Domani ho la visita neurologica di controllo per la verifica dei movimenti bastardi della sclerosi multipla. Questa in programma è l’ultima del 2024 e l’affronterò con il solito spirito tra fastidio, noia e sincera paura. In ventiquattro anni di onorata carriera di sm, calcolando che quelle in regime regolare sono almeno due all’anno, in bilancio ne ho quindi messe almeno quarantotto. Più tutti gli extra. Indicativamente si sale a sessanta? Direi di sì. Metti questo, aggiungi quello, fai i conti con l’altro, penso di non sbagliare di troppo. Per non parlare della tragica peripezia che si chiama risonanza magnetica, quell’avventura dentro un maledetto tubo che vibra, sbatte e fa rumore che questa volta non ho dovuto affrontare, un po’ come dire, ma che te la faccio fare a fare, mica si vedrà niente di diverso rispetto al disastro che c’è. Quindi dovrei essere calma oggi, mica sono io a ordinare il regime e i progressi della mia stronza di nemica multipla è lei che si muove in modo autonomo: già, ma sei io facessi qualche po’ di fisioterapia, se ci aggiungessi un briciolo di impegno verso la tutela di ciò che resta del mio corpo, se mi amassi di più magari chissà, forse e chi può dirlo lei si muoverebbe in avanti con un po’ di maggiore lentezza. Me lo ripetono tutti e magari hanno ragione, anzi sì che ce l’hanno, ma io invece resto qui a coccolare il mio vuoto, le mie sbandate senza significato, il mio nulla che si riempie di niente. Come se fossi nel giusto addirittura.
Categoria: Cose che provo
Quel dolore che piega
Ieri pomeriggio sono andata al funerale di mio zio, marito di mia zia Maria, sorella del mio papà, morta tre anni fa. Ho visto mio cugino Enrico, il figlio, con le spalle piegate da un dolore che per lui va avanti da troppi anni. Ha accompagnato alla fine dei suoi giorni la mamma, schiacciata da un tumore appesantito dal Covid, l’ha ascoltata nelle sue volontà salutandola fino all’ultimo giorno e poi si è occupato del papà, sorpreso da un senso di abbandono crescente per la perdita della moglie, lo stesso che ha visto inasprire una demenza già in atto e che di certo non si è fermata. Fino a ieri, nel momento del suo ultimo addio. Accanto a Enrico durante il funerale c’erano la moglie e i due figli, una bara, i fiori, gli zii, noi cugini e quel certo senso di solitudine e abbandono che sento dentro di me da quando ho perso papà. Ma in lui ho letto anche un sentimento diverso, un dolore misto a tregua nella consapevolezza di aver dato ai suoi genitori tutto, restituendo quel tutto che aveva ricevuto da loro. L’ho ammirato, il suo coraggio, la voglia di stare lì accompagnato dalla volontà di essere presente senza lacrime mostrando invece quella fermezza che la vita spesso ti chiede di mettere in campo. E alla fine ho intravisto nei suoi occhi il desiderio di prendere le distanze da questi anni, voltare pagina senza dimenticare, sia mai, aggiungendo, invece, ore di quiete al suo dolore.
