Ieri Alberto Arbasino ha compiuto 90 anni. È su un capitolo della terza riscrittura del suo romanzo più importante che ho preparato la mia tesi di laurea. Mio Dio, che lavoro infame ho fatto, non glielo farei leggere nemmeno se mi garantisse la soluzione del mio sogno più alto. Magari uno sì, ma questo è un altro discorso. Avevo comprato, pure un po’ a caso, un suo romanzo, conoscevo il suo nome come uno dei più celebrati della letteratura italiana, pubblicava per Adelphi e ai tempi dell’università ero ancora più snob di adesso e questo mi era bastato per l’acquisto. Mi sono messa a leggere e mi sono divertita, perché non avevo mai letto niente di simile, per la definizione dei personaggi, l’uso della lingua, l’ironia del testo, il racconto dissacrante, un gioco letterario dove il nuovo entrava in modo prepotente. Poche settimane dopo avevo appuntamento con il docente che volevo, intensamente volevo, come relatore alla mia tesi di laurea: letteratura contemporanea, che in quel periodo era il Novecento, tanto per sottolineare il tempo passato. Entrai e mi disse no, ho troppi laureandi da seguire a meno che lei non abbia qualcosa capace di sorprendermi, dissi Arbasino, in un modo un po’ troppo avventuroso lo ammetto, mi rispose va bene la accetto. E cominciò una lunga faticosa battaglia durante la quale non mancarono le sorprese, l’ansia di non farcela, ma anche il divertimento per tutto quello che ho imparato dentro una bibliografia ricchissima e molto, ma molto, intelligente. Meno male che all’università ero snob e avventurosa.
Categoria: Cose che leggo
Leggere è un vizio che si impara
Ho appena terminato di rimettere a posto una decina di libri che avevo prestato tempo fa e che mi è stata restituita in questi giorni. Oggi, anche se ancora malaticcia, mi sono messa all’opera e mentre la posizionavo nel punto corretto della mia libreria, che segue un ordine preciso che mi permette di trovare tutto al volo quando cerco qualcosa, mi sono ripetuta che mai più avrei prestato un libro, ma proprio mai più. Perché mi sono trovata tra le mani titoli che dimenticavo perfino di aver avuto, li ho sfogliati per riprendere le fila del loro contenuto e mi sono accorta che era pure inutile farlo, ricordavo solo che tal autore, rispetto ad altri mi era rimasto nel cuore ma che senza una vera traccia nella mente avrei pure rischiato di perderlo. Quindi ho deciso di seguire il consiglio di una cara amica con cui condivido la passione per la lettura: firmare tutti i miei libri per definirne in modo netto la proprietà, mia e solo mia; preparare un registro se proprio non so dire no alle richieste nel quale annotare le uscite con data precisa e passato un tempo ragionevole reclamarne il rientro; mai e poi mai prestare i libri più amati, quelli su cui è rimasto attaccato un pezzo del mio cuore o della mia mente ché riprenderli in mano con frequenza fa sempre bene. Perché stamattina riportando l’ordine nella mia libreria, seguendo la personale architettura che negli anni ho costruito, questo ho scoperto, leggo abbastanza – anche se meno di quanto vorrei, va tristemente detto – ma riconosco solo il valore che ogni libro mi ha scritto addosso, non la storia, nemmeno il nome dei personaggi e vagamente la trama. So solo dirmi se mi è piaciuto o non mi è piaciuto, se la mia personale classifica lo include tra i capolavori o solo tra i sufficienti, se lo ha inserito tra sopravalutati dalla critica o meno, ma solo secondo i miei di parametri, e solo secondo loro. Basta per definirmi una buona lettrice quale mi sono sempre ritenuta se poi non ricordo altro del libro che ho letto? Mi sa che non è poi così grave prestare i miei libri, in fondo quando ritornano serve anche per riconoscere di non essere questo fulmine di guerra e che gli esami di coscienza sono sempre molto, ma molto, utili. A patto che i miei libri ritornino però.
