Domenica bestiale

Quelli che ne sanno lo avevano già detto e infatti con l’arrivo dell’autunno siamo ripiombati dentro al Covid-19. Ma chissà perché ci sembrava un traguardo lontano, di quelli che non arrivano mai, come quando cominci una maratona senza voglia né preparazione e sai che dopo venti metri ti fermerai al bar per una birra e un panino. Così è stata la nostra estate, provi ad alzare la mano chi si sente del tutto innocente, chi può dire di non aver sgarrato almeno un po’, almeno quella volta in cui ha bevuto uno spritz in spiaggia accalcandosi sugli altri. Eppure ci avevano avvisati che qui si arrivava: l’estate ci avrebbe concesso una tregua in attesa di un autunno che con ogni probabilità riservava invece una pentolaccia piena di punti di domanda. E le risposte? Sono quelle mappe che passano tutti i giorni in tv macchiate di chiazze rosse e arancione e che hanno significati fin troppo noti. Volo via dall’idea di quel periodo, dalle ansie, dalla voglia di passare oltre, dal bisogno di evadere con la mente perché sono stati mesi di dramma. Ci ripiomberemo? Tutti quei morti ancora? Sarà di nuovo chiusura totale? Nessuno lo vuole, sarebbe un tracollo per un’economia che già traballa da sola. Io non voglio stare di nuovo a casa dal lavoro, lo so di essere un soggetto a rischio ma sentirmi vinta di nuovo dalla sclerosi multipla mi manda ai matti, la mia normalità – quella rimasta – è lo scopo di tutto quello che faccio. Sto lontana da giornali e tv, leggo i titoli quasi con distrazione, voglio credere alla speranza che quest’autunno non somigli a quella primavera, che la piccola esperienza messa in campo un minimo ci tuteli, che le mascherine si spostino dal gomito alla bocca e al naso. Oggi ho prenotato per fare l’antinfluenzale: il mio medico mi ha dato appuntamento per domenica, alle 9.05. Di domenica. C’è ben poco da stare tranquilli quindi, mi pare evidente che sui nostri binari ci sia un nuovo treno in arrivo.

Ciao amico, ciao

Che in questi quasi due anni di lavoro io abbia scelto di non creare autentici rapporti di amicizia l’ho già ampiamente scritto, certo ci sono simpatie più strette di altre che alla lunga, se ben coltivate, potrebbero trasformarsi questo sì. Per ora ho fatto restare tutto in superficie comunque, del tipo che un ciao come stai non si nega a nessuno, quattro parole di contorno figuriamoci se non si fanno, ma tutto lì. Per ora almeno. Ma dove non nascono amicizie anche le antipatie se ne stanno in disparte. O no? Evidentemente no visti i nervi che mi ha fatto scoppiare un tizio stamattina. Che poi io e il personaggio in questione ci conosciamo da anni, abbiamo la stessa età e viviamo in una cittadina tutto sommato piccola. Aggiungerei un dettaglio però: non ci siamo mai frequentati, non abbiamo mai condiviso la stessa cerchia di amici, l’unico elemento di vaga unione è una mia cugina con cui lui era in classe alle medie e che io non ho mai frequentato perché le famiglie sono così, ti càpitano, mica le scegli. Vale per me quanto per lei, sia detto. Be’ insomma, ritrovati nello posto di lavoro il ragazzo ha invece magnificato il nostro rapporto di amicizia che affonda le sue radici laggiù in epoca adolescenziale. Io di lui ho solo un vaghissimo ricordo in realtà, dei tempi delle medie questo sì, ma certo non dopo. Comunque una volta ritrovati è sembrato naturale lo scambio facile di qualche sorriso in più, di espressioni divertenti e simpatiche tra noi. Mai poi all’improvviso un cambio d’ordine, ogni mia parola veniva bloccata sul nascere con repliche fredde, prepotenti e immotivate che non mi davano nemmeno il tempo per una debole replica. Fino a stamattina quando sono schizzata via facendomi decidere che da me non avrà più nemmeno il saluto. Non spreco nemmeno una riga per descriverne il carattere, le uscite velenose che mi ha rivolto permettendosi pure di mettere in discussione le modalità con cui svolgo il mio lavoro, e poi quel paio di cattiverie gratuite e pesanti che mi ha rivolto gelandomi il sangue, fino a oggi quando per una ragione banale ho tranciato con la scure quella specie di rapporto di stupida conoscenza. Ascoltavo alla tv un servizio del tg che parlava di calcio, le modalità per riaprire gli stadio e con quanto pubblico e a che distanza e via sul tema. Ero sola mentre lui mi passava davanti e dicevo più a me che a lui ma guarda se il problema deve essere il calcio. Mi ha aggredita “Se a te non piace il calcio mi dici perché gli stadi non dovrebbero aprire? C’è bisogno di alleggerire la testa dal Covid, lo sport è fondamentale, spiegami allora perché la Mostra del cinema sì e gli stadi no?”. Il calcio lo seguo – gli ho detto – il tennis pure, lo sci mi mancherà da morire e se tu leggessi i giornali sapresti che la Mostra del cinema hanno avuto coraggio a farla ma è stata un flop dal punto di vista delle presenze di pubblico, il tutto con una calma tirata fuori da chissà dove. “Allora la colpa è dei giornalisti – ha detto con un tono vagamente più accomodante – ma qui il discorso è lungo”. Facciamolo allora, sono iscritta all’Ordine.

