Li odio. Riceverli. Costringendomi a trovare uno spazio sufficientemente riservato per ascoltarli. Inviarli. Con la consapevolezza di far sapere i fatti miei a un pubblico che in modo evidente non si riduce solo al mio destinatario. Eppure a giudicare da quanti ne ricevo devo essere una dei pochi a pensarla così. I giovani sono stati i primi a rimanerne sedotti senza possibilità di limite. La parola scritta correttamente del resto l’avevano già superata. Da tempo avevano imboccato la strada degli acronimi: cmq per comunque, tnk per grazie, tt per tutto e via sul passo. Piano piano anche i loro genitori li avevano imitati, dovrebbe essere inverso il meccanismo dell’educazione, anche linguistica, e invece guarda un po’ che è capace di succedere oggi. E ora tocca ai vocali: stesso procedimento, i ragazzi di scrivere manco a pensarci più, nemmeno con gli acronimi, e così i vocali infuriano. Passi per i miei colleghi più giovani che invadono la mia chat ma anche i miei coetanei non sembrano da meno. In auto, mi dicono, è diventato fondamentale, e comodo: sei al volante, registri il messaggio, lo invii, poco dopo ricevi la risposta, la ascolti al volo e il gioco di chiude in piena tranquillità. Come un’altra cintura di sicurezza quindi. Bene, molto bene. A me capita altro invece. L’inquietudine mossa dalla consapevolezza di mettere in piazza i fatti miei. Sono dalla parrucchiera? Arriva un vocale, lo ascolto ma con me anche tutto il salone, ottimo direi. Sono in pasticceria per fare colazione con il mio biscotto di pasta frolla e Nutella? Eccolo l’altro vocale che mi costringe a far sapere alla pubblica piazza ciò che mi capita. Posso non ascoltare mi si potrà dire? Vero, verissimo. Aspettare di essere di nuovo sola perché la mia intimità resti tale? Ovvio. Ma convivere con le rogne che porta a voi e a chi vi vuole bene la sclerosi multipla impone dell’altro. Una qualunque mancata risposta vale come un grido d’aiuto o allo stesso tempo come una resa sul campo, una dichiarazione di guerra, oppure una bandiera bianca sventolata per disperazione, il lancio di un razzo di pericolo. Ma anche tutto insieme, e lo sapete voi e lo sa chi si preoccupa di continuo per voi. I contatti vanno sempre mantenuti aperti così come le antenne verso il prossimo ben accese. Eppure in prima linea vale il principio che i fatti miei restino miei, solo miei e di pochi altri. Alla larga da vocali di terza categoria, per favore.
Categoria: Cose che provo
La famiglia
Poche settimane fa è morta mia zia Maria. Era lei era il perno della mia famiglia, lei quella che manteneva i legami con tutti, come una mamma reggeva in mano le fila delle vite di fratelli, sorella e nipoti. Quando veniva a casa mia non mancava mai di portare per me, che ci fossi o meno, un vassoio di baci di dama, i miei biscotti preferiti, a cui aggiungeva sempre cestini di crema con frutta, i suoi di dolci preferiti, golosa lo era eccome e lo sapevamo tutti. L’ultima volta che l’ho vista era settembre dello scorso anno davanti a due belle coppe di gelato, la mia con cioccolato e panna montata, la sua con gusti vari e l’immancabile panna con amarena. Poi la malattia, già in corso da tempo, ha avuto l’insopportabile sopravvento. Al suo funerale non è mancato nessuno ovvio, e tra i cugini ce n’erano due che non vedevo da quando ero piccola. tra tutti noi sono certamente stati i più sfortunati: mamma morta molto giovane e da un giorno all’altro, papà, fratello del mio, sempre stato decisamente assente in tutti i sensi. Con premesse del genere avrebbero potuto scegliere di mettersi in moto verso una vita piena di buche dentro cui buttarsi a peso morto per trovare la via più facile per rimanere a galla. E invece no che non è andata così, anzi: al lavoro fin da subito, impegno, testa sulle spalle, progetti a lungo termine tra innegabili intoppi ma soprattutto voglia di farcela. Al funerale ci siamo visti, ci siamo scambiati i numeri e in un attimo abbiamo organizzato per vederci. E sono davvero felice di come è andata la serata. Dovevamo uscire e invece il programma s’è dirottato a casa mia, non ero in piena forma e così le pizze le siamo andati a prendere fuori, due birre e Coca Cola hanno fatto il resto. Una serata di chiacchiere senza soffermarsi nemmeno troppo su quello che è stato il passato parlando invece di oggi, delle nostre vite, gli errori, le rogne, lo spazio dei bei momenti che pure ci sono con la certezza che tra noi che stavolta non finirà qui e che i prossimi capitoli saranno altrettanto belli e si sicuro con altri cugini. E mentre passava il tempo pensavo a mia zia Maria che ancora una volta ce l’ha fatta a mettere in campo il suo ruolo per il bene di una famiglia che tanto amava.