Carolina e le altre
Ho una passione per la spesa, sempre nello stesso posto di cui conosco ogni segreto, spazi e corridoi per portare a casa quello che mi serve in tempi abbastanza veloci senza dimenticare nulla. E ancora di più mi piace il catalogo dei premi destinati ai clienti più fedeli. È così ovunque, ti registri per ottenere uno sconto al momento di pagare, spesa dopo spesa accumuli punteggio che viene di volta in volta aggiornato sullo scontrino e quando vuoi passi all’incasso scegliendo il regalo che preferisci. Passo oltre sul fatto che così loro hanno tutti i tuoi dati e sanno cosa, quanto e quando consumi perché a me interessa lo stesso il catalogo e lo studio nel dettaglio. Del resto è facile fare affari con questo sistema perché investendo il punteggio ottenuto in sei mesi di spesa e aggiungendo solo 4,00 euro puoi riscuotere un set composto da due coltelli, due forchette e due cucchiai, ché se ti arrivano ospiti in più a cena non sfiguri, per quattro bicchieri oltre al tuo punteggio servono 6,00 euro, si sa che la sete è più difficile da arginare. È con questo meccanismo che io negli anni ho ceduto spazio all’idiozia accumulando tappetini sui quali sono regolarmente inciampata, copertine da divano troppo corte per rendere davvero indimenticabili certi pomeriggi invernali e scatole per alimenti di ogni forma, misura e colore che come ruolo principale hanno quello di cadermi addosso quando apro la dispensa. E poi arriva quest’anno e i premi sono sempre gli stessi, e il mio punteggio non è poi tanto alto, e gli euro da aggiungere sono aumentati, e io sono sempre più taccagna, e quando sto mollando l’osso l’occhio si posa lì, e coi punti ci sto e senza aggiungere un nichelino: abbonamento per due mesi ad un giornale di gossip. Ci penso su, io che la smeno tanto con le belle lettere mica posso svendermi così, però è estate, sono poche paginette da sfogliare in velocità, niente che possa intorbidirmi il cervello in fondo e lo faccio. Il mio nome associato all’abbonamento di un giornale di gossip. Ma ancora peggio, un giornale che ogni settimana occhieggia nella mia cassetta della posta in evidenza a tutto il vicinato. Persa la faccia. Risultato finale? Ripetere per un’intera estate che questi tempi non sono tempi ché ai miei il gossip era un’altra cosa e che senza le sorelle di Monaco e le cognate Windors, quelle originali, la bionda e la rossa, non c’è nessuna ragione per parlare di pettegolezzo. Grande sintomo di vecchiaia questo, il prossimo anno sceglierò i bicchieri.
E domani chi lo sa
Oggi sono di buon umore, stranamente positiva, ho buone idee, vedo cose belle attorno e dentro me, mi sento soddisfatta. Meglio scriverlo mi sono detta, mi capita di rado. Non che sia una musona sempre triste, per carità, ma non mi succede spesso di vedere una bella giornata e sorridere. Sarà la primavera? Impossibile. Non mi piace. Sarebbe pure una bella stagione se non sparisse subito dando largo spazio all’estate, al caldo insopportabile, quando non all’afa che toglie respiro e forze. No, mi sa che questo senso di benessere è indipendente dalla stagione dell’anno e tanto so già che si risolverà in poche ore, non mi conoscessi. Dovrei approfittarne per fare qualcosa di bello insieme a qualche buon amico, in più in questi giorni non devo lavorare, niente di meglio per prendermi cura del mio tempo libero. Ma oggi pomeriggio ho un impegno già preso che non posso rimandare, anche se potessi però – e impegnandomi il modo per liberare qualche ora potrei trovarlo – deciderei di stare a casa, ho mille cose da fare abbandonate al loro destino. Domani sarei più libera in effetti, la mattina non proprio però e in più non sono certa dell’orario in cui potrei finire, meglio non prendere appuntamenti, mi secca sempre molto disdire all’ultimo, e poi devo considerare la mia malattia, non consente corse veloci da una parte all’altra, devo un po’ risparmiarmi. Venerdì? Il pomeriggio vado dalla parrucchiera, c’ho una selva di capelli bianchi da far scomparire che mi ruberà molto tempo, pazienza. Poi sarà sabato, la giornata perfetta, ma torno al lavoro, non posso farci nulla, l’ho desiderato tanto questo impegno che mica posso lamentarmi adesso. Poi chi può dirlo se questo senso di benessere e questa voglia di evadere dalla quotidianità sarà ancora roba mia fra qualche giorno. Mi sono riletta, m’è venuto da ridere, quanto sono brava a trovare giustificazioni per la mia pigrizia. Potrei scrivere un manuale: “I mille modi per trasformare la sclerosi multipla in un alibi perfetto”.
