Fra una decina di giorni mamma compirà gli anni, il suo primo compleanno senza papà, e non so cosa aspettarmi, da parte sua, mia e di tutti noi. Perché nella mia famiglia i compleanni sono sempre stati una festa per tutti e quattro, piccoli regali, qualche dolcetto, niente di straordinario ma comunque un giorno da mettere in prima fila rispetto agli altri. La prima a compiere gli anni senza papà è proprio mamma. Lei. La più debole fra noi per ragioni che non è possibile mettere per iscritto. Da un bel po’ di anni l’unica in famiglia a ricevere regali per il proprio compleanno sono io, e pure bellissimi, circondata come sono da un affetto immeritato, protetta da un abbraccio che mi scalda il cuore e che, ogni primo gennaio, davanti a quel pacchetto sempre più prezioso e brillante piange per ringraziare. Ma il prossimo 19 agosto si festeggia mamma, e siamo solo noi tre. Mancherà proprio lui, papà, che come regalo per mia mamma andava sempre in fioreria per farle recapitare a casa, dopo decenni di matrimonio, il suo personale omaggio che arrivava dopo uno squillo del campanello. E mentre il fiorista saliva in casa e mamma riceveva il suo omaggio si metteva in moto sempre lo stesso siparietto: papà stava dietro a una colonna mentre ascoltava le sue parole. Se erano fiori mamma che diceva “Ho pochi vasi e poi moriranno subito”, mentre se era una pianta “Non so dove metterla, ne ho davvero troppe!”, e poi si scambiano quel sorriso complice non prima che papà la guardasse e le dicesse “Passami tutto che ti aiuto io”. E quest’anno invece niente e lei starà male e io mi preparo al peggio, per tutti noi che sentiremo quel vuoto che vibra tutti i giorni. Ne ho parlato con Luca ieri sera e mi ha detto che ha già pensato a tutto: andremo fuori a cena quella sera, stai tranquilla mi ha detto, ce la faremo. Io mi fido di lui.
Categoria: Cose che provo
Quattro mesi fa…
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille tanto offuscate, erano le tue.
Eugenio Montale
Sveliamoli questi numeri romani
Sempre lo stesso titolo, seguito dalla progressione di un numero romano. Ma non ho mai detto quale ne sia l’origine, in che direzione va, perché arriva fino a qui. La storia parte da lontano e finisce al mio oggi, tormentato e demolito dalla morte di papà. Anni fa, Don Lucio, il mio parroco, seguendo traiettorie che in gran parte mi sfuggono, mi raggiunse chiedendomi di collaborare con lui per tentare di coinvolgere alle attività allestite per loro quelli che considera i suoi ragazzi. Mi sfuggono tanti dettagli di quella domanda ma so che dissi va bene e lì cominciò un percorso che fece bene prima di tutto a me perché mi portò a dire davanti a molti di loro “ciao, mi chiamo Cinzia, ho la sclerosi multipla”. Mica roba da poco, in quel momento ero sigillata dentro mutismi di debole protezione che all’improvviso avevo abbattuto. E quindi grazie, Don Lucio. Che poi mi domandò di scrivere con i ragazzi, o se non altro chiedere loro di farlo, ma su questo punto non portai a casa grossi risultati; poi pensammo di farli parlare delle loro debolezze e necessità, e anche qui peggio che andar di notte ma la causa fu solo mia che non ho né capacità né strumenti per affrontare un progetto di questa portata. Arrivò il Covid, con la sua tenda ben tirata sopra tutti noi che imballò di blocco ogni nostra manovra impedendoci di proseguire sulla strada maestra. Passato il grosso della bufera nacque il Giornale del Litorale, un contenitore per tutte le informazioni parrocchiali che portava con sé anche una rubrica dedicata ai più giovani, lo spazio intitolato Care ragazze, Cari ragazzi che Don Lucio mi chiese di guidare. Va bene, dissi. Ascoltando la sua domanda tracciai le fila di uno spazio che toccava argomenti a titolo libero allo scopo di far sentire i più giovani protagonisti di un pensiero su cui poter riflettere. Ci provai almeno, senza troppa continuità per essere sincera, per mancanza di tempo, così come di idee. Ma qui arriva papà, ogni volta che scrivevo per il Giornale del Litorale e Don Lucio pubblicava il mio pezzo lui, molto fieramente, andava in chiesa a ritirarne due copie, una per leggerla, l’altra per archiviarla tra le sue carte personali. Dettaglio: ho scritto per quasi vent’anni per un free press molto diffuso a Jesolo che raccontava ai turisti quanto veniva organizzato in città. Ricordo che papà lo sfogliava in un modo niente più che distratto. Il Giornale del Litorale? Altra storia, ne era orgoglioso per ragioni che non voglio nemmeno indagare. Lo sa lui, mi basta. Ma adesso sono io che non posso smettere di scriverci e nemmeno di pubblicare il testo qui, nel mio blog. Ecco dove sta la ragione di questa progressione di numeri romani associata a testi che cominciano sempre con il titolo Care ragazze, cari ragazzi.
Quel Wapp in più che fa la differenza
E così, sbocciato per caso e con una certa rapidità, è nato il gruppo Wapp che mette insieme i contatti, i nomi, i volti dei miei cugini che, senza abitudine di vedersi, sentirsi, frequentarsi anche solo per salutarsi in occasione degli auguri di Natale, ora possono scambiarsi tutti insieme almeno un ciao. Siamo cugini, figlie e figli di sorelle e fratelli di papà, uniti in un gruppo che ha preso quota su iniziativa di Elena – cugina che io ho cominciato a frequentare da poco – che intendono costruire in questo modo un legame un po’ più forte del cenno veloce solo se capita e se è proprio necessario. Perché tra molti di noi, va detto, a un certo punto è sorta una barriera che nessuno oggi ricorda o addirittura capisce come sia nata. Dietro devono esserci certi battibecchi tra i nostri genitori con un’origine più che inutile se non addirittura stupida: il fatto autentico comprende, io credo, i meccanismi messi in moto proprio da loro, erano tanti e componevano una generazione che, senza cattiveria o desiderio di procurarsi dolore reciproco, in testa aveva un vissuto poco bello, come il ricordo di una guerra che era lì accanto quando erano troppo giovani per dare una spiegazione precisa a quello che stava accadendo. Penso che questo abbia aperto dettagli dal valore pesante che ha disegnato addosso una forte difficoltà per imparare il verso corretto di una comunicazione sana e matura. Mica che in gioventù litigassero tutti i giorni, certo no, ma invidie, gelosie e chiacchiericci inservibili, spesso stupidi, raramente venivano messi da parte. Ora tocca a noi riannodare le fila di quel che andato perso, ci siamo detti, i mezzi li abbiamo, la testa anche, quel tempo fa va cancellato, non serviva ieri figuriamoci oggi che sul banco mettiamo vite diverse e occasioni più facili, perciò ora è tempo per passare oltre. Insomma, Elena ha dato l’avvio a un’occasione che i nostri genitori non hanno avuto per mettere in piedi una discussione adulta, la forza del racconto e il potere di una risata in compagnia. Forse anche noi non ce la faremo, può darsi pure che il nostro gruppo resterà lì solo per suonare ogni tanto con miseri messaggi, chissà, solo alcuni di noi si raggiungeranno per una pizza, altri diranno sempre “no grazie, ci vediamo alla prossima”, che so, è probabile che non riusciremo a scovare nemmeno il numero di tutti malgrado l’impegno che ci siamo dati. Quello che do per certo è che papà è felice del nostro programma e io con lui.
Andrà come andrà
Mi stuferò fino al punto che mi salteranno i nervi in modo deciso contro tutti in famiglia come mai mi è successo prima? Forse. Perché sono stanca e anche preoccupata ma per andare avanti in modo maturo so di dover trovare la strada corretta. E quindi affiancare le richieste di tutti, mamma e fratello, perché vivono come me le tracce di un dolore troppo recente per avere un nome, questo lo so, ma prima di tutto riconosco che non va scaricato l’uno sull’altro come accade adesso. Loro due sono più forti di carattere di me, come lo erano di papà, perciò mentre mi passano davanti mi rovesciano sopra la testa il loro borsone di energie con continui “te l’avevo detto”, “tu lo sapevi”, “fai basta”, “sei sfibrante, ripetitiva”, e via sul tono. E potrebbe essere anche tutto vero ma è il massimo che so fare per cercare di trovare un equilibrio da dare anche a me stessa, soprattutto adesso che mi sento chiusa all’interno di una prigione di dolore e paure. Per tutto, per tutti. Fino a lei, la sclerosi multipla, che mi vive affianco sghignazzando, lei ride, la fortunella, che in me ha trovato un esserino debole e pigro, come le piace tanto fino a farmi credere che mi insegue per gettarmi dentro le sue radici infami. Giriamo pagina allora, lo so che non devo aver paura, mi conosco e farò quello che serve, perché anche arrivata al limite dovrò continuare con questi modi e su questa linea cercando di porre rimedio alle questioni che si sono aperte, anche pagando pene che non ho compiuto, soffocando pagine di dolore che è meglio stringere a me in silenzio, tentando magari di capire, solo capire, maldestramente forse, perché più di così non so fare ma serve, augurandomi invece che il peso da trasportare non aumenti come invece temo.
Qui con me manchi tu
E lo sapevo che prima o poi avrebbe gridato “eccomi, mi riconosci? Sono qui”, e lo sapevo che in mezzo a tutto, tra il silenzio delle mie speranze avrebbe allungato il collo per dire con i suoi toni malefici “cosa credevi, che fosse facile liberarsi del mio abbraccio fasullo e cattivo? Proprio adesso? L’illusa”. Ma certo che lo sapevo che la stronza di sclerosi multipla mi viaggiava accanto, la vedevo pure, la sentivo soffiarmi addosso – e che schifo – ma stavo zitta, rispettavo papà, non volevo dargli il dolore della preoccupazione per me che ha provato fino al suo ultimo respiro e allora cercavo di fare finta di nulla. Ma adesso Sua Maestà la regina sta ricacciando fuori le unghie con troppo e rinnovato vigore, sulle gambe per esempio, che mi fanno male, che sono rigide come due assi di legno e che quando si piegano lo fanno di botto col rischio di farmi cadere. La stronza non ha rispetto per niente, lei ci sguazza nel dolore degli altri, nello stress di un periodo da non poter nemmeno descrivere perché tutto è talmente diverso da spostare le fila della mia vita, quelle di ieri, quelle di oggi e quelle di domani su prospettive dai contorni così annebbiati da fare paura. È la sclerosi multipla l’unica a essere certa del suo futuro, sa anche troppo bene cosa fare di me, dove andare, dove portarmi, dove mettersi in sosta per approfittare di tutto quello di cui si è impadronita trasportando con sé anche il resto. Sento dolore e paura adesso, ma soprattutto tanta voglia di riavere papà qui con me.
III Media
Io ho fatto gli esami di terza media, se è per questo ho fatto anche il Ginnasio e il corso universitario di vecchio ordinamento che durava quattro anni. Un’altra dichiarazione anagrafica la mia, insomma. Perché oggi, anno 2024, queste vie scolastiche hanno nomi diversi, rinnovati, anche se credo che la sostanza non sia cambiata, al termine di ogni singolo corso, per accedere al successivo, c’è da fare un esame. Domani comincia, con la prova d’italiano, quello della Scuola Secondaria di Primo Grado, che erano le Medie dei miei tempi. La figlia di Federica, la mia amica d’infanzia, si chiama Beatrice ed è sugli scudi di partenza per affrontarla, l’ho vista l’altro giorno e tutto sommato mi è sembrata tranquilla, ho visto la mamma e tutto sommato mi è sembrata un po’ più che agitata. Senza che Bea se ne accorgesse le ho lanciato un’occhiataccia facendole capire che così non va, tra le due, intendevo dirle, sono io quella che, come da copione, si incammina in quarta sulla tavola delle ansie, per carattere, per inclinazione naturale, per disposizione d’animo, ed è proprio questo che compensa i sentimenti del nostro lungo rapporto. Io sono sempre in equilibrio tra mille domande, Fede con fin troppe certezze, io di poche bravure, Fede di assoluto talento io carica di dubbi incondizionati, Fede con convinzioni che vanno oltre il limite. E via su questa direzione. Proprio questo ci aiuta anche nel ruolo di educatrici che un po’ per destino e un po’ per volontà ci siamo scritte addosso, lei da mamma, io da zia – come mi chiama Beatrice – perché lo sappiamo tutte girandoci da una parte o dall’altra che lei troverà in noi le due facce della medaglia della vita. Non non ce lo siamo mai dette esplicitamente io e Fede, ma nel tempo questo meccanismo si è messo in moto tra le parallele della vita. Se Bea guarda la mamma trova la sicurezza di un’educazione solida ed energica, se lo rivolge a me vede come prendere atto di quei perché che la vita non risparmia mai ma che vanno considerati sempre. Questo è il patto non scritto dell’amicizia tra me e Fede, quella nata sui banchi di due licei diversi ma in forte comunicazione tra loro, quella che da decenni non ci ha mai abbandonate tra gli alti e i bassi delle nostre vite non proprio facili. Cara Fede, fai vivere a me le ansie per il domani scolastico di Bea, è il mio ruolo, tu fai la forte a me spetta il compito di sostenerla nelle debolezze perché altrimenti perdiamo il timone di questa cavolo di nave che portiamo avanti insieme da sempre.
Ha visto, papà?
Ieri mi sono licenziata. Ci ho pensato tanto sull’opportunità o meno di farlo, ho terminato i miei giorni di malattia conseguenti all’intervento alla cornea, tutti quelli di ferie accumulati nel tempo e poco alla volta ho cominciato a mettere forma a un progetto che mi girava in testa da un po’ ragionando se fosse davvero quello giusto. È stato papà, poco prima di morire, a inserire la marcia giusta su di me, lui, proprio lui che aveva dedicato la vita al lavoro senza farsi nessuno sconto personale – anzi -, nei suoi ultimi giorni ha buttato sul piatto una richiesta timida fatta con un tono non certo impositivo anzi, piuttosto esitante, e che diceva “è proprio necessario che tu ci vada al lavoro, stai a casa, non ne hai bisogno?”. Gli ho detto di non preoccuparsi, sapevo che aveva ragione, mi ha sorriso e da lì il mio pensiero ha preso misura. E ieri ho messo l’ultima firma, quella che ha sciolto il mio contratto. E mentre salutavo, e mentre in molti mi si avvicinavano, e mentre in tanti mi chiedevano come stavo, e mentre mi sembrava fosse arrivato il tempo giusto per tornare a casa, qualcuno, senza che me ne accorgessi, mi ha accompagnata nella sala da pranzo della direzione dove c’erano tutti “sorpresa” hanno gridato “grazie di tutto, Cinzia” accompagnando il saluto da un applauso rumoroso. E davanti c’era un tavolo con pizza e dolci, e una busta con un regalo bello e rosa, e un biglietto con dedica che mi ha fatto scendere quelle lacrime leggere che sanno aggiungere gioia al momento. Lo vedi papà, ho seguito il tuo consiglio pieno d’amore, mi vedevi stanca, me lo dicevi tutti i giorni quando andavo via “guarda un po’ se tocca a te andare al lavoro, mentre io sto a casa” con una dolcezza che io non premiavo forse nemmeno con un sorriso. Ho terminato con soddisfazione questa pagina che mi ha insegnato molto, figuriamoci se lo nego, ma è merito di quanto mi avete insegnato tu e la mamma se ieri il sipario si è chiuso con una soddisfazione che spero tu abbia visto.
E manchi, papà
E mancano le tue timide carezze, e mancano le parole, e mancano le discussioni, e mancano tutte le attenzioni riservate solo a me, e manca la voce, e mancano le prese in giro, e mancano quei momenti scritti spesso a caso, e mancano perfino le liti, e mancano i tuoi aiuti sempre presenti, e mancano quei sorrisi sfuggenti, e mancano le tue curiosità, e mancano le risate, e mancano le prime colazioni trascorse insueme, e mancano anche le discussioni, e mancano quei riti quotidiani, e manca quell’amore mai dichiarato ma forse per questo ancora più forte, e manca il tuo caffè, e mancano le attese, e manca il caos maturato dai gesti mal fatti, e manca la tua voglia di esserci sempre per me, e manca la confusione, e mancano le parole di ogni giorno, e manca il sonno, e manca la sicurezza che davi col tuo polso sicuro, e manca quello che eri e che nemmeno sospettavo esistesse, e manca con rimorso quando non ti capivo, e manca quando ctedevo non mi capissi, e manca la tua soddisfazione per ogni cosa che facevo, e mancano le mie prese di posizione diverse dalle tue perché poi ci facevano incontrare di nuovo da qualche parte, e manca che sapevi fare tutto e io non lo riconoscevo, e manca che c’eri sempre e non solo per me, e manca quel tanto che mi davi, e mancano bruciando quei pochi grazie che ti ho detto, e manca che eri buono, e manca con dolore perché non l’ho riconosciuto in tempo, e manca che eri sempre presente per me, e manca quella carezza sulla fronte che mi davi ogni giorno prima che uscissi di casa per andare al lavoro, e manca che ti facevo arrabbiare ma per te durava un attimo, e manca che non serviva chiederti niente neanche scusa, e manca quello che non ti ho detto, e manca tutto di te. Manchi tu, papà.
Due mesi
Dopodomani saranno due mesi, papà. E manchi tanto lasciando quel senso di vuoto e malinconia che tocchiamo sempre più forte. Se vado a fondo col pensiero sento dolore, solo dolore, assenza per le cose che facevi, anche quelle banali e che vorrei rivivere. Oggi davanti casa nostra parte una maratona in notturna che fanno ogni primavera e che sto impatando a detestare proprio perché è come se quest’anno avesse inciso il tuo nome. La partenza: te la guardavi, scendevi le scale e stavi li sul via, aspettavi gli atleti in rampa di lancio, l’inno, salutavi i tanti del pubblico che conoscevi e poi tornavi in casa per cena. Stasera saranno tutti al via senza te. Come noi.