Cara amica ti scrivo

Rumori strani, mai sentiti prima, vibrazioni, no ecco, scricchiolii più correttamente, in arrivo dalla mia sedia a rotelle, ad ogni svolta, segnali insoliti, cambiamenti che negano la morbidezza di un meccanismo perfetto, coordinato, leggero, agile. È stato un pomeriggio d’inferno quello trascorso al lavoro qualche giorno fa, fino all’arrivo a casa sperando che qualcuno mi dicesse che no, mi stavo sbagliando, che tutto correva al solito, che non c’era motivo di preoccuparsi, la mia era solo un’impressione volevo mi si dicesse, invece no, attorno a me vedo musi che si fanno più lunghi, telefonate alla ricerca di consigli per analizzare a fondo la questione e che infatti aprono le porte a incursioni improvvise in casa mia che portano tutti attorno a lei. Mi butto sul divano e la testa mi scoppia. Possibile mi dico? È così importante, maledetta lei? T’ho odiata, mi hai fatto una paura da tremare dentro e ho sempre spostato il mio pensiero, anche quando era evidente che su di te dovevo finire, e ora? Ti sei rotta e tutta la mia vita è in bilico di nuovo? E domani non potrò andare al lavoro? E per quanto tempo poi? E manca poco perché mi metta a piangere anche se io non piango mai nei momenti in cui la vita mi porta sopra il burrone, semmai dopo quando cado perché danni o meno io mi rialzo con più forza di prima, ma ora la testa pulsa lo stesso, sei così importante maledetta te? È una lezione quella che mi vuoi dare? Forse perché proprio adesso, che mi sono abituata, che ti uso il doppio perché mi fai fare meno fatica comincio a notare la differenza tra te e la normalità. Guardo gli altri e magari li invidio, noto cosa significa stare su di te e camminare da soli, andare dove si vuole senza dover scegliere una via senza gradini, tra te e il desiderio di affondare i piedi dentro la sabbia di una spiaggia sapendo di non cadere a terra, di rimanere in equilibrio, riconoscere sempre di più la differenza tra te e la piena libertà. Perché sta andando così da qualche tempo: vedo dei bei vestiti e mi accorgo che magari mi piacciono, li vorrei, ma per cosa poi, sopra di te potrei stare sempre in pigiama, la differenza non si noterebbe, con te vedo gruppi che parlano tra loro e che per includere me devono cambiare posizione, i tavoli per bere un caffè che devono ricomporsi per farmi spazio, è così che ci si sente diversi? Allora io mi ci sento diversa. Ecco spiegato il malumore di questi mesi quindi? Anche sì. Ma tu, che sei la preziosa compagna del mio viaggio, non ti sei rotta e la tua importanza, cavolo se l’ho capita. Ora si va avanti come ci eravamo abituate a fare, è facile credere che tutto vada bene se lo si vuole, perché, cara amica mia, la colpa di tutto non è nostra ma della sclerosi multipla, che esiste ed evidentemente si diverte con poco.

Uomini e quaquaraquà

Ventotto anni fa. E io ne avevo venti. Nel pieno della consapevolezza sociale, quando tutto quello che stai vivendo è roba tua e non di altri, quando il tuo presente sarà storia e tu lo sai e ne prendi atto con una maturità nuova che ti rende protagonista di quello che ti sta intorno. È l’estate del 1992 quando si fa largo la fine di due modelli di responsabilità e di pensiero giusto che segna un’epoca in modo incancellabile: gli attentati mafiosi contro Falcone e Borsellino sconvolgono il Paese con una morte cruenta e annunciata, da loro stessi prima che da altri. Ricordo quelle bombe con la lucidità di una memoria troppo vicina per pensare che in mezzo ci siano quasi trent’anni di vita. Ci pensavo ieri mentre ricordavo nitidamente dov’ero e cosa facevo quando mi veniva detto che c’era stato un attentato in mezzo all’autostrada contro Falcone e poi due mesi dopo uno sotto casa della mamma di Borsellino che aveva ucciso lui e la sua scorta. E poi la corsa davanti alla tv, le edizioni straordinarie dei tg e la paura e i brividi lungo la schiena e l’incredulità davanti a quelle immagini che spazzavano via tutte le speranze di una ragazza di vent’anni che ancora ci credeva. A cosa non so bene perché certi eventi vanno oltre anche alle idee che comunque c’erano, ma puoi essere bianco, rosso o nero ma se ci credi vale solo quello mica altro e in quell’estate di ventotto anni il pensiero si è scontrato con la consapevolezza che qualcosa di molto grande che non andava c’era. E infatti poi tutto è fuggito verso altro, una discesa molto veloce in direzione del grosso niente che ci sta attorno oggi. E allora mi è venuto in mente Sciascia che ne Il giorno della civetta durante l’interrogatorio al padrino mafioso arrestato dalla Polizia gli fa dire che secondo la sua esperienza di vita, il genere umano è diviso in uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliancuolo e quaquaraquà e che il Comandante che lo sta inchiodando con le sue domande e il suo coraggio di vero uomo di Stato è certamente un uomo. Ecco a cosa penso, quei due giganti morti ventotto anni fa erano molto più che uomini, molti dei politici di quell’epoca forse anche, diversi erano mezzi uomini, altri solo ed esclusivamente delinquenti. Io invece sono solo egoisticamente felice di non avere vent’anni oggi per non circondare la mia giovinezza da questa messe di quaquaraquà che ci governa, da qualunque prospettiva li si guardi.