Alla fine ho dovuto cedere. Ho alzato le mani e mi sono arresa: ho chiamato al lavoro e ho detto non vengo, perdonatemi, credo sia meglio così, il rischio c’è mica posso fingere ancora per molto che non ci sia. La mia direttrice mi ha detto: ci penso da giorni a te, è la scelta giusta, sarebbe imprudente, sei senza difese immunitarie, non voglio rischiare. E cosi sono a casa, quello che non volevo, perché mi fa sentire diversa, sono strana, lo so, l’Italia è ferma e io non posso tollerare uno stop momentaneo, pensa te. Tutto da stamattina è chiuso, però io, proprio io, non posso ammettere nessuna debolezza. Il fatto è che per me cambia davvero tanto, io voglio farcela oltre ogni limite, soprattutto quelli della ragione. Con la sclerosi multipla sono legata ad una fune che lei tiene ben tesa, non molla mai, talvolta dà uno strattone maledetto, ma io ci sono, reggo per quanto possibile, potrei mai evitare? Non io. Chiedere di poter stare a casa è stata una violenza nel cuore difficile da tollerare ma so che è stata la decisone giusta. Oggi ero di turno di pomeriggio, avevo già compilato l’autocertificazione per spostarmi ma poi ho pensato che era davvero stupido non fare i conti con la verità: tutti a casa è io no, immunodepressa, con una malattia dai mille tentacoli, capace di accendersi e fare danni anche solo con un raffreddore, la stronza. E quindi ho ceduto, sconfitta. Perché io le cose le prendo alla leggera, si sa. Ma stavolta che potevo fare? Nulla in effetti e così eccomi a casa.
Categoria: Cose che provo
Su che cosa metterò le mani
La mia pizzeria preferita ha chiuso per ferie. Anche la pasticceria del cuore se è per questo. Il panificio più famoso della mia città ha preso la stessa decisione. E questo è solo quello che so per ora, ma credo ci sia dell’altro, perché da domenica abito in una provincia rossa, di quelle con ingressi e uscite bloccàte, si sta a casa, punto e basta. La situazione sanitaria ci sta scappando di mano con rumore e preoccupazione crescente. Quella economica seguirà a breve dicono o forse la frana è già qui. Proprio ieri ho promesso ad un carissimo amico – speciale come amico dovrei dire in un modo anche difficile da tradurre sopratutto per noi due – di stare serena il più possibile, di calmare ogni ansia, vedrai, niente ti toccherà mi ha detto. Ma oggi sono rientrata al lavoro e ho trovato un clima da frontiera, teso, spaventato, preoccupato, votato al massacro, difficile non ascoltare certe parole buttate al vento: guerra chimica la più leggera, sanità pubblica al collasso la più autentica, Lenin aveva previsto tutto la più ridicola. Ho odiato tutti stamattina, ogni discorso, le tante cazzate, quei tentativi idioti di risolvere la quadratura del cerchio con un righello malfermo, la scienza sviluppata dall’idiozia più greve. E poi quel telefono che non ha mai smesso di squillare con domande, sempre le stesse, a cui ogni tg risponde senza sosta da ieri e che invece tutti hanno continuato a fare mettendo a rischio la tenuta dei nervi di un’intera squadra di lavoro. Poi c’è tutto il resto, quello che mi riguarda più da vicino, quella stronza di sm che mi rende categoria a rischio perché mina il mio sistema immunitario e poi la struttura sanitaria italiana di cui ho bisogno come l’aria che respiro, se lei va a puttane non voglio nemmeno pensare dove posso finire io. Non è il presente a farmi paura, ancora una volta è il futuro.