Debutto in società
Sono andata fuori a cena. Dopo quanto? E chi lo sa. Sera. Fine della scorsa settimana. Manca solo un’ora prima di terminare la giornata di lavoro. Tempo uggioso, anzi cielo proprio nero, temporale che arriva? Sembra di sì. Alla mia scrivania arriva la direttrice, le solite parole prima di andarsene, con lei anche un collega, poi un’altra. E se andassimo a cena fuori si domandano? Collettiva risposta affermativa. Dove potremmo andare, lo chiedono a me, unica jesolana tra loro, facendomi procedere a un’esposizione gastronomica varia sulla base di gusti, piaceri, desideri. Loro. Rigorosamente loro. Finché la direttrice si volta e mi dice vieni anche tu. No, grazie. Perché no. Sta per piovere. Non pioverà. Accidenti, sono senza soldi. Pago io, me li ridai, mica ho detto che offro. Oltre a un certo limite il rifiuto a un invito diventa maleducazione. E sono andata. E mentre mangiavo e mi guardavo intorno, il cielo soprattutto sperando non piovesse, sbirciando sempre l’orologio perché volevo solo andare a casa, pensavo che il mio tana libera tutti al Covid l’avevo sognato spesso ma in un altro modo. Come con una pizza con le amiche storiche per riavvolgere il gomitolo di confidenze profonde e pettegolezzi che fanno ridere fino alle lacrime. O come con un pranzo con quella ex compagna di scrivania che chiamare così è solo un gioco, le amiche sono amiche chi se ne frega di dove le conosci, l’importante è andare a mangiare da quel tipo, quello che sappiamo noi due, vero? Come con un’uscita con quell’amico lì con cui alla fine ci si dice sempre le stesse cose perché in fondo – chissà, chissà – senza questa rogna della sclerosi multipla chi lo sa se magari sarebbe andata diversamente, intanto però ci si deve ancora un pranzo, una cena, un caffè, che tanto paghi tu anche stavolta, lo sai vero? Come con una colazione con quella che chiamo la mia spacciatrice-di-libri, un’amica che mi passa titoli sopraffini, con cui condivido passioni, opinioni, critiche, sa dio quante, per poi tornare a casa e sentirsi più ricca. Come con la cena con i miei ex compagni di liceo, le loro famiglie, gli amici che nel tempo si sono agganciati, e dentro a tutto i nostri discorsi, i pareri e i ricordi di quando eravamo giovani anche se a me sembriamo ancora quelli di ieri. Come con tutto il resto, con gli altri amici, quelli che non mi mollano mai e che voglio rivedere in fretta. Per un vero debutto in società, per una vera, autentica prima volta.
Sono io sul palco
Eccomi. È arrivato il momento. Stamattina ho rinnovato l’abbonamento WordPress e, come una che è cresciuta all’improvviso, ho deciso di mettere fine alla favola finta del silenzio che nasconde dietro ad un muro di parole il mio vero nome. Quando ho aperto il blog una ragione c’era: ero fragile, volevo scrivere e basta, la sclerosi multipla mi schiacciava sotto un peso impossibile da tollerare e il buio di una pagina web poteva aiutarmi. Sono passati anni, è tempo di fare basta. Mi chiamo Cinzia Stringhetta, ecco chi sono, abito a Jesolo – quel mare di cui ho parlato spesso su queste pagine – e mentre tutta la verità su chi sono, cosa faccio, quello che mi piace e cosa non mi piace è uscito in modo diretto e senza menzogne, è proprio il mio nome che è sempre mancato. Una scelta consapevole all’inizio perché in mezzo c’è il mio rapporto mai risolto con la sclerosi multipla, quel sentimento di cui qui ho parlato spesso, un misto di paura, vergogna e orgoglio che per me è sempre stato una colonna altissima da superare, fin dall’inizio. Da quando a 28 anni, all’improvviso, quasi per caso, senza sintomi di chissà quale pesantezza, dopo la prima risonanza magnetica con liquido di contrasto, dopo il primo esame del liquor che ricordo ancora con infinito terrore, dopo il primo ricovero nel reparto neurologia della clinica di Padova, dopo aver ricevuto la prima lettera di dimissioni, è arrivata la diagnosi che parlava di leucoencefalopatia, perché vent’anni fa prima di parlare apertamente di sclerosi multipla serviva che lei ti tirasse per la giacchetta e si presentasse per nome, la stronza. Ma mentre la sm negli anni con me si è svelata sempre di più, io, proprio qui, nel mio spazio, mi sono nascosta senza farcela ad andare più in là. Fino a stamattina quando ho deciso che non ha più senso scomparire dietro un filo d’erba: sono io allora, le scrivo io queste righe, nome e cognome corrispondono all’autrice, non cambierò i contenuti del mio blog ma se ho scelto di scrivere chi sono ora ma proprio ora una ragione ci deve pur essere.
