Sono intrappolata da una rete di noia che spranga ogni tentativo di alzarmi in piedi. Che poi fa ridere mi rendo conto, siedo in su una sedia rotelle, ho la sclerosi multipla, c’è il Covid, che cavolo voglio fare? Una maratona? Buttiamola in ridere che è meglio. Il fatto è che sto davvero mortificando il mio pensiero, porco cane, nessuna voglia di fare niente, accidenti a me. Anche scrivere qui mi risulta duro, non mi ruotano in testa idee. Apro il file di word e la pagina bianca resta lì, ferma, scrivo due righe e poi le cancello, zero idee. Da anni la scrittura è il mio pane quotidiano ma uno stop del genere non mi era mai accaduto. Di conseguenza sto trascurando anche il mio blog – se penso all’entusiasmo con cui l’ho aperto – ma anche altre cose: il lavoro ovvio, pure gli amici, e tanto altro. Ho l’abbonamento a Netflix, Prime Video e come tutti ho Rai Play, potrei guardare le serie tv del momento che però perlopiù mi annoiano o i film più nuovi ma che visti in tv hanno un sapore decisamente minore. A parte l’ultimo di Sorrentino che, dove lo vedi lo vedi, capolavoro resta con quel finale che devasta il cuore per la bellezza e l’intensità. I libri? Per ora idem. Lo scorso anno ho letto moltissimo, senza nemmeno forzare troppo la mano, forse perché ho beccato un filotto di titoli spettacolari, il bello della lettura mi dà dipendenza, mi slega da ogni fatica e mi spinge in avanti a voler leggere ancora di più. Spero sia questa la ragione di questa momentanea frenata perché ora ho in mano un libro non proprio brillante, mi piace a metà insomma, mollarlo lì? Potrei, ma non fa parte di me, in carriera non ho mai lasciato le pagine di nulla, neanche del peggio solo che le conseguenze sono una sostanziale disaffezione alla lettura, come una corsa che rallenta poco alla volta. Accidenti a me e a come sono fatta. Per riempire il tempo ho perfino cominciato a guardare The Ferragnez che, senza tirarmela troppo, spegne davvero la testa, del tipo che terminata la puntata ti chiedi cosa cavolo hai guardato. Ieri invece ho fatto un altro genere di tentativo e allora mi sono rimessa a guardare l’amatissimo Downton Abbey, in lingua originale però, coi sottotitoli in italiano ovvio, e qualcosa si è risvegliato. Oggi ci riprovo allora.
Categoria: Cose che penso
Sempre e comunque
E sono anche caduta. Di nuovo. E in casa. E con quel cavolo di roller che detesto fin da primo giorno che l’ho avuto tra le mani se è per questo. E che mi sforzo di usare in ogni caso per cercare di ridare significato alle mi gambe divenute rigide come fastidiose e inutili asticelle. E invece sono scivolata a terra e non so nemmeno come, lo sapessi avrei una soluzione almeno, per evitare di ripetere l’impresa. E ho preso paura. Tanta. E ne ho fatta prendere. Troppa. Ancora ko, affossata dentro quella buca che la sclerosi multipla continua a scavare attorno a me. E lo sapevo che lo fa. E lo so che non smetterà. Non ci voleva adesso, come se ci fosse un momento utile comunque. E ho pianto. Di stanchezza. Di angoscia. Di voglia di mandare tutto a puttane, di chiudermi in quel guscio che intravedo da sempre all’orizzonte ma che adesso pare ancora più vicino e che mi chiama con un sorriso sornione, ‘fanculo a lui. Vieni qui mi dice, cosa ti sforzi a fare continua a dirmi, non l’hai capito che vinco io, sempre e comunque. Sempre e comunque. Poco da fare, meno da dire, certo che ha ragione. Abbondonare il campo allora? Dargliele tutte vinte? Più di così? Ho detto un timido no. La sera stessa avevo in programma un’uscita per una pizza. A due passi da annullare tutto, con la testa ancora dolorante e una bella botta nera sul gomito, ho solo deviato il programma: si fa tutto a casa mia ho detto, Coca Cola e birra in frigo e che problemi ci possono essere? Oltre alla mia voglia pari a zero sovrastata dal desiderio di buttarmi a letto al più presto? Ieri mattina avevo in progetto una colazione con la mia amica Laura, che chiamo la mia spacciatrice di titoli e libri, che non vedevo da mesi e mesi – Covid ti odiamo tutti, fatti in là maledetto – con cui parlo di tutto quello che mi piace di più, leggere certo, ma anche di pettegolezzi che non vanno mai in seconda fila, sia mai. Ero a due passi dal disdire, ma poi no che non l’ho fatto. E il pomeriggio di ieri? Da sola, pasticceria, con caffè, biscotto al cioccolato, spremuta d’arancia, romanzo di Roth sul tavolo. Un’ora per me. Con la sm sempre lì lo so, lei lavora e ride, ma io resto qui e faccio quello posso. Sempre e comunque.
5X1000 a FISM
Ora che sono uscita dal sipario e ho detto quella frasetta semplicissima ma per me pesante e che per due decenni è stata impossibile da dire – Salve, sono Cinzia Stringhetta, abito a Jesolo, vicino a Venezia e ho la sclerosi multipla – mi sento autorizzata ad andare oltre. In questo periodo di dichiarazione dei redditi dico altro: il vostro 5×1000 datelo a FISM la Fondazione Italiana che si occupa della ricerca contro la sclerosi multipla. Parlo come uno spot televisivo adesso, l’invito potrebbe non riguardarmi nemmeno infatti, la mia strada in mezzo alle spire della sm è così ben tracciata e poco confortante che, al netto di un miracolo della scienza, rimarrò qui dove sono, se va bene oltretutto. Ma l’ho detto un sacco di volte, guardatevi in giro, ascoltate, i malati di sclerosi multipla che potreste trovare in giro sono fin troppi e molti di questi davvero vicini a voi. La ricerca è l’unica strada per trovare uno spicchio di libertà da tutto – pure dal Covid speriamo – ma se non avete altre ragioni importanti per mettere un codice fiscale diverso sulla vostra dichiarazione dei redditi scegliete questo:
FISM 95051730109
E grazie.
Gli esami che non finiscono mai
E alla fine non mi hanno nemmeno chiamata. Quelli di Pd intendo, i neurologi che mi hanno in cura, quelli che dovevano farmi l’esamino per giudicare le mie capacità cognitive verificandone l’eventuale compromissione dovuta a vent’anni di sclerosi multipla. Il risultato è stato un lunedì pomeriggio di attesa e non proprio tra i più sereni e un martedì con replica anche se con nervi decisamente meno tesi. E per oggi vediamo. Ieri sera un mio amico mi ha fatta molto ridere dicendomi che forse sono i medici a dover controllare lo stato della loro memoria perché a quanto pare si sono dimenticati di me. Ma io il punto finale comunque non l’ho ancora messo perché mi frulla in testa l’idea di aver passato un’informazione sbagliata, forse ho confuso i due giorni liberi dal lavoro che avevo questa settimana: lunedì e mercoledì, io ne pensavo uno e a loro ne ho detto un altro. Le mie capacità cognitive le ho già documentate io quindi, confuse, balorde, fuori fase. Prendi e porta a casa. Adesso mi chiedo se questo progetto tanto declamato come innovativo e fondamentale in termine di ricerca e progresso per raggiungere risultati di riscatto contro la sclerosi multipla sia proprio ben formulato. Perché strutturato in questi termini fa passare nella testa del malato un’idea che lo travolge: potrei retrocedere nei caratteri del pensiero o forse è già accaduto? E questo mi deprime. Quindi se il centro sm di Padova non mi dovesse chiamare per mettere nero su bianco che con la testa sto perdendo note di buon conto sarei più felice.
Netflix stavolta no
Da quanto tempo viaggiamo con accollato addosso il Covid? Facciamo i conti della serva. Siamo saliti in carrozza a febbraio 2020 più o meno? Oggi è la fine di aprile 2021? Quanto tempo è passato? Abbondantemente più di un anno. Le regole quante volte ce le hanno ripetute? Sempre le stesse e semplici. Sì alle mascherine. No agli assembramenti. Lavaggio costante delle mani. E per carità del cielo no contatti, evitare di stringersi le mani anche nel caso si sia fatto il vaccino o ci si sia già presi il Covid. Saranno circa 14 mesi che guardo la tv, le pubblicità nella fattispecie, e mi incazzo, e progressivamente sempre di più. I protagonisti dei vari spot vanno al supermercato, senza mascherina, si corteggiano tra vicini di pianerottolo, senza mascherina, vanno al Mc, senza mascherina, al parco coi figli, senza mascherina. All’inizio la ragione era semplice perché l’inimmaginabile non aveva dato l’opportunità di cambiare sceneggiature, riprese, copioni all’istante, come prevedere poi i tempi e i modi del futuro mondiale che ci attendeva? Ma ora le traiettorie delle nostre vite sono fin troppo note ed è necessario virare con quei cavolo di spot che hanno per protagonisti attori sempre senza mascherina. Tipo quello che mette in scena un gruppo di amiche che si abbraccia per promuovere uno shampoo, oppure quell’altro con un tizio che beve una tisana a meno di venti centimetri da uno sciamano di chissà che tipo, o quello con la cena tra conoscenti che ridono per consigliare l’acquisto di assorbenti. Tutti ma proprio tutti senza mascherina. Ma ora i tempi lo impongono, anche le pubblicità televisive hanno l’obbligo morale di cambiare rotta, la vita che mettono in scena è quella che facciamo noi tutti i giorni con la mascherina divenuta roba nostra, quotidiana, obbligatoria. Mi si dirà: allora il cinema, le amatissime serie tv? Ecco appunto, facciamo i bravi, mettiamoci le mascherine prima che il Covid diventi un serie tv di Netflix e metta in luce quanto siamo stati scemi.
Quelle lacrime che non ti ho detto
È nata la figlia di Chiara Ferragni. Adesso chi mi conosce si aspetta un pippotto moralistico sulla clinica privata dove ha partorito, su come ha speculato anche con una linea di pigiami creati dal suo brand ed esibiti per l’occasione e subito dopo fuggiti a ruba, sulle tutine per neonati lanciati dal suo nome, su quella regalatale da zia Donatella Versace e poi su molto altro che nemmeno ricordo visto il tanto che in questi giorni ha sovrastato il web e soprattutto il suo profilo Instagram e quello del marito, e quello delle sue sorelle e quello di altri ancora. Invece no, me ne taccio, perché Chiara Ferragni è una che dà lavoro a tanti e di questi tempi avercene, che lei piaccia o meno, che si stimi il suo linguaggio e il suo mondo popolato oggettivamente dal nulla non vale la pena criticarla. Invidiare la sua vita splendida? Se lo fosse certo che sì, ma come si fa a crederlo quando si sa che nessun cerchio esce perfetto quando lo si traccia a mano libera? Quindi nessuna predica contro Chiara Ferragni, nemmeno da parte mia che sono una spendi morale gratuita soprattutto quando so che il modo per evitare ogni nervosismo sarebbe facile da mettere in moto, basterebbe voltare pagina, mica difficile come mossa. Ma il suo profilo Instagram fa obiettivamente simpatia, non tutto certo – tipo dei vestiti mi frega pochetto – ma molte cose creano una certa dipendenza, lei e il marito sono la nostra coppia reale per esempio, di livello basso certo, ma questa abbiamo e questa ci teniamo. E poi si arriva all’autunno scorso e a me cambia qualcosa: il marito rilascia un’intelligente intervista tv a Pietro Gomez in cui dice con la voce rotta dalle lacrime di avere la sclerosi multipla. La lettura del suo personaggio cambia, forse non per tutti, ma per me ovviamente si, perché, anche se sono lontana mille e più mille anni dal tragico e innominabile momento della diagnosi, il suo stato d’animo me lo sento addosso, appiccicato. E da allora ne ho interpretato i passi, l’ho visto piangere, l’ho visto sul palco di Sanremo soffocato da un’autentica crisi di panico, l’ho visto cullare la piccola figlia appena venuta al mondo mentre la inonda di troppe lacrime per esprimere solo gioia. Ci ho letto la paura di un futuro seminato di perché, di punti di domanda vaporosi e leggeri pronti a fissarsi ovunque decidano di farlo trasformandosi a piacimento in chiodi inestirpabili. Forse è vero, il marito della Ferragni ha i soldi per correre ovunque la migliore scienza medica lo voglia, prima di tutti, prima di me di certo, ma il carico di quelle lacrime che escono fuori in modo incontrollato lo conosco e purtroppo lo so che niente lo porterà via. Ahinoi.
La tregua
Sabato con una certa sicurezza farò il vaccino anti Covid parte seconda, ovvero la conclusione di un percorso molto ma molto importante, fondamentale vista la situazione attuale. Sono emozionata ma a tratti anche un po’ spaventata, più della prima volta, due settimane fa. Il fatto è che molti dei colleghi della struttura per la quale lavoro e che già hanno fatto il secondo vaccino sono stati più male della prima volta con febbre, dolori muscolari durati giorni e giorni e io, che sono certamente più fragile, temo per le conseguenze che potrebbero aprirsi su di me. Ma giro subito pagina e penso alla fortuna che ho per questa occasione che mi viene servita in perfetto orario e soprattutto senza ostacoli e allora i pensieri negativi e la paura li metto in disparte: sabato farò il vaccino e mi godrò anche i due giorni di risposo successivi certamente utili a ridarmi nuova energia. La cosa importante infatti è che io farò il vaccino, lo stesso che in Italia dopo una partenza che sembrava regolare e ben disciplinata si trova imballato dentro meccanismi dal sapore poco chiaro. Eccola la ragione che per settimane mi ha fatta pensare che poterlo fare con largo anticipo rispetto a tutti altri per il solo fatto di avere il lavoro giusto nel posto giusto mi sembrava quasi un furto. Fino a quando non mi è arrivata la newsletter di AISM-Associazione sclerosi multipla che mi informava come il Ministero abbia inserito la patologia in prima categoria, i suoi malati verranno chiamati per fare il vaccino fin da subito e davanti a tutti gli altri e non tanto perché immunodepressi ma espressamente perché affetti dalla bella stronza. Quindi ho solo potuto anticipare i tempi, nessuna rapina, tutto onore guadagnato sul campo.
Sanremo 2021/2
E invece mi sono sbagliata, tutto lo sproloquio che ho scritto ieri va cestinato perché Sanremo 2021 si farà, a marzo, a un anno dal precedente, secondo tempi e modi imposti dal Covid, ma si farà. Ieri sera un amico mi ha letta e subito corretta e aveva ragione lui, almeno ad oggi. Perché a marzo sul palco storico dell’Ariston anche quest’anno si esibiranno i cantanti in gara, mentre seduti sulle poltroncine del teatro ci sarà un pubblico composto da figuranti per dare quanto più possibile il senso della normalità. Io lo amo Sanremo, certo oggi molto meno che in passato perché i nomi in gara troppo spesso per me sono quelli di autentici sconosciuti, ma è il sistema festivaliero a piacermi, mi riporta a quando ero bambina e tutto era un evento. Il primo Festival che ho seguito con l’attenzione di una protagonista è quello del 1982: lo conduce Claudio Cecchetto mentre a un certo Giucas Casella viene affidato il compito di mettere in moto il potere della mente per scrivere il titolo della canzone vincente su un foglio da infilare dentro una busta chiusa con tanto di ceralacca. Tutto quel Festival gira attorno ai cantanti e alla busta sigillata che a pochi minuti dalla proclamazione ufficiale viene aperta per svelare la previsione di Casella che dice Storie di tutti i giorni, ha indovinato, è la canzone di Riccardo Fogli che infatti vince quel Sanremo. Per anni ogni Festival si è fatto roba mia, una pausa da tutto il resto da vivere guardando tutte le serate, i programmi tv che a quei tempi parlavano solo del Festival così come le pagine dei quotidiani da leggere tutte d’un fiato. Ricordo esibizioni che fanno epoca: Anna Oxa che scende le famose scale vestita praticamente di nulla, Loredana Berté con una pancia finta che fa credere a tutti di aspettare un bimbo, i Mattia Bazar affidati alla voce di Antonella Ruggero che disegnano attorno a loro un’atmosfera anni Venti, Eros Ramazzotti che si fa vedere qui per la prima volta ma già si capisce di che pasta sarà fatto il suo futuro, Renato Zero, vestito tutto di nero, che canta uno dei suoi testi migliori, Vasco Rossi e che dire di lui? Niente, è Vasco. E mi fermo ma so che potrei proseguire a mille giri, per circa vent’anni poco più poco meno il Festival è stato una settimana televisiva molto più che imperdibile per me, ora un po’ meno ma sapere che in un modo o nell’altro pure quest’anno lo faranno aggiunge un certo senso di normalità a questo oggi che di normale ha molto poco.
Sanremo 2021
Con ogni certa possibilità quest’anno il Festival non si farà causa Covid, troppi rischi e via dicendo. Le voci attorno all’argomento si inseguono: in fondo abbiamo solo un’economia a pezzi, un governo che lasciamo stare, il virus che ben sappiamo, i vaccini che chissà dove sono finiti e noi qui a discutere di Amadeus e Fiorello, non fa una piega, ovvio. I due, che avevano già messo in piedi la direzione artistica di Sanremo 2021, sono sul piede di guerra, il Governo, o quel che ne resta, con forza ha messo una croce sopra al Festival, no, dice, non si deve fare. Chi ha torto o chi ha ragione? Tutte due le parti in fondo. Sanremo si poteva fare con le strategie di tutela individuate dagli organizzatori. Ma forse no, meglio mantenere su le sbarre, senza esporci ad altri mali come dicono i vertici governativi. Il punto è di altra natura piuttosto, perché Sanremo è una vetta molto alta dello spettacolo italiano e celebralo avrebbe un significato importante per la ripresa di uno dei tanti settori economici caduti a picco. Ma anche se gli organizzatori assicurano di aver rintracciato tutti quei sistemi necessari a evitare il contatto umano e mettere al bando il contagio questi non sono stati giudicati del tutto validi e quindi arrivederci al prossimo anno. Quello dell’anno scorso fu un Sanremo davvero bello, con poche canzoni inascoltabili e un podio da incorniciare. Finì l’8 febbraio, meno di dieci giorni dopo eravamo dentro al peggiore degli incubi e di Sanremo ci fregava già più niente. Se poi avessimo saputo che un anno dopo saremmo stati ancora in preda al contagio e alle prese con una crisi economica che andrà sui libri di scuola avremmo urlato: Sanremo? Ma per favore, ho altro a cui pensare.
Quello che leggo, quello che penso
Ieri c’è stato il giuramento di Biden e oggi i quotidiani hanno fatto il riassunto della giornata. L’ho vista come un’occasione che si sono dati per uscire dai confini imposti dal Covid che da un anno, lo sappiamo fin troppo bene, ci ha agganciati al collo stringendolo sempre più, facendolo ovviamente anche con la stampa imponendo i suoi maledetti ritmi. E quindi oggi, come una boccata d’aria fresca, titoli, fondi, commenti, immagini, editoriali sono in larga parte dedicati alla giornata di ieri e come lettrice non mi sono di certo sentita defraudata dalla verità. Anche se, anche se. Perché mi sono imbattuta in più di un articolo che ha fatto l’analisi comunicativa sulla scelta di abiti, colori e accessori da parte dei protagonisti del giuramento di ieri, tutti sovrapponibili tra loro, molto più che simili anzi, firmati da nomi noti del giornalismo italiano, esperti di comunicazione o che almeno in questo modo si definiscono. Il viola. Grande protagonista della giornata di ieri hanno fatto notare: il cappotto della vicepresidente Kamala Harris era viola, così come quello di Michelle Obama di una tonalità che tendeva al bordeaux, l’altra ex first lady, Hilary Clinton, era imbacuccata da una sciarpa dello stesso colore. Un caso? No, dicono gli specialisti, il viola è il risultato della mescolanza di blu e rosso, i colori che definiscono democratici e conservatori, gli Stati Uniti insieme, l’immagine di una nuova pagina di storia che si apre sotto il segno dell’unità, quella che accomunerà tutti. La nuova first lady. Vestita di blu oceano, quello che circonda gli Stati Uniti, colore che dà sicurezza dicono gli stessi esperti, scelto anche per la cravatta di Biden. L’inno. Cantato da Lady Gaga in modo supremo secondo il giudizio di chi sa – io che di musica so poco infatti non l’ho nemmeno riconosciuto – con un abito in linea col suo stile e con una grande spilla a forma di colomba sul petto, messaggio di pace. Letture condivisibili? Forse sì. La comunicazione moderna questa è. Ma raggiunge sempre l’obiettivo? Il viola assume il significato dell’unità degli Sati Uniti per tutti? Il blu ricorda l’oceano che li circonda e aggiunge ricchezza alla loro storia nell’immaginario di ciascuno? O forse va più veloce il nero lutto con cui i Trump hanno lasciato la Casa Bianca? Perché mi chiedo, gli abitanti del Midwest, che stanno vivendo una profonda crisi economica e sociale per esempio, che non riescono a risolvere il loro crollo di identità politica, che certamente non sono stati beffati da brogli elettorali di nessun genere ma che così si sentono, che non riconoscono il rischio Covid e che non si sentono tutelati da nessuna classe governativa, potranno mai comprendere il significato di viola, blu oceano o spille a forma di colomba? La boccata d’aria fresca che si è presa la stampa credo possa chiudersi qui, ora si torni al giornalismo.