Togliti la corona, virus
Sono un’ipocondriaca, una di quelle che teme pure la sua ombra, che sente su di sé ogni sintomo di cui si parla in giro e per di più sono veneta e in Veneto ci vivo, quindi queste giornate di completo panico causato da un’inspiegabile epidemia di un virus nuovo, sconosciuto, in arrivo dell’Est del mondo e che sembra aver gettato le sue ancore proprio nel Lombardo-Veneto, mi spaventano ai massimi. Perché poco alla volta l’aria si è fatta sempre meno leggera da queste parti, e non solo per me, è come se ci fossero troppi dubbi da sciogliere, un numero imprecisato di domande da risolvere partendo proprio dalla base: e ora che si fa? Al lavoro per esempio io devo fare i conti con un continuo via vai di persone, hai voglia a mantenere le distanze di sicurezza, ci provi certo, ti lavi spesso le mani ma poi cerchi di farti sopraffare dal buonsenso che deve essere più forte di ogni viaggio negativo della tua mente. Fino a ieri quando il mio capo è arrivato e con il tono imperioso delle occasioni più serie ha annunciato che tutto doveva cambiare, ha scritto il Ministero ha detto, la natura della nostra struttura impone lo stop alle visite esterne, da disdire tutti gli appuntamenti, obbligo di affiggere cartelli informativi alle porte di ingresso, utilizzo di guanti e mascherine nel caso di compiti specifici da svolgere, vietate strette di mano e contatti fisici, utilizzo continuativo di gel igienizzanti. Un protocollo di guerra. Poi ho guardato fuori, il cielo era rosa e subito dopo si è fatto viola, un tramonto con caratteri che non ho mai visto prima, una cupola senza confini che avvolgeva tutto quello che trovava intorno e che si è caricato di tante tonalità di colore, una magia che sovrastava tutto, una bellezza talmente potente, così diversa dal solito, che distribuiva addirittura inquietudine come fosse un presagio cupo, difficile da trascurare. Ma io in fondo sono una stupida, esagerata, ipocondriaca, potrei aver capito male.
Che si fugge tuttavia
Ho risentito dopo diversi anni un vecchio amico, quattro chiacchiere a parlare di ieri, di oggi, della nostra comune passione per i libri, delle opinioni che spesso ci fanno litigare, anzi sempre. Fino a che lui non mi dice che mettendo a posto tra i suoi vecchi ricordi ha trovato una mia foto di mille mila anni fa, te la mando, l’ho guardata. Sono seduta al tavolo di un bar credo, non ricordo, sembra la preistoria, ho una tazza in mano, tè? Mi interessa poco il resto dell’immagine però, guardo me, è quello che si fa sempre quando si vede una nostra foto mi si dirà, ma stavolta è diverso, perché quella che vedo è una giovanissima donna che sa tutto eppure è convinta di potercela ancora fare e d’improvviso mi scende addosso il silenzio di una tristezza potente. Non so che anno possa essere ma riconosco l’inguardabile maglioncino che indosso -mai stata nota per il gusto nella scelta dell’abbigliamento io- e so con certezza che è lo stesso che avevo anche la sera in cui la stronza ha tirato fuori una zampata delle sue, la più feroce tra tutte quelle che mi ha regalato negli anni distribuendole a caso. L’ho buttato via quel maglioncino e non solo perché era un’oggettiva schifezza. Quella foto è tante cose da sopportare, è il ricordo di quanto sia imprevedibile e maligna la sm, ma è soprattuto l’immagine di una giovinezza tradita, di un volto ancora senza rughe, di capelli lucidi e di un colore naturale, occhi svegli che non ignorano perché dentro la testa si muove già tutto, non ci sono spazi rimasti in ombra ma prevale la forza, il desiderio di vincere, perché cadere troppo in basso se pur arrancando si riesce ancora a galleggiare? La guardo ancora quella foto e sto male per quella giovanissima donna, non per me, io la conosco questa palude lei no, lei ci sta ancora credendo, lei comincia a sentire qualcosa di nuovo e diverso, ma va bene anche cosi si racconta, non cambia, non cambierà si ripete. E infatti sorride in quella foto, piena di speranze, con qualche traccia di malinconia forse, come può avere solo una giovanissima donna che sa tutto.
Tu come stai?
