Grazie

“Sentendo che si avvicina il tramonto della mia vita terrena e con viva speranza nella Vita Eterna, desidero esprimere la mia volontà testamentaria solamente per quanto riguarda il luogo della mia sepoltura.
La mia vita e il ministero sacerdotale ed episcopale ho sempre affidato alla Madre del Nostro Signore, Maria Santissima. Perciò, chiedo che le mie spoglie mortali riposino aspettando il giorno della risurrezione nella Basilica Papale di Santa Maria Maggiore.
Desidero che il mio ultimo viaggio terreno si concluda proprio in questo antichissimo santuario Mariano dove mi recavo per la preghiera all’inizio e al termine di ogni Viaggio Apostolico ad affidare fiduciosamente le mie intenzioni alla Madre Immacolata e ringraziarLa per la docile e materna cura.
Chiedo che la mia tomba sia preparata nel loculo della navata laterale tra la Cappella Paolina (Cappella della Salus Populi Romani) e la Cappella Sforza della suddetta Basilica Papale come indicato nell’accluso allegato.
Il sepolcro deve essere nella terra; semplice, senza particolare decoro e con l’unica iscrizione: Franciscus.
Le spese per la preparazione della mia sepoltura saranno coperte con la somma del benefattore che ho disposto, da trasferire alla Basilica Papale di Santa Maria Maggiore e di cui ho provveduto dare opportune istruzioni a Mons. Rolandas Makrickas, Commissario Straordinario del Capitolo Liberiano.

Il Signore dia la meritata ricompensa a coloro che mi hanno voluto bene e continueranno a pregare per me. La sofferenza che si è fatta presente nell’ultima parte della mia vita l’ho offerta al Signore per la pace nel mondo e la fratellanza tra i popoli.”

Santa Marta, 29 giugno 2022
FRANCESCO

Terrazza Mare e il tempo della libertà

Durante il venerdì pasquale in tv c’era la Via Crucis davanti al Colosseo. Oltre al grosso valore religioso, che si può condividere o meno, la potenza dell’evento resta riservata a ciascuno di noi, così come il credo. Ma poi aggiungo: il punto di vista strettamente letterario, che io gli attribuisco, rappresenta un’autentica epica del valore culturale. Mentre venerdì sera la guardavo in tv dentro la mia testa si è messo in moto anche un vero flusso di coscienza che mi ha catapultata a circa trent’anni fa quando la Via Crucis la vivevo in diretta negli spazi davanti alla mia parrocchia, un circolo ben allestito per riprodurre ogni ambito della celebrazione. Io ci andavo con la mia amica Federica anche se ogni passo era speso per chiacchiere silenziose tra noi – poche preghiere le nostre –, sapevamo infatti che era un altro il sentimento che in quel momento ci abitava dentro. Il venerdì pasquale a Jesolo segna da sempre l’inizio della bella estate, quella del divertimento notturno e al tempo, in particolare, quello che dava il là all’apertura del più bel locale del litorale: il Terrazza Mare. Al termine della Via Crucis la nostra direzione si girava verso la zona del Faro dove sopra una bellissima palafitta sul mare c’era il Terrazza che quella sera apriva i battenti dopo la pausa invernale. È da venerdì che mi chiedo perché ero tanto felice di quel ricco calendario di serate che si prospettava davanti alla mia estate perché in fondo mi apparteneva poco. Del tipo: io non volavo rapida da una parte all’altra del locale accolta a braccia aperte da amici che aspettavano solo me per trascorrere il meglio la loro serata. No, io ero solo accettata, poche le parole per me, conoscevo un po’ tutti, certo, ma non ero come loro nel senso che portavo  avanti altri significati: non  vestivo con stile e questo a quei  tempi – forse anche oggi – era un discrimine invalicabile, non sfioravo le loro mosse e forse non stavo mai nei posti dove conveniva fermarsi. Resta che al Terrazza ho speso sogni bellissimi, anche speranze, di certo sufficienti per dire che bastava eccome per andarci. Ma ora il ricordo si ferma su quella gradinata che bisognava salire per entrarci; io, ancora lontana dal sapere che sarebbe arrivata la sclerosi multipla, ho fatto molto più che bene a ritrovarmi proprio lì ogni fine settimana dell’estate. Anche se forse non mi divertivo troppo, anche se non ne ero una grande protagonista, chi se ne frega, sono state belle notti, le ultime libere da pensieri oscuri e più grandi me. Come quella scalinata da salire.