In prima pagina
Quel dolore furioso alla schiena che da un paio di giorni mi porto appresso ha il nome di quest’afa maledetta che non accenna a voler finire. Aria condizionata che gira senza tregua e che quando non c’è mi porta a cercare quello spiffero che da qualche parte prende quota alla meglio mi tentano sempre piu per fare fronte alle temperature cocenti di questo Ferragosto eterno. E così insieme hanno fatto bingo, il risultato da un paio di giorni me lo sento disegnato addosso con un dolore alla schiena mai provato prima, quanto meno non con questi toni. Io e il caldo abbiamo un rapporto fatto di tempi stabiliti a inizio estate, come tutti forse, ma io mi sento in dovere di mettermi in cima alla piramide del lamento, che vi piaccia o meno. Qualche settimana gliela concedo: afa, temperature indegne, sfacciataggine nei modi possono anche esistere, “è estate mi ripeto, che vuoi pretendere”. Ma se si va troppo oltre alzo la testa in segno di protesta e tutto mi va sulle scatole, e parto con lamenti fastidiosi anche a me stessa. In pratica, facendo un bilancio, l’estate deve conoscere le regole, se non le rispetta diventa un documento mal scritto. Ché poi io vivo a Jesolo, e qui è il caldo a definire i principi della sua economia “lascia che lavorino dico, va bene così” anche se vorrei la neve, i cucuzzoli delle montagne, quelle di Heidi. Ma dopo il corretto spazio di settimane che concedo non ce la faccio, come tutti credo, ma io con il mio solito egoismo avanzo denunce che guidano, ovvio, alla sclerosi multipla capace con questo caldo di saltare sulla sedia – anche se non ne è fisicamente capace – buttandomi a terra, di fisico, di spirito, di umore. Vedo i tg poi, fa caldo in tutta Italia ti dicono “e grazie per la precisazione informativa aggiungo” e via con quelle immagini che sono le stesse da sempre: un lui che si bagna la testa sotto una fontanella trovata in una città che chissà quale è, una lei mentre si mangia un gelato mega che di rifrancante pare avere poco, un gruppo che bivacca sulla spiaggia sotto un sole che, santo cielo, deve essere quello delle 12.00 tanto per chiarire il valore di queste informazioni. Subito dopo arrivano i consigli degli esperti che ti dicono di bere tanta acqua, mangiare frutta, uscire nelle ore più fresche, utile da sapere, grazie, lo ignoravo. E per il mio mal di schiena, cari giornalisti, qualche consiglio autorevole da mettere in prima pagina me lo date?
Il primo compleanno da soli, senza te
Fra una decina di giorni mamma compirà gli anni, il suo primo compleanno senza papà, e non so cosa aspettarmi, da parte sua, mia e di tutti noi. Perché nella mia famiglia i compleanni sono sempre stati una festa per tutti e quattro, piccoli regali, qualche dolcetto, niente di straordinario ma comunque un giorno da mettere in prima fila rispetto agli altri. La prima a compiere gli anni senza papà è proprio mamma. Lei. La più debole fra noi per ragioni che non è possibile mettere per iscritto. Da un bel po’ di anni l’unica in famiglia a ricevere regali per il proprio compleanno sono io, e pure bellissimi, circondata come sono da un affetto immeritato, protetta da un abbraccio che mi scalda il cuore e che, ogni primo gennaio, davanti a quel pacchetto sempre più prezioso e brillante piange per ringraziare. Ma il prossimo 19 agosto si festeggia mamma, e siamo solo noi tre. Mancherà proprio lui, papà, che come regalo per mia mamma andava sempre in fioreria per farle recapitare a casa, dopo decenni di matrimonio, il suo personale omaggio che arrivava dopo uno squillo del campanello. E mentre il fiorista saliva in casa e mamma riceveva il suo omaggio si metteva in moto sempre lo stesso siparietto: papà stava dietro a una colonna mentre ascoltava le sue parole. Se erano fiori mamma che diceva “Ho pochi vasi e poi moriranno subito”, mentre se era una pianta “Non so dove metterla, ne ho davvero troppe!”, e poi si scambiano quel sorriso complice non prima che papà la guardasse e le dicesse “Passami tutto che ti aiuto io”. E quest’anno invece niente e lei starà male e io mi preparo al peggio, per tutti noi che sentiremo quel vuoto che vibra tutti i giorni. Ne ho parlato con Luca ieri sera e mi ha detto che ha già pensato a tutto: andremo fuori a cena quella sera, stai tranquilla mi ha detto, ce la faremo. Io mi fido di lui.
Quattro mesi fa…
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille tanto offuscate, erano le tue.
Eugenio Montale
Sveliamoli questi numeri romani
Sempre lo stesso titolo, seguito dalla progressione di un numero romano. Ma non ho mai detto quale ne sia l’origine, in che direzione va, perché arriva fino a qui. La storia parte da lontano e finisce al mio oggi, tormentato e demolito dalla morte di papà. Anni fa, Don Lucio, il mio parroco, seguendo traiettorie che in gran parte mi sfuggono, mi raggiunse chiedendomi di collaborare con lui per tentare di coinvolgere alle attività allestite per loro quelli che considera i suoi ragazzi. Mi sfuggono tanti dettagli di quella domanda ma so che dissi va bene e lì cominciò un percorso che fece bene prima di tutto a me perché mi portò a dire davanti a molti di loro “ciao, mi chiamo Cinzia, ho la sclerosi multipla”. Mica roba da poco, in quel momento ero sigillata dentro mutismi di debole protezione che all’improvviso avevo abbattuto. E quindi grazie, Don Lucio. Che poi mi domandò di scrivere con i ragazzi, o se non altro chiedere loro di farlo, ma su questo punto non portai a casa grossi risultati; poi pensammo di farli parlare delle loro debolezze e necessità, e anche qui peggio che andar di notte ma la causa fu solo mia che non ho né capacità né strumenti per affrontare un progetto di questa portata. Arrivò il Covid, con la sua tenda ben tirata sopra tutti noi che imballò di blocco ogni nostra manovra impedendoci di proseguire sulla strada maestra. Passato il grosso della bufera nacque il Giornale del Litorale, un contenitore per tutte le informazioni parrocchiali che portava con sé anche una rubrica dedicata ai più giovani, lo spazio intitolato Care ragazze, Cari ragazzi che Don Lucio mi chiese di guidare. Va bene, dissi. Ascoltando la sua domanda tracciai le fila di uno spazio che toccava argomenti a titolo libero allo scopo di far sentire i più giovani protagonisti di un pensiero su cui poter riflettere. Ci provai almeno, senza troppa continuità per essere sincera, per mancanza di tempo, così come di idee. Ma qui arriva papà, ogni volta che scrivevo per il Giornale del Litorale e Don Lucio pubblicava il mio pezzo lui, molto fieramente, andava in chiesa a ritirarne due copie, una per leggerla, l’altra per archiviarla tra le sue carte personali. Dettaglio: ho scritto per quasi vent’anni per un free press molto diffuso a Jesolo che raccontava ai turisti quanto veniva organizzato in città. Ricordo che papà lo sfogliava in un modo niente più che distratto. Il Giornale del Litorale? Altra storia, ne era orgoglioso per ragioni che non voglio nemmeno indagare. Lo sa lui, mi basta. Ma adesso sono io che non posso smettere di scriverci e nemmeno di pubblicare il testo qui, nel mio blog. Ecco dove sta la ragione di questa progressione di numeri romani associata a testi che cominciano sempre con il titolo Care ragazze, cari ragazzi.
Quel Wapp in più che fa la differenza
E così, sbocciato per caso e con una certa rapidità, è nato il gruppo Wapp che mette insieme i contatti, i nomi, i volti dei miei cugini che, senza abitudine di vedersi, sentirsi, frequentarsi anche solo per salutarsi in occasione degli auguri di Natale, ora possono scambiarsi tutti insieme almeno un ciao. Siamo cugini, figlie e figli di sorelle e fratelli di papà, uniti in un gruppo che ha preso quota su iniziativa di Elena – cugina che io ho cominciato a frequentare da poco – che intendono costruire in questo modo un legame un po’ più forte del cenno veloce solo se capita e se è proprio necessario. Perché tra molti di noi, va detto, a un certo punto è sorta una barriera che nessuno oggi ricorda o addirittura capisce come sia nata. Dietro devono esserci certi battibecchi tra i nostri genitori con un’origine più che inutile se non addirittura stupida: il fatto autentico comprende, io credo, i meccanismi messi in moto proprio da loro, erano tanti e componevano una generazione che, senza cattiveria o desiderio di procurarsi dolore reciproco, in testa aveva un vissuto poco bello, come il ricordo di una guerra che era lì accanto quando erano troppo giovani per dare una spiegazione precisa a quello che stava accadendo. Penso che questo abbia aperto dettagli dal valore pesante che ha disegnato addosso una forte difficoltà per imparare il verso corretto di una comunicazione sana e matura. Mica che in gioventù litigassero tutti i giorni, certo no, ma invidie, gelosie e chiacchiericci inservibili, spesso stupidi, raramente venivano messi da parte. Ora tocca a noi riannodare le fila di quel che andato perso, ci siamo detti, i mezzi li abbiamo, la testa anche, quel tempo fa va cancellato, non serviva ieri figuriamoci oggi che sul banco mettiamo vite diverse e occasioni più facili, perciò ora è tempo per passare oltre. Insomma, Elena ha dato l’avvio a un’occasione che i nostri genitori non hanno avuto per mettere in piedi una discussione adulta, la forza del racconto e il potere di una risata in compagnia. Forse anche noi non ce la faremo, può darsi pure che il nostro gruppo resterà lì solo per suonare ogni tanto con miseri messaggi, chissà, solo alcuni di noi si raggiungeranno per una pizza, altri diranno sempre “no grazie, ci vediamo alla prossima”, che so, è probabile che non riusciremo a scovare nemmeno il numero di tutti malgrado l’impegno che ci siamo dati. Quello che do per certo è che papà è felice del nostro programma e io con lui.
Andrà come andrà
Mi stuferò fino al punto che mi salteranno i nervi in modo deciso contro tutti in famiglia come mai mi è successo prima? Forse. Perché sono stanca e anche preoccupata ma per andare avanti in modo maturo so di dover trovare la strada corretta. E quindi affiancare le richieste di tutti, mamma e fratello, perché vivono come me le tracce di un dolore troppo recente per avere un nome, questo lo so, ma prima di tutto riconosco che non va scaricato l’uno sull’altro come accade adesso. Loro due sono più forti di carattere di me, come lo erano di papà, perciò mentre mi passano davanti mi rovesciano sopra la testa il loro borsone di energie con continui “te l’avevo detto”, “tu lo sapevi”, “fai basta”, “sei sfibrante, ripetitiva”, e via sul tono. E potrebbe essere anche tutto vero ma è il massimo che so fare per cercare di trovare un equilibrio da dare anche a me stessa, soprattutto adesso che mi sento chiusa all’interno di una prigione di dolore e paure. Per tutto, per tutti. Fino a lei, la sclerosi multipla, che mi vive affianco sghignazzando, lei ride, la fortunella, che in me ha trovato un esserino debole e pigro, come le piace tanto fino a farmi credere che mi insegue per gettarmi dentro le sue radici infami. Giriamo pagina allora, lo so che non devo aver paura, mi conosco e farò quello che serve, perché anche arrivata al limite dovrò continuare con questi modi e su questa linea cercando di porre rimedio alle questioni che si sono aperte, anche pagando pene che non ho compiuto, soffocando pagine di dolore che è meglio stringere a me in silenzio, tentando magari di capire, solo capire, maldestramente forse, perché più di così non so fare ma serve, augurandomi invece che il peso da trasportare non aumenti come invece temo.
Qui con me manchi tu
E lo sapevo che prima o poi avrebbe gridato “eccomi, mi riconosci? Sono qui”, e lo sapevo che in mezzo a tutto, tra il silenzio delle mie speranze avrebbe allungato il collo per dire con i suoi toni malefici “cosa credevi, che fosse facile liberarsi del mio abbraccio fasullo e cattivo? Proprio adesso? L’illusa”. Ma certo che lo sapevo che la stronza di sclerosi multipla mi viaggiava accanto, la vedevo pure, la sentivo soffiarmi addosso – e che schifo – ma stavo zitta, rispettavo papà, non volevo dargli il dolore della preoccupazione per me che ha provato fino al suo ultimo respiro e allora cercavo di fare finta di nulla. Ma adesso Sua Maestà la regina sta ricacciando fuori le unghie con troppo e rinnovato vigore, sulle gambe per esempio, che mi fanno male, che sono rigide come due assi di legno e che quando si piegano lo fanno di botto col rischio di farmi cadere. La stronza non ha rispetto per niente, lei ci sguazza nel dolore degli altri, nello stress di un periodo da non poter nemmeno descrivere perché tutto è talmente diverso da spostare le fila della mia vita, quelle di ieri, quelle di oggi e quelle di domani su prospettive dai contorni così annebbiati da fare paura. È la sclerosi multipla l’unica a essere certa del suo futuro, sa anche troppo bene cosa fare di me, dove andare, dove portarmi, dove mettersi in sosta per approfittare di tutto quello di cui si è impadronita trasportando con sé anche il resto. Sento dolore e paura adesso, ma soprattutto tanta voglia di riavere papà qui con me.
III Media
Io ho fatto gli esami di terza media, se è per questo ho fatto anche il Ginnasio e il corso universitario di vecchio ordinamento che durava quattro anni. Un’altra dichiarazione anagrafica la mia, insomma. Perché oggi, anno 2024, queste vie scolastiche hanno nomi diversi, rinnovati, anche se credo che la sostanza non sia cambiata, al termine di ogni singolo corso, per accedere al successivo, c’è da fare un esame. Domani comincia, con la prova d’italiano, quello della Scuola Secondaria di Primo Grado, che erano le Medie dei miei tempi. La figlia di Federica, la mia amica d’infanzia, si chiama Beatrice ed è sugli scudi di partenza per affrontarla, l’ho vista l’altro giorno e tutto sommato mi è sembrata tranquilla, ho visto la mamma e tutto sommato mi è sembrata un po’ più che agitata. Senza che Bea se ne accorgesse le ho lanciato un’occhiataccia facendole capire che così non va, tra le due, intendevo dirle, sono io quella che, come da copione, si incammina in quarta sulla tavola delle ansie, per carattere, per inclinazione naturale, per disposizione d’animo, ed è proprio questo che compensa i sentimenti del nostro lungo rapporto. Io sono sempre in equilibrio tra mille domande, Fede con fin troppe certezze, io di poche bravure, Fede di assoluto talento io carica di dubbi incondizionati, Fede con convinzioni che vanno oltre il limite. E via su questa direzione. Proprio questo ci aiuta anche nel ruolo di educatrici che un po’ per destino e un po’ per volontà ci siamo scritte addosso, lei da mamma, io da zia – come mi chiama Beatrice – perché lo sappiamo tutte girandoci da una parte o dall’altra che lei troverà in noi le due facce della medaglia della vita. Non non ce lo siamo mai dette esplicitamente io e Fede, ma nel tempo questo meccanismo si è messo in moto tra le parallele della vita. Se Bea guarda la mamma trova la sicurezza di un’educazione solida ed energica, se lo rivolge a me vede come prendere atto di quei perché che la vita non risparmia mai ma che vanno considerati sempre. Questo è il patto non scritto dell’amicizia tra me e Fede, quella nata sui banchi di due licei diversi ma in forte comunicazione tra loro, quella che da decenni non ci ha mai abbandonate tra gli alti e i bassi delle nostre vite non proprio facili. Cara Fede, fai vivere a me le ansie per il domani scolastico di Bea, è il mio ruolo, tu fai la forte a me spetta il compito di sostenerla nelle debolezze perché altrimenti perdiamo il timone di questa cavolo di nave che portiamo avanti insieme da sempre.