Ci sono quelle domande deboli che fanno parte del vivere quotidiano. Portano a risposte non diverse e si completano di un interesse altrettanto privo di significato che dovrebbe chiudere una conversazione che magari non va classificata come finta ma nemmeno vera a voler essere proprio precisi. Tipo quei saluti tra poco più che conoscenti, cose tipo “Ciao, come stai?-Tutto bene grazie, e tu?-Anche io-Ottimo, buona giornata”, garanzia di educazione ma non certo di amicizia. Al lavoro mi capita tutti i giorni, nessun amico e nessun contrasto, quindi perché aggiungere altro a questi colloqui giornalieri? Sì, appunto, perché. E invece nelle ultime settimane alla mia risposta affermativa c’è sempre qualcuno di nuovo che incalza “Tutto bene davvero? Non sembra, hai un viso diverso?”. Li guardo sorpresa e chiedo, in che senso scusa? Ovvero non mi conosci, di me sai solo che siedo qui e nemmeno perché credo. Ho cambiato occhiali dico, no, no, questi ti danno più luce mi sento rispondere, la tonalità del trucco allora, ho scelto un fondotinta più chiaro, non ti trucchi mai tanto, non è nemmeno questo, è il sorriso, è meno acceso, sono gli occhi meno brillanti, è questo che mi sento dire. No, sto bene davvero, chiudo lì, forse sono solo un più stanca, replico. Poi penso, perché la qualità del mio sorriso o la luce nei miei occhi, davanti a voi che siete una platea di perfetti estranei, dovrebbe sembrare diversa e in che misura poi? Perché lo so bene che se anche ci fosse qualche seme di malinconia non sarebbe visibile ai più, so mentire molto bene io, fingere ciò che non sono, rendere solo a chi voglio io il mio autentico stato d’animo. Poi però mi resta in testa questa cosa del sorriso e degli occhi che forse non riesco a nascondere perché un filo di tristezza ce l’ho in effetti, un insieme di pensieri confusi che fanno capo a marce che fatico ad inserire, viaggiando come faccio in costante folle, con la frizione che brucia sotto il piede e che ora comincia a fare più male. Ma poi potrei davvero fare di più per migliorare lo stato del mio sorriso o dei miei occhi? Lavoro, e ce la metto tutta. Esco, quel tanto che mi basta. Mi diverto, su spazi tutti miei e va bene così. Sufficiente? Forse no, visto che il mio sorriso si è spento e gli occhi pure anche davanti a semplici conoscenti. Devo tornare a fingere meglio penso, devo mettermi nuovamente in equilibrio per rientrare nella mia area di sicurezza, quella che allontana domande inopportune. O magari infilare quella fottuta prima marcia, quella che più mi serve.
Chissà che sarai
Naso che cola. Gola in fiamme. Starnuti a ripetizione. Tosse stizzosa. E Sua Maestà che si fa largo, ne approfitta, sorride con il solito ghigno fastidioso, di chi comanda anche solo con un potente raffreddore che io devo solo subire, come sempre, ma stavolta mi girano davvero le palle. Sono arrabbiata e tanto, ma proprio tanto perché mi accorgo che qualcosa forse sta cambiando dentro me, e non so se è bene o se è male. Mi sono spostata dall’angolo in cui mi ero messa, quello della debolezza, quello dell’arrendevolezza, quello dell’accettazione, quello che mi portava solo a dire: è così, questo è capitato, era meglio altro ma è questo che succede che vuoi farci. E per vent’anni la testa è rimasta bassa, senza troppe pretese come se fosse giusto tutto quello che succedeva o non succedeva, quello che passava e non si fermava, che diritti potevo avanzare del resto? Ma quanto ci ho messo di mio in questa mancanza di coraggio, quanto ho aggiunto nelle decisioni prese e soprattutto non prese? So di essermi lamentata pochissimo, direi per niente, e mi va bene così, ma è sufficiente per dire che mi