A metà agosto, grosso modo, nel nostro emisfero, prenderà avvio un’eclissi di sole che anche noi in Italia potremo vedere, un evento dai caratteri eccezionali che non oscurerà del tutto il cielo ma provocherà un’ombra potente e autorevole. Nel 2001, grosso modo, verso le 12.00, mi sembra, ho avuto modo di viverne un’altra di eclissi sopra cui con attenzione non ho posato il mio sguardo aperto, come nessun’altro del resto, si tratta di un evento bellissimo da vivere ma pericoloso da osservare a occhio nudo perché provoca danni irreparabili e permanenti alla retina. Per essere protagonisti di un’eclissi solare infatti è necessario munirsi di occhiali con lente adatta, oppure, come fece papà circa vent’anni fa, procurarsi lenti certificate che acquistò per tutti noi assicurandosi di farci partecipi in modo sicuro di uno spettacolo breve ma superbo. Ciò che ricordo ancora di più di quella mattinata fu come al termine dell’evento le ombre a terra cambiarono foggia, le foglie degli alberi imposero una forma inedita disegnando una traccia sconosciuta prima, in negativo, i bordi si notavano a discapito del contento che pareva inghiottito da una nuova emozione. Mammano che l’eclissi tornava a sé l’ombra si ricomponeva di segnali inediti che scrivevano a terra sagome nuove, emozionanti, toccanti, forse perché mai viste prima. Il prossimo agosto l’eclissi non la guarderò, nemmeno con l’occhiale adatto, ho già dovuto operare la retina ormai due anni fa, inseguirò le ombre che lascerà a terra quando si compirà, questo sì, certa di appassionarmi al contesto come vent’anni fa.
Categoria: Cose che ricordo
A piedi nudi nel parco
L’altro giorno parlavo con un’amica e, tra una considerazione e l’altra, è uscito il racconto delle richieste rimbombanti di sua figlia, quasi donna ma ancora ragazzina, che pone con strepito sul piatto dei suoi desideri l’acquisto da parte della famiglia di un paio di sneakers – scarpe, sia mai infatti che le chiami in modo tanto banale – che grosso modo costano cinquecento euro. Ah però. Ricevuto il no risoluto, fermo, robusto e vigoroso dei genitori che la invitavano invece a scegliere un lavoro da svolgere in una delle numerose attività proposte dall’estate jesolana tale da poter sfilare dal capello personale del suo stipendio il denaro sufficiente per assolvere ai suoi capricci, lei ha cominciato a schiamazzare per casa sostenendo che tutti, ma proprio tutti, dai compagni di classe agli altri amici, ai piedi portano quel tipo di sneakers – scarpe, sì ecco appunto, vale come sopra – e potrebbe essere pure vero. Poi il ricordo è andato alla nostra di giovinezza, quella targata anni Ottanta, il decennio del primo respiro di tranquillità sociale e pure economica che non andava a braccio teso con una ricchezza abbondante e comune ma di benessere più diffuso questo sì. Quel periodo storico diede vita all’epopea dei paninari milanesi di cui si parlava ovunque, e forse con invidia da parte di noi adolescenti. I nostri genitori li ascoltavano i racconti che facevamo ed erano spesso portati anche a soddisfarli con qualche piccolo sfizio concesso. Ricordo che a me fu regalato un paio di scarpe super mega griffate che mi durarono in ogni caso dai tre ai quattro inverni, tanto per dire, ma anche un capo spalla per l’inverno che trovai solo di un orrido color viola perché era l’unico disponibile nel negozio che lo vendeva. Contraddistinto sulla spalla da un pessimo contrassegno che era impossibile non notare – si trattava del suo suo pregio principale del resto -, avrebbe dovuto proteggermi dal freddo umido dell’inverno del Nordest ma il tessuto di cui era fatto, solo vagamente imbottito, cadeva largo lungo il corpo, le maniche erano troppo ampie e ci passava aria, la chiusura lungo i fianchi era ampia e vale come sopra, solo il collo in velluto poteva dare una qualche certezza di protezione in un corpo ormai congelato però. Ma la moda, vuoi mettere? E anche in questo caso indossato per anni, gelo compreso. Mica colpa dei miei genitori, mica in malafede loro, mica poco attenti alle mie di necessità, dare significato al valore del lavoro che porta il denaro è altro rispetto al capriccio. Se ci ripenso torno indietro e per gli stessi soldi mi farei comprare un cappotto di lana calda e pesante, di un colore accettabile. Ma a quindici anni mica lo senti il freddo se sei uguale agli altri.