Fino a starsi sulle scatole da sola

Qualche tempo fa la mia amica Gloria mi ha detto che quando parlo con le persone tendo a interromperle, che la conversazione con me non fila mai fluida come dovrebbe perché io mi inserisco sempre e di continuo, che mi ci metto in mezzo con forza, parlo sopra al mio interlocutore, lo blocco per aggiungere la mia opinione che così sale di quota da sembrare più importante. Ci sono rimasta male ma non mi sono sentita in nessun modo attaccata, mi fido della mia amica e ne abbiamo parlato, non me ne ero mai accorta ecco tutto, ma da allora, attenta alle sue parole, ho fatto caso alle mie abitudini notando che è vero, Gloria ha ragione, non è facile conversare con me, io trovamdomi di fronte mi starei parecchio sulle scatole per esempio. Ecco, mi parlo sopra da sola, lo faccio anche con me stessa, che difficoltà essermi amica. Chissà come fa lui a rimanere al telefono con me per più di un’ora ogni volta che mi chiama. Lui è un amico un po’ speciale, quella cosa che in pochi capiscono: io che dovrei essere arrabbiatissima, che fin da subito avrei dovuto tagliare con violenza ogni rapporto, o almeno così dicono tutte le mie amiche (anche Gloria) perché un milione di tempo fa mi ha lasciata e in gran parte a causa della sclerosi multipla, ma lo sappiamo solo noi quanto pesava e come sia stata proprio a favorire quel doloroso addio per giunta. Poi di anni ne sono passati tanti, io non mi sono fermata a contarli, non conto più nulla da tempo del resto, ma credo siamo nell’ordine dei dieci e in mezzo c’è stata tanta vita per me e per lui. Passo dopo passo questi anni sono stati segnati da telefonate che era sempre lui a fare a me, mai troppo improvvise mai troppo distanti tra loro, piacevoli lampi di luce durante i quali nessuno dei due voleva negarsi il piacere di sentire l’altro rispettando comunque quel tacito, invisibile accordo di non parlare del reciproco presente, un condiviso silenzio che dava spazio a conversazioni di altro tenore, il nostro. Era amore che negava la verità del presente? E chi lo sa. Ora che l’oggi è noto, come il futuro che di certo non sarà nostro, si sa che questa traccia di legame così forte non passerà. Ma forse ancora una volta sto alzando troppo il tono parlando sopra la verità. Mai come ora vorrei che Gloria non avesse ragione però.

No che non va bene

Ieri. Giornata insopportabile, una di quelle che non sono più capace di tollerare, per tempi, modi, carico emotivo, conseguenze fisiche oltre che morali. Quante di questo genere negli ultimi vent’anni? Impossibile contarle. Inutile ricordarle. Visita di controllo dai neurologi che mi seguono in buona sostanza, appuntamento che questa volta dovrebbe aprire il varco al rinnovo della patente, altro momento che si fa detestare al solo pensiero. Ecco cosa succede, l’ho capito. Sto mollando il colpo, mi sento prosciugata nelle forze, poco alla volta stacco le mani da quella zattera a cui sono aggrappata da anni per rimanere a galla in questo mare in tempesta. Ora però le onde sono troppo alte per essere gestite o forse è il contrario, sono diventate piatte, ogni riva è sparita, mi ritrovo senza capacità d’azione: mancano le prospettive, mani alzate, fine dei giochi, ha vinto lei. Ma non c’entra niente l’esito della visita o chissà che altro, semplicemente mi sono rotta le palle, di tutto. Che vinceva la sclerosi multipla sai che notizia, ma è come mi sento io oggi che non va bene, senza sorriso, triste, sola. Se fino a qualche tempo fa darle anche questa di soddisfazione mi avrebbe fatto balenare in testa un lampo luminoso da alzare tutte le bandiere del mio coraggio, ora basta, capitolo chiuso. Anche il mio orgoglio – che non è mai stato robetta da poco – indietreggia dicendole di fare pure il cavolo che vuole, io non ne posso più di venirti dietro, di essere sempre lì pronto a buttarla sull’ironia, sull’energia, sulla fermezza, tutto inutile tanto. Vent’anni, maledizione a loro, che si sono portati dietro un numero assordante di cose. Se solo ci riuscissi ora piangerei. Ma neanche le lacrime fa più scendere quella stronza che è solo capace di prendersi tutto.

Maturità t’ho presa al momento giusto

Quest’anno a differenza del passato l’esame di maturità mi è scivolato accanto, più o meno sotto silenzio. Ma anche sulla stampa mi sembra, certo ci sono stati molti articoli sui cambiamenti imposti dai rischi Coronavirus con le solite polemiche politiche: si poteva fare meglio, così è perfetto, ma no è colà che invece sarebbe stato impeccabile, ma scherziamo, è questa l’unica soluzione da prendere, ma va’ che peggio era impossibile fare. E via dicendo. Fatto sta che l’unica cosa autentica è che gli scritti non ci sono stati e che noi adulti abbiamo dovuto farcene una ragione. Con molta fatica ci siamo accorti che siamo invecchiati e quelle canzoni di Venditti – che per quante ne ha scritte su questo tema sembra che nella vita abbia fatto solo esami di maturità – quest’anno non le abbiamo ascoltate, non con la stessa partecipazione almeno. Perché l’attesa dei titoli dello scritto di italiano, per esempio, per noi è roba alta: a distanza di trent’anni dalla maturità – almeno nel mio caso – tutti lì ancora in prima fila a commentarli insieme, con discorsi tipo quello di storia quest’anno è meglio di quello di letteratura, attenzione a quello di attualità che è sempre la solita ancora di salvezza invece proprio no, è pericoloso. E poi il giorno dopo la stessa solfa: eccolo che è uscito Tacito, maledizione, o magari scoprendo l’uscita del tremendo Tucidide, qui li rovinano, e via sul tema, che tanto tutte le lotte fatte col Rocci sono solo vaghi, vaghissimi ricordi per la maggior parte di noi. Il fatto vero è che noi adulti lo sappiamo fin troppo bene che la maturità è la fine di una pagina storica che non è nemmeno la giovinezza ma è la definitiva chiusura di un portone che ci accolti fin da bambini: 8.15 più o meno, campanelle che suonano, zaini, libri, amicizie, aule, esperienze che ci hanno fatto crescere. E davanti a quei tabelloni finali, bene o male che siano andati, c’è l’incontro con la vita, quella vera. La maturità che amiamo tanto ricordare è solo nostalgia per quel debutto verso il futuro. E quest’anno, nel modo peggiore possibile, quell’esordio lo abbiamo restituito ai ragazzi, è sola roba loro, con l’augurio che ne facciano il miglior uso possibile.

E sono ancora qua

Io sono tipa che quando ci sono grandi battaglie da combattere tira fuori unghie e denti, scende in campo, lotta allo sfinimento, vince? perde? Non è importante, ma è al fronte, con tutta se stessa e con la voglia di esserci. Poi però finita la guerra, crolla, rientra nei suoi ranghi, quelli del silenzio, della solitudine, voluta, cercata, amata, richiesta, urlata quasi. E nel periodo Covid-19 così è stato, me ne sono resa conto solo adesso. Quei giorni mi hanno spaventata, la quarantena, le porte chiuse, il silenzio, gli occhi bagnati mi hanno toccata dentro senza che me accorgessi. Io ero lì, guardavo e disegnavo percorsi più amari di quanto credessi e adesso, che qualcosa sembra muoversi verso una verità a tratti migliore, io ho smesso di reggere il colpo, la paura che mi sembrava di non provare ieri ha preso il largo oggi. E mi sono chiusa, avvolta dentro una tristezza che mi stringe e mi fa aver voglia di stare sola con la mia debolezza che è qui, pronta prendersi spazio. Mi conosco fin troppo bene, di grandi lotte la cara sclerosi multipla me ne ha regalate in esubero e questo si sa, e nemmeno solo lei a voler essere precisi, anche questo di prim.ato mica glielo voglio regalare. Diciamo allora che il Covid-19 è stato una tempesta davvero grossa, improvvisa e inattesa, come un fidanzato che dice di amarti e ti lascia sull’altare. Tanto da farmi smettere di scrivere anche qui, il mio luogo, quello che mi rilassa, che mi porta altrove, che mi rende felice. Ma non è un caso che riprenda proprio oggi. Sono in attesa di una telefonata. Dai miei neurologi. Per fare la visita di controllo. Al telefono. Causa Covid-19 si mantengono le distanze ma ci si sente comunque. Ma che momento è questo? Giù allora, di nuovo nell’arena delle mie battaglie, a fare quello che posso fare, per ritrovare tutte le sicurezze perdute in questi ultimi mesi.

Per chi suona la campanella

Ora che questo anno di scuola farabutto sta finendo, un po’ ovunque è uno sbocciare di considerazioni più che lecite su quanto i nostri ragazzi abbiano perduto. Oggi ho letto un post su un social che mi ha aperto molto finestre sul passato buttandomi addosso un po’ di strana malinconia. Parlava di come questi mesi che hanno costretto a casa tutti gli studenti non solo hanno tolto loro molto spazio alla formazione ma hanno anche ridotto al massimo la loro socialità con i coetanei che, all’improvviso, non hanno più potuto vedere, senza avere nemmeno il tempo per far loro un saluto. Ora si fa largo il movimento di pensiero che vorrebbe le scuole di nuovo aperte almeno per l’ultimo giorno per dare la possibilità ai compagni di banco di guardarsi negli occhi e dirsi buona estate. Il post che ho letto si soffermava proprio su questo tema, ricordando la gioia del giorno più bello dell’anno scolastico, proprio l’ultimo, quello che da sempre mette fine a tutto con una grande festa e un grido collettivo e altissimo al suono della campanella conclusiva che butta tutti dentro a un’estate piena di sorprese. Un bel post, niente da dire, autentico, soprattutto, è il ritratto di quello che accade arrivati a metà giugno in tutte le scuole, certo che me lo ricordo, in quel momento c’ero anche io. Mah. Bimbetta strana io. Ragazzetta peggio. Io tutta quella gioia non credo di averla mai provata davvero. Urlavo anche io al suono della campanella, ma solo perché lo facevano tutti gli altri. L’emozione di un’estate davanti a me? No. Proprio no. Qualche bella cosa accadeva certo, ma non era l’estate a buttarmici dentro. Capitava e basta. Oggi è una giornata no, forse è per questo che se penso a quei momenti mi sento un bel po’ di nero attorno, esagero certo, ma non posso che sovrapporre quel passato a questo presente. Ha ripreso a fare caldo, ne arriverà sempre di più, quello che non mi fa stare bene, la sclerosi multipla con l’umidità sale di quota. Io al suono della campanella avrei fatto meglio a non urlare perché che cavolo di emozione c’è ad avere l’estate davanti a sé?

