche la formula della coppia con Fiorello che funziona anche perché ne esce uno spettacolo trascinate di quelli che sembrano procedere senza copione che invece c’è, eccome se c’è. Forte e potente, ecco cos’è questo Sanremo, lo spettacolo intendo, perché questo prevale, sulle canzoni purtroppo e su tutto quello che è da sempre il Festival. Arrivati all’ultima serata io, per esempio, non ho ancora ascoltato tutte le canzoni, si ok vado a letto presto e si sa, ma quando c’è Sanremo tento di tirar tardi più che posso ma non abbastanza per questo Festival che mette in moto la sua vera natura piano piano e comunque non prima delle dieci. I primi cantanti escono tardi e gli ultimi quando è già notte, prima c’è altro, piacevole e spassoso quanto si vuole ma alla fine diamoci un taglio perché non è cosi Sanremo. Ma non solo, io con questi orari non ho visto nemmeno tutti i vestiti delle co-conduttrici, da non chiamare vallette, sia mai, meglio farle andare in scena a mezzanotte mettendole in secondo piano rispetto a tutto il resto invece. Insomma quest’anno sono mancati tutti i capisaldi del mio Sanremo perfetto, quelli che lo facevano più palloso magari ma che erano l’anima stessa della settimana più bella dell’anno.
Un’estate fa
Lavoravo per un’agenzia di comunicazione fino a poco tempo fa che, seppur piccola e di provincia, era meta professionale piuttosto ambita raggiunta infatti da una certa mole di curricula, soprattutto da parte di giovani, interessati ai vari ambiti di cui si occupava. D’estate le richieste si moltiplicavano anche da parte di studenti universitari che avevano bisogno di completare il loro percorso di studi con la formula dello stage, meccanismo che non non ho mai capito fino in fondo visto che ai miei tempi mancava, ma tant’è. Sta di fatto che lo stagista non pagato era merce ghiotta per i miei capiufficio e puntualmente ogni estate, periodo nel quale ne avevamo più bisogno, le richieste venivano accettate in gran quantià. Io e le mie colleghe dell’area redazione gli stagisti li accogliavamo con un caldo benvenuto e un certo entusiasmo, un po’ perché eravamo molto distanti dall’essere arpie e molto perché veramente bisognose di aiuto in certi estati senza fiato e, con la finta scusa di rendere davvero utile la loro esperienza, nessuno di loro ha mai potuto dire di essere stato ridotto a fare il passacarte, anzi. Tranne un’estate in cui da quelle parti passò una vera fancazzista, simpatica come la sabbia sul letto, capace di tirare fuori da me quella vena da vera stronza che non mi manca e che la mattina non me la faceva nemmeno salutare. Tranne quel giorno in cui le vidi sbucare dalla borsa un libro, lei vide l’occhio che si faceva vigile e mi disse “Piace anche a te la Kinsella?”. Credo di essere diventata viola in volto, sono donna colta io, non compro certa robaccia volli far capire. Ma non mi riuscì fino in fondo visto che lei il giorno dopo mi portò tutta la coĺlana, la lessi d’un fiato e prima della fine del suo stage lo fecero anche le altre colleghe della redazione. La tizia continuò a fare niente ma chissene, il suo lo aveva fatto eccome. Quest’anno per Natale con quelle ex colleghe divenute per fortuna amiche ci siamo scambiate regali dopo aver stilato un’utilissima whish list per andare sul sicuro. Fra le richieste c’era l’ultimo libro della Kinsella con il patto non scritto che la destinataria dopo averlo letto lo prestasse anche alle altre in ricordo di quell’estate di qualche anno fa. Faticosa ma davvero divertente.