Quello che ho detto io, quello che hanno detto loro
La visita di controllo dell’altra mattina con i neurologi che mi seguono – telefonica causa Covid – è andata come quando tu non hai studiato ma non ti interrogano e puoi respirare di nuovo, come quando sei in ritardo con un lavoro da presentare ma c’è qualcuno del tuo team più in ritardo di te e allora la colpa ricade su di lui, come quando non hai proprio voglia di fare una cosa ma anche senza farla non paghi nessuna conseguenza e allora chissenefrega di ogni tua pigrizia. O meglio così vorrei dire, ironia e sarcasmo, fermandomi qui, ad un livello alto, senza scavare sotto, senza leggere bene il testo che è uscito, per quello che ho detto io, per quello che hanno detto loro. Cinque minuti di telefonata cominciati con una mia immediata ma anche inattesa dichiarazione di inettitudine, no, signori della corte, non ho fatto nessuno degli esami di controllo che mi avevate prescritto, nessuna odiata risonanza magnetica, nessun temibile ECG, nemmeno un banale esame del sangue di quelli che fanno quasi sotto casa mia. Fatto benissimo mi hanno risposto in modo altrettanto inaspettato, in giro è un disastro e voi con la sclerosi multipla siete prede ghiotte per il Covid, troppo fragili e ambite per un virus che sa dove andare per fare davvero male, chi cercare e come agire. Fatto il vaccino? Bene molto bene, ma attenzione, non si fa festa, se ne riparla quando si raggiungerà una qualche immunità di gregge per poter pensare allo scampato pericolo anche da vaccinati. Pochissime domande su come sto rispetto alla sclerosi multipla invece, qualcuna in più sullo stato della mia tranquillità emotiva che dei danni li potrebbe produrre invece. Ne parleremo a bocce ferme della malattia mi hanno detto, quando sarai qui davanti, tu non ce la fai più e ti si sente, come tutti. Finito così. Ho riattaccato e ho pianto, come non facevo da tempo, a lungo e senza trovare sosta. Maledetta sclerosi multipla, maledetto Covid.
Se telefonando
Proprio adesso sono in attesa per fare la visita di controllo semestrale con i neurologi del centro sclerosi multipla che mi seguono. Causa Covid anche questa sarà solo telefonica, la terza nello spazio di un anno ma tra tutte le restrizioni che il Coronavirus ha imposto sono questa è la meno pesante di certo. Anche se, accidenti a questo cavolo di malattia e al mio cavolo di carattere, da sempre vivo ogni momento del genere, che sia in diretta o meno, con l’ansia di una prestazione scolastica di quelle più dure, di quelle da cui uscirò comunque sconfitta. Non è forse così da sempre? Lei piano piano s’è mossa in avanti e io sono rimasta al palo, nemica invincibile che non sei altro. Quest’anno poi mi presento davanti alla commissione dei prof. senza niente in mano. Non ho fatto nessun esame di controllo richiesto, molto per mia pigrizia e sostanziale disinteresse ma anche perché entrare e uscire dagli ospedali passando attraverso nuclei Covid e terapie intensive, tamponi molecolari e mascherine dei più idioti abbassate sul naso non mi sembrava proprio roba per me e per nessuno dei miei accompagnatori. È vero ho fatto il vaccino ma non si capisce nemmeno se basti visto che viviamo ancora tra regioni che sono rosso incandescente e arancione che non lo è da meno. Attenzione. Il telefono sta squillando, cercano me.
O è solo malinconia?
