La potenza di un’amica speciale

Fin dal primo giorno di liceo, in un modo un po’ rocambolesco, nella mia vita è entrata un’amica speciale. Da un lontanissimo ieri fino a oggi. Sì Federica, sto parlando di te, di tutto il vissuto che ci lega, delle tante infinite risate, delle litigate silenziose che non sono mai mancate, dei molti riavvicinamenti con un Bacardi Cola in mano per riprendere le fila del fantastico che siamo, degli abbracci quando servivano di fronte a quelle botte sulla testa che cavolo se hanno fatto male, troppo male, così come la condivisione del luminoso significato dei tanti bei momenti vissuti insieme. Potrei scrivere ancora e poi ancora e mentre penso mi viene in mente di tutto, il bello e poi il brutto perché un’amicizia potente come la nostra questo ci ha dato e non saprei come fermarmi e dove mettere un punto fisso sulla nostra vita insieme. E stamattina mi hai fatta piangere di gioia, come se tutto quello che abbiamo costruito fosse esploso: la tua piccola Beatrice, che non vedo almeno dall’inizio del Covid, mi vuole come madrina della sua Cresima. Vuole proprio me, ha scelto lei, senza pressioni tue, e io ho pianto quando l’ho saputo, ho sentito scoppiare nel mio cuore il bene che le voglio e il bene che voglio a te. Mentre scrivo mi passa davanti il tanto, anzi il tantissimo che siamo noi. E non saprei da dove cominciare e allora mi muovo a caso e comincio da quell’autobus sbagliato del primo giorno di liceo, l’appuntamento col gelato da prendere insieme il sabato pomeriggio, ma anche quell’indimenticabile serata al Papaja il 12 maggio 1990, senza dimenticare il viaggio in macchina verso Perugia con tappa decisa al volo a Mirabilandia e le risate malgrado nel cuore ci fosse un peso insopportabile, tua mamma, qualche amicizia sbagliata, da parte mia, da parte tua, la sclerosi multipla al suo debutto e la voglia di entrambe di metterla in silenzio, quei fidanzati un po’ così e così, il Terrazza Mare e le tanti notti da incorniciare, le pizze al vecchio Capri, melanzane senza grana, quante altre cose potrei ancora aggiungere? Ma la più importante resta quella testolina piccola che vidi per la prima volta il 26 dicembre di 12 anni fa e mentre io e te mettevamo i nostri occhi lucidi gli uni dentro gli altri quella gioia tanto attesa era diventata realtà. Tu mi guardavi perché sapevi che io ero lì per voi due e capivi tutto l’amore che già sentivo per quello scricciolo che oggi mi ha scelta facendomi piangere per la felicità. Farò di tutto per esserci, Beatrice.

La forza che ci vuole. Addio?

Al lavoro negli ultimi tempi vivo giornate avvolte dal buio del senso di inadeguatezza. Una tizia ieri ha posato con forza la mano su quella che avrebbe definito la mia incapacità di farmi valere sui colleghi dicendomi che la conseguenza sarebbe quella di essere inadeguata a portare a termine con correttezza il mio lavoro: gli altri si approfitterebbero di me mi ha detto, delle mie insufficienze, dei miei limiti, delle debolezze che l’invalidità si porta appresso rendendomi incapace di lavorare in modo corretto. Conosco molto bene il valore umano e intellettivo pari al nulla della tipa eppure lo stesso, mentre fino a poco tempo fa le rispondevo a tono senza nemmeno essere sgarbata, nell’ultimo periodo fatico a non credere alle sue cattierie. Oggi mi sento avvolta dalle spire violente della sclerosi multipla e do retta a qualunque pensiero negativo mi si formi in testa. Ha vinto lei definitivamente? Forse sì. Non volevo, non ci credevo, mi sentivo forte quanto bastava per poterle gridare addosso che lei era qui, che era arrivata, che sapevo quanto potesse fare male, che la vedevo disegnata su ogni pagina del mio corpo, che mi vergognavo di avercela addosso ma lo stesso il mio spirito poteva resisterle, con le parole, i pensieri e le repliche. E invece ora mi sento scendere ogni forma di coraggio, mi sento stanca di mantenere il volto alto, lascio troppo spazio alla sm, tutto direi, e questo apre il varco alla stupidità altrui. Mentre prima la mia testa sorrideva e dava luogo sempre alla risposta corretta qualunque fosse la domanda e in qualunque ambito mi trovassi, ora le tante fragilità che si sono fatte largo giocano in prima linea e sottomettono la mia fermezza, quella che serve per vincere questa bella stronza di sclerosi multipla.