Venerato Maestro
Ieri Alberto Arbasino ha compiuto 90 anni. È su un capitolo della terza riscrittura del suo romanzo più importante che ho preparato la mia tesi di laurea. Mio Dio, che lavoro infame ho fatto, non glielo farei leggere nemmeno se mi garantisse la soluzione del mio sogno più alto. Magari uno sì, ma questo è un altro discorso. Avevo comprato, pure un po’ a caso, un suo romanzo, conoscevo il suo nome come uno dei più celebrati della letteratura italiana, pubblicava per Adelphi e ai tempi dell’università ero ancora più snob di adesso e questo mi era bastato per l’acquisto. Mi sono messa a leggere e mi sono divertita, perché non avevo mai letto niente di simile, per la definizione dei personaggi, l’uso della lingua, l’ironia del testo, il racconto dissacrante, un gioco letterario dove il nuovo entrava in modo prepotente. Poche settimane dopo avevo appuntamento con il docente che volevo, intensamente volevo, come relatore alla mia tesi di laurea: letteratura contemporanea, che in quel periodo era il Novecento, tanto per sottolineare il tempo passato. Entrai e mi disse no, ho troppi laureandi da seguire a meno che lei non abbia qualcosa capace di sorprendermi, dissi Arbasino, in un modo un po’ troppo avventuroso lo ammetto, mi rispose va bene la accetto. E cominciò una lunga faticosa battaglia durante la quale non mancarono le sorprese, l’ansia di non farcela, ma anche il divertimento per tutto quello che ho imparato dentro una bibliografia ricchissima e molto, ma molto, intelligente. Meno male che all’università ero snob e avventurosa.
Leggere è un vizio che si impara
Ho appena terminato di rimettere a posto una decina di libri che avevo prestato tempo fa e che mi è stata restituita in questi giorni. Oggi, anche se ancora malaticcia, mi sono messa all’opera e mentre la posizionavo nel punto corretto della mia libreria, che segue un ordine preciso che mi permette di trovare tutto al volo quando cerco qualcosa, mi sono ripetuta che mai più avrei prestato un libro, ma proprio mai più. Perché mi sono trovata tra le mani titoli che dimenticavo perfino di aver avuto, li ho sfogliati per riprendere le fila del loro contenuto e mi sono accorta che era pure inutile farlo, ricordavo solo che tal autore, rispetto ad altri mi era rimasto nel cuore ma che senza una vera traccia nella mente avrei pure rischiato di perderlo. Quindi ho deciso di seguire il consiglio di una cara amica con cui condivido la passione per la lettura: firmare tutti i miei libri per definirne in modo netto la proprietà, mia e solo mia; preparare un registro se proprio non so dire no alle richieste nel quale annotare le uscite con data precisa e passato un tempo ragionevole reclamarne il rientro; mai e poi mai prestare i libri più amati, quelli su cui è rimasto attaccato un pezzo del mio cuore o della mia mente ché riprenderli in mano con frequenza fa sempre bene. Perché stamattina riportando l’ordine nella mia libreria, seguendo la personale architettura che negli anni ho costruito, questo ho scoperto, leggo abbastanza – anche se meno di quanto vorrei, va tristemente detto – ma riconosco solo il valore che ogni libro mi ha scritto addosso, non la storia, nemmeno il nome dei personaggi e vagamente la trama. So solo dirmi se mi è piaciuto o non mi è piaciuto, se la mia personale classifica lo include tra i capolavori o solo tra i sufficienti, se lo ha inserito tra sopravalutati dalla critica o meno, ma solo secondo i miei di parametri, e solo secondo loro. Basta per definirmi una buona lettrice quale mi sono sempre ritenuta se poi non ricordo altro del libro che ho letto? Mi sa che non è poi così grave prestare i miei libri, in fondo quando ritornano serve anche per riconoscere di non essere questo fulmine di guerra e che gli esami di coscienza sono sempre molto, ma molto, utili. A patto che i miei libri ritornino però.