sono aiutata o ho solo permesso alla sm di farsi spazio ancora di più di quanto avrebbe fatto? E ora sono confusa, lei mi ha punita tantissimo perché questo solo questo le riesce di fare bene e io l’ho usata senza respingerla mai, senza dirle nemmeno una volta ti odio o che la mia vita è un casino proprio perché ci sei tu Ho preferito chiudermi dentro una botola senza vie di fuga perché mi ha sempre fatto comodo. Se non scegli mica puoi sbagliare. Voglio davvero uscirne? Mi conosco abbastanza per dire che nascosti lì dentro ci si sta bene. Passato il raffreddore mi ci rimetterò di nuovo dentro? Ho abbastanza coraggio per prendere una decisione diversa? O questa rabbia mi volerà via presto? Ma un cavolo di via di fuga deve pur esserci, la sm sta vincendo a mani basse, è lurida e maledetta, è capitata nel mio destino e ora mi scende una lacrima, la prima forse, di certo una delle poche. E forse è un bene,
Anche questo Natale…
Passata anche questa. Ma diciamolo, fa più paura l’ansia dell’arrivo stesso. Il giorno dopo, Natale è già una memoria fragile, di quelle che ti dici “sembrava un uragano che travolge e invece guarda qui, andato senza fare danni”. E poi da quando non sogno più il Natale perfetto è diventato anche più facile chiudere il bilancio in positivo: sono stati più belli i regali ricevuti – uno in particolare – di quelli fatti e molto più che importanti le persone sentite – una in particolare – di quelle nemmeno cercate. Insomma tutto bene e il 26 dicembre è già una boccata d’aria libera finalmente. Sono pure contenta, e sa il cielo perché, anche se tra pochi giorni compirò gli anni e pensa che gioia posso provare, anche se quello che sta arrivando è il periodo dell’anno in cui le giornate si allungano e in un battibaleno sarà di nuovo primavera e poi subito estate e io non ne ho mai voglia, e anche se la stronza di sm non smette di mordere, io sto bene. E non c’entra niente il Natale che se n’è andato senza fare danni e non è nemmeno vero che non so il perché, lo so fin troppo perché sto bene. Capita quando arrivano parole inattese che già sai rimarranno lì, buone buone e per sempre, da tirare su al momento giusto come una copertina che scalda al bisogno, pronte a venire fuori quando serve per ricordare che niente è stato inutile. Basta che ci sia stato. Per fortuna.
Domani è un altro giorno
Dovevo dire no, come faccio da tempo come con tutti gli altri inviti sul genere, quelli che partono da lontano, sintonizzati come sono sulle corde di un’altra me, quella che ha chiuso ogni contatto con ieri. Ho sempre rifiutato infatti, mi spogliano mi sono sempre detta, oggi sono altra cosa, fragile ma dura e ben fiera di non avere rimpianti né colpe da dare. E poi ho troppo da difendere continuavo: un nuovo prezioso io da mettere al sicuro. Stavolta però ho detto si e ora mi ritrovo squarciata nel profondo, insultandomi per non aver capito nulla, per aver accettato con troppa leggerezza, io che sono la regina del controllo, della misura, e invece ora mi guardo attorno e non mi riconosco più perché dopo troppo tempo ho fatto i conti con una fottuta emozione che mi ha riscoperta un po’ più sola. Ma sarò di nuovo in piedi in velocità come so fare da gran maestra quale sono, lo so, non doveva succedere ma ormai è andata. Che posso farci adesso? Niente. Solo aspettare che passi il prima possibile e cosi sarà lo so bene. Facevo le parole crociate oggi pomeriggio e in tv è passato lo spot di Via col vento, lo fanno la sera di Natale, ho applaudito dalla gioia, è il mio film preferito, mia mamma era seduta accanto a me e mi ha baciata: sei bellissima, mi ha detto, riesci a trovare ogni ragione per essere felice.