Brava Cinzia, è andata anche questa

Rieccomi qui. Dopo un tempo lunghissimo. Un mese? Forse meno, comunque tanto per i miei gusti ma, tampone positivo, dopo tampone positivo, è accaduto: Covid, signori miei, che sposato alla sclerosi multipla, mamma mia, che carico. Malgrado tutte le mie attenzioni, malgrado le uscite negate, i tanti no grazie per la richiesta ma sto a casa devo proteggermi troppi i rischi che correrei, mi ha beccato lo stesso, maledetto lui. Fino a domenica mattina: negativa, libera, fuori dal carcere, in grado di dire è passata, sono fuori dalle paure, dalle immense paure. E ieri pomeriggio perfino rientro al lavoro, a Ferragosto, come i grandi, come gli eroi della frontiera. Come me. Concedetemi la supponenza.

11 luglio 1982

Lunedi in tv passa una serata da brivido. Per me di certo, ma anche per molti altri credo. Di sicuro per tutti quelli che l’11 luglio 1982 erano in prima fila a guardare la televisione, per tutti quelli che in quell’estate di sole sono stati investiti da luce e colore, per tutti quelli che non si aspettavano di vivere un’emozione del genere e invece, accidenti, che meraviglia! Avevo 10 anni nel 1982. Avevo 10 anni e l’Italia vinceva il mondiale di Spagna. Avevo 10 anni in un luglio sorprendente e meraviglioso esploso tra le mani di tutti gli italiani. Come nel 2006 mi potreste ribattere. Vero, vero, ovvio che è vero, niente di diverso, una vittoria resta una vittoria, soprattutto quando non è attesa e anzi le prospettive di partenza sono bassissime. Ciò che cambia è solo una questione personale: 10 anni e la scoperta di un’emozione inedita e quindi impossibile da scordare. Quello dell’82 è stato il primo mondiale che ho seguito da spettatrice abbastanza consapevole, avevo se non altro capito di cosa si parlasse, ma sapevo anche che l’Italia partiva tra gli sfavori dei pronostici. Una squadra potenzialmente anche forte, con un allenatore in gamba, ma pure con molti punti deboli come un attaccante, quel Paolo Rossi lì, che arrivava da un momento troppo faticoso e difficile e quindi chissà cosa avrebbe potuto combinare. Le prime tre partite di quel Mondiale infatti furono molto deludenti e ci buttarono dentro a un girone di fuoco contro Argentina e Brasile, le squadre più forti del torneo. Con i più brutti presagi della vigilia arriva però la vittoria contro l’Argentina di Maradona; è un caso dicono quelli che sanno, il Brasile ci straccerà e Paolo Rossi poi non ha ancora combinato niente. Ma quando arriva il Brasile nessuno ancora immagina che sarà la vittoria del secolo. La ricordo tutta la tensione di quel pomeriggio, i gol, e le urla e tutta l’incredulità del finale: è sempre l’Italia a correre in avanti mentre il Brasile del gran calcio, la squadra regina che danza con il pallone e costruisce il gioco imbambolando gli avversari alla fine viene costretta ad arrendersi e a mollare la presa sotto i gol di un Paolo Rossi che finalmente si ritrova. Dopo il fischio finale si alza in cielo un urlo fortissimo – in 10 anni di vita mai sentito così forte – che spalanca le nuvole leggere di quel pomeriggio di sole. La semifinale contro la Polonia è una passeggiata, ci tocca la Germania poi, si chiama ancora Repubblica Federale di Germania, tanto per sottolineare il corso che prenderà la storia. Una partita impossibile da dimenticare: il rigore sbagliato del bell’Antonio Cabrini nel primo tempo, la paura di non farcela, ma poi Rossi ancora lui e Tardelli con quell’urlo memorabile dopo la rete e infine Altobelli, giovanissimo e spudorato. Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo. Il prossimo lunedì si celebrano quarant’anni da quell’epoca e chi può perdere la memoria di un’emozione del genere? Di certo noi io.