Quel rumore infernale che fa

Nello spazio di dieci giorni due care amiche mi hanno detto che i loro psicologi, con i quali hanno cominciato le rispettive terapie di analisi, hanno fatto dei commenti positivi nei miei riguardi, cose sul tipo è in gamba, tenetevela stretta. Ora, non so cosa si sia detto di me o a che titolo io sia entrata nelle loro terapie, qualcosa mi è stato riportato ma mi permetto di dubitare sulla realtà di quanto detto, mica si usa raccontare in giro il percorso che nasce durante le sedute con questo genere di professionisti, o meglio io non lo farei. Già io. Che forse due parole con uno psicologo avrei pure bisogno di farle, tanto per capire se dentro di me ho individuato tutte le tracce per superare i limiti necessari per liberare mente e pensiero da quello che mi ha regalato con grande generosità la sclerosi multipla. Ecco appunto. Io ho scelto di cacciare tutto dentro un profondissimo buco nero coperto da vagonate di terra spessa e nera perché niente esca, e che nessuno si permetta di farlo. Fatico perfino a dire sclerosi multipla, mi urtano queste due parole che ai più sembrano nulla, ma per me sono un condizionamento crudele che ha tradito progetti e vita e che per di più, a leggere bene, ha elargito anche alibi in quantità per non prendere decisioni importanti. Ecco, io parto da qui, ho soffocato tutto, ho cancellato in profondità e non voglio nessuno che mi aiuti a far riemergere il male assoluto che conosco e fin troppo bene. Quindi mi inchino davanti ai commenti positivi di questi due professionisti, ma il dialogo si chiude qui, ringrazio e porto a casa. Che poi non è nemmeno vero che non ho mai partecipato a una seduta di analisi psicologica, tanti anni fa sì, all’inizio della mia storia con la sm, quando piangevo pubblicamente e in quantità, ma non per roba stupida come ora, ma per affari di autentico spessore come la neo diagnosi appena arrivata, la paura, il futuro che sentivo negato e le tutte incognite che si intravedevano. Di preferenza lo facevo davanti ai medici, allora mi seguiva una neurologa che adoravo, perché era dura, competente e spietata, lei non nascondeva niente, diceva cose sul tipo: ciccia, questa cosa ti è capitata, mi chiedi risposte? Non ne ho, io ti posso dare questa terapia, ma non sono attrezzata per i miracoli, vediamo di venirne fuori al massimo della scienza. Io la ascoltavo e condividevo, ma piangevo lo stesso, eccheccacchio aggiungerei, voglio vedere chiunque al mio posto, ma mi fidavo, di lei e della scienza. Fino a che un giorno, all’ennesimo pianto, mi ha detto che il centro metteva a disposizione una psicologa se lo volevo, no, ho risposto, sempre piangendo, mica mi serve e lei mi ha detto che si vedeva che ero forte – non ho mai capito se mi prendesse in giro, voglio credere di no – ma c’è, dái vai, prova, ha concluso. E sono andata. La tipa mi ha fatto fare un sacco di test di memoria e roba sul genere che mi hanno fatto crescere delle ansie clamorose, odio sbagliare, detesto che si creda che non raggiungo valori minimi di preparazione. Poi un bel giorno l’appuntamento con la tizia mi capita un’ora prima di quello per la risonanza magnetica, l’esame centrale per monitorare l’andamento della sclerosi multipla. Non è doloroso, ma è molto lungo, lo odio fin dalla prima volta che ho dovuto farlo, è un momento cruciale, stabilisce se la sm è ferma allo stesso punto della volta precedente o se è andata oltre, se ha fatto danni che non si sono ancora manifestati, se avanza di corsa o si è bloccata un minimo. Quando la fai sei infilato, pieno di ansia, dentro un tunnel di metallo, stretto e basso, senti nelle orecchie un rumore infernale e aspetti che a un certo punto, dopo tre quarti d’ora circa, ti entri dentro le vene il temibile e freddo liquido di contrasto quello che passa dall’ago che ti hanno infilato dentro il braccio: è il censore supremo dell’intera risonanza, se ci sono infiammazioni in corso lo dice lui. Quel giorno sono distratta con la psicologa, mi chiede cos’ho e le dico la ragione. Ah, è solo per questo, esclama sorridente, ma l’ho fatta anche io, dovevo provarla per essere certa di capirvi, e mette su una faccia ebete, mi sono addormentata, continua, cavolo, quanto è lunga, ma per fortuna non è dolorosa. Già, le ho detto, e mi sono alzata. Dopo pochi giorni ho portato l’esito della risonanza alla mia dottoressa, non ho pianto e le ho detto che pensavo fosse meglio non andare più dalla psicologa, ché mi sentivo meglio. Ora, è certo che ho beccato un’incapace, ma non è nemmeno a causa sua se poi ho deciso di evitare qualunque terapia di analisi. Ho preferito costruire uno buco profondo accanto a me dove ficcarci dentro tutto, da lì non si tira fuori niente come regola di vita, scoppierebbe una bomba troppo rumorosa. Da far rimpiangere il casino che ti fa nelle orecchie fa una risonanza magnetica.