A volte i libri vanno rovinati
Ho comprato un manuale di scrittura. Uso della punteggiatura, quando ci va la minuscola o la maiuscola, corsivo e grassetto, concordanze, come comportarsi coi titoli, differenze tra lingua scritta e parlata, accenti gravi e acuti e via su questo tema, ricco, complesso e mai fermo. Una grammatica mi si potrebbe incalzare, no replicherei io, una bussola, per evitare di scrivere a caso, ché capita troppo spesso. Se lavorassi dove lavoravo fino a un anno fa, poco più poco meno, questo manuale sarebbe stato fisso sulla mia scrivania, già sgualcito dall’utilizzo, scrivevo per professione, era importante farlo bene. Poca attenzione provoca danni e figuracce, c’è sempre quello che ti legge e scrive la mail per farti le pulci e correggerti, ma dopo un piccolo momento di rabbia che ti fa dire senti qua questo saputo saputello incapace di farsi i fatti propri, ti fermi, ti informi e in cuor tuo ti tocca pure ringraziarlo per la lezione che ti ha dato. Ora scrivo per me, la regola di volerlo far bene è ancora valida ovviamente, il manuale sulla mia scrivania c’è ma non è troppo sgualcito, so che dovrei studiarlo per bene ma il punto è proprio questo, studiare. Ma quanto è duro farlo se non se ne è più abituati? Quanti meccanismi della mente bisogna rimettere in moto scoprendo che sono nascosti sotto, sotto arrugginiti e immobili? Lavorare conosce tempi e ritmi diversi che procedono in un altro modo, più regolari e di certo meno interessanti perché studiare apre orizzonti sempre nuovi che lì per lì possono pure sembrare inutili ma poi ci sarà tutto il tempo per scoprire che quelle giornate passate a stringere i denti sopra i libri si faranno rimpiangere per la forza che avevano. Una forza che nessun lavoro darà mai. Il manuale di scrittura che mi sono comprata di certo lo leggerò, ma so già che non lo sgualcirò per l’uso e, ripensandoci bene, non si sarebbe sgualcito nemmeno sulla scrivania del vecchio lavoro.
Parla solo se sai di cosa parli
Ieri pomeriggio sono andata a vedere Il lago dei cigni. Una pomeridiana, di danza classica, in un teatro di provincia. Che detta così sembra che io me ne intenda di balletto sulle punte, so molto sul collo del piede invece, questo sì, ma non è preparazione culturale è solo il risultato di soste davanti alla tv, quei talent dove tra liti e urla di questo si parla e di poco altro. L’unica volta che ho visto un balletto di danza classica è stato in dvd, c’era Alessandra Ferri e un danzatore russo di cui non ricordo nemmeno il nome: 4 atti, 129 minuti, supportati da Wikipedia a spiegarmi la trama momento dopo momento. E poi qualche sbadiglio. Manca il pathos teatrale ho pensato, quel clima che emoziona rendendoti partecipe di una suggestione collettiva. Sono andata a Londra subito dopo, l’occasione validissima per vedere uno spettacolo di danza classica dal vivo seduta sulle poltrone di un teatro vero. Ma la stagione cominciava la settimana successiva alla mia partenza e anche posticipando il rientro tutti i biglietti erano già stati staccati. Ho visto i volti delle persone che erano con me rasserenarsi, non c’era più bisogno di dirmi no, la vacanza poteva continuare senza rischiare liti. E quindi ieri ho accettato l’invito che mi è stato fatto e ben felice sono andata: sul palco una compagnia russa, se non se ne intendono loro mi sono detta chi altri lo può fare, la musica è nota e bellissima e anche senza aver nessun strumento per esprimere un giudizio critico mi sono messa lì a guardare certa che avrei capito tutto al volo. Ma quattro atti restano tanti anche dal vivo e l’occhio all’orologio mi è scivolato spesso eppure ho avuto modo per sottolineare le sbandate dei protagonisti, quei salti pesantissimi che tonfavano sul palco e i momenti meno brillanti dello spettacolo. E poi mi sono fermata di colpo, all’improvviso ho avuto la riprova che per esprimere un parere bisogna conoscere, aver fatto esperienza, studiato, letto e messo in campo il proprio impegno altrimenti non vale niente. Certo Odette ha rischiato di ruzzolare terra un paio di volte e questo è certamente sintomo che qualcosa ieri è andato storto, ma è anche vero che i ballerini sul palco, anche se forse un po’ scarsi, de Il lago dei cigni ne sanno più di me e senza usare Wikipedia per giunta, perché loro studiano, io no.
Una notte in Italia
La mattina appena sveglia faccio sempre la stessa cosa, allungo la mano, metto gli occhiali, prendo il telefono e guardo le ultime notizie online pubblicate dai principali quotidiani. E anche oggi è andata così, per scoprire che tutte le testate hanno scelto di dare lo spazio più importante, l’equivalente di una prima pagina, al ritrovamento del cadavere carbonizzato di una donna, specificando nel dettaglio il suo nome e cognome, quello di suo marito e dell’ex amante di quest’ultimo già indicata come la carnefice. Mah, mi sono detta. Poi sono andata a fare colazione e mentre mi facevo il caffè ho acceso la tv per guardare il tg e anche qui la notizia di apertura era la stessa, anzi con particolari in più che riguardavano il racconto di una crisi coniugale, la storia di un tradimento, di un tentativo di riconciliazione della coppia e poi di un’amante poco disposta alla resa. Ma anche di una bambina di sette anni, la figlia della coppia. Mi è uscito un altro mah. La domenica per i giornalisti è una giornata difficile e questo lo si sa, servono notizie di cronaca perché la politica a partire dal venerdì pomeriggio va in ferie. Ma c’è un grande ma. Questa non è una notizia di cronaca, questo è un pettegolezzo, sono fatti privati che non meritano nemmeno una breve sul giornale locale, soprattutto perché di mezzo c’è una bimba che ha perso la mamma e forse anche la fiducia nel papà. E a dirla tutta ieri qualche notizia che meritava visibilità c’è stata: 117 morti davanti al mare della Libia a causa dell’ennesimo naufragio, per esempio, ma anche il discorso emozionante e come sempre perfetto del Presidente Mattarella che ha parlato, come sa fare lui, dei valori che esprime l’Europa unita. E se proprio non bastava pensiamo allora all’addio alle scene di Ivano Fossati prima che io lo abbaia potuto vedere dal vivo. Accidenti a lui.
Dài che si riparte
Ho fatto una lunga pausa dallo scrivere, ho mollato i buoni propositi molto prima che cominciasse l’anno nuovo, ma non devo fare troppa fatica per cercare le ragioni, sono solo una sfaccendata, pigra e indolente, e lo sono da sempre. Nessuna intenzione di lasciare da parte la mia idea iniziale per divertirmi scrivendo, anzi sensi di colpa per non essere più sul pezzo, per una fastidiosa svogliatezza che mi ha fatto trascurare il blog. In questo periodo ogni giorno sarebbe stato buono per aggiungere qualche cosa, un piccolo capitolo di vita da mettere giù solo per il piacere di raccontare qualcosa. Ma invece gli alibi li ho trovati tutti: le feste, gli amici ritrovati, il Natale, perfino il compleanno, perché compio pure gli anni in questi giorni io, ma uno scampolo di tempo per scrivere qualcosa in questo angolo solo mio mica l’ho trovato, figuriamoci. Mi sono detta non so che scrivere, ed era una bugia, e comunque più di tanto non mi sono sforzata e quando uno straccio di idea mi è venuta l’ho messa da parte, tornerà ho pensato, ma di certo non sarà più fresca, un diario non vale dieci giorno dopo, è la regola. Quindi oggi torno, senza avere niente da dire forse, ma solo per il piacere, tutto mio, di volerci essere di nuovo. In fondo questo blog è nato per me, mica per altro, mica per altri. Dài che si riparte.
Più ce n’è meglio è
Nei prossimi giorni dovrei uscire con un vecchio amico. Per la verità c’era già una data fissata, ma pochi giorni prima sono caduta, il bernoccolo, il dolore, la paura, insomma tutto rimandato. Siamo amici da più di vent’anni, mica ci vediamo spesso per carità, negli ultimi tempi sempre meno va detto, però è bello mantenere i contatti. Soprattutto pensando a come è nato questo rapporto. Prendete tre ragazzi poco più che ventenni, fategli trascorrere una giornata al mare, in una spiaggia abbastanza vicina a casa che di notte fa esplodere il divertimento con locali all’ultima moda, ad un certo punto uno di loro convince gli altri a trascorrere la notte lì, in uno dei tanti alberghi che si affacciano sul mare, ne scelgono uno gestito da una coetanea che quella sera si vede con tre amiche. È fatta, scoprono di starsi simpatici a vicenda e che non c’è niente di meglio che ridere e scherzare assieme. I tre amici ne hanno altri, le tre amiche anche (tra le quali ci sono io) e poco alla volta si conoscono tutti tra loro, non si vedono sempre ma quando lo fanno si divertono, organizzano cene insieme, pizze, serate in discoteca, al cinema, qualche piccola vacanza, una festa di laurea memorabile. Nascono storie di bella amicizia ma anche d’amore, credo quattro, addirittura un matrimonio, insomma begli incroci di vita che non sono facili da trovare. Negli anni purtroppo molta di quell’alchimia si è persa, perché si cresce, perché si cambia, perché gli impegni sono tanti, c’è il lavoro, la famiglia ma sono certa che pensando a certi momenti passati insieme a ciascuno scappi più di un sorriso. Per questo sono molto felice di vedere il mio vecchio amico, credo che noi due siamo tra i pochissimi che ancora si sentono, ma cavolo, pensando alla casualità con cui ci siamo conosciuti, la stessa che poi ha portato nella mia vita molti altri bei momenti sarebbe davvero da stupidi fare finta di niente perdendoci magari di vista. Perché se è stato un caso è stato davvero bello che ci sia stato.
Noi che abbiamo fatto il classico
Il bernoccolo si è sgonfiato, si è lasciato dietro un po’ di fastidio che diventa dolore solo se lo tocco o poggio la testa. Progressi innegabili rispetto a qualche giorno fa, mi sono perfino lavata i capelli, con grande coraggio e molto prudenza, perché io sono fatta così: tiro fuori i denti quando c’è da superare le salite durissime e improvvise per trasformarmi in una patetica mammola quando il peggio è passato e sarebbe ora di darsi una mossa. A mia discolpa aggiungo che in questa settimana più o meno da dimenticare qualcosa di buono è pure accaduto come riscoprire il piacere della convalescenza, quel periodo in cui ti concedi tutto, perché te lo meriti, perché c’è da vincere un nemico, perché scegli la coccola come alleata delle tue giornate. Io ho scelto di scaricarmi sul Kindle Gli Spaiati che è un po’ il romanzo del momento, perché lo ha scritto Ester Viola che è un po’ il nome del momento e guarda caso il suo libro è uscito nei giorni della mia convalescenza. Insomma la coccola perfetta al momento giusto. Figuriamoci se mi sarei persa il nuovo romanzo di Ester Viola, ma lo avrei comprato fra un po’, prima avrei finito tutto quello che ho in programma di leggere prossimamente, e poi lo avrei voluto cartaceo perché fatico ad amare gli e-book, anche se sono più comodi, anche se sono più economici, anche se non tocca spolverali quando stanno troppo tempo sulla libreria. Ma stavolta c’era la mia convalescenza di mezzo, c’era da trovare qualcosa di bello che mi desse conforto immediato e quindi, passati i dolori più forti, ho ripreso in mano il Kindle e in pochi secondi avevo Gli Spaiati da leggere, senza attendere i tempi di Amazon, senza uscire verso la più vicina libreria. Grazie Ester, noi che abbiamo fatto il classico sappiamo come farci una coccola vera…