E dattela una svegliata

Mi capita spesso di lavorare il sabato e la domenica mattina, ahimè, quei tormentosi turni di lavoro che pesano un casino, d’estate di più, ovvio. Se c’è un valore è dato forse dal fatto che mancano i capi e quindi il caffè davanti alla macchinetta si fa con maggiore libertà, senza troppe intrusioni che io, ansiosa come sono, vivo davvero male, perché si sa come sono diventata. Lo scorso sabato l’ho bevuto con una collega, ci vado d’accordo, una delle poche con cui ho stretto un rapporto più vero che con altri. Siamo in molti lì dove lavoro e l’ho già detto che vedo tante cose, troppe forse e quello che avevo deciso fin da subito di fare ora è diventato un monito assoluto: pochi contatti, poche parole, poche chiacchiere. Di certo un modo antipatico ma per me necessario. Saluto, sorrido, chiedo molti aiuti per me necessari, ma faccio anche poche domande, mi limito e di certo non piaccio a tutti, i rapporti sono limitati all’indispensabile, chissà se faccio il giusto o se sbaglio, non so. Ma mi va bene così. Fino all’altro sabato mattina quando con il caffè in mano mi sono commossa per la direzione che la conversazione ha preso: ti stai chiudendo troppo mi ha detto Roberta, la collega con cui facevo la pausa, sei rivolta del tutto verso te stessa mai hai tanto da dare e io lo vedo, basta fermarsi sul tuo sguardo anche quando parli appena e si vede quanto hai da dire, le tue parole sono poche ma piene di significato, sappi che quando lo vorrai io ci sarò, sto solo aspettandoti. Mi chiedo da giorni da dove arrivi tanta comprensione, la stessa che ricevo da tutti i miei amici quelli che mi cercano sempre malgrado io prenda tempo, mi stacchi, inchiodata come sono dal nulla che mi sono creata attorno. Ma non può essere solo colpa della sm, la sto usando come alibi? Chi lo sa.

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E cosi finisce anche il 2021 e così il 1 gennaio compio gli anni e mamma mia quanti. 50. Addirittura. 50. Tanti e imbarazzanti. Eppure è questo che tocca. Senza troppi pensieri comunque, perché in realtà mica mi frullano tante preoccupazioni in testa, soprattutto perché mica c’è molto da fare e poi mica voglio farmi travolgere da nessuna tristezza, nemmeno la più vaga, anche perché al di là del compleanno ce ne sarebbero di motivi per infilare la testa sotto il cuscino e dire almeno un sonoro mammamia. E allora che 50 siano. Mi consola il fatto che non ho un milione di rughe disegnate sulla faccia, che i capelli bianchi li ho coperti dal parrucchiere, che sono una che ride malgrado tutto e poi che attorno a me ho un numero bello di amici che non mi mollano mai malgrado io non sia una che li cerca tutti i giorni. Stupida che non sono altro. In passato pensavo a 50 del genere? Non credo. Con la sm accanto? Proprio no, ovvio. Fatto sta che c’è, ma almeno non mi fa più piangere come una volta e pensa un po’ te proprio da quando è diventata più violenta e cattiva, da quando io l’ho messa lì bella che in vista perché anche un po’ chissenefrega. E così vale anche per i 50, che non sono certo come li avrei voluti ma è così e allora buon compleanno grosso, grosso e tondo, tondo a me.