Lo so io il perché di questa lacrima
Ho firmato il nuovo contratto di lavoro. Rinnovato. Trasformato in tempo indeterminato. So molto bene per esperienze pregresse che può voler dire nulla, se salta la baracca salto io con lei. Ma questa firma mi dà tranquillità, ne ho bisogno, mi serve per un numero imprecisato di ragioni. L’anno scorso a questo periodo ero tirata e irrequieta, dopo un’estate che mi ero concessa per allontanare pensieri troppo pesanti per essere affrontati tutti insieme – il licenziamento prepotente e in totale malafede subìto, i soldi che mi stavano rubando senza vergogna, corse a destra e sinistra tra avvocati e inutili sindacati, la sm messa pericolosamente in seconda linea rispetto a tutto il resto – a settembre c’era da fare i conti con la realtà che coincideva con la voglia estrema di avere un lavoro, necessario più dell’aria, più dei soldi, più della salute stessa che solo da un nuovo impegno avrebbe potuto trarre giovamento. E così è cominciata la vera ricerca, un po’ a caso, con curricula inviati a mazzi e senza un senso preciso, facendo piuttosto leva sulla speranza di quel valore aggiunto che potevo vantare rispetto ad altri: l’iscrizione alle “categorie protette” elemento che fa saltare sulla sedia molti responsabili delle risorse umane per il vantaggio economico che rappresenta per un’azienda. Eppure un anno fa mi sembrava davvero troppo anche solo immagine che di lì a pochi mesi non solo avrei trovato lavoro ma che oggi avrei addirittura firmato un contratto a tempo indeterminato. Che lo ripeto può voler dire niente ma a me dà più pace, quella di cui ho necessità, fasciata come sono di ansie e preoccupazioni oltre ogni limite di ragionevolezza. Quello di cui ho bisogno io è successo, e se mi scappa una lacrima capitemi tutti.
Il morbillo e la cazzate tra di noi
Che amarezza mi ripeto. Rabbia? E chi lo sa, non mi do tempo per pensare, il rischio sarebbe stare davvero male e non me lo posso permettere. Sono cresciuta con un punto di riferimento fermo, una maniglia a cui appoggiarmi, una mano da tendere sempre nella stessa direzione a cui chiedere e a cui dare nella piena certezza che una fiducia di quel tipo non fosse mal spesa. Perché quando certe amicizie nascono e sei molto giovane e senti tutta la loro sincerità attaccarsi sulla pelle, sono roba tua, e se gli anni che passano non ti smentiscono sei fiera del bottino portato a casa, con coraggio, con fatica, con impegno ma soprattutto con gioia. Anche perché ti fanno imparare cosa cerchi nell’amicizia e che c’è spazio anche per altre persone, nessuno si senta escluso, tu sai cosa vuoi, niente di meno del massimo che sei pronta a cercare, a pretendere e a dare, a questo sei abituata, ne conosci il valore e ben venga tutto quello che viene in più, è quello che vuoi del resto. Ma resta certo che quel primo rapporto ti ha insegnato il meglio che hai nella tua vita e lo vuoi proteggere con cura, malgrado il tempo che passa, i cambiamenti, gli incontri nuovi, gli sgarbi che la vita non ha risparmiato. È con quell’intimo punto di riferimento che come regola si discute tutto prima, poi arrivano gli altri, che ci sono, eccome se ci sono, ma noi siamo un’altra cosa e ve lo ripetete sempre, e nessuno sia geloso, siamo sono state brave, brave e fortunate a incontrarci, non può che essere speciale il nostro rapporto. Fino a che qualche cosa cambia, poco alla volta, senza saperlo e senza volerlo, credo, fino ad un limite che non è più trascurabile perché poco alla volta le strade hanno preso direzioni diverse, più lontane, sempre più lontane, e certe cose da dire in modo naturale non lo sono più, senza una lite, senza un ragione, così. E ti senti ferma al palo, e non vuoi dare colpe, saranno anche tue, non lo sai, è entrato in gioco dell’altro, quando di preciso, in che modo maledizione e perché soprattutto non ha risposta. Hai altre amicizie costruite negli anni e nei sei felice, ma tra i tuoi pensieri si fa spesso largo l’immagine di quelle crepe che si sono inghiottite troppe cose, i mai detti, le mancate parole al tempo giusto, i come stai negati quando era necessario dirli e non è semplice pensare che va bene così. No che non va bene così, ma di parlarne non ne hai voglia tanto lo sai che dopo tanti anni il capitolo si è chiuso con una pagina un po’ pesante da voltare.