Sono forte, papà, guardami sereno

L’anniversario dall’addio a papà. Eppure della giornata di oggi, di un anno fa, ricordo pochi pezzi, stralci, anche lacrime ma quasi minime, voglia, tanta, di buttarmi dentro al mio dolore in solitudine, questo sì, eppure, chissà perché, tutto mi appariva insabbiato. Molta gente attorno però niente da raccontare. Se penso a ieri ogni ricordo invece è ben scritto dentro. Di oggi meno. Solo che papà ci aveva lasciati. E per sempre. Tutti addosso l’anno scorso. Preoccupati per me, per le conseguenze che la mia salute malandata avrebbe potuto scrivermi sopra, ma ho retto. Come non accade in queste ultime settimane invece. Quasi che la sclerosi multipla si fosse accorta oggi di avere spazio libero tutto per sé. Un anno dopo e senza papà. Che se n’e andato senza mai smettere di avere me nel cuore. Stai tranquillo, sono forte, dammi qualche giorno in più e vinco ancora io con la bella stronza.

Quel telefono che suonò troppe volte

Come oggi. Come domani. Era un anno fa. In testa ancora lo squillo del telefono. Quasi all’alba. Io che mi copro gli occhi e dico “no”. Papà. All’ora di pranzo avevano già chiamato dall’ospedale: “Dateci il consenso. Vorremmo cominciare con la morfina. Si avvia a sentire dolore”. Noi abbiamo tortellini in brodo già pronti in tavola, il programma è quello di andare a trovarlo dopo pranzo. Ma invece ci si muove di corsa. Rimaniamo da lui fino a sera, quando, tornati a casa, ci accorgiamo di non avere voglia di mangiare e buttiamo via tutto. Prima di andare da papà quel  pomeriggio chiamo il prete della nostra parrocchia, vogliamo che riceva l’estrema unzione. Saprò dopo che quelle saranno le ultime ore accanto a papà. Chissà se lui sapeva tutto. Che ero lì con lui, per lui. Gli prendo la mano. Sembra che me la stringa, capisce che sono io, è solo un caso? A un certo punto devo tornare a casa. Non chiedo perché, seguo la corrente. Mi avvicino e gli dico grazie. Per tutto quello che mi hai dato, per tutto quello che mi hai detto. Sono sincera ma sono parole che avrei dovuto dire prima. Prima di quella telefonata ricevuta alla luce di quell’alba impossibile da scordare. Come papa.