Perdono, l’unica cosa da dire

Spero mi perdonino tutte e tutti, quelle carissime amiche e quei carissimi amici a cui sto chiudendo la porta in faccia con sonori no a ogni invito che mi fanno a uscire con loro. Facciamo alla prossima dico sempre, perdonatemi ma questo Covid mi fa paura aggiungo, come a voi ovvio ma io con la pesante valigia che mi trascino addosso mi sento un bersaglio pronto all’uso. Ma sto negando anche semplici telefonate, wapp, mail e tutto il necessario, anzi il fondamentale, per mantenere contatti aperti, vivi, sempre speciali, per me fondamentali. Non prendo in mano il telefono quasi mai, oltre a tutto ho un lavoro con orari indecifrabili pure per me: oggi il pomeriggio, domani la mattina senza un senso di prevedibilità, sabati e domeniche compresi, un va e vieni che spinge ogni comunicazione su e giù, settimana dopo settimana senza, ordine né disciplina. E poi il Covid mi ha travolta soffocandomi sotto una montagna di cercato silenzio che sto nutrendo e assecondando. Ci penso e se ci penso bene mi dico che forse non è solo a causa sua però. Perché per quanto sia corretto proteggermi, proteggersi dal Covid io quanto lo sto usandolo per favorire quella ricerca di solitudine che negli ultimi anni si è impadronita di me? A rifletterci bene su infatti, mi accorgo che più o meno nello stesso tempo io mi sono trovata su una doppia strada che viaggiava verso una direzione uguale: il Covid che impone un isolamento ahinoi noto si è perfettamente sposato con quel mio desiderio di silenzio e isolamento diventato parte di me. Vorrei fosse sottolineato un dettaglio in più poi: non ho ancora nominato in modo esplicito che ho la sclerosi multipla, la scusante suprema, la via maestra verso ogni mio dove. Ecco se cercavo delle giustificazioni da mettere sul piatto le ho trovate. Ma in realtà ciò che devo davvero dire è che io sono una bella stupida a mettere a rischio quel prezioso patrimonio di amicizia che mi regge, sopporta e vuole bene. Perdono a tutti, amiche e amici miei, farò del mio meglio per rimettermi sulla strada giusta. Promesso.

Una cena di classe mancata

Ho sentito Donatella l’altro giorno, ex compagna di liceo, ex compagna di banco, amica carissima di ieri e di oggi. Non la vedo da almeno due anni Donatella, causa Covid, causa la paura di tutti noi, causa le mie di paure che vivo in modo amplificato rispetto agli altri, me ne rendo conto, ahimè. Mi ha chiamata l’altro giorno per raccontarmi di una cena che ha fa fatto con un certo numero di ex compagni di liceo a cui ha partecipato dopo un invito un po’ rocambolesco e del tutto inatteso. Ciò che io non mi aspettavo invece è stato il mio totale disinteresse per un appuntamento da cui in un certo modo sono stata esclusa, non invitata di fatto. Un tempo ero io a organizzare questo genere di serate, ci tenevo tantissimo a mantenere vivi i rapporti con amici con cui avevo condiviso cinque anni di sapere e gioia per la condivisione umana. E ora? Il mancato invito mi ha scosso? No. Hanno chiesto di me? Non ho domandato. Sanno della mia sclerosi multipla? Chi lo sa. Donatella glielo ha detto? L’avesse fatto dov’è il problema, non si tratta certo di un segreto di cui vergognarsi. Capisco il suo eventuale imbarazzo piuttosto perché conosco molto bene il suo cuore pulito. So comunque, perché me lo ha detto, che si è parlato di me ricordando un episodio buffo accaduto durante quei cinque anni. Basta così perché non ho chiesto altro. Aggiungo solo che alla serata non avrei voluto partecipare, tutto qui. Perché? Qui il Covid non c’entra, qui la protagonista sono solo io, lo so fin troppo bene, la me di oggi, quella trasformata da un’ospite che vorrebbe solo prendere a calci per riavere quel po’ di normalità che le manca. Mo l’ho scritto.

Si parte? Speriamo

Sono andata a bere un caffè con un’amica che fa la fisioterapista. Ex collega di lavoro, una delle poche di quel gruppo immenso con cui ho stretto un rapporto di simpatia, di autentica amicizia è un po’ troppo da dire ma intesa anche solo con uno sguardo di certo sì. Prima di finire, per sua scelta, l’esperienza lavorativa lì dove io sono ancora, ci siamo scambiate il numero di telefono con il preciso scopo di vederci. E Ieri mattina ce l’abbiamo fatta. Chiacchiere e pettegolezzi potevano mancare? Certo che no. Fino a che sul finire le ho detto: ho bisogno di fare un programma di fisioterapia, vorrei affidarmi a te. Ci penso da tempo perché lo so da mille e più anni che questa è la strada che devo imboccare, sono in deciso ritardo piuttosto, potente ritardo, animato da pigrizia e indolenza, stupidità e scempiaggine. Non che non ci abbia provato in passato ma poi ho mollato, all’improvviso e senza ragioni effettive con molte scuse invece, prive di giustificazioni credibili, anzi con il desiderio di liberami da qualcosa che pure mi faceva bene ma la mia resa interna ha vinto su tutto, su ogni buon intento. Io vivo cosi la mia sclerosi multipla, incollata a lei, condividendone gli spazi, facendomi scappare qualche sorriso che si sposa con l’ironia ma affidandole tutto il mio corpo. Scema che non sono altro, si doveva lavorare meglio contro di lei, c’erano spazi d’azione ben aperti. Ora non succederanno miracoli, chissà poi come andranno le cose, se andrò avanti coi buoni propositi o mi attaccherò come sempre a qualche scusa che sono abilissima a trovare. Mi viene in mente il Covid adesso e al tempo che darà alle palestre per restare aperte. Diciamo che ora sono ai blocchi di partenza, entusiasta? E che ne so? Mi misuro con l’incognita della mia testa prima ancora che del mio corpo.

Ti voglio bene

Ieri, come tutte le domeniche mattina quando non lavoro, Luca, mio fratello, mi passa a prendere per andare a fare colazione insieme. È l’occasione che ci siamo ritagliati per stare un po’ assieme, fare il punto sulla situazione, due chiacchiere tra fratelli che si vogliono di certo molto bene senza di fatto esserselo mai detto. Funziona solo coi fatti a casa mia, da sempre, poche parole, ma quello che si fa è molto chiaro, nessun tempo utilizzato per dire, tutto speso per offrire una spalla cui appoggiarsi quando ce n’è bisogno. Vent’anni fa quando io e la mia famiglia fummo travolti da due parole che conoscevamo appena, sclerosi multipla, ciascuno di noi assunse il proprio ruolo: mamma e papà avvolgendo la loro coperta fitta e stretta attorno a me, io cercando di fare del mio meglio per continuare a vivere malgrado tutto, Luca prendendo in mano tutta la situazione, in silenzio, correndo a destra e a sinistra con l’unico scopo di darmi sicurezza. Riuscendoci sempre. Ieri mattina dopo cappuccino e brioche abbiamo fatto la nostra passeggiata sul lungomare di Jesolo per rientrare verso la via dello shopping – cosi la chiamano – e passare davanti al negozio di una nostra cugina con cui abbiamo scambiato due chiacchiere veloci. Rimasti soli a Luca è sfuggito un “Qui voleranno coltelli”. Si riferiva alle altre nostre cugine, le sorelle di quella che avevamo appena salutato, e agli immobili intestati ancora alla loro madre, mia zia, e alla corsa che si metterà in moto alla sua morte per allungare le mani sulle sue proprietà per prenderne possesso con avvocati e notai già ai blocchi di partenza. Non vanno troppo d’accordo tra loro le sorelle è cosa nota. Luca è di poche parole, strano che si sia lascito andare a un commento del genere ma mi ha dato l’occasione per dire ciò che penso da sempre: “Io di te mi fido, hai in mano tutto, perché io, proiettata su altri lidi, devo concentrare energie e pensieri della mia di vita sugli stracci che sta lasciando su di me la sclerosi multipla, consapevole di tutto mi interesso ad altro, mi sveglio la mattina e metto insieme i pezzi di una giornata che per arrivare a sera ha bisogno di tutta me stessa, del meglio che so offrire per tralasciare lacrime e dolore, e così nel pieno della mia ragione ti affido tutto il resto”. “Credo ai aver ampiamente dimostrato di non possedere coltelli” mi ha risposto Luca, sintetico ed efficace al solito, come sempre. Se ci fossimo detti ti voglio bene sarebbe stato meno bello.