Modello riviere
Un numero imprecisato di anni fa, credo meno di dieci, di sicuro il primo gennaio, il giorno del mio compleanno, mamma e papà, insieme, mi vennero a svegliare, ebbi modo di salire sulla carrozzina ferma accanto al letto, dare un bacio a tutti e due, e andare in cucina per la colazione. Quando entrai sentii profumo di brodo, si mangiano tortellini per pranzo pensai, il mio piatto preferito, una volta a tavola vidi un piccolo pacchettino, già mi lacrimavano gli occhi. L’invito caldo fu di aprirlo prima di piangere, che ne sapevo di cosa c’eta dentro sostenevano, magari qualcosa che non mi piaceva diceva mamma: era una piccola scatola, che conteneva un anello, oro bianco, modello riviere, con piccoli brillantini, perfetto per la mia mano. Ora sì che cominciai a piangere davvero, ancora prima di indossarlo, di vedere come mi stava, di sapere se era adatto a me, se mostrava ciò che ero. Li abbracciai, li ringraziai mentre l’anello occhieggiava ancora dalla scatola, non l’avevo ancora staccato da lì, mi bastava stringerli a me e che capissero quanto mi avevano resa felice, come sempre papà lacrimava di nascosto, mamma mi convinse invece a infilarlo all’anulare come per un fidanzamento, una volta fatto troneggiava di una bellezza imperante. Da allora e sempre. Fino a che, poche settimane fa, ho perso un brillante. È stata Federica, la mia grande amica, ha farmi il piacere di andare dal gioielliere dove mamma e papà l’avevano comprato per chiedere di risolvere il problema, si può fare ha detto e lo farò seguendo un costo non economico, ma quell’anello è una traccia di mamma e di papà incisa sul mio cuore.
Quella casa lì
Ieri durante una veloce uscita con mamma e Luca sono passata davanti alla casa di mio zio, celibe, generoso, pure simpatico, che qui per anni ha vissuto da solo prendendosi pure cura, con estrema attenzione, della vecchiaia della mamma, sua e di un’altra buona quantità di fratelli, tra cui mio papà. Negli ultimi tempi ha deciso per il trasferimento in un’abitazione più piccola, in una zona meno defilata rendendosi per questo capace di provvedere a sé in modo più agevole e più comodo alle sue esigenze. Finché nonna è rimasta in vita la sua abitazione era il punto di ritrovo per la numerosa famiglia, l’appoggio di tutti che di lì passavano soprattutto la domenica per incontrarsi, vedersi, parlare di tutto e di niente, pettegolezzi compresi. Anche noi spesso si arrivava lì, di pomeriggio, la domenica, papà aveva scelto un posto preciso dove parcheggiare, sempre quello, e noi, scesi dall’auto, si suonava il campanello, una volta dentro era tempo per saluti energici completi di baci l’uno con l’altro. A questo punto c’era modo per osservare le occhiate che si scambiavano gli adulti tra loro, nette spesso, talvolta calde, dipendeva da chi e come, perché non tutti si piacevano tra loro allo stesso modo, è il gioco che impone l’intreccio tra fratelli, sorelle, cognate e cognati, roba fin troppo nota. Subito dopo si poggiava l’omaggio dolce in mezzo al tavolo che in poco meno di un frangente veniva risolto. Ho trascorso anche io diverso tempo tra quelle mura e lo notavo che forse non tutti si piacevano tra loro allo stesso modo, le chiacchiere si sopivano all’ingresso di qualcuno, mentre si alzavano a favore della sua uscita. I cugini? Non so, con alcuni incontravo una sintonia migliore che con altri. Anche perché, diciamolo, ero una stronzetta patentata, io parlavo in italiano, come pretendevano mamma e papà, loro per lo più in dialetto, non mi piaceva. Non vedevo l’ora di salutare e andare a casa pur sapendo che verso l’ora di cena, rimasti in pochi, gli zii si sarebbero messi d’accordo tra loro per andare a prendere le pizze, birra e Coca Cola a piacimento. Ora il pensiero che zio venderà la casa e quel posto cambierà la sua storia mi fa crescere un po’ di nostalgia in rapporto a un passato che oggi mi racconta tanto.
