Almeno oggi, per favore, no

Non so se scrivere quello che ho in mente. C’è qualcosa di più potente di me che mi governa, roba nota, decide tutto la sclerosi multipla, sempre, e io sto un passo indietro rispetto a lei, preferisco stare sulle mie, ogni volta, l’ottimismo non gioca a mio favore infatti, quando ne sfodero una goccia quella si volta, mi guarda, fa un ghigno di sfida, e dà la sua lezione. Allora la prendo larga. In piena quarantena la voglia di tornare al lavoro era tanta, ma non potevo fare finta di niente, tipo trascurare l’improvvisa corsa verso il basso del mio corpo che d’un botto non sembrava aver più tanta voglia di assecondare le mie abitudini. Quel minimo sindacale garantito per essere vagamente indipendente, secondo canoni tutti miei che gli altri giudicano limiti insopportabili e che per me sono tesoro prezioso da preservare, d’un lampo li ho visti annichilire sotto una coperta pesante da trasportare. Come quella volta in cui venni licenziata anni fa: i danni allora furono di corpo soprattutto, ma anche di testa, cuore e sentimento. Giriamo pagina ché non voglio dare a quel tempo nemmeno il vantaggio del ricordo. Questa quarantena invece, oltre alla paura seminata dal Coronavirus, è stata dura anche per altro: la voglia di rientrare al lavoro era tanta ma nello stesso tempo eccomi diversa, così all’improvviso i miei movimenti si sono fatti ancora più impacciati, una stanchezza inspiegabile mi piombava addosso senza ragione, difficoltà su difficoltà si impilavano una sopra l’altra, no, così non va mi ripetevo. Tornare al lavoro, già. Ma ne sarei stata in grado? Almeno come prima? Fino al giorno preciso in cui mi ritrovo seduta a quella scrivania, emozionata come la prima volta – perché c’ho i miei anni con le stesse insicurezze di una dodicenne, scema che sono – ma piena di paure in più, perché l’ultimo mese e mezzo non è passato senza lasciare tracce mi dico. Finché mi riconosco. Proprio com’ero fino a un’abbondante quarantena fa. Io ho bisogno di uno scopo, di un obiettivo da raggiungere, uno piccolo, qualcosa che mi faccia sentire risolta, quel tanto che basta per rendermi partecipe a un ruolo. Ormai l’ho scritto, ormai lo penso, ormai lo sa anche lei che potrebbe fare uno sgarbo dei suoi, per dimostrare l’universo intero di cui è capace da vera sovrana della mia vita, che ha tolto e pure tanto, e continua a togliere e pure troppo. Che non mi voglia felice ci mancherebbe se non lo so, spero che accetti di volermi almeno un po’ serena, oggi poi, che non ho nessuna voglia di stare qui ad aprire dibattiti, bilanci e discussioni di sorta.

6×8

Finita la mia quarantena, oggi, primo rientro dal lavoro, poche ore fa. Di nuovo alla stessa scrivania abbandonata di corsa alla metà di marzo, tra le ansie che crescevano e che mordevano il collo, mi sono sentita come una scolaretta di seconda elementare, tutto da riprendere in mano dall’anno prima per poi scoprire quanto velocemente le cose possano cambiare per non parlare di quei passaggi che si dimenticano, soprattutto se d’estate non s’è studiato. Di nuovo seduta lì, e non solo a causa di una mascherina fissa a coprire naso e bocca o per quei maledetti fili di capelli bianchi in testa sempre più numerosi perché per le parrucchiere c’è ancora molto da aspettare, mi sono sentita diversa e fragile perché niente mi è sembrato nemmeno simile a come l’avevo lasciato. Procedimenti nuovi da imparare, meccanismi mai visti prima con cui prendere velocemente confidenza, richieste senza risposta certa da dare mi hanno travolta, perché questo Coronavirus ha cambiato tutto il mio lavoro e stare a casa non ha giocato a mio favore. E poi stamattina ho sentito netta la sensazione del favore esplicito che mi viene rivolto, perché io ne ho bisogno, più di altri, ma questo mi urta pur riconoscendo la buonafede di chi mi aiuta. Ma non ci posso fare niente, ho alzato le mani davanti a tutti i danni fisici che la sclerosi multipla mi ha fatto, ma questo suo farmi sembrare inadeguata nelle relazioni con gli altri mi disturba nel profondo. E non è colpa di nessuno, se non suo, brutta stronza. Ora però mi sgancio da lei, faccio un bel respiro, mi concentro, al lavoro ho imparato la prima volta, mi ambienterò anche in questa seconda e ringrazierò per i favori che mi vengono rivolti con generosità. Sarà un po’ come ripassare le tabelline in fondo.

Non farlo mai più

Stanotte c’è stato un gravissimo incendio nella mia città. Un condominio con sei appartamenti è andato a fuoco, un morto, 30 evacuati, vigili del fuoco intervenuti da tutta la provincia, una notte d’inferno. Ci mancava pure questa in un periodo del genere. La notizia l’ho saputa stamattina dai social che, pur con tutti i loro limiti, hanno comunque il vantaggio di mantenerci informati, quel minimo che serve, in tempo reale su quanto accade nelle immediate vicinanze. E infatti malgrado le immagini non fossero chiarissime, grazie soprattutto ai commenti in calce alle foto, poco alla volta ho capito in quale zona si trovasse e quale fosse il condominio: una ex discoteca, che è stata una delle più famose della mia città, una delle tantissime chiuse in anni cui la famosa movida del divertimento si frantumava, regalando al mercato, che non li richiedeva, una serie di appartamenti venduti a peso d’oro. Ma questo è un altro, ben amaro, discorso. A mano a mano che in questa giornata passavano le ore anche le informazioni si sono inspessite di dettagli e particolari dolorosi molti dei quali fuori luogo e senza attinenza con la realtà, perché si sa è così che funziona quando il buonsenso manca. Poco alla volta è spuntato il primo video, poi il secondo e poi chissà quanti altri, con lampeggianti blu, sirene nella notte e fumo e fiamme violente, dentro a una casa in particolare dove poco di buono è infatti accaduto. Mi sono immaginata tutti gli smartphone puntati verso l’incendio a registrare chissà cosa, per ricordare chissà cosa, da mostrare a chissà chi. È un po’ la vecchia storia dell’incidente in autostrada che blocca anche l’altra corsia, tutti che rallentano per guardarlo, la curiosità del macabro è quella cosa che fa dire a me non è successo, meno male. Quando ancora mi muovevo camminando, male, sempre peggio, oltre a fare molta fatica, sempre di più, mi divertivo almeno a fissare negli occhi chi, tutti, incrociandomi per strada, mi guardava, la curiosità, mista a stupore, mi suggeriva la provocazione e allora piantavo il mio sguardo in quello dell’altro mettendo bene in evidenza un rancore bruciante, se indossavo gli occhiali da sole li alzavo addirittura, costringendo a spostare velocemente il volto da me con un imbarazzo che mi divertiva. E allora mi sono chiesta da dove arrivino certe curiosità, come quelle che portano a fare un video rivolto ad una casa in fiamme al cui interno sta morendo qualcuno. Desiderio di sapere? Completo disinteresse per il senso della vita? Significa che non avrei guardato l’incendio se fossi stata lì? No, lo avrei guardato. È quel robusto rapporto con la cronaca che abbiamo tutti, quello che ci spinge naturalmente a voler sapere, non si sarebbe mosso il mondo se così non fosse, la storia sarebbe rimasta lì, senza esiti di continuità. Esiste un limite però, che si chiama rispetto, da un lato ci deve essere la voglia di mantenersi informati dall’altra la decenza di porsi dei limiti. Nessuno smartphone si accende da solo, nessuno sguardo si regge privo di educazione e di ragione. Tantissimi anni fa, ero bambina, passeggiavo in riva al mare con la mia amatissima zia Bruna, incrociammo un bimbo con una grave disabilità motoria, lei con infinità dolcezza lo salutò, io lo fissai e una volta passate oltre mi girai per guardarlo ancora. Mi arrivò uno strattone fortissimo al braccio che quasi mi fece male, non farlo mai più disse mia zia, non ho mai dimenticato una delle lezioni più importanti della mia vita, ricevuta senza troppe parole ma con la fermezza di un insegnamento da ricordare per tutta la vita.

La paura e una carezza

Quando ho cominciato il nuovo lavoro, ormai più di un anno fa, mi ero ripromessa di non creare legami troppo stretti con i colleghi, cordialità certo che sì, gentilezze e cortesie, ma bandite amicizie, intimità, confidenze che andassero oltre il dovuto. Il passato ti insegni, mi ripetevo, quello che è successo ti ha ferita e tanto, ti sia di lezione, mantieni le distanze, rispetta gli spazi degli altri e soprattutto i tuoi. Arrivavo da un periodo pesante, quello del licenziamento, affrontato con tutta la forza a mia disposizione tentando comunque di lasciar passare ogni tormento senza rifletterci troppo sopra, il rischio era quello di colare a picco come un qualunque Titanic contro un iceberg. Ma le ammaccature quelle sì che le vedevo, lividi viola che non sfioravo per misera difesa dal dolore, ma, accidenti a loro, quanto erano evidenti. E non era solo il licenziamento ad accoltellarmi – anche se quei modi e quei tempi erano tutti da discutere -, erano i rapporti umani caduti in frantumi senza spiegazioni a graffiarmi di più. Di quei quindici anni di vita sono rimaste tracce importanti, questo sì, che anzi oggi appaiono rafforzate perché oltre ad aver condiviso la tragica discesa, la fatica di una lenta risalita e poi di un nuovo ritrovato equilibrio, ora vivono insieme un presente libero dai legacci del lavoro comune scoprendo che questo fa bene, almeno alla loro amicizia. Però mi manca anche il resto, perché di quegli anni rimpiango il tanto che avrei voluto conservare, tutti i rapporti umani con gli altri colleghi costruiti con impegno: gli scambi di segreti, le risate, il cameratismo e perfino le liti furenti con le successive riappacificazioni. Tutto passato. Chi lo sa perché poi. Ecco perché quando mi sono seduta alla nuova scrivania l’accordo con me stessa è stato di stare in disparte rispetto a tutti i meccanismi umani del nuovo ufficio, di lavorare senza stringere rapporti troppo stetti con i colleghi oltre a quelle chiacchiere che ti fanno essere nulla più che educata. Certo nei primi mesi è stato più facile poi a mano a mano che il tempo passava qualche risata in più è scivolata, due parole da scambiare sono nate, quel buon vivere, insomma, che alleggerisce anche il lavoro. Ieri sera ho ricevuto un wapp da uno dei tre o quattro colleghi con cui per ragioni di stretto servizio ho scambiato il numero. Mi chiedeva come stavo in queste settimane di forzata quarantena e che non vedeva l’ora di parlare ancora con me perché al lavoro si sente la mia mancanza. Mi ha resa felice. Poi mi sono fermata col telefono in mano e mi è venuto in mente che qualche giorno fa un’altra collega mi aveva scritto dicendomi su per giù le stesse cose. E che la scorsa settimana quando avevo scritto io a uno dei miei capi per chiedere qualche informazione il tono era stato grosso modo lo stesso. Sì è vero è bene proteggersi, le botte sul viso mica si cancellano, ma in fondo non è nemmeno male sentire qualche leggera carezza.

Tra le pagine chiare e le pagine scure

Non capitava da tempo. Da anni credo. Stamattina ho pianto. Perché la sclerosi multipla è fatta così, si guarda in giro e trova alleati ovunque, finge di non vederli ma invece no, ha uno sguardo lunghissimo e un’intelligenza sottile che si infila dappertutto, vede una debolezza e la porta dalla sua parte. E fu così che come un’infame si è attaccata allo stress delle ultime settimane, a tutti quei lampi di autentica paura respirati, alla seppur minima normalità violata, alle incognite sul domani, ai pericoli e ai rischi, al tanto che non sarà più lo stesso. Carico sopra carico. E con danni conseguenti. La mia dominatrice, sempre pronta, sempre in agguato, soprattutto nei momenti di debolezza, fa capire che comanda lei. Punto e capo. Malgrado io ci metta tutto l’impegno che ho per fingere che vada bene anche così. Ma sono giornate strane e impegnative queste, quelle in cui ti racconti qualche bugia, del tipo che a volte capita di non sentirsi a mille, che a tutti succede di non essere in piena forma, e quindi va bene così, sono momenti no, quindi, se anche la sclerosi multipla allunga un po’ troppo le mani, pazienza. Poi arriva la mattina in cui crolli e ti ritrovi a piangere, perché sei stanca e le lacrime escono, le vorresti fermare ma la fatica è tanta, è troppa e allora le lasci andare. Dura poco e alla fine sei di nuovo in sella, sopra un cavallo imbizzarrito ma tanto non è mai domo, figuriamoci se non lo sai. Tornerà il sereno, è già più o meno tornato, anche se gli assi vincenti li ha in mano tutti lei, lo sai fin troppo bene e da tanti, tantissimi anni, ma a te resta il sorriso e il piacere di fare una risata. Oggi magari no. Ma domani prometto di sì.

Generazione di fenomeni, come mai?

“Tu stai bene dove stai, ho già parlato di te all’Azienda Sanitaria, sei un soggetto a rischio, qui ci sono troppe persone che girano, non abbiamo nessun caso positivo, tranquilla, ma su di te un eventuale contagio avrebbe un effetto devastante, e lo sai. È a casa che devi stare, finché passa. E passa e ti aspetto”. Stamattina ho chiamato al lavoro, volevo sapere qualcosa sui tempi previsti per il mio rientro, di quando e di come, ma la mia direttrice, con infinito calore, mi ha fermata, qui dove sono, a forma di tutela. Io, che vorrei tornare domani al lavoro perché vorrebbe dire che tutto questo incubo è finito, io che vorrei fosse domani perché significherebbe rimettere in moto la mia normalità, ho ascoltato in silenzio, grata. Come direttrice poteva non prenderla questa decisione e invece senza doverle chiedere molto lei ha fatto i conti con tutto il carico che indosso e ha scelto di proteggermi. E ora restano domande imponenti. Chi lo avrebbe mai potuto prevedere che ci sarebbe venuto incontro questo colosso di dolore e morte? A una generazione come la mia poi, svagata e mediocre, che come pensiero principale ha sempre messo prima se stessa, cresciuta senza battaglie da fare perché tutto avevano già fatto i nostri padri e le nostre madri, lavoratori indefessi, forse deboli nella profusione fisica dei sentimenti perché concentrati a garantire soprattutto solidità ai figli, noi. Adesso che tutto è cambiato eccoci qui, a chiedere perché, a sentire il brivido della fine, a veder morire proprio quegli anziani che hanno costruito il mondo in cui viviamo, nel modo in cui lo viviamo, almeno fino a un mese fa. E che dire di me allora che adesso sono accoccolata sotto l’ala di protezione spinosa e pesante offerta dalla sclerosi multipla, la mia peggior nemica, quella che mi rende fragile ma che pur mi permette di stare a casa dal lavoro senza correre più rischi del dovuto. Una contraddizione epocale come lo è tutta questa situazione illogica, sconclusionata e sconnessa. E tanto, troppo spaventosa, per quello che è e per quello che sarà.

Mi piaci da impazzire

Sono giornate davvero pesanti queste, c’è la paura ma anche la difficoltà a gestire la vita in casa tra spesa da fare, medicinali da procurarsi e via parlando. E poi, ingrato da dire – ridicolo se lo faccio io, regina dell’indolenza come sono – pure noiose. E quindi in queste giornate di quarantena è d’obbligo inventarsi roba da fare perché la tv, mamma mia quanto è scarsa. Pensa a questo, pensa a quello, stamattina mi sono trovata a sfogliare un album di vecchie foto della città dove vivo, anni Venti a salire, cose che non ho riconosciuto perché nate e sepolte prima che ci fossi io, fino a veri ricordi, in tutto e per tutto miei, capaci di stringermi il cuore perché la nostalgia si sa è canaglia, lo dice anche il buon Albano. E tutto d’un tratto, eccola la foto che ha aperto un varco dentro la mia giovinezza, spensierata, felice, ma felice veramente, in quel modo che solo a 18 anni può essere così pulito, senza tracce nere. In mano mi sono trovata la foto che ha acceso l’incanto, l’ingresso di una discoteca famosissima nella mia zona perché a suo modo un capitolo di storia lo ha scritto. Papaya si chiamava, ora non c’è più, ne hanno fatto un condominio senza poesia per i miei ricordi. Perché il Papaya è stata la prima discoteca dove ho messo piede nell’estate dei miei 18 anni e la mente è andata ad una notte in particolare. Da alcuni mesi mi ero presa una cotta colossale per un ragazzo, lo vedevo tutti i giorni all’uscita di scuola, lo trovavo bellissimo, un sorriso spettacolare, mai scambiati nemmeno una parola tra noi, ci salutavamo questo sì, nessuno ci aveva presentati, ma io sapevo tutto di lui, forse lui di me, mi bastava per essere certa che l’avrei sposato e saremmo stati insieme per tutta la vita. Faceva il liceo scientifico, io il classico, quindi diciamo che c’era anche un sottinteso rispetto intellettuale mentre ci si salutava, perché non so se ci siano studenti più snob dei liceali. Be’ insomma poi arriva quella serata indimenticabile, il 12 maggio 1990, a voler essere precisi, ci siamo tutti e due al Papaya, ci studiamo da lontano ma niente, lo vedo ridere con gli amici e anche con altre ragazze, belle stronze, mi ignora però e io mi sento un’idiota. Poi me lo trovo accanto, mi prende le mani e mi porta in disparte: mi piaci da impazzire mi dice e mi dà il bacio che appartiene al sogno. Il brivido lungo la schiena di quella serata indimenticabile lo sento ancora perché 18 anni si hanno una volta, una volta è basta.

La decisione è corretta, stai tranquilla

Alla fine ho dovuto cedere. Ho alzato le mani e mi sono arresa: ho chiamato al lavoro e ho detto non vengo, perdonatemi, credo sia meglio così, il rischio c’è mica posso fingere ancora per molto che non ci sia. La mia direttrice mi ha detto: ci penso da giorni a te, è la scelta giusta, sarebbe imprudente, sei senza difese immunitarie, non voglio rischiare. E cosi sono a casa, quello che non volevo, perché mi fa sentire diversa, sono strana, lo so, l’Italia è ferma e io non posso tollerare uno stop momentaneo, pensa te. Tutto da stamattina è chiuso, però io, proprio io, non posso ammettere nessuna debolezza. Il fatto è che per me cambia davvero tanto, io voglio farcela oltre ogni limite, soprattutto quelli della ragione. Con la sclerosi multipla sono legata ad una fune che lei tiene ben tesa, non molla mai, talvolta dà uno strattone maledetto, ma io ci sono, reggo per quanto possibile, potrei mai evitare? Non io. Chiedere di poter stare a casa è stata una violenza nel cuore difficile da tollerare ma so che è stata la decisone giusta. Oggi ero di turno di pomeriggio, avevo già compilato l’autocertificazione per spostarmi ma poi ho pensato che era davvero stupido non fare i conti con la verità: tutti a casa è io no, immunodepressa, con una malattia dai mille tentacoli, capace di accendersi e fare danni anche solo con un raffreddore, la stronza. E quindi ho ceduto, sconfitta. Perché io le cose le prendo alla leggera, si sa. Ma stavolta che potevo fare?  Nulla in effetti e così eccomi a casa.

Su che cosa metterò le mani

La mia pizzeria preferita ha chiuso per ferie. Anche la pasticceria del cuore se è per questo. Il panificio più famoso della mia città ha preso la stessa decisione. E questo è solo quello che so per ora, ma credo ci sia dell’altro, perché da domenica abito in una provincia rossa, di quelle con ingressi e uscite bloccàte, si sta a casa, punto e basta. La situazione sanitaria ci sta scappando di mano con rumore e preoccupazione crescente. Quella economica seguirà a breve dicono o forse la frana è già qui. Proprio ieri ho promesso ad un carissimo amico – speciale come amico dovrei dire in un modo anche difficile da tradurre sopratutto per noi due – di stare serena il più possibile, di calmare ogni ansia, vedrai, niente ti toccherà mi ha detto. Ma oggi sono rientrata al lavoro e ho trovato un clima da frontiera, teso, spaventato, preoccupato, votato al massacro, difficile non ascoltare certe parole buttate al vento: guerra chimica la più leggera, sanità pubblica al collasso la più autentica, Lenin aveva previsto tutto la più ridicola. Ho odiato tutti stamattina, ogni discorso, le tante cazzate, quei tentativi idioti di risolvere la quadratura del cerchio con un righello malfermo, la scienza sviluppata dall’idiozia più greve. E poi quel telefono che non ha mai smesso di squillare con domande, sempre le stesse, a cui ogni tg risponde senza sosta da ieri e che invece tutti hanno continuato a fare mettendo a rischio la tenuta dei nervi di un’intera squadra di lavoro. Poi c’è tutto il resto, quello che mi riguarda più da vicino, quella stronza di sm che mi rende categoria a rischio perché mina il mio sistema immunitario e poi la struttura sanitaria italiana di cui ho bisogno come l’aria che respiro, se lei va a puttane non voglio nemmeno pensare dove posso finire io. Non è il presente a farmi paura, ancora una volta è il futuro.

Togliti la corona, virus

Sono un’ipocondriaca, una di quelle che teme pure la sua ombra, che sente su di sé ogni sintomo di cui si parla in giro e per di più sono veneta e in Veneto ci vivo, quindi queste giornate di completo panico causato da un’inspiegabile epidemia di un virus nuovo, sconosciuto, in arrivo dell’Est del mondo e che sembra aver gettato le sue ancore proprio nel Lombardo-Veneto, mi spaventano ai massimi. Perché poco alla volta l’aria si è fatta sempre meno leggera da queste parti, e non solo per me, è come se ci fossero troppi dubbi da sciogliere, un numero imprecisato di domande da risolvere partendo proprio dalla base: e ora che si fa? Al lavoro per esempio io devo fare i conti con un continuo via vai di persone, hai voglia a mantenere le distanze di sicurezza, ci provi certo, ti lavi spesso le mani ma poi cerchi di farti sopraffare dal buonsenso che deve essere più forte di ogni viaggio negativo della tua mente. Fino a ieri quando il mio capo è arrivato e con il tono imperioso delle occasioni più serie ha annunciato che tutto doveva cambiare, ha scritto il Ministero ha detto, la natura della nostra struttura impone lo stop alle visite esterne, da disdire tutti gli appuntamenti, obbligo di affiggere cartelli informativi alle porte di ingresso, utilizzo di guanti e mascherine nel caso di compiti specifici da svolgere, vietate strette di mano e contatti fisici, utilizzo continuativo di gel igienizzanti. Un protocollo di guerra. Poi ho guardato fuori, il cielo era rosa e subito dopo si è fatto viola, un tramonto con caratteri che non ho mai visto prima, una cupola senza confini che avvolgeva tutto quello che trovava intorno e che si è caricato di tante tonalità di colore, una magia che sovrastava tutto, una bellezza talmente potente, così diversa dal solito, che distribuiva addirittura inquietudine come fosse un presagio cupo, difficile da trascurare. Ma io in fondo sono una stupida, esagerata, ipocondriaca, potrei aver capito male.