2 giugno 1946

Oggi è la Festa della Repubblica Italiana: 79 anni da quella pagina di storia che diede il la alla nascita del nostro Paese, che scalciò dai piedi quell’inutile monarchia che sappiamo, che consegnò per la prima volta tra le mani delle donne la matita per poter votare. Ora accenderò la tv per guardare la sfilata delle Forze dell’Ordine, lo facevo sempre con papà, lui che, buona parte della guerra la ricordava, almeno gli ultimi anni, proprio quelli più violenti vissuti qui in zona, in quel Veneto senza più governo conteso tra le volontà tedesche e partigiane. Crescendo ho imparato a disapprovare con assoluta insufficienza di stima i Savoia: quei torinesi di sovrani, inutili, mai al posto giusto, inetti, attirati solo dal proprio benessere e pieni di incapacità morale, quell’insieme di fattori che ci hanno condotti in un baratro fin troppo noto. Mentre scrivo mi viene in mente anche una serata di fine agosto di moltissimi anni fa trascorsa in in locale jesolano a chiacchierare di questi argomenti con un amico – che un po’ mi piaceva – scoprendo mentre si parlava di essere in pieno accordo su una questione importante. Chi ci stava accanto poco alla volta si è allontanato evidentemente disinteressati: la nostra discussione contro i Savoia a cui noi non volevamo concedere il rientro in Italia mantenendoli invece dentro i vincoli di un esilio a cui sua signoria la Storia li aveva condannati era per noi fondamentale, ricordavamo invece quel Referendum che aveva promosso la Repubblica a discapitato della monarchia e che forse era stato manovrato ma per noi era un dettaglio di poco peso, valeva di più che le donne fossero state chiamate al voto per la prima volta proprio quel 2 giugno 1946. Se ne parlava noi due quella sera, sempre d’accordo su tutti gli argomenti. Ma non è bastato, evidentemente lui mi piaceva io a lui no, la storia va così.

Poco bianco il mio Carnevale

Ieri a Jesolo c’è stata la sfilata dei carri allegorici di Carnevale. Un autentico plotone di persone è sceso sul mio litorale per fare festa. Maschere, coriandoli, frittelle e che so io cos’altro. Quanto detesto il Carnevale. No, no, non lo detesto, proprio lo odio. Fin da piccola. In quegli anni in cui lo si dovrebbe amare per la gioia che sembra regalare a me non dava nessuna contentezza. Vestita in maschera poi. Quando ero alle elementari ne avevo una da damina, era il genere che andava di moda allora: la indossavi, mamma ti truccava aprendo la sua preziosa trousse e il martedì grasso si andava a scuola così. A metà mattina c’era da fare la foto ricordo da portare a casa. Di quell’epoca ne ho cinque, una per anno scolastico, tutte con lo stesso abito che quindi di volta in volta si è faceva sempre più corto: quello della quinta mi inquadra con un faccino dipinto di rosso sulle gote e con la gonna del vestitino che copre le gambe solo fino alle ginocchia. Mica si scialacquava all’epoca. Poi quando fu la volta delle scuole medie la damina venne messa in soffitta, si sa fin troppo bene l’aria che tira in quel triennio, che drammatici ricordi. Competizione tra le compagne di classe lanciata a mille, esclusioni sempre pronte sul piatto degli affari che contano, segnali ben accesi sul guardaroba da mostrare, trucco e parrucco da mettere in campo sotto la tacca del mille all’ora. E io decisamente fuori quota. E pure un po’ bruttina. Alla mia epoca – ma credo sia ancora così – le medie contenevano un carattere competitivo che si muoveva lungo una costituzione estetica ben fissa che almeno a Jesolo valeva molto più dei libri letti o da voler leggere. Serviva un bel viso per venirne a capo, fisico non da meno e insieme un guardaroba studiato, mai casuale meglio ancora se costoso. Ecco a voi la pure essenza di quel triennio scolastico. Non la mia che, oltre tutto, ripeto, ero pure un po’ bruttina. Fattore questo che a Carnevale amplificava il tutto. Succedeva che la moda prevedeva una passeggiata nella via principale, muovendosi tra i carri allegorici, mentre i ragazzi ti seguivano imbrattandoti di schiuma da barba e, più ti trovavi sporca di bianco, più avevi portato a casa il risultato. Io che correvo pure piano – non era una scelta, suppongo che la sclerosi multipla avesse già puntato il suo dito verso di me – me ne tornavo a casa comunque pulita, tra i sorrisi delle stronzette di turno imbrattate invece da capo a piedi. Mi chiedo se mi sta sul cavolo piu il Carnevale o quelle corsette lente lente che oggi credo abbiano un nome antipatico e violento come sm. No, dai, stavolta è tutta colpa del Carnevale, sclerosi multipla, scansati