Carolina e le altre
Ho una passione per la spesa, sempre nello stesso posto di cui conosco ogni segreto, spazi e corridoi per portare a casa quello che mi serve in tempi abbastanza veloci senza dimenticare nulla. E ancora di più mi piace il catalogo dei premi destinati ai clienti più fedeli. È così ovunque, ti registri per ottenere uno sconto al momento di pagare, spesa dopo spesa accumuli punteggio che viene di volta in volta aggiornato sullo scontrino e quando vuoi passi all’incasso scegliendo il regalo che preferisci. Passo oltre sul fatto che così loro hanno tutti i tuoi dati e sanno cosa, quanto e quando consumi perché a me interessa lo stesso il catalogo e lo studio nel dettaglio. Del resto è facile fare affari con questo sistema perché investendo il punteggio ottenuto in sei mesi di spesa e aggiungendo solo 4,00 euro puoi riscuotere un set composto da due coltelli, due forchette e due cucchiai, ché se ti arrivano ospiti in più a cena non sfiguri, per quattro bicchieri oltre al tuo punteggio servono 6,00 euro, si sa che la sete è più difficile da arginare. È con questo meccanismo che io negli anni ho ceduto spazio all’idiozia accumulando tappetini sui quali sono regolarmente inciampata, copertine da divano troppo corte per rendere davvero indimenticabili certi pomeriggi invernali e scatole per alimenti di ogni forma, misura e colore che come ruolo principale hanno quello di cadermi addosso quando apro la dispensa. E poi arriva quest’anno e i premi sono sempre gli stessi, e il mio punteggio non è poi tanto alto, e gli euro da aggiungere sono aumentati, e io sono sempre più taccagna, e quando sto mollando l’osso l’occhio si posa lì, e coi punti ci sto e senza aggiungere un nichelino: abbonamento per due mesi ad un giornale di gossip. Ci penso su, io che la smeno tanto con le belle lettere mica posso svendermi così, però è estate, sono poche paginette da sfogliare in velocità, niente che possa intorbidirmi il cervello in fondo e lo faccio. Il mio nome associato all’abbonamento di un giornale di gossip. Ma ancora peggio, un giornale che ogni settimana occhieggia nella mia cassetta della posta in evidenza a tutto il vicinato. Persa la faccia. Risultato finale? Ripetere per un’intera estate che questi tempi non sono tempi ché ai miei il gossip era un’altra cosa e che senza le sorelle di Monaco e le cognate Windors, quelle originali, la bionda e la rossa, non c’è nessuna ragione per parlare di pettegolezzo. Grande sintomo di vecchiaia questo, il prossimo anno sceglierò i bicchieri.
E domani chi lo sa
Oggi sono di buon umore, stranamente positiva, ho buone idee, vedo cose belle attorno e dentro me, mi sento soddisfatta. Meglio scriverlo mi sono detta, mi capita di rado. Non che sia una musona sempre triste, per carità, ma non mi succede spesso di vedere una bella giornata e sorridere. Sarà la primavera? Impossibile. Non mi piace. Sarebbe pure una bella stagione se non sparisse subito dando largo spazio all’estate, al caldo insopportabile, quando non all’afa che toglie respiro e forze. No, mi sa che questo senso di benessere è indipendente dalla stagione dell’anno e tanto so già che si risolverà in poche ore, non mi conoscessi. Dovrei approfittarne per fare qualcosa di bello insieme a qualche buon amico, in più in questi giorni non devo lavorare, niente di meglio per prendermi cura del mio tempo libero. Ma oggi pomeriggio ho un impegno già preso che non posso rimandare, anche se potessi però – e impegnandomi il modo per liberare qualche ora potrei trovarlo – deciderei di stare a casa, ho mille cose da fare abbandonate al loro destino. Domani sarei più libera in effetti, la mattina non proprio però e in più non sono certa dell’orario in cui potrei finire, meglio non prendere appuntamenti, mi secca sempre molto disdire all’ultimo, e poi devo considerare la mia malattia, non consente corse veloci da una parte all’altra, devo un po’ risparmiarmi. Venerdì? Il pomeriggio vado dalla parrucchiera, c’ho una selva di capelli bianchi da far scomparire che mi ruberà molto tempo, pazienza. Poi sarà sabato, la giornata perfetta, ma torno al lavoro, non posso farci nulla, l’ho desiderato tanto questo impegno che mica posso lamentarmi adesso. Poi chi può dirlo se questo senso di benessere e questa voglia di evadere dalla quotidianità sarà ancora roba mia fra qualche giorno. Mi sono riletta, m’è venuto da ridere, quanto sono brava a trovare giustificazioni per la mia pigrizia. Potrei scrivere un manuale: “I mille modi per trasformare la sclerosi multipla in un alibi perfetto”.