Da Mestre a Cortina: ciao Pippo
In questi giorni olimpici mi è salito in mente il ricordo di un compagno di Liceo che aveva una casa a Cortina, è qui che trascorreva le sue vacanze invernali. Per un paio di anni, circa, ha vissuto nella cittadina dove frequentava il classico, si condivideva la stessa classe, mi fa quasi ridere ricordare come non ci fosse mattina che arrivasse puntuale malgrado la distanza tra casa sua e la scuola corrispondesse a una strada da attraversare. Pochi metri. Non conoscevo la sua famiglia, la voce che girava tra i corridoi sosteneva che fosse molto più che benestante ma riservata, poco incline alla chiacchiera e ancora meno a dimostrare lo stato sociale cui apparteneva, facoltosa eppure mai incoraggiata da troppe esibizioni. Nessuno di noi compagni di classe era mai stato invitato in casa sua, solo una volta ci permettemmo di suonare quel campanello e a farci avanti: di lì a poco si partiva per la gita scolastica, poche giornate, non ricordo se a Firenze o a Roma, ma la sua famiglia gli aveva negato il permesso di partecipare, la pagella portata a casa era scarsa. Quel pomeriggio ci aprirono l’ingresso, salimmo, entrai anche io scoprendo un appartamento disposto su due piani che mi accecò per la sua raffinata eleganza. Scoprii per la prima volta l’autentico contesto economico cui apparteneva il mio compagno di classe che infatti, dopo poco tempo lasciò la nostra scuola perché con la famiglia si stava traferendo in un palazzo a Venezia, acquistato, ristrutturato e arredato. Pochi anni dopo, verso l’ora di pranzo, mi chiamò un altro amico del liceo per dirmi che lungo la Tangenziale veneziana che conduceva a Cortina, accanto a una famosa discoteca, nel cuore della notte, un’auto con a bordo il nostro ex compagno di banco si era schiantata provocando la morte di tutti i passeggeri. Anche la sua. Con quasi tutta la classe ci ritrovammo a Venezia per partecipare al funerale, non salutammo quasi nessuno della sua famiglia che comunque non ci avrebbe riconosciuti ma per noi era comunque importante essere lì. Ciao, Pippo.