Mi ha chiamata uno dei miei ex capi, l’unico da cui avrei tollerato una telefonata, a cui avrei risposto, di cui ho ancora il numero. Mi ha buttato sul piatto una micro proposta di lavoro, una collaborazione casalinga, uno smart working singolare che farebbe venire a galla quello che si faceva in ufficio quando si lavorava insieme. Ho detto va bene senza pensarci troppo su, con una serie di clausole ben chiare che erano già previste, ha detto. Non si tratta di rivoluzionare la mia vita lavorativa di oggi, non cambio nulla, continuo a fare quello che faccio, ma se tutto va in porto mi consento di riaprire varchi che potrebbero farmi star bene soprattutto perché in ballo ci sono angoli di passato nutriti anche di pura bellezza. Dentro il progetto ci entro io, la mia ex compagna di scrivania, amica di ieri, amica di oggi e lui, quell’ex capo che non è certo l’ultima delle cause di quel feroce licenziamento ma che almeno era quello bravo. Rileggo le ultime righe e dentro ci trovo tutto quello che quasi vent’anni di lavoro hanno scritto nella mia vita. Tanto, compreso quel doloroso seppure inevitabile finale. Ma ho accettato lo stesso. Credo abbia prevalso la voglia di far riaffiorare il meglio di quell’esperienza che pure c’è stato e che oggi per molti versi mi manca da morire: la mia ex compagna di scrivania e un certo clima leggero di cui anche quel mio ex capo faceva parte. Era la comunicazione il nostro lavoro e in questo ambito proprio quell’ex capo, la mia ex compagnia di scrivania e io eravamo senza dubbio i più dotati ma nel momento in cui la direzione ha cominciato a declinare proprio noi tre non siamo stati in grado di imporre a sufficienza le nostre volontà sugli altri, richiedere maggiore aggiornamento che ci serviva e che dovevamo imporre al resto della squadra, quel gruppo di incapaci, imbelli e incompetenti che si era assunto il ruolo di guidare il carro che ci ha portati dove ci ha portati. Ecco fatto il riassunto di un’epoca ancora tanto presente nella mia testa. E quell’ex capo che si è rifatto vivo con me e la mia compagna di scrivania per chiedere una collaborazione per un suo nuovo progetto è lo stesso che al momento giusto non ha battuto i pugni sul tavolo spingendoci a fare altrettanto, ad alzare la testa e chiedere più qualifiche, rifiuto per certi lavori inutili, pretesa di maggiore rispetto per le idee che di fatto avevamo: eravamo o non eravamo noi tre quelli che tiravano avanti la baracca e meglio avremmo potuto fare se solo il timone fosse stato nelle nostri mani? Ma è il coraggio che è mancato a quell’ex capo e forse anche a noi due, amiche prima che colleghe, perché arrivati al dunque della questione avremmo dovuto metterlo all’angolo per dirgli una cosa del tipo guarda ragazzo che noi si resta solo se tu cambi rotta altrimenti tanti saluti. E ora ci troviamo qui con questa sua richiesta. Punto di ripartenza? Desiderio di provarci ancora? O forse è solo un po’ di sana malinconia?
Parigi o cara
Mi è capitata tra le mani una foto di diversi anni fa, ’94 o ’95 poco più poco meno, il ricordo di una vacanza a Parigi, quattro amiche allegre, La Défence a fare da scenografia a sorrisi ventenni, spalancati e accesi. Non è la prima volta che la vedo, nessuna novità per me, una foto ben nota e legata ai bei momenti passati con carissime amiche. Fino all’altro ieri quando rivederla è stato invece come un no deciso verso le mie emozioni, uno squarcio aperto, e non so nemmeno perché. Diciamolo, sopra quel sorriso, il mio di sorriso, ho letto mille speranze tradite, sogni infranti, ambizioni sotterrate dal fango. Per la prima volta sono tornata indietro nel tempo e ho visto quella che ero, quando non avevo segni disegnati sul corpo e figuriamoci nella mente di quello che sarebbe accaduto, all’oggi che si trascina avanti solo con fatica. Sclerosi Multipla era un nome senza significato, non era la veste pesante di adesso con cui convivo da oltre vent’anni portandole pure rispetto, comanda lei. Non so cosa mi sia successo con quella foto tra le mani, anche perché non è l’unica ante diagnosi che mi capita di vedere ogni tanto, ma forse in questo caso è stato il carattere che si porta addosso a farmi male, il profumo di quella giovinezza senza risultati che ritrae a farmi scendere mezza lacrima e a cambiarmi l’umore. Ma poi mi sono rimessa in carreggiata in fretta, non vale la pena fare diversamente e questo lo so fin troppo bene, me lo dico da sempre, è andata così purtroppo, ma poteva anche andare peggio, diciamo che in questi giorni si è messa in moto solo una piccola scossa storta già superata, promesso. A me stessa.
