Ultimamente mi sento come Benjamin Malaussène, il personaggio che nei romanzi di Daniel Pennac di professione fa il capro espiatorio, pagato per assumersi le colpe degli altri, scelto come esca per evitare che critiche e responsabilità cadano sulle spalle dei suoi colleghi di lavoro ma non da meno voluto per queste ragioni dai suoi famigliari. Oggi sono forse di buon’umore e quindi mi va di scriverlo senza sentirmi disegnati addosso troppi effetti collaterali, o sensi di colpa, anche perché lo so che tra un’ora, in mattinata o il prossimo pomeriggio, durante un attimo giocato goffamente tutto, con Luca e mamma, andrà da sé, e forse anche male. Basta un angolo storto, una parola forse mal calcolata o proprio un errore, mica mi giustifico e basta, e ogji cosa nella vita di famiglia potrebbe prendere la forma di un dito, il mio, passato sopra la spina pingente di un cactus e io avrò solo il tempo per sentirmi come Malaussène, capro espiatorio. Papà, quindi. E ritorno da lui. Quante volte è stato, gratuitamente, Malaussène anche per me? E ora mi mordo le mani, di dolore, rimpianto e feroce nostalgia.
Categoria: Cose che provo
Il Salone Internazionale del Libro 2025
È cominciata ieri a Torino la nuova pagina dell’editoria italiana, quella dove vorrei essere anche io, catapulta dentro il salone dedicato al libro, alla scoperta dei più importanti titoli in uscita, delle case editrici che mi fanno battere il cuore, nelle sale dove potrei assistere a un ricchissimo programma di incontri letterari. Eccoci pronti per Il Salone Internazionale del Libro 2025 – Le parole tra noi leggere sottotitolo in arrivo da un romanzo di Lalla Romano e scelto dalla direttrice dell’evento Annalena Benini (che solo di recente ho scoperto essere nipote di Daria Bignardi). Lì vorrei andare, a caccia di idee, muovendomi anche a caso tra le esposizioni di libri, in cerca delle migliori presentazioni dell’editoria di prima classe che proprio tra quei banchi saranno in prima fila. Ci penso da qualche giorno al Salone ma mi salgono in testa ambiti che un po’ mi spaventano però: vorrei andarci da sola, forse perché il rapporto con libro richiede solitudine, ma poi se mi vedo lì mi immagino senza la sedia a rotelle e ben retta sulle mie gambe mentre cammino. Una pura fantasia, ma pericolosa, azzardata, rischiosa, inutile perché potrebbe nutrirmi di false speranze. Sull’argomento sento tristezza, malinconia. Da qualche tempo però con il pensiero mi capita troppo spesso di vedermi in piedi, mentre cammino e mi sposto con la sicurezza che avevo un tempo, prima che la sclerosi multipla agisse contro di me. Tanto che oggi penso che se il Salone del Libro mi ospitase tra i suoi padiglioni sarei libera, mentre cammino e felice, tanto felice. Posto che anche il Salone delle caramelle mou vissuto sulle mie gambe sarebbe un’esperienza da non dimenticare.
Tempo di sorpassare i confini
Poi ci sono eventi che vanno raccontati perché meritano di essere ben presenti in testa. Tipo il valore della famiglia di cui ho altre volte parlato su queste pagine. Ieri è morta la mamma di tre cugini (Maurizio, Elena, Clara) con cui i rapporti si sono stretti da poco, nuovi passaggi quelli di oggi, sufficienti per aprire il ponte di una nuova amicizia. Qui ne ho già detto appunto, ma non fa male tornare sul tema, anzi, mi rende felice, vale come il ricordo di papà perché questa nuova pagina è nata il giorno del suo funerale, come se lui ne sia stato il gran cerimoniere. La sua famiglia di nascita era molto numerosa, tanti fratelli e sorelle, nati per lo più durante gli anni della Guerra, chiaro che i loro rapporti fossero bagnati da troppi pensieri e da idee pesanti. Il tutto era mosso da quelle molteplici faccende che non potevano condurre con facilità a un accordo completo tra loro. E così, una volta che ciascuno si è creato il proprio nucleo famigliare, impossibile procedere senza angoli da scansare tentando di saltare le buche della vita tenendosi sempre per mano. Anzi. Ora però sul campo ci siamo noi, i loro figli, più fortunati per il genere di vita dentro cui ci muoviamo: niente ricordi di Guerra, niente povertà sfrenata e difficile da vincere, progetti, i nostri, da poter mettere in campo insieme, finalmente. E adesso, e per fortuna, noi cugini vogliamo passare oltre a quelle sciocche incomprensioni tra i nostri genitori, le stesse che, se nemmeno ieri avevano né casa né significato, figuriamoci oggi. Adesso che i nostri genitori se ne stanno andando spetta a noi guardarci negli occhi e dire che ci siamo l’uno per l’altro, pronti a superare ogni steccato, qualunque esso sia stato. Un abbraccio Maurizio, Elena, Clara.
Grazie

“Sentendo che si avvicina il tramonto della mia vita terrena e con viva speranza nella Vita Eterna, desidero esprimere la mia volontà testamentaria solamente per quanto riguarda il luogo della mia sepoltura.