A volte i libri vanno rovinati
Ho comprato un manuale di scrittura. Uso della punteggiatura, quando ci va la minuscola o la maiuscola, corsivo e grassetto, concordanze, come comportarsi coi titoli, differenze tra lingua scritta e parlata, accenti gravi e acuti e via su questo tema, ricco, complesso e mai fermo. Una grammatica mi si potrebbe incalzare, no replicherei io, una bussola, per evitare di scrivere a caso, ché capita troppo spesso. Se lavorassi dove lavoravo fino a un anno fa, poco più poco meno, questo manuale sarebbe stato fisso sulla mia scrivania, già sgualcito dall’utilizzo, scrivevo per professione, era importante farlo bene. Poca attenzione provoca danni e figuracce, c’è sempre quello che ti legge e scrive la mail per farti le pulci e correggerti, ma dopo un piccolo momento di rabbia che ti fa dire senti qua questo saputo saputello incapace di farsi i fatti propri, ti fermi, ti informi e in cuor tuo ti tocca pure ringraziarlo per la lezione che ti ha dato. Ora scrivo per me, la regola di volerlo far bene è ancora valida ovviamente, il manuale sulla mia scrivania c’è ma non è troppo sgualcito, so che dovrei studiarlo per bene ma il punto è proprio questo, studiare. Ma quanto è duro farlo se non se ne è più abituati? Quanti meccanismi della mente bisogna rimettere in moto scoprendo che sono nascosti sotto, sotto arrugginiti e immobili? Lavorare conosce tempi e ritmi diversi che procedono in un altro modo, più regolari e di certo meno interessanti perché studiare apre orizzonti sempre nuovi che lì per lì possono pure sembrare inutili ma poi ci sarà tutto il tempo per scoprire che quelle giornate passate a stringere i denti sopra i libri si faranno rimpiangere per la forza che avevano. Una forza che nessun lavoro darà mai. Il manuale di scrittura che mi sono comprata di certo lo leggerò, ma so già che non lo sgualcirò per l’uso e, ripensandoci bene, non si sarebbe sgualcito nemmeno sulla scrivania del vecchio lavoro.
Parla solo se sai di cosa parli
Ieri pomeriggio sono andata a vedere Il lago dei cigni. Una pomeridiana, di danza classica, in un teatro di provincia. Che detta così sembra che io me ne intenda di balletto sulle punte, so molto sul collo del piede invece, questo sì, ma non è preparazione culturale è solo il risultato di soste davanti alla tv, quei talent dove tra liti e urla di questo si parla e di poco altro. L’unica volta che ho visto un balletto di danza classica è stato in dvd, c’era Alessandra Ferri e un danzatore russo di cui non ricordo nemmeno il nome: 4 atti, 129 minuti, supportati da Wikipedia a spiegarmi la trama momento dopo momento. E poi qualche sbadiglio. Manca il pathos teatrale ho pensato, quel clima che emoziona rendendoti partecipe di una suggestione collettiva. Sono andata a Londra subito dopo, l’occasione validissima per vedere uno spettacolo di danza classica dal vivo seduta sulle poltrone di un teatro vero. Ma la stagione cominciava la settimana successiva alla mia partenza e anche posticipando il rientro tutti i biglietti erano già stati staccati. Ho visto i volti delle persone che erano con me rasserenarsi, non c’era più bisogno di dirmi no, la vacanza poteva continuare senza rischiare liti. E quindi ieri ho accettato l’invito che mi è stato fatto e ben felice sono andata: sul palco una compagnia russa, se non se ne intendono loro mi sono detta chi altri lo può fare, la musica è nota e bellissima e anche senza aver nessun strumento per esprimere un giudizio critico mi sono messa lì a guardare certa che avrei capito tutto al volo. Ma quattro atti restano tanti anche dal vivo e l’occhio all’orologio mi è scivolato spesso eppure ho avuto modo per sottolineare le sbandate dei protagonisti, quei salti pesantissimi che tonfavano sul palco e i momenti meno brillanti dello spettacolo. E poi mi sono fermata di colpo, all’improvviso ho avuto la riprova che per esprimere un parere bisogna conoscere, aver fatto esperienza, studiato, letto e messo in campo il proprio impegno altrimenti non vale niente. Certo Odette ha rischiato di ruzzolare terra un paio di volte e questo è certamente sintomo che qualcosa ieri è andato storto, ma è anche vero che i ballerini sul palco, anche se forse un po’ scarsi, de Il lago dei cigni ne sanno più di me e senza usare Wikipedia per giunta, perché loro studiano, io no.