Dopo oltre un anno posso dire che la mia vita è ufficialmente cambiata, che il mio passato non tornerà, quello col mio vecchio lavoro di sicuro: la società per cui lavoravo ha slacciato le cinture di ciò che restava della sua borsa e ha finito di pagarmi, mensilità sospese, Tfr pari a 15 anni di onorata (o meno dipende dalle opinioni) carriera. Io ho dovuto cedere su dettagli che mi spettavano di diritto ma che avrebbero messo a rischio tutto perché i termini per fare il botto personale erano legati alla certezza di far fare il botto a chi non mi pagava da almeno un anno. E ora cambia tutto, le telefonate con l’avvocato non saranno più così frequenti, il veleno e tutte le tensioni nemmeno raccontabili saranno messe da parte, e mentre i conti finalmente tornano e quel che era va al suo posto, alla fine, dopo un fiorire di battaglie vinte a metà, momenti di panico assoluto perché in troppe occasioni tutto quello che sembrava mettersi al meglio allo stesso tempo ricominciava a volare lontano, adesso è tempo di pace e tranquillità. O almeno dovrebbe, perché nello stesso momento in cui tutto si è chiuso, un magone leggero si è fatto vivo e tutti quei ricordi e quelle nostalgie a cui non ho dato nessuno spazio per i lunghissimi mesi dell’addio ad una vita, poco alla volta, eccoli qui, pensieri sparsi qua là, certi incontri, tutte quelle risate, i tempi, i modi, le cose viste, quelle imparate, le lacrime e gli errori, gli entusiasmi, la noia, gli abbracci e le sberle, e l’amicizia nata così perché doveva essere e che senza non si può proprio più fare. Non sono pochi 15 anni e ora che il capitolo è chiuso e si può guardare indietro senza sentire la pelle che brucia per i graffi ricevuti, è tempo per far salire ciò che stato, guardarlo negli occhi e dire meno male che quel tempo c’è stato.
Categoria: Cose che provo
Ti ho mai parlato di Claudio?
E alla fine è successo. Lo schermo del mio telefono si è acceso ed è comparso un nome che mancava da anni. Sorpresa? Forse no. Perché certe persone sono questo, se ne restano lì buone buone a lungo, in silenzio, e tu lo stesso, tra voi c’è un patto condiviso di reciproco distacco, tanto lo sapete che è resistente il filo che vi lega e non c’entra proprio niente quella storia del mondo che sa chi eravate e che potreste ritornare, è piuttosto una roba che somiglia al fatto che siete stati tanto e che sopra tutto quel passato non stenderete mai nessun velo nero. Tanto ci pensa la vita, si muove e fa venire più voglia di sentirsi, quel bisogno di essere più presenti l’uno per l’altra tanto da andare oltre a quell’abitudine fossilizzata di sentirsi solo nelle date canoniche con wapp pieni di affetto ma anche di rispetto per il presente di entrambi. Ma quando si apre il flusso dei contatti si porta dietro altro, come un invito, un semplice caffè mica altro, figuriamoci che danni può provocare, oltre a far battere di più il cuore in un modo che ben ricordi comunque. Perché voi due siete i protagonisti e gli interpreti di un disegno che non avete capito quando c’era bisogno di farlo, troppo bambini, egoisti e avari. E che oggi mi ha fatto dire no. Dall’ultima volta è passato troppo tempo, troppa vita, troppi segni, troppo passato, tanto presente. E quindi no. E mentre tutti ribadiscono – i poveri grami che negli anni si sono dovuti subire un racconto diventato epopea, tra il nostalgico e l’ironico – che dovevo accettare, io dicevo no. Consapevole del fatto che con altre condizioni, in un momento nuovo, dentro un oggi diverso accettare sarebbe stata l’unica cosa che avrei davvero voluto fare.
E domani chi lo sa
Oggi sono di buon umore, stranamente positiva, ho buone idee, vedo cose belle attorno e dentro me, mi sento soddisfatta. Meglio scriverlo mi sono detta, mi capita di rado. Non che sia una musona sempre triste, per carità, ma non mi succede spesso di vedere una bella giornata e sorridere. Sarà la primavera? Impossibile. Non mi piace. Sarebbe pure una bella stagione se non sparisse subito dando largo spazio all’estate, al caldo insopportabile, quando non all’afa che toglie respiro e forze. No, mi sa che questo senso di benessere è indipendente dalla stagione dell’anno e tanto so già che si risolverà in poche ore, non mi conoscessi. Dovrei approfittarne per fare qualcosa di bello insieme a qualche buon amico, in più in questi giorni non devo lavorare, niente di meglio per prendermi cura del mio tempo libero. Ma oggi pomeriggio ho un impegno già preso che non posso rimandare, anche se potessi però – e impegnandomi il modo per liberare qualche ora potrei trovarlo – deciderei di stare a casa, ho mille cose da fare abbandonate al loro destino. Domani sarei più libera in effetti, la mattina non proprio però e in più non sono certa dell’orario in cui potrei finire, meglio non prendere appuntamenti, mi secca sempre molto disdire all’ultimo, e poi devo considerare la mia malattia, non consente corse veloci da una parte all’altra, devo un po’ risparmiarmi. Venerdì? Il pomeriggio vado dalla parrucchiera, c’ho una selva di capelli bianchi da far scomparire che mi ruberà molto tempo, pazienza. Poi sarà sabato, la giornata perfetta, ma torno al lavoro, non posso farci nulla, l’ho desiderato tanto questo impegno che mica posso lamentarmi adesso. Poi chi può dirlo se questo senso di benessere e questa voglia di evadere dalla quotidianità sarà ancora roba mia fra qualche giorno. Mi sono riletta, m’è venuto da ridere, quanto sono brava a trovare giustificazioni per la mia pigrizia. Potrei scrivere un manuale: “I mille modi per trasformare la sclerosi multipla in un alibi perfetto”.
Non succede ma se succede
Ho trovato lavoro e sono felice. Quante volte in questi mesi mi sono chiesta se sarebbe successo, se questa possibilità ci sarebbe mai stata. Ho cominciato ieri e che emozione, tornare in sella dopo un anno da una disarcionata tanto fatale mica è facile ma è quello che voglio. Ci speravo molto, inseguivo questa possibilità da tempo, accarezzavo un sogno che ormai non speravo più di poter raggiungere e invece, quando ormai avevo cominciato a deporre le armi, eccolo qui. Ho inseguito questo lavoro, per questa azienda, con questo ruolo per mesi, con una lampada alimentata da speranza che poco alla volta era diventata solo un lumicino tanto debole da farmi perdere ogni fiducia. E poi all’improvviso una sorpresa, in un momento in cui pensavo ad altro, a una preoccupazione arrivata in modo altrettanto imprevisto, eccola la telefonata tanto attesa, una convocazione rapida che diceva abbiamo bisogno di una veloce integrazione nello staff, ci sei? Ti va bene quello che proponiamo? Certo che mi va bene, ci sono, ci voglio essere. E ieri il primo giorno di lavoro è stato stordente: tutto nuovo, tutto diverso, mille persone da conoscere e nomi da imparare che ricorderò a fatica perché in queste cose sono un noto disastro, molti equilibri ancora da interpretare e da far diventare miei al più presto. Ce la farò? Anche rispondere al telefono mi sembra un casino adesso, come gestire i contatti nuovi e le tantissime novità da capire e, ieri pomeriggio, finito il mio orario, pur sapendo che oggi sarei rimasta a casa perché il mio contratto prevede un part time verticale che mi dà spazio anche per diverso tempo libero, ero sfinita. Pago certamente lo scotto di un anno lontana dal lavoro, il timore di sbagliare, la voglia di fare del mio meglio, ma anche la necessità di adattarmi ad un ambiente nuovo dove farò un lavoro mai fatto prima. E so che la fase più impegnativa ora è quella di entrare in contatto con meccanismi inediti che non sono più gli stessi di prima e così non saranno più, nel bene e nel male. Del mio vecchio lavoro sapevo tutto, ma non solo quello che c’era da fare, ché lì non si finisce mai di imparare, conoscevo piuttosto i margini di manovra sottintesi, gli umori che cambiano ogni giorno e che sai riconoscere appena apri la porta di ingresso e diventa subito chiaro cosa aspettarti dalla giornata perché ogni piccolo particolare è roba tua, c’è un ritmo che si ripete sempre uguale, dalla pausa caffè, alle chiacchiere prima di buttarsi a capofitto, dai silenzi alle risate, dal capo che rompe al cliente impossibile, ma sai anche che tutto è noto e questo ti proteggerà da quello che potrebbe succedere perché cadrà sopra una rete di soccorso sempre tesa attorno a te. Ci vuole tempo mi dicono e un nuovo sistema si metterà in moto, ci voglio credere, intanto mi tolgo la soddisfazione per godermi questo momento perché lo volevo tanto e qualche volta accade anche quello che sembra incerto, ma se accade vale la pena assecondarlo.
La ragazza con un filo di perle
È da ieri che mi gira addosso un po’ di malumore, quella roba che fa dire adesso facciamo basta, un po’ di tregua che un minimo di prospettive positive ora sarebbero gradite. È la storia di un licenziamento davvero turbinoso il mio che ha buttato sul tavolo la perdita del lavoro ma anche un cospicuo gruzzolo di soldi che ancora mi spetta e che mi ha fatta salire a bordo di un ottovolante per nulla divertente. Da circa un anno si è aperto un dialogo esclusivo tra avvocati che passa tra buoni intendimenti delle parti in causa, soldi che arrivano seguendo un fiacco lumicino, accordi firmati, più disattesi che rispettati va detto, proposte irricevibili e altre cariche di illusioni, balzi all’indietro e salti in avanti per superare le buche dentro le quali di volta in volta si è rischiato di cadere. E proprio quando la strada sembrava aver imboccato una direzione senza intoppi, ecco un nuovo stop, un e adesso chi lo sa cosa succede, pare certo solo che i tempi per chiudere la partita e lasciare il campo si siano allungati di nuovo e i miei progetti con loro. Quindi le brutte nuove di ieri, quelle che parlano di ennesimo cambio di programma, non solo ritardano un’altra volta i termini di un tormento che vorrei si concludesse al più presto, ma in più posticipano la realizzazione con quei soldi di un progetto utile al mio futuro, che di suo è molto instabile. Ora l’intero piano d’azione è da riscrivere, nei tempi, nei modi, nelle forme, consapevoli tutti che se in un anno non è stato possibile seguire una strada ampiamente tracciata dalla legge quello che accadrà da qui in poi è solo un grande boh. Malumore lo chiamo io, quanto sono per bene come ragazza.
Son tutte belle, la mia di più
Mille striature di bianco in testa hanno reso necessario un rapido intervento della parrucchiera per un ritocco di colore capace di restituire un finto senso di giovinezza alla mia chioma. Ieri ci sono andata, diciamo che sono tornata all’ovile, dalla parrucchiera dove va mia mamma, quella che ho abbandonato da tempo alla ricerca di mani più giovani, occhi più attenti alle tendenze della moda, professioniste consigliate dalla tizia e dalla caia di turno che ne declamavano doti e capacità sintonizzate sulle passerelle milanesi. Forse non mi so spiegare bene, mi dicevo ogni volta che, tornata a casa, mi guardavo allo specchio vedendomi addosso lo stesso appeal di Maria Goretti. Ho scelto di lasciare Milano quindi, vediamo che succede mi sono detta tonando alla base e una cosa sostanziale è accaduta alla cassa: Maria Goretti paga molto meno adesso. Ieri mentre avevo il colore in posa e il negozio era vuoto, le due ragazze che lavorano lì hanno cominciato a girarmi attorno, mi sentivo come una preda molto ghiotta pronta per essere soffocata da molte chiacchiere inutili, sai che gioia per me. Sono lì che mi fingo occupata con il telefono in mano e una della due mi chiede coma sta mia mamma, annuisco dicendo che sta bene, sorrido, abbasso la testa, penso di avercela fatta ma lei incalza dicendomi: “Com’è dolce tua mamma”. Mi stupisce, la guardo, forse ho messo su una faccia stranita, di certo sorpresa perché lei interviene subito dicendomi che a volte le mamme in famiglia sono molto diverse da come sono fuori, sembra volermi rassicurare, addirittura consolare perché magari con me non è così dolce. Sorrido e vorrei dirle che ha ragione perché se c’è una persona al mondo con cui mia mamma è diversa sono proprio io, perché con me è troppo, tutto, anche di più di tutto. Sono solo colpita perché quando la vedo muoversi con gli altri mi sembra così spigolosa, solitaria, per nulla interessate alla relazioni, nella sua testa ci sono solo io che invece vorrei altro per lei, vorrei che potesse vivere qualche momento di autentica e meritata serenità. Mentre gli spazi che si prende sono pochissimi, sempre meno, veloci e a malincuore, come andare dalla parrucchiera, una volta la settimana, lo ha sempre fatto, ci tiene, per lei è importante e io insisto perché continui. Quando ci va la vedono come una donna dolce, invece è una donna triste che vorrebbe sulle sue spalle tutto il mio dolore, ancora di più di quello che ha. Aveva diritto ad un altro genere di vecchiaia mia mamma, e anche mio papà, mi dà fastidio soprattutto questo della stronza di sclerosi multipla, del suo modo di colpire a caso, a destra e sinistra, in alto e in basso, dove vuole. Come tutte le malattie mi si dirà. Già è vero, come tutte. Ma adesso penso solo a quanto è dolce mia mamma.