Conviene stare qui

Qui scrivo sempre meno e certo, mi dispiace, ma che ci posso fare se questo senso di pigrizia che mi governa ha sempre la meglio? Oddio, ci potrei fare molto in realtà, tipo darmi una bella smossa. E invece senti un po’ qui che penso: chiudere baracca e burattini e mettere da parte tutto, blog, post e quelle quattro idee che sopravvivono ancora ma che devo cercare dentro me con il lumicino. Questo blog è nato dopo un licenziamento che mi aveva ferita e a cui era seguito un periodo vuoto che sentivo di dover riempire. Per lavoro scrivevo e allora, nel tempo libero che avevo, prima di trovarne un altro era nata l’idea. Ma non avevo messo in conto il fatto che un barlume di vita vissuta da raccontare ogni giorno forse non mi sarebbe venuto in mente. E infatti. Per non dire che poi la mancanza di continuità nell’inserire post rendeva sempre più difficoltoso riprendere le fila del ragionamento. E già. Tutto incluso in quella mancanza di voglia di essere protagonista della mia vita. Difetto che faccio viaggiare di pari passo con la sclerosi multipla fra l’altro. Non ho voglia di alzare la testa? Lei, gentilmente, mi offre l’alibi da scagliare sul campo. Tipo, guardo il divano e dopo pochi secondi mi ci trovo ben che seduta sopra, per non dire poi che in un battito d’ali comincio a sonnecchiare, se non addirittura a ronfarci addosso con soddisfatta riconoscenza. La colpa è dei farmaci racconto, mica mia, ci mancherebbe. E si va punto e a capo allora. Anche se lo so che avvolta tra le sue flaccide spire, che porgono giustificazioni sempre accese, ogni resa che concedo alla sclerosi multipla mi rende povera e pure più scema. Lei può fare la qualunque, e si sa, ma diamocela una scrollata di vivacità, Cinzia, ti conviene. Quindi oggi eccomi qui.

Care ragazze, cari ragazzi -XXIV

Vi chiamano la Generazione Z nata a cavallo del nuovo secolo, tra il 1996 e il 2010, oppure Generazione Alpha, quelli di voi, giovanissimi, nati dal 2011 in poi. Noi adulti, invece, siamo altro e ci chiamano Boomer (1946-1964); Generazione X (1965-1980); Millenials o Generazione Y (1981-fine anni ‘90). Mi fanno ridere queste definizioni? Sì. Per me del resto tutto si risolverebbe con due sostantivi: voi giovani, noi adulti, pure vecchi se preferite. Al primo approccio infatti queste descrizioni mi sembrano delle perfette sciocchezze ma poi informandomi meglio ho scoperto una serie di dettagli che sottolineati si mostrano caratteri che appartengono appieno alla società nella quale viviamo e di cui voi ragazzi siete assoluti protagonisti. I Boomer e la Generazione X siamo noi adulti e voi lo sapete molto bene. Gli ultimi in particolare, ovvero gran parte dei vostri genitori, zii, insegnanti, vengono definiti anche la “generazione invisibile”. Si proprio noi, figli del boom economico prodotto dai vostri nonni; un’epoca intatta la nostra che ci ha permesso di vivere godendo di un benessere gratuito con tutte le occasioni per stare bene, studiare, lavorare, senza sforzarci troppo, anzi per niente. Poi si arriva ai Millennials o Generazione Y, nati tra il 1981 e la fine degli anni ’90, anche qui si rintracciano certamente molti dei vostri genitori ma pure questa è una generazione che, vivendo uno spazio temporale diverso rispetto al vostro, non si può che definire poco intricato soprattutto se paragonato a quello in cui state crescendo voi. Ovvero la Generazione Z, nati tra il 1997 e il 2010 definiti i nativi digitali che utilizzano le tecnologie e il web quotidianamente con sapere e abilità facendo propria una dimensione che è parte fondamentale della vostra vita. Dietro c’è la generazione Alpha, i giovanissimi nati dal 2011 in poi. Il mondo del lavoro cerca voi cari ragazzi della Generazione Z e Alpha perché siete in grado di mettere a servizio delle aziende che vi scelgono capacità e approcci corretti che non necessitano di troppa formazione e quindi investimenti economici. Appartenete di principio a generazioni che fanno riferimento alle necessità del mondo del lavoro moderno e, pur se nati dentro un’epoca difficile, in modo autonomo, forse casuale, avete acquisito le capacità richieste dall’oggi. Basta quindi con il darvi sempre addosso, forse esagerate quando passate troppe ore in silenzio maneggiando il telefonino, ma in un certo senso state pure migliorando il vostro curriculum vitae. Non investite tutto in bazzecole però ragazzi, informatevi per bene perché solo così entrerete nella linea giusta per definire il vostro domani. E noi vecchietti non potremo che essere fieri di voi,