Undici mesi fa

Da qualche sera ho ricominciato a fare centro sul bersaglio della Ghigliottina. Passaggio di chiarezza: è il gioco che fanno in tv prima che cominci il Tg di Raiuno, l’ultima battuta è affidata a questa Ghigliottina. La puntata per intero è molto, ma molto, noiosa, più di vent’anni in onda mostrando la stessa solfa credo abbiano seccato un po’ tutti, almeno me. La Ghigliottina ha un altro sapore invece, quello della Settimana Enigmistica per capirci, unica e irripetibile, con il suo cruciverba Bartezzaghi e ancora di più il Ghilardi per non parlare di quello senza schema che chiude l’intero giornaletto di esercizi per la mente. Be’ insomma, allo stesso modo anche la Ghigliottina spinge al ragionamento con le parole e per questo mi piace. Le regole sono semplici: al concorrente vengono fornite volta per volta cinque coppie di parole, ne deve scegliere una, quella tra le due che indentifica come l’indizio giusto per arrivare alla soluzione finale: ovvero il termine che le collega tutte tra loro. Del tipo: strega, specchio, regina, mela, nani. Risposta: favola. O ancora: libro, lavagna, registro, quaderno, grembiule. Soluzione: scuola. Io le ho messe giù facili, facili, fasulle direi, non è così nella realtà. Ma è per questo che la Ghigliottina diverte. La guardo da sempre. Con papà si era arrivati al compromesso: mentre si cenava lui metteva in piedi il suo personale traffico tra i tg che voleva guardare, un quarto d’ora prima delle 20.00 mi passava il telecomando, c’era La Ghigliottina. Continuo a guardarla anche senza di lui. Anche senza beccare la risposta esatta. Ma ultimamente, come dicevo, mi capita di venirne a capo un po’ più spesso e con che soddisfazione poi. Come sono astuta, mi racconto. Be’ vabbè, che sia come sia, che io ci arrivi o che non lo faccia, la Ghigliottina resta il mio appuntamento prima della cena, prima del tg. E così esce un altro ricordo di papà, come quello scambio veloce del telecomando sulla tavola, tra piatti e forchette. E poi in questi giorni, che sono 11 mesi da quel maledetto addio, ancora di più.

Buon compleanno, papà

Oggi, 88, papà. Ma se penso che quelli dell’anno scorso sono stati gli ultimi auguri che ti ho fatto, con un bacio veloce e distratto, vorrei solo mandarmi a quel paese. Dicevi di essere “antico” perché dover ammettere di essere definito vecchio ti pesava sul cuore. Un peso che aveva il mio nome, e lo so. Maledizione a me che non ti ho fatto mai capire quanto ti volevo bene. E dirlo adesso vale? Poco o nulla, per tutte le volte che mi arrabbiavo senza significato contro di te perché lo sapevo che eri buono e con me non te la saresti mai presa. E io me ne sono sempre approfittata. Che ti chieda scusa adesso conta niente. Ci sono cose che non potrò mai recuperare ma la tua carezza calda, la mano che mi stringevi sempre quando c’eri, quando sentivi che ne avevo più bisogno resta qui, con il grande rimpianto di non essere stata in grado di dirtelo. Mi manchi papà. Buon compleanno. Non sei mai stato vecchio.

I tanti meriti che ho

Domani ho la visita neurologica di controllo per la verifica dei movimenti bastardi della sclerosi multipla. Questa in programma è l’ultima del 2024 e l’affronterò con il solito spirito tra fastidio, noia e sincera paura. In ventiquattro anni di onorata carriera di sm, calcolando che quelle in regime regolare sono almeno due all’anno, in bilancio ne ho quindi messe almeno quarantotto. Più tutti gli extra. Indicativamente si sale a sessanta? Direi di sì. Metti questo, aggiungi quello, fai i conti con l’altro, penso di non sbagliare di troppo. Per non parlare della tragica peripezia che si chiama risonanza magnetica, quell’avventura dentro un maledetto tubo che vibra, sbatte e fa rumore che questa volta non ho dovuto affrontare, un po’ come dire, ma che te la faccio fare a fare, mica si vedrà niente di diverso rispetto al disastro che c’è. Quindi dovrei essere calma oggi, mica sono io a ordinare il regime e i progressi della mia stronza di nemica multipla è lei che si muove in modo autonomo: già, ma sei io facessi qualche po’ di fisioterapia, se ci aggiungessi un briciolo di impegno verso la tutela di ciò che resta del mio corpo, se mi amassi di più magari chissà, forse e chi può dirlo lei si muoverebbe in avanti con un po’ di maggiore lentezza. Me lo ripetono tutti e magari hanno ragione, anzi sì che ce l’hanno, ma io invece resto qui a coccolare il mio vuoto, le mie sbandate senza significato, il mio nulla che si riempie di niente. Come se fossi nel giusto addirittura.

Quel dolore che piega

Ieri pomeriggio sono andata al funerale di mio zio, marito di mia zia Maria, sorella del mio papà, morta tre anni fa. Ho visto mio cugino Enrico, il figlio, con le spalle piegate da un dolore che per lui va avanti da troppi anni. Ha accompagnato alla fine dei suoi giorni la mamma, schiacciata da un tumore appesantito dal Covid, l’ha ascoltata nelle sue volontà salutandola fino all’ultimo giorno e poi si è occupato del papà, sorpreso da un senso di abbandono crescente per la perdita della moglie, lo stesso che ha visto inasprire una demenza già in atto e che di certo non si è fermata. Fino a ieri, nel momento del suo ultimo addio. Accanto a Enrico durante il funerale c’erano la moglie e i due figli, una bara, i fiori, gli zii, noi cugini e quel certo senso di solitudine e abbandono che sento dentro di me da quando ho perso papà. Ma in lui ho letto anche un sentimento diverso, un dolore misto a tregua nella consapevolezza di aver dato ai suoi genitori tutto, restituendo quel tutto che aveva ricevuto da loro. L’ho ammirato, il suo coraggio, la voglia di stare lì accompagnato dalla volontà di essere presente senza lacrime mostrando invece quella fermezza che la vita spesso ti chiede di mettere in campo. E alla fine ho intravisto nei suoi occhi il desiderio di prendere le distanze da questi anni, voltare pagina senza dimenticare, sia mai, aggiungendo, invece, ore di quiete al suo dolore.

In prima pagina

Quel dolore furioso alla schiena che da un paio di giorni mi porto appresso ha il nome di quest’afa maledetta che non accenna a voler finire. Aria condizionata che gira senza tregua e che quando non c’è mi porta a cercare quello spiffero che da qualche parte prende quota alla meglio mi tentano sempre piu per fare fronte alle temperature cocenti di questo Ferragosto eterno. E così insieme hanno fatto bingo,  il risultato da un paio di giorni me lo sento disegnato addosso con un dolore alla schiena mai provato prima, quanto meno non con questi toni. Io e il caldo abbiamo un rapporto fatto di tempi stabiliti a inizio estate, come tutti forse, ma io mi sento in dovere di mettermi in cima alla piramide del lamento, che vi piaccia o meno. Qualche settimana gliela concedo: afa, temperature indegne, sfacciataggine nei modi possono anche esistere, “è estate mi ripeto, che vuoi pretendere”. Ma se si va troppo oltre alzo la testa in segno di protesta e tutto mi va sulle scatole, e parto con lamenti fastidiosi anche a me stessa. In pratica, facendo un bilancio, l’estate deve conoscere le regole, se non le rispetta diventa un documento mal scritto. Ché poi io vivo a Jesolo, e qui è il caldo a definire i principi della sua economia “lascia che lavorino dico, va bene così” anche se vorrei la neve, i cucuzzoli delle montagne, quelle di Heidi. Ma dopo il corretto spazio di settimane che concedo non ce la faccio, come tutti credo, ma io con il mio solito egoismo avanzo denunce che guidano, ovvio, alla sclerosi multipla capace con questo caldo di saltare sulla sedia – anche se non ne è fisicamente capace – buttandomi a terra, di fisico, di spirito, di umore.  Vedo i tg poi, fa caldo in tutta Italia ti dicono “e grazie per la precisazione informativa aggiungo” e via con quelle immagini che sono le stesse da sempre: un lui che si bagna la testa sotto una fontanella trovata in una città che chissà quale è, una lei mentre si mangia un gelato mega che di rifrancante pare avere poco, un gruppo che bivacca sulla spiaggia sotto un sole che, santo cielo, deve essere quello delle 12.00 tanto per chiarire il valore di queste informazioni. Subito dopo arrivano i consigli degli esperti che ti dicono di bere tanta acqua, mangiare frutta, uscire nelle ore più fresche, utile da sapere, grazie, lo ignoravo. E per il mio mal di schiena, cari giornalisti, qualche consiglio autorevole da mettere in prima pagina me lo date?