La mia vita e il ministero sacerdotale ed episcopale ho sempre affidato alla Madre del Nostro Signore, Maria Santissima. Perciò, chiedo che le mie spoglie mortali riposino aspettando il giorno della risurrezione nella Basilica Papale di Santa Maria Maggiore.
Desidero che il mio ultimo viaggio terreno si concluda proprio in questo antichissimo santuario Mariano dove mi recavo per la preghiera all’inizio e al termine di ogni Viaggio Apostolico ad affidare fiduciosamente le mie intenzioni alla Madre Immacolata e ringraziarLa per la docile e materna cura.
Chiedo che la mia tomba sia preparata nel loculo della navata laterale tra la Cappella Paolina (Cappella della Salus Populi Romani) e la Cappella Sforza della suddetta Basilica Papale come indicato nell’accluso allegato.
Il sepolcro deve essere nella terra; semplice, senza particolare decoro e con l’unica iscrizione: Franciscus.
Le spese per la preparazione della mia sepoltura saranno coperte con la somma del benefattore che ho disposto, da trasferire alla Basilica Papale di Santa Maria Maggiore e di cui ho provveduto dare opportune istruzioni a Mons. Rolandas Makrickas, Commissario Straordinario del Capitolo Liberiano.
Il Signore dia la meritata ricompensa a coloro che mi hanno voluto bene e continueranno a pregare per me. La sofferenza che si è fatta presente nell’ultima parte della mia vita l’ho offerta al Signore per la pace nel mondo e la fratellanza tra i popoli.”
Santa Marta, 29 giugno 2022
FRANCESCO
Terrazza Mare e il tempo della libertà
Durante il venerdì pasquale in tv c’era la Via Crucis davanti al Colosseo. Oltre al grosso valore religioso, che si può condividere o meno, la potenza dell’evento resta riservata a ciascuno di noi, così come il credo. Ma poi aggiungo: il punto di vista strettamente letterario, che io gli attribuisco, rappresenta un’autentica epica del valore culturale. Mentre venerdì sera la guardavo in tv dentro la mia testa si è messo in moto anche un vero flusso di coscienza che mi ha catapultata a circa trent’anni fa quando la Via Crucis la vivevo in diretta negli spazi davanti alla mia parrocchia, un circolo ben allestito per riprodurre ogni ambito della celebrazione. Io ci andavo con la mia amica Federica anche se ogni passo era speso per chiacchiere silenziose tra noi – poche preghiere le nostre –, sapevamo infatti che era un altro il sentimento che in quel momento ci abitava dentro. Il venerdì pasquale a Jesolo segna da sempre l’inizio della bella estate, quella del divertimento notturno e al tempo, in particolare, quello che dava il là all’apertura del più bel locale del litorale: il Terrazza Mare. Al termine della Via Crucis la nostra direzione si girava verso la zona del Faro dove sopra una bellissima palafitta sul mare c’era il Terrazza che quella sera apriva i battenti dopo la pausa invernale. È da venerdì che mi chiedo perché ero tanto felice di quel ricco calendario di serate che si prospettava davanti alla mia estate perché in fondo mi apparteneva poco. Del tipo: io non volavo rapida da una parte all’altra del locale accolta a braccia aperte da amici che aspettavano solo me per trascorrere il meglio la loro serata. No, io ero solo accettata, poche le parole per me, conoscevo un po’ tutti, certo, ma non ero come loro nel senso che portavo avanti altri significati: non vestivo con stile e questo a quei tempi – forse anche oggi – era un discrimine invalicabile, non sfioravo le loro mosse e forse non stavo mai nei posti dove conveniva fermarsi. Resta che al Terrazza ho speso sogni bellissimi, anche speranze, di certo sufficienti per dire che bastava eccome per andarci. Ma ora il ricordo si ferma su quella gradinata che bisognava salire per entrarci; io, ancora lontana dal sapere che sarebbe arrivata la sclerosi multipla, ho fatto molto più che bene a ritrovarmi proprio lì ogni fine settimana dell’estate. Anche se forse non mi divertivo troppo, anche se non ne ero una grande protagonista, chi se ne frega, sono state belle notti, le ultime libere da pensieri oscuri e più grandi me. Come quella scalinata da salire.
Sono forte, papà, guardami sereno
L’anniversario dall’addio a papà. Eppure della giornata di oggi, di un anno fa, ricordo pochi pezzi, stralci, anche lacrime ma quasi minime, voglia, tanta, di buttarmi dentro al mio dolore in solitudine, questo sì, eppure, chissà perché, tutto mi appariva insabbiato. Molta gente attorno però niente da raccontare. Se penso a ieri ogni ricordo invece è ben scritto dentro. Di oggi meno. Solo che papà ci aveva lasciati. E per sempre. Tutti addosso l’anno scorso. Preoccupati per me, per le conseguenze che la mia salute malandata avrebbe potuto scrivermi sopra, ma ho retto. Come non accade in queste ultime settimane invece. Quasi che la sclerosi multipla si fosse accorta oggi di avere spazio libero tutto per sé. Un anno dopo e senza papà. Che se n’e andato senza mai smettere di avere me nel cuore. Stai tranquillo, sono forte, dammi qualche giorno in più e vinco ancora io con la bella stronza.