Natale a San Vito di Cadore
Olimpiadi 2026, da Cortina, quelle che mi stanno riempiendo la testa con scampoli di ricordo per quegli inverni natalizi in cui con la mia famiglia si andava in Cadore, a San Vito, la località ben disegnata nella mia testa per quei momenti trascorsi durante le Feste di quando ero bambina o poco più. Di tanto in tanto in certe giornate ci si spostava anche verso Cortina, sulle sue piste da sci, oppure nel tardo pomeriggio per visitarla. Ricordo molto bene che per me c’erano due angoli di osservazione lungo la strada che ci portava a Cortina e che dal finestrino dell’auto non perdevo mai: la Dogana Vecchia, l’antico posto di confine austro-ungarico edificato al termine della Prima Guerra Mondiale, e che passandoci davanti dovevo sempre scrutare con occhio fisso, vigole e attento. E poi, non da meno, l’albergo Miramonti Majestic Grand Hotel, costruzione del 1900, simbolo dell’ospitalità alberghiera delle Dolomiti. Spalancavo gli occhi davanti a un sogno composto da una bellezza ricca e potente: dal sedile dell’auto seguivo le linee di quell’immagine architettonica carica di valore prestigioso e storico e che, solo a osservarlo, evocava un incanto completo. In questi giorni olimpici Cortina appare al meglio, col centrale Corso Italia illuminato, la schiera di negozi, terrazze accese di caffè e ristoranti predisposti con tratti superiori. Penso alla mia famiglia quando eravamo in quella città, mica che li frequentassimo quei locali, troppo costosi, ma l’aria natalizia ci faceva respirare un sentimento vigoroso. Nelle piste più facili della conca ampezzana, poi, di tanto in tanto si saliva per sciare, poca gioia per me in quei momenti, io e lo sport ma andati d’accordo, il piacere più grande era quello di mangiare dal cestino che ci preparava la cucina dell’albergo dove alloggiavamo a San Vito, panini ricchi di salumi e formaggi, non senza biscotti, marmellate e cioccolatini. La nostra pausa pranzo, consumata sulla neve, sotto il sole, che meraviglia, quanti ricordi.
Eravamo quattro amiche al bar
Un paio di lavori fa avevo accanto a me tre colleghe, compagne di viaggio, amiche, pettegole e divertenti come le migliori, a tratti pure antipatiche però, con cui ho aperto discussioni insensate, risolte in modi impareggiabili come esploratrici di ruoli con cui vivere una professione che volevamo spingere ai livelli più alti. Perché, dai che lo dico, insieme eravamo brave, una squadra vincente, forse per questo al resto dei colleghi stavamo decisamente sulle scatole, io meno, ma si sa, la sclerosi multipla vale, ti pone in alto, così la pensano gli ignoranti, quelli a cui la sincerità fa timore. Mentre scrivo m’è salito in mente il ricordo di quando la nostra postazione di lavoro, da un giorno all’altro, cambiò collocazione, quella che fino a un certo momento occupava uno spazio centrale, in mezzo ai dialoghi di tutto il resto dell’ufficio e degli altri colleghi, all’improvviso venne inviata, con scrivanie, poltrone, scaffali e armadi, in una zona autonoma e solitaria, staccata da tutto, con una porta che la divideva da ogni dialogo, mentre, noi quattro, indiscutibilmente le più brave, il carro portante che trascinava il lavoro di tutti, venimmo serrate lì, senza conversazioni aperte. Le antipatiche. Giocoforza. A parte io e la mia sclerosi multipla. Vuoi isolarmi? Non sarebbe corretto pensano certi limitati, così qualche parola in più a me veniva ancora rivolta. Ma il nuovo ufficio rimase ai margini, noi quattro lì dentro. Scrivevamo per i giornali free press aziendali che nemmeno ci piacevano, ma tant’è. Il resto dei colleghi (capi compresi) erano presenti dal lunedì al venerdì, noi quattro invece, spesso, molto spesso, anche il sabato, allora mi tocca ridirlo, come quelle necessarie, le più brave, le colonne essenziali per mettere insieme i progetti in campo – e perdonatela la mia continua supponenza. Ma è necessaria, non si spiegherebbe altrimenti perché solo noi quattro venivamo convocate con forza ad esserci: ci fermavamo lì anche per una pausa pranzo al volo, ordinavamo la pizza, la mangiavamo insieme fino a portare a termine una chiacchierata veloce. Ricordo quelle soste con un sorriso di nostalgia, anche se erano piene di ingiustizia, mai una volta che i capi ci abbiano detto qualcosa tipo grazie, stavolta paghiamo noi, o almeno vi offriamo il caffe alla macchinetta aziendale, 0,50 centesimi di euro, sono in effetti un cifrone da investire sulle più brave – attenzione, l’ho riscritto – quelle che passano qui i loro sabati d’estate, da sole, in favore di tutti.
Ferma all’avvio
Questo blog vola basso, resta addirittura fermo lì, anzi no, per dire meglio è lontano dal minimo decollo, