Domani è un altro giorno

Dovevo dire no, come faccio da tempo come con tutti gli altri inviti sul genere, quelli che partono da lontano, sintonizzati come sono sulle corde di un’altra me, quella che ha chiuso ogni contatto con ieri. Ho sempre rifiutato infatti, mi spogliano mi sono sempre detta, oggi sono altra cosa, fragile ma dura e ben fiera di non avere rimpianti  né colpe da dare. E poi ho troppo da difendere continuavo: un nuovo prezioso io da mettere al sicuro. Stavolta però ho detto si e ora mi ritrovo squarciata nel profondo, insultandomi per non aver capito nulla, per aver accettato con troppa  leggerezza, io che sono la regina del controllo, della misura, e invece ora mi guardo attorno e non mi riconosco più perché dopo troppo tempo ho fatto i conti con una fottuta emozione che mi ha riscoperta un po’ più  sola. Ma sarò di nuovo in piedi in velocità come so fare da gran maestra quale sono, lo so, non doveva succedere ma ormai  è andata. Che posso farci adesso? Niente. Solo aspettare che passi il prima possibile e cosi sarà lo so bene. Facevo le parole crociate oggi pomeriggio e in tv è passato lo spot di Via col vento, lo fanno la sera di Natale, ho applaudito dalla gioia, è il mio film preferito, mia mamma era seduta accanto a me e mi ha baciata: sei bellissima, mi ha detto, riesci a trovare ogni ragione per essere felice.

Lo so io il perché di questa lacrima

Ho firmato il nuovo contratto di lavoro. Rinnovato. Trasformato in tempo indeterminato. So molto bene per esperienze pregresse che può voler dire nulla, se salta la baracca salto io con lei. Ma questa firma mi dà tranquillità, ne ho bisogno, mi serve per un numero imprecisato di ragioni. L’anno scorso a questo periodo ero tirata e irrequieta, dopo un’estate che mi ero concessa per allontanare pensieri troppo pesanti per essere affrontati tutti insieme – il licenziamento prepotente e in totale malafede subìto, i soldi che mi stavano rubando senza vergogna, corse a destra e sinistra tra avvocati e inutili sindacati, la sm messa pericolosamente in seconda linea rispetto a tutto il resto – a settembre c’era da fare i conti con la realtà che coincideva con la voglia estrema di avere un lavoro, necessario più dell’aria, più dei soldi, più della salute stessa che solo da un nuovo impegno avrebbe potuto trarre giovamento. E così è cominciata la vera ricerca, un po’ a caso, con curricula inviati a mazzi e senza un senso preciso, facendo piuttosto leva sulla speranza di quel valore aggiunto che potevo vantare rispetto ad altri: l’iscrizione alle “categorie protette” elemento che fa saltare sulla sedia molti responsabili delle risorse umane per il vantaggio economico che rappresenta per un’azienda. Eppure un anno fa mi sembrava davvero troppo anche solo immagine che di lì a pochi mesi non solo avrei trovato lavoro ma che oggi avrei addirittura firmato un contratto a tempo indeterminato. Che lo ripeto può voler dire niente ma a me dà più pace, quella di cui ho necessità, fasciata come sono di ansie e preoccupazioni oltre ogni limite di ragionevolezza. Quello di cui ho bisogno io è successo, e se mi scappa una lacrima capitemi tutti.

Il morbillo e la cazzate tra di noi

Che amarezza mi ripeto. Rabbia? E chi lo sa, non mi do tempo per pensare, il rischio sarebbe stare davvero male e non me lo posso permettere. Sono cresciuta con un punto di riferimento fermo, una maniglia a cui appoggiarmi, una mano da tendere sempre nella stessa direzione a cui chiedere e a cui dare nella piena certezza che una fiducia di quel tipo non fosse mal spesa. Perché quando certe amicizie nascono e sei molto giovane e senti tutta la loro sincerità attaccarsi sulla pelle, sono roba tua, e se gli anni che passano non ti smentiscono sei fiera del bottino portato a casa, con coraggio, con fatica, con impegno ma soprattutto con gioia. Anche perché ti fanno imparare cosa cerchi nell’amicizia e che c’è spazio anche per altre persone, nessuno si senta escluso, tu sai cosa vuoi, niente di meno del massimo che sei pronta a cercare, a pretendere e a dare, a questo sei abituata, ne conosci il valore e ben venga tutto quello che viene in più, è quello che vuoi del resto. Ma resta certo che quel primo rapporto ti ha insegnato il meglio che hai nella tua vita e lo vuoi proteggere con cura, malgrado il tempo che passa, i cambiamenti, gli incontri nuovi, gli sgarbi che la vita non ha risparmiato. È con quell’intimo punto di riferimento che come regola si discute tutto prima, poi arrivano gli altri, che ci sono, eccome se ci sono, ma noi siamo un’altra cosa e ve lo ripetete sempre, e nessuno sia geloso, siamo sono state brave, brave e fortunate a incontrarci, non può che essere speciale il nostro rapporto. Fino a che qualche cosa cambia, poco alla volta, senza saperlo e senza volerlo, credo, fino ad un limite che non è più trascurabile perché poco alla volta le strade hanno preso direzioni diverse, più lontane, sempre più lontane, e certe cose da dire in modo naturale non lo sono più, senza una lite, senza un ragione, così. E ti senti ferma al palo, e non vuoi dare colpe, saranno anche tue, non lo sai, è entrato in gioco dell’altro, quando di preciso, in che modo maledizione e perché soprattutto non ha risposta. Hai altre amicizie costruite negli anni e nei sei felice, ma tra i tuoi pensieri si fa spesso largo l’immagine di quelle crepe che si sono inghiottite troppe cose, i mai detti, le mancate parole al tempo giusto, i come stai negati quando era necessario dirli e non è semplice pensare che va bene così. No che non va bene così, ma di parlarne non ne hai voglia tanto lo sai che dopo tanti anni il capitolo si è chiuso con una pagina un po’ pesante da voltare.

Capitolo chiuso

Dopo oltre un anno posso dire che la mia vita è ufficialmente cambiata, che il mio passato non tornerà, quello col mio vecchio lavoro di sicuro: la società per cui lavoravo ha slacciato le cinture di ciò che restava della sua borsa e ha finito di pagarmi, mensilità sospese, Tfr pari a 15 anni di onorata (o meno dipende dalle opinioni) carriera. Io ho dovuto cedere su dettagli che mi spettavano di diritto ma che avrebbero messo a rischio tutto perché i termini per fare il botto personale erano legati alla certezza di far fare il botto a chi non mi pagava da almeno un anno. E ora cambia tutto, le telefonate con l’avvocato non saranno più così frequenti, il veleno e tutte le tensioni nemmeno raccontabili saranno messe da parte, e mentre i conti finalmente tornano e quel che era va al suo posto, alla fine, dopo un fiorire di battaglie vinte a metà, momenti di panico assoluto perché in troppe occasioni tutto quello che sembrava mettersi al meglio allo stesso tempo ricominciava a volare lontano, adesso è tempo di pace e tranquillità. O almeno dovrebbe, perché nello stesso momento in cui tutto si è chiuso, un magone leggero si è fatto vivo e tutti quei ricordi e quelle nostalgie a cui non ho dato nessuno spazio per i lunghissimi mesi dell’addio ad una vita, poco alla volta, eccoli qui, pensieri sparsi qua là, certi incontri, tutte quelle risate, i tempi, i modi, le cose viste, quelle imparate, le lacrime e gli errori, gli entusiasmi, la noia, gli abbracci e le sberle, e l’amicizia nata così perché doveva essere e che senza non si può proprio più fare. Non sono pochi 15 anni e ora che il capitolo è chiuso e si può guardare indietro senza sentire la pelle che brucia per i graffi ricevuti, è tempo per far salire ciò che stato, guardarlo negli occhi e dire meno male che quel tempo c’è stato.

Ti ho mai parlato di Claudio?

E alla fine è successo. Lo schermo del mio telefono si è acceso ed è comparso un nome che mancava da anni. Sorpresa? Forse no. Perché certe persone sono questo, se ne restano lì buone buone a lungo, in silenzio, e tu lo stesso, tra voi c’è un patto condiviso di reciproco distacco, tanto lo sapete che è resistente il filo che vi lega e non c’entra proprio niente quella storia del mondo che sa chi eravate e che potreste ritornare, è piuttosto una roba che somiglia al fatto che siete stati tanto e che sopra tutto quel passato non stenderete mai nessun velo nero. Tanto ci pensa la vita, si muove e fa venire più voglia di sentirsi, quel bisogno di essere più presenti l’uno per l’altra tanto da andare oltre a quell’abitudine fossilizzata di sentirsi solo nelle date canoniche con wapp pieni di affetto ma anche di rispetto per il presente di entrambi. Ma quando si apre il flusso dei contatti si porta dietro altro, come un invito, un semplice caffè mica altro, figuriamoci che danni può provocare, oltre a far battere di più il cuore in un modo che ben ricordi comunque. Perché voi due siete i protagonisti e gli interpreti di un disegno che non avete capito quando c’era bisogno di farlo, troppo bambini, egoisti e avari. E che oggi mi ha fatto dire no. Dall’ultima volta è passato troppo tempo, troppa vita, troppi segni, troppo passato, tanto presente. E quindi no. E mentre tutti ribadiscono – i poveri grami che negli anni si sono dovuti subire un racconto diventato epopea, tra il nostalgico e l’ironico – che dovevo accettare, io dicevo no. Consapevole del fatto che con altre condizioni, in un momento nuovo, dentro un oggi diverso accettare sarebbe stata l’unica cosa che avrei davvero voluto fare.

E domani chi lo sa

Oggi sono di buon umore, stranamente positiva, ho buone idee, vedo cose belle attorno e dentro me, mi sento soddisfatta. Meglio scriverlo mi sono detta, mi capita di rado. Non che sia una musona sempre triste, per carità, ma non mi succede spesso di vedere una bella giornata e sorridere. Sarà la primavera? Impossibile. Non mi piace. Sarebbe pure una bella stagione se non sparisse subito dando largo spazio all’estate, al caldo insopportabile, quando non all’afa che toglie respiro e forze. No, mi sa che questo senso di benessere è indipendente dalla stagione dell’anno e tanto so già che si risolverà in poche ore, non mi conoscessi. Dovrei approfittarne per fare qualcosa di bello insieme a qualche buon amico, in più in questi giorni non devo lavorare, niente di meglio per prendermi cura del mio tempo libero. Ma oggi pomeriggio ho un impegno già preso che non posso rimandare, anche se potessi però – e impegnandomi il modo per liberare qualche ora potrei trovarlo – deciderei di stare a casa, ho mille cose da fare abbandonate al loro destino. Domani sarei più libera in effetti, la mattina non proprio però e in più non sono certa dell’orario in cui potrei finire, meglio non prendere appuntamenti, mi secca sempre molto disdire all’ultimo, e poi devo considerare la mia malattia, non consente corse veloci da una parte all’altra, devo un po’ risparmiarmi. Venerdì? Il pomeriggio vado dalla parrucchiera, c’ho una selva di capelli bianchi da far scomparire che mi ruberà molto tempo, pazienza. Poi sarà sabato, la giornata perfetta, ma torno al lavoro, non posso farci nulla, l’ho desiderato tanto questo impegno che mica posso lamentarmi adesso. Poi chi può dirlo se questo senso di benessere e questa voglia di evadere dalla quotidianità sarà ancora roba mia fra qualche giorno. Mi sono riletta, m’è venuto da ridere, quanto sono brava a trovare giustificazioni per la mia pigrizia. Potrei scrivere un manuale: “I mille modi per trasformare la sclerosi multipla in un alibi perfetto”.

Non succede ma se succede

Ho trovato lavoro e sono felice. Quante volte in questi mesi mi sono chiesta se sarebbe successo, se questa possibilità ci sarebbe mai stata. Ho cominciato ieri e che emozione, tornare in sella dopo un anno da una disarcionata tanto fatale mica è facile ma è quello che voglio. Ci speravo molto, inseguivo questa possibilità da tempo, accarezzavo un sogno che ormai non speravo più di poter raggiungere e invece, quando ormai avevo cominciato a deporre le armi, eccolo qui. Ho inseguito questo lavoro, per questa azienda, con questo ruolo per  mesi, con una lampada alimentata da speranza che poco alla volta era diventata solo un lumicino tanto debole da farmi perdere ogni fiducia. E poi all’improvviso una sorpresa, in un momento in cui pensavo ad altro, a una preoccupazione arrivata in modo altrettanto imprevisto, eccola la telefonata tanto attesa, una convocazione rapida che diceva abbiamo bisogno di una veloce integrazione nello staff, ci sei? Ti va bene quello che proponiamo? Certo che mi va bene, ci sono, ci voglio essere. E ieri il primo giorno di lavoro è stato stordente: tutto nuovo, tutto diverso, mille persone da conoscere e nomi da imparare che ricorderò a fatica perché in queste cose sono un noto disastro, molti equilibri ancora da interpretare e da far diventare miei al più presto. Ce la farò? Anche rispondere al telefono mi sembra un casino adesso, come gestire i contatti nuovi e le tantissime novità da capire e, ieri pomeriggio, finito il mio orario, pur sapendo che oggi sarei rimasta a casa perché il mio contratto prevede un part time verticale che mi dà spazio anche per diverso tempo libero, ero sfinita. Pago certamente lo scotto di un anno lontana dal lavoro, il timore di sbagliare, la voglia di fare del mio meglio, ma anche la necessità di adattarmi ad un ambiente nuovo dove farò un lavoro mai fatto prima. E so che la fase più impegnativa ora è quella di entrare in contatto con meccanismi inediti che non sono più gli stessi di prima e così non saranno più, nel bene e nel male. Del mio vecchio lavoro sapevo tutto, ma non solo quello che c’era da fare, ché lì non si finisce mai di imparare, conoscevo piuttosto i margini di manovra sottintesi, gli umori che cambiano ogni giorno e che sai riconoscere appena apri la porta di ingresso e diventa subito chiaro cosa aspettarti dalla giornata perché ogni piccolo particolare è roba tua, c’è un ritmo che si ripete sempre uguale, dalla pausa caffè, alle chiacchiere prima di buttarsi a capofitto, dai silenzi alle risate, dal capo che rompe al cliente impossibile, ma sai anche che tutto è noto e questo ti proteggerà da quello che potrebbe succedere perché cadrà sopra una rete di soccorso sempre tesa attorno a te. Ci vuole tempo mi dicono e un nuovo sistema si metterà in moto, ci voglio credere, intanto mi tolgo la soddisfazione per godermi questo momento perché lo volevo tanto e qualche volta accade anche quello che sembra incerto, ma se accade vale la pena assecondarlo.

La ragazza con un filo di perle

È da ieri che mi gira addosso un po’ di malumore, quella roba che fa dire adesso facciamo basta, un po’ di tregua che un minimo di prospettive positive ora sarebbero gradite. È la storia di un licenziamento davvero turbinoso il mio che ha buttato sul tavolo la perdita del lavoro ma anche un cospicuo gruzzolo di soldi che ancora mi spetta e che mi ha fatta salire a bordo di un ottovolante per nulla divertente. Da circa un anno si è aperto un dialogo esclusivo tra avvocati che passa tra buoni intendimenti delle parti in causa, soldi che arrivano seguendo un fiacco lumicino, accordi firmati, più disattesi che rispettati va detto, proposte irricevibili e altre cariche di illusioni, balzi all’indietro e salti in avanti per superare le buche dentro le quali di volta in volta si è rischiato di cadere. E  proprio quando la strada sembrava aver imboccato una direzione senza intoppi,  ecco un nuovo stop, un e adesso chi lo sa cosa succede, pare certo solo che i tempi per chiudere la partita e lasciare il campo si siano allungati di nuovo e i miei progetti con loro. Quindi le brutte nuove di ieri, quelle che parlano di ennesimo cambio di programma, non solo ritardano un’altra volta i termini di un tormento che vorrei si concludesse al più presto, ma in più posticipano la realizzazione con quei soldi di un progetto utile al mio futuro, che di suo è molto instabile. Ora l’intero piano d’azione è da riscrivere, nei tempi, nei modi, nelle forme, consapevoli tutti che se in un anno non è stato possibile seguire una strada ampiamente tracciata dalla legge quello che accadrà da qui in poi è solo un grande boh. Malumore lo chiamo io, quanto sono per bene come ragazza.

Son tutte belle, la mia di più

Mille striature di bianco in testa hanno reso necessario un rapido intervento della parrucchiera per un ritocco di colore capace di restituire un finto senso di giovinezza alla mia chioma. Ieri ci sono andata, diciamo che sono tornata all’ovile, dalla parrucchiera dove va mia mamma, quella che ho abbandonato da tempo alla ricerca di mani più giovani, occhi più attenti alle tendenze della moda, professioniste consigliate dalla tizia e dalla caia di turno che ne declamavano doti e capacità sintonizzate sulle passerelle milanesi. Forse non mi so spiegare bene, mi dicevo ogni volta che, tornata a casa, mi guardavo allo specchio vedendomi addosso lo stesso appeal di Maria Goretti. Ho scelto di lasciare Milano quindi, vediamo che succede mi sono detta tonando alla base e una cosa sostanziale è accaduta alla cassa: Maria Goretti paga molto meno adesso. Ieri mentre avevo il colore in posa e il negozio era vuoto, le due ragazze che lavorano lì hanno cominciato a girarmi attorno, mi sentivo come una preda molto ghiotta pronta per essere soffocata da molte chiacchiere inutili, sai che gioia per me. Sono lì che mi fingo occupata con il telefono in mano e una della due mi chiede coma sta mia mamma, annuisco dicendo che sta bene, sorrido, abbasso la testa, penso di avercela fatta ma lei incalza dicendomi: “Com’è dolce tua mamma”. Mi stupisce, la guardo, forse ho messo su una faccia stranita, di certo sorpresa perché lei interviene subito dicendomi che a volte le mamme in famiglia sono molto diverse da come sono fuori, sembra volermi rassicurare, addirittura consolare perché magari con me non è così dolce. Sorrido e vorrei dirle che ha ragione perché se c’è una persona al mondo con cui mia mamma è diversa sono proprio io, perché con me è troppo, tutto, anche di più di tutto. Sono solo colpita perché quando la vedo muoversi  con gli altri mi sembra così spigolosa, solitaria, per nulla interessate alla relazioni, nella sua testa ci sono solo io che invece vorrei altro per lei, vorrei che potesse vivere qualche momento di autentica e meritata serenità. Mentre gli spazi che si prende sono pochissimi, sempre meno, veloci e a malincuore, come andare dalla parrucchiera, una volta la settimana, lo ha sempre fatto, ci tiene, per lei è importante e io insisto perché continui. Quando ci va la vedono come una donna dolce, invece è una donna triste che vorrebbe sulle sue spalle tutto il mio dolore, ancora di più di quello che ha. Aveva diritto ad un altro genere di vecchiaia mia mamma, e anche mio papà, mi dà fastidio soprattutto questo della stronza di sclerosi multipla, del suo modo di colpire a caso, a destra e sinistra, in alto e in basso, dove vuole. Come tutte le malattie mi si dirà. Già è vero, come tutte. Ma adesso penso solo a quanto è dolce mia mamma.

Tu non sai chi sono io

Mi avevano detto che sarebbe potuto succedere, anzi che sarebbe stato molto più che probabile succedesse. Non avevo sottovalutato l’informazione, diciamo che l’avevo messa in un ripostiglio nascosto perché quando si tratta di negare l’evidenza, dio mio, quanto so essere brava. Ma contro la realtà dei fatti c’è poco da fare, e infatti è accaduto: l’altra sera, impegnata senza successo a superare una salita minima con la mia sedia rotelle, sono caduta all’indietro, una rovesciata da ginnasta imbranata sopra una marciapiede di mattonelle spigolose, non so se è stato più il dolore o la paura. O la vergogna, o l’umiliazione di non avercela fatta ancora una volta, o l’orgoglio messo a nudo di nuovo. So solo che durante una notte in bianco senza pace perché la testa pulsava a mille con fitte inarrestabili ho pensato di tutto, alla resa in particolare, stavolta non mi voglio rialzare mi sono detta, stavolta che si fottano i tentativi di fare del mio meglio. Perché la paura è stata tanta, potevo farmi molto male, e l’altra sera, dopo tantissimo tempo ho pianto. Ma poi: clic. Come sempre scatta un clic. Sono io che faccio clic mentre penso che sono caduta ed era meglio se non succedeva certo, ma facendo un rapido bilancio oltre ad un bernoccolo grande come un’albicocca altro di grave non c’è, dolore sì e pure molto, passerà presto o tardi, c’è anche una paura smisurata ma voglio vedere chiunque al mio posto, però alla fine dei conti sono queste le regole del gioco dentro il quale sono capitata e io non sono tipo da tirarsi indietro per viltà. ‘Fanculo a te sclerosi multipla, mi hai tolto troppo per darti anche questa di soddisfazione.