C’è il prima e c’è il dopo
E quindi ho scalato il primo gradino della mia storia vaccinale contro il Covid. Come è andata? Non mi lamento. Nel pomeriggio dopo averlo fatto ero un po’ spaventata, che roba strana mi sono detta. Io e la sclerosi multipla ne abbiamo girate fin troppe di avventure mediche e il nervosismo, l’insofferenza ancor prima della paura arrivavano prima del grande evento. Prendiamo il caso dell’annuale Risonanza magnetica: è l’esame che odio dal profondo delle mie viscere con un disgusto che non trova parole sufficienti per essere descritto, ma non è l’esito a darmi tormento – per quanto sia il cardine da cui si leggono i movimenti della stronza di sm – ma è quel buco nero dentro il quale mi devo infilare per oltre tre quarti d’ora di rumore infernale a fare da colonna sonora rendere i momenti precedenti davvero nevrotici e quindi per questo dopo averla fatta sono serena, per un anno nessuno mi ricaccerà là dentro. Stavolta, invece con l’anti Covid anche se si trattava di affrontare un appuntamento al buio, potenzialmente pericoloso, con un temibile ago che per natura detesto, prima ero tutto sommato tranquilla. Il dopo invece lo è stato un po’ meno. Forse perché fin dal pomeriggio ogni dieci minuti dentro di me si sono accese autentiche vampate di calore come se mi stesse salendo all’improvviso la febbre, tanto che, coraggiosa come sono, l’ho provata senza tregua. Ma per fortuna tutto a posto. Nel frattempo il braccio dove mi avevano fatto il vaccino ha cominciato a farmi davvero male, dolore che mi sono portata appresso fino al mattino dopo, ero stata informata ma faticavo pure a passarci la mano sopra. Poi mammano che si andava verso sera mi sono sentita sempre più stanca da non avere nemmeno la voglia di aprire bocca e questo no che non è da me, la chiacchiera è roba mia non certo di altri. All’ora di cena pochissima fame e una volta a letto non sono riuscita ad addormentami come si deve, stress, nervosismo credo, molto più che effetti collaterali da antivirus. Il lato davvero positivo è stato sapere che il giorno dopo sarei stata casa, un piccolo spazio di fortuna che mi sono ricavata per tutelare la mia salute in primis e poi sollevarmi da ansie o che so io. Va detto che è passato tutto anche se con qualche timore arrivato dopo anziché prima come il mio solito aggiungendo una cosa senza soffermarsi su altro: devo riconoscere di essere stata molto più che fortunata a poter cominciare il percorso anti covid molto prima di altri, una grossa occasione per cui ringraziare e basta.
Quella roba dei 365 giorni
Sicché è arrivato Natale, è passato anche il Solstizio d’inverno, data che detesto perché significa che le giornate cominciano ad allungarsi, debutta gennaio e mi tocca pure compiere gli anni e dopo arriva febbraio e insieme fanno i mesi più freddi dell’anno, il vero inverno, quello che mi fa irrigidire i muscoli, feroce lui, e che in un battibaleno si porta dietro la primavera, stagione bellissima, forse, se non avesse davanti a sé l’estate e tutto quel caldo, l’afa, il sole che non va mai giù, maledizione, roba che con la sclerosi multipla non va mai d’accordo. Ecco che mi tocca dirlo: su il sipario su quello che per me è il periodo peggiore dell’anno o almeno su quei giorni che mi mettono da sempre di cattivo umore di certo pensando a quello che verrà. Poi passa, per carità, mi vanto di non essere una lagna ma al solito va così. Al solito infatti, perché quest’anno la prospettiva è cambiata: sommersa come sono, come siamo, da un incubo nuovo che ormai da un anno viaggia accanto a tutti noi senza mollare la presa, il movimento del tempo, almeno del mio, è cambiato, è diverso. Il Covid lo ha reso più denso di preoccupazioni che spostano in avanti le lancette dell’orologio con il peso del piombo addosso a tutti noi ma senza dare la sensazione della lentezza. Strana cosa questa. Era febbraio quando tutto cominciò, ora è Natale e siamo ancora dentro a quel fango, chissà, forse anche più a fondo ma c’è qualcuno che può dire che quest’anno sia stato lento? Proprio certi che febbraio non fosse l’altro ieri?