Quel telefono che suonò troppe volte
Come oggi. Come domani. Era un anno fa. In testa ancora lo squillo del telefono. Quasi all’alba. Io che mi copro gli occhi e dico “no”. Papà. All’ora di pranzo avevano già chiamato dall’ospedale: “Dateci il consenso. Vorremmo cominciare con la morfina. Si avvia a sentire dolore”. Noi abbiamo tortellini in brodo già pronti in tavola, il programma è quello di andare a trovarlo dopo pranzo. Ma invece ci si muove di corsa. Rimaniamo da lui fino a sera, quando, tornati a casa, ci accorgiamo di non avere voglia di mangiare e buttiamo via tutto. Prima di andare da papà quel pomeriggio chiamo il prete della nostra parrocchia, vogliamo che riceva l’estrema unzione. Saprò dopo che quelle saranno le ultime ore accanto a papà. Chissà se lui sapeva tutto. Che ero lì con lui, per lui. Gli prendo la mano. Sembra che me la stringa, capisce che sono io, è solo un caso? A un certo punto devo tornare a casa. Non chiedo perché, seguo la corrente. Mi avvicino e gli dico grazie. Per tutto quello che mi hai dato, per tutto quello che mi hai detto. Sono sincera ma sono parole che avrei dovuto dire prima. Prima di quella telefonata ricevuta alla luce di quell’alba impossibile da scordare. Come papa.
Undici mesi fa
Da qualche sera ho ricominciato a fare centro sul bersaglio della Ghigliottina. Passaggio di chiarezza: è il gioco che fanno in tv prima che cominci il Tg di Raiuno, l’ultima battuta è affidata a questa Ghigliottina. La puntata per intero è molto, ma molto, noiosa, più di vent’anni in onda mostrando la stessa solfa credo abbiano seccato un po’ tutti, almeno me. La Ghigliottina ha un altro sapore invece, quello della Settimana Enigmistica per capirci, unica e irripetibile, con il suo cruciverba Bartezzaghi e ancora di più il Ghilardi per non parlare di quello senza schema che chiude l’intero giornaletto di esercizi per la mente. Be’ insomma, allo stesso modo anche la Ghigliottina spinge al ragionamento con le parole e per questo mi piace. Le regole sono semplici: al concorrente vengono fornite volta per volta cinque coppie di parole, ne deve scegliere una, quella tra le due che indentifica come l’indizio giusto per arrivare alla soluzione finale: ovvero il termine che le collega tutte tra loro. Del tipo: strega, specchio, regina, mela, nani. Risposta: favola. O ancora: libro, lavagna, registro, quaderno, grembiule. Soluzione: scuola. Io le ho messe giù facili, facili, fasulle direi, non è così nella realtà. Ma è per questo che la Ghigliottina diverte. La guardo da sempre. Con papà si era arrivati al compromesso: mentre si cenava lui metteva in piedi il suo personale traffico tra i tg che voleva guardare, un quarto d’ora prima delle 20.00 mi passava il telecomando, c’era La Ghigliottina. Continuo a guardarla anche senza di lui. Anche senza beccare la risposta esatta. Ma ultimamente, come dicevo, mi capita di venirne a capo un po’ più spesso e con che soddisfazione poi. Come sono astuta, mi racconto. Be’ vabbè, che sia come sia, che io ci arrivi o che non lo faccia, la Ghigliottina resta il mio appuntamento prima della cena, prima del tg. E così esce un altro ricordo di papà, come quello scambio veloce del telecomando sulla tavola, tra piatti e forchette. E poi in questi giorni, che sono 11 mesi da quel maledetto addio, ancora di più.
Buon compleanno, papà
Oggi, 88, papà. Ma se penso che quelli dell’anno scorso sono stati gli ultimi auguri che ti ho fatto, con un bacio veloce e distratto, vorrei solo mandarmi a quel paese. Dicevi di essere “antico” perché dover ammettere di essere definito vecchio ti pesava sul cuore. Un peso che aveva il mio nome, e lo so. Maledizione a me che non ti ho fatto mai capire quanto ti volevo bene. E dirlo adesso vale? Poco o nulla, per tutte le volte che mi arrabbiavo senza significato contro di te perché lo sapevo che eri buono e con me non te la saresti mai presa. E io me ne sono sempre approfittata. Che ti chieda scusa adesso conta niente. Ci sono cose che non potrò mai recuperare ma la tua carezza calda, la mano che mi stringevi sempre quando c’eri, quando sentivi che ne avevo più bisogno resta qui, con il grande rimpianto di non essere stata in grado di dirtelo. Mi manchi papà. Buon compleanno. Non sei mai stato vecchio.
Sono sempre qui per te, papà mio
Sempre e per sempre tu
ricordati,
dovunque sei,
se mi cercherai.
Sempre e per sempre
dalla stessa parte mi troverai..
F. De Gregori