Almeno oggi, per favore, no

Non so se scrivere quello che ho in mente. C’è qualcosa di più potente di me che mi governa, roba nota, decide tutto la sclerosi multipla, sempre, e io sto un passo indietro rispetto a lei, preferisco stare sulle mie, ogni volta, l’ottimismo non gioca a mio favore infatti, quando ne sfodero una goccia quella si volta, mi guarda, fa un ghigno di sfida, e dà la sua lezione. Allora la prendo larga. In piena quarantena la voglia di tornare al lavoro era tanta, ma non potevo fare finta di niente, tipo trascurare l’improvvisa corsa verso il basso del mio corpo che d’un botto non sembrava aver più tanta voglia di assecondare le mie abitudini. Quel minimo sindacale garantito per essere vagamente indipendente, secondo canoni tutti miei che gli altri giudicano limiti insopportabili e che per me sono tesoro prezioso da preservare, d’un lampo li ho visti annichilire sotto una coperta pesante da trasportare. Come quella volta in cui venni licenziata anni fa: i danni allora furono di corpo soprattutto, ma anche di testa, cuore e sentimento. Giriamo pagina ché non voglio dare a quel tempo nemmeno il vantaggio del ricordo. Questa quarantena invece, oltre alla paura seminata dal Coronavirus, è stata dura anche per altro: la voglia di rientrare al lavoro era tanta ma nello stesso tempo eccomi diversa, così all’improvviso i miei movimenti si sono fatti ancora più impacciati, una stanchezza inspiegabile mi piombava addosso senza ragione, difficoltà su difficoltà si impilavano una sopra l’altra, no, così non va mi ripetevo. Tornare al lavoro, già. Ma ne sarei stata in grado? Almeno come prima? Fino al giorno preciso in cui mi ritrovo seduta a quella scrivania, emozionata come la prima volta – perché c’ho i miei anni con le stesse insicurezze di una dodicenne, scema che sono – ma piena di paure in più, perché l’ultimo mese e mezzo non è passato senza lasciare tracce mi dico. Finché mi riconosco. Proprio com’ero fino a un’abbondante quarantena fa. Io ho bisogno di uno scopo, di un obiettivo da raggiungere, uno piccolo, qualcosa che mi faccia sentire risolta, quel tanto che basta per rendermi partecipe a un ruolo. Ormai l’ho scritto, ormai lo penso, ormai lo sa anche lei che potrebbe fare uno sgarbo dei suoi, per dimostrare l’universo intero di cui è capace da vera sovrana della mia vita, che ha tolto e pure tanto, e continua a togliere e pure troppo. Che non mi voglia felice ci mancherebbe se non lo so, spero che accetti di volermi almeno un po’ serena, oggi poi, che non ho nessuna voglia di stare qui ad aprire dibattiti, bilanci e discussioni di sorta.

6×8

Finita la mia quarantena, oggi, primo rientro dal lavoro, poche ore fa. Di nuovo alla stessa scrivania abbandonata di corsa alla metà di marzo, tra le ansie che crescevano e che mordevano il collo, mi sono sentita come una scolaretta di seconda elementare, tutto da riprendere in mano dall’anno prima per poi scoprire quanto velocemente le cose possano cambiare per non parlare di quei passaggi che si dimenticano, soprattutto se d’estate non s’è studiato. Di nuovo seduta lì, e non solo a causa di una mascherina fissa a coprire naso e bocca o per quei maledetti fili di capelli bianchi in testa sempre più numerosi perché per le parrucchiere c’è ancora molto da aspettare, mi sono sentita diversa e fragile perché niente mi è sembrato nemmeno simile a come l’avevo lasciato. Procedimenti nuovi da imparare, meccanismi mai visti prima con cui prendere velocemente confidenza, richieste senza risposta certa da dare mi hanno travolta, perché questo Coronavirus ha cambiato tutto il mio lavoro e stare a casa non ha giocato a mio favore. E poi stamattina ho sentito netta la sensazione del favore esplicito che mi viene rivolto, perché io ne ho bisogno, più di altri, ma questo mi urta pur riconoscendo la buonafede di chi mi aiuta. Ma non ci posso fare niente, ho alzato le mani davanti a tutti i danni fisici che la sclerosi multipla mi ha fatto, ma questo suo farmi sembrare inadeguata nelle relazioni con gli altri mi disturba nel profondo. E non è colpa di nessuno, se non suo, brutta stronza. Ora però mi sgancio da lei, faccio un bel respiro, mi concentro, al lavoro ho imparato la prima volta, mi ambienterò anche in questa seconda e ringrazierò per i favori che mi vengono rivolti con generosità. Sarà un po’ come ripassare le tabelline in fondo.