Tu non sai chi sono io
Mi avevano detto che sarebbe potuto succedere, anzi che sarebbe stato molto più che probabile succedesse. Non avevo sottovalutato l’informazione, diciamo che l’avevo messa in un ripostiglio nascosto perché quando si tratta di negare l’evidenza, dio mio, quanto so essere brava. Ma contro la realtà dei fatti c’è poco da fare, e infatti è accaduto: l’altra sera, impegnata senza successo a superare una salita minima con la mia sedia rotelle, sono caduta all’indietro, una rovesciata da ginnasta imbranata sopra una marciapiede di mattonelle spigolose, non so se è stato più il dolore o la paura. O la vergogna, o l’umiliazione di non avercela fatta ancora una volta, o l’orgoglio messo a nudo di nuovo. So solo che durante una notte in bianco senza pace perché la testa pulsava a mille con fitte inarrestabili ho pensato di tutto, alla resa in particolare, stavolta non mi voglio rialzare mi sono detta, stavolta che si fottano i tentativi di fare del mio meglio. Perché la paura è stata tanta, potevo farmi molto male, e l’altra sera, dopo tantissimo tempo ho pianto. Ma poi: clic. Come sempre scatta un clic. Sono io che faccio clic mentre penso che sono caduta ed era meglio se non succedeva certo, ma facendo un rapido bilancio oltre ad un bernoccolo grande come un’albicocca altro di grave non c’è, dolore sì e pure molto, passerà presto o tardi, c’è anche una paura smisurata ma voglio vedere chiunque al mio posto, però alla fine dei conti sono queste le regole del gioco dentro il quale sono capitata e io non sono tipo da tirarsi indietro per viltà. ‘Fanculo a te sclerosi multipla, mi hai tolto troppo per darti anche questa di soddisfazione.
Al di là del fiume tra gli alberi
Un incontro casuale, quattro chiacchiere sincere e poi sentirsi addosso una botta fortissima di emozioni diverse che partono da un ricordo fin troppo bello, la giovinezza. Ieri dopo anni ho rivisto il gran cerimoniere di un locale che ha scritto la storia della vita notturna nella mia città, il capo banda di un luogo che ha cresciuto almeno due, forse tre, generazioni di ragazze e ragazzi assicurando a ogni serata caratteri unici e irripetibili. È sottinteso dirlo di un momento della vita in cui il qui e ora non conosce ombre e il futuro è certezza che tutto verrà senza intoppi? Probabile. Ma se a guidare la magia dell’istante che stai vivendo c’è qualcuno che mette in campo la sua genialità per inventare qualcosa di nuovo prima degli altri, le prospettive addirittura migliorano. È stato così per anni nella mia città, se volevi un locale dove sentirti a casa, dove incontrare tutti, dove innamorati, dove bere, dove ascoltare musica sempre diversa, dove inseguire nuove idee, fare festa fino al mattino, sceglievi di andare dove c’era lui, che era lì per tutti, e se non c’era stava guardando l’orizzonte pensando alla prossima notte da costruire anche per te. Dopo oltre vent’anni ci siamo rivisti scoprendo di portarci addosso bagagli di vita diversi ma allo stesso modo pesanti. Io con la mia sclerosi multipla, lui con qualcosa d’altro, non ho voluto indagare ma ho capito che non si trattava di un raffreddore. Io ho visto la malinconia nel suo sguardo, forse lui ha visto la mia. Poche domande tra di noi ma numerose parole simili e condivise: orgoglio, vergogna, mancata accettazione e adesso cosa si fa. Io con un corpo trafitto, lui messo al tappeto proprio dalla sua creatività. Tutti quei progetti finiti chissà dove, tanto i suoi quanto i miei, perché la vita sa essere ben vigliacca quando vuole. Avrei voluto trovare le parole giuste per indicargli il modo di approdare ad una nuova riva per poi tendere la mano verso di lui chiedendogli il favore di portare anche me di là del fiume.
Il vero dono
In questi giorni sui social c’è in atto una sollevazione contro una tipa che ha definito un dono il cancro del quale si è ammalata. La tizia, che lavora in tv in una trasmissione che negli anni ha promosso le più ridicole terapie per curare malattie gravissime prendendo le distanze dalla medicina ufficiale, l’anno scorso si è ammalata di cancro e ora sta meglio dopo essersi sottoposta a una terapia chemioterapica. La sua storia l’ha raccontata in un libro ma anche in numerosi post comparsi sui principali social. Anche il fatto che per contrastare il cancro abbia scelto di affidarsi a una terapia scientificamente provata, al contrario di quanto indicato dalla trasmissione dove lavora che invece consiglia intrugli di cura a base di bicarbonato e limone, sarebbe una notizia degna di nota. Ma per ora ciò che è uscito con maggiore forza è che parla del suo cancro come di un dono. E qui i social si sono rivoltati in una unanime protesta che pare difficile non condividere, sono ancora purtroppo numerosi i casi in cui il cancro non incontra finali tanto gioiosi, sentirlo definire un dono stride troppo con la realtà dei fatti. Non ho letto il libro e non lo farò, ma una certa idea su questa infelice definizione me la sono data. Anche la mia sm è una malattia grave, ci convivo tutti i giorni e sono ovviamente ben lontana dal considerarla un dono, figuriamoci, ma so che con lei è fiorito anche un istinto che non avevo e che è sempre con me almeno quando serve. No, non è un dono perché ne farei volentieri a meno, e non è nemmeno coraggio, è una forza che prima non avevo e che nei momenti di maggiore bisogno non devo cercare, arriva e mi sostiene, trattiene le lacrime, la sfiducia, l’orgoglio e anche la vergogna. La tizia che ha definito il cancro un dono forse intendeva qualcosa di simile a questo e nel dirlo si è fatta trascinare dall’entusiasmo di una malattia messa all’angolo dalla scienza. Quale sarebbe il vero dono invece? L’aver capito che è la medicina a poter vincere il cancro mai il bicarbonato.
Una mamma guerriera
Ieri sera ho rivisto una vecchia amica e non mi ha fatto per niente piacere farlo. Mi è comparsa davanti al tg della sera, l’ho riconosciuta e l’ho ascoltata e quello che diceva è stato davvero doloroso. Intervistata da un giornalista ha raccontato la storia di sua figlia, Anna, quattro anni, affetta da una patologia genetica che si chiama ittiosi lamellare e che al momento non ha una cura. Si tratta di una malattia rara – solo 20 bambini in Italia – che secca la pelle screpolandola, cancellandone ogni elasticità fino a indurirla creando pericolose fessurazioni nelle quali possono infiltrarsi infezioni gravi di vario tipo. Non esiste una cura e nemmeno una ricerca scientifica, quando le malattie sono rare gli interessi economici fanno fare un passo indietro anche alle più buone intenzioni. È vantaggioso anche ammalarsi della rogna giusta, la mia sclerosi multipla è un pozzo di ricchezza, l’ittiosi lamellare evidentemente no. Dopo aver visto il tg ho fatto un giro sul web scoprendo che la storia della piccola Anna ha raggiunto il Corriere della Sera, ma anche Vanity Fair grazie all’impegno duro e da vera guerriera della mia amica che porta avanti una battaglia importante per sua figlia e per gli altri bimbi. La mia amica si chiama Alessandra Colabraro e fa parte del consiglio direttivo dell’Unione Ittiosi (Uniti) che sostiene gli studi di Heiko Traupe dell’Università di Munster. Dal suo lavoro potrebbe arrivare una cura per Anna e gli altri bambini ma servono soldi e Alessandra chiede a tutti un piccolo investimento: solo 1,00 euro per mettere in moto l’inizio di una ricerca che potrebbe assicurare una vita migliore ad Anna e ad altri bimbi.
Per info: http://www.gofundme.com/comitatouffi