Compagna di viaggio

Il giorno del funerale di papà, immersa in un dolore davvero difficile da poter anche solo pronunciare, sono accadute delle cose dai tratti lucidi e belli verso cui mi ha portato proprio lui, questo lo metto in campo per certo. Due cugini, Elena e Maurizio, che non avevo mai frequentato – di cui credo di aver già parlato su queste pagine comunque – erano lì quel pomeriggio e con loro, passo dopo passo, io e mio fratello ci siamo presi per mano solo grazie alla nostra voglia di esserci da quel momento gli uni per gli altri. Passo dopo passo dicevo, Elena, che mi segue su queste pagine, mi ha chiamata pochi giorni fa e con un certo timore, autentica paura di ferirmi e con una percepibile preoccupazione di piegare in malo modo le mie convinzioni mi ha parlato mettendo sul piatto una sincerità che ho letto con chiarezza. Nelle sue parole, quando mi ha proposto un suggerimento su cui sto riflettendo molto, c’era dentro il desiderio di lanciarmi un aiuto franco, non posso che sottolinearlo. La sclerosi multipla tra queste righe del blog, mi ha fatto notare, viene attaccata sempre, le ragioni solo tu le puoi conoscere, ha continuato, chi sono io per dirti cosa è giusto e cosa no, ma subito dopo mi ha suggerito di provare a vedere la sm come una compagna di viaggio, una lei che non avresti mai voluto accanto ma che invece c’è, che ti ha scelta, ha continuato, proprio te, forse perché ti ha vista adeguata al suo carico. Compagna di viaggio. Me lo ripeto da quando Elena me lo ha detto. Del resto la sm c’è. Io ho la sclerosi multipla. Quanto tempo è passato dal momento della diagnosi prima che riuscissi a dire queste poche parole a tutto il mondo che mi circondava. Lustri dalla diagnosi? Anche sì. Elena oggi mi suggerisce di guardarla come una compagna di viaggio. Un passaggio in avanti da come ho condotto le cose fino ad oggi: la mia sclerosi multipla non è una netta avversaria, mi suggerisce di pensare Elena, mi dice invece di cominciare e metterla sul campo come una corrispondente che vive dentro me, che necessita di precise attenzioni che vanno accettate e comprese prima che mi surclassino senza troppa pietà. Perché la sclerosi multipla mi ha scelta, mi ha cercata e non pare volermi mollare ma, è vero, questo viaggio potrebbe andare meglio se a condurlo non fosse solo lei ma fossimo insieme tutte e due, se non guidasse lei ma se al volante sedessi anche io. Lei c’è, indubitabile presenza, ma io non devo nascondermi, devo mettere in campo la mia forza quindi, dare spazio alle mie capacità di confronto, la strada è la stessa e lei non deve prendere il largo. Compagna di viaggio e non solo nemica furente. Continuo a pensare a queste parole, Elena.

Care ragazze, cari ragazzi – XX

L’ultima domenica di ottobre si è conclusa a Roma la Festa del Cinema 2024, prestigiosa vetrina cinematografica durante la quale sono stati presentati i migliori titoli che passeranno nelle sale in questa prima parte dell’inverno. E qui mi siete venuti in mente voi. La generazione Covid. Proprio nel momento in cui avevate l’età per cominciare ad andare al cinema tra di voi e con gli amici, senza essere accompagnati in modo troppo stretto dai vostri genitori, è caduta la mannaia della pandemia. Così scegliere con gli amici i titoli preferiti, riempirvi di caramelle e pop corn e vedere con loro quello che vi piaceva di più, vivendo la prima sensazione di piena libertà e giovinezza, ha subito uno stop fin troppo noto. Ma adesso la svolta c’è, il punto di ripresa verso una ritrovata libertà si sente. Solo che ora in corso c’è altro, lo sapete voi e lo sappiano fin troppo bene anche noi adulti. Siete cambiati, vi vediamo più chiusi. Al cinema, per esempio, non ci siete mai più andati anche perché nelle vostre case avete tutto: mezzi, programmi, strumenti web, piattaforme streaming, conoscenze personali che vi permettono di vedere quello che volete spesso senza spostarvi da camera vostra. Spiace molto perché la differenza tra un film visto a casa e uno vissuto al cinema con gli amici ha dimensioni nemmeno descrivibili. Lo schermo sul quale viene proiettata una pellicola copre una dimensione panoramica che assicura una visione assoluta sopra cui lo sguardo si muove senza incontrare barriere. L’audio è regolato attraverso un proiettore digitale che lo fa percepire con una definizione dalla resa assoluta. Ma oltre a questi valori tecnici vedere un film al cinema si riempie di significati che quando si è soli non sono nemmeno immaginabili: risate collettive, emozioni amplificate dalla convivenza con il resto del pubblico, il piacere di guardarsi attorno per interpretare gli sguardi dei compagni di poltrona. Un piacere che non ha prezzo. Mi direte che a Jesolo un cinema non c’è, purtroppo avete ragione, ma so per certo che i vostri genitori sono pronti a mettersi d’accordo tra loro, organizzarsi e accompagnarvi insieme ai vostri amici verso le sale che sceglierete. E ricordatelo ragazzi, il cinema è divertimento, svago, amicizia e poi cultura, un dettaglio, quest’ultimo, da non trascurare.

Care ragazze, cari ragazzi – XIX

Lo sapete ragazzi che un po’ mi sono stufata; ma non di voi, piuttosto di come parlano di voi, questo sì. Sui giornali, nei tg e in quelle trasmissioni tv che propongono di voi solo e unicamente racconti sintonizzati su temi pesanti e che tratteggiano i vostri comportamenti come se foste giovani e delinquenti. Ma possibile sia proprio così mi chiedo ogni volta? E infatti mi innervosisce molto questo disegno che vi viene dipinto addosso perché non si parla di dettagli secondari o di piccoli peccatucci trascurabili, anzi. In grande misura voi venite descritti solo come protagonisti di fatti pesanti quando non criminali. Sempre le stesse storie per giunta. Faccio tanta fatica a crederci: possibile che tutti voi siate interpreti di questa descrizione? Io per certo so solo che il vostro oggi è immerso dentro l’adolescenza, quel taglio di età meraviglioso, quello che ricorderete con infinita nostalgia per tutta la vita, ma una cosa altrettanto vera è che allo stesso modo questa età si porta appresso spigoli di difficoltà, malinconia e pure amarezza che non si può certo negare. Ma mi chiedo: vuoi che tutti voi abbiate deciso di venire a capo dei vostri bellissimi anni nel modo che raccontano in tv? Con coltelli in mano, violenza, atti di cattiveria e via su questi toni? Per qualcuno è innegabile purtroppo. Ma tutti? Mah… non ci voglio credere. Se vi vedo in giro noto altro, riconosco un mondo e che mi parla di una strana solitudine piuttosto, questo sì: grandi cuffie poggiate sulle orecchie, sguardo basso sopra il telefono maneggiato con sapienza, braccia – e oltre – ricoperte di tatuaggi per voi ragazzi, unghie lunghe e molto colorate per voi ragazze. Caratteri distintivi che creano il piacere del gruppo, almeno guardandovi da fuori, ma nell’insieme vedo molto silenzio tra di voi. Mi sbaglio? Spero di sì, di osservarvi male, di non avere l’occhio giusto perché se ricordo con infinita felicità gli anni della mia di adolescenza è per il valore di quelle chiacchiere infinite con quegli amici che sono ancora oggi accanto a me. Vogliate credermi ragazzi, il periodo che state vivendo è una pagina di vita che merita di avere il meglio di voi e mai da soli, questo è il sottotitolo che non dovete dimenticare. Incontratevi, parlate insieme, divertitevi, litigate e fate pace. Insieme e fatelo.

Care ragazze, Cari ragazzi – XVIII

Eccomi qui a proporre proprio a voi che avete meno della metà dei miei anni un tentativo per buttare in queste righe un consiglio su come muoversi tra i social alla ricerca di un suggerimento che migliori la vostra preparazione scolastica. Roba da pazzi starete ripetendo tra le risate, senti cosa ci dice questa, proprio lei, dall’alto della sua età, pretende di spiegare a noi come si procede sulla rete. Fatemi parlare, ragazzi, per favore, vediamo se posso aggiungere qualcosa di interessante alle vostre certezze perché so fin troppo bene che su questo argomento sono molto debole rispetto a voi. I social fanno parte del vostro di mondo, ci sguazzate dentro svelando tante certezze, ovvio che lo so, mi auguro in modo sensato però, ma del resto ne sono anche sicura, mi fido molto del giudizio che avete e so pure che strapparvi con critica da questo ambito sia inutile e pure azzardato. Ma un ennesimo consiglio me lo concedete? Perché l’altro giorno leggendo un giornale mi è comparso davanti un nome che mi ha molto incuriosita e mi è venuta voglia di parlarvene. Edoardo Prati. Ovvero un ventenne con mezzo milione di follower su Intagram, 4 milioni su TikTok pronti a seguire la sua passione per la letteratura e il sapere. Non male direi visto che siete proprio voi ragazzi i principali ammiratori del suo talento nel dispensare consigli letterari, proprio voi che state aderendo a quella che lui ha definito una sorta di ribellione culturale sul web. Perché Edoardo Prati nel 2020 ha iniziato a riprendersi in video mentre ripeteva la lezione di letteratura accorgendosi di riuscire a sintetizzare anche un discorso complesso in un minuto. Nasce da qui l’idea di realizzare clip culturali da inserire sui social fino a ottenere un clamoroso successo di follower giovani come voi. Un passaggio importante a cui voi ragazzi a quanto pare state aderendo in quantità perché i suoi video sono molto utili anche per affinare la preparazione scolastica prima di un’interrogazione, mica roba da poco. L’ho guardato sui social e mi è piaciuto, per questo vi consiglio, se ancora non lo avete fatto, di inserire il suo nome tra i vostri preferiti, credo che potrebbe rendere la vostra preparazione – e non solo scolastica – più fluida, appassionata, interessante.

Care ragazze, cari ragazzi – XVII

L’ho saputo la mattina leggendo i giornali on line: venerdì 20 settembre attorno alle 23.00 circa, Giacomo Gobbato, nato a Jesolo 26 anni fa, è stato accoltellato e ucciso mentre interveniva per difendere un’amica che era stata aggredita sotto casa a Mestre. Tutto quello che so l’ho letto sui giornali o ascoltato in tv ma è stato sufficiente per raggelarmi i sentimenti, pensando a lui, alla sua corsa generosa in soccorso all’amica, alla sua morte nata attorno al desiderio di difendere l’altro. Poi ho pensato a voi ragazzi che mi state leggendo, che certo siete più giovani di Giacomo Gobbato e che di sicuro, saputo della sua morte, vi siete trovati coinvolti da una serie di perché importanti. Me lo sto chiedendo da giorni se è la cosa giusta da fare quella di portare su queste pagine una discussione di questo peso, ma alla fine la decisone l’ho presa comunque, eccomi qui Giacomo. Passare oltre come se niente fosse mi sarebbe sembrato infatti un nuovo danno nei suoi confronti che invece, evidentemente, portava dentro di sé il rispetto per il mondo nel quale viveva. Resta il fatto che non so davvero cosa posso dirvi ragazzi. Ho gli strumenti per consigliarvi qualche cosa? Si tratta infatti di aprire una discussione equilibrata e attenta su un tema dai caratteri complessi che coinvolgono anche voi che, anche se in modo indiretto, con la morte di Giacomo vi siete ritrovati dentro un abisso di perché. Ma penso che sia proprio la sua vicenda a offrivi l’occasione per cominciare un dialogo aperto su quanto viviamo, sulle conseguenze di parole e fatti, sui bisogni che possiamo mettere in campo per conoscere tutto ciò che ci accade attorno. Ho deciso di sfondare questa porta quindi, non ho risposte da dare, ma non vorrei discorsi inutili, vi invito a cercare la via per un dialogo intelligente, ragazzi: tra di voi, in famiglia, a scuola, con Don Lucio, Don Gianluca, fate domande, leggete, cercate risposte che vi sollevino da tutti i tanti dubbi e le paure che avete. Se la storia di Giacomo Gobbato vi ha colpito nei sentimenti – come sono certa sia avvenuto – dategli l’onore di aprire in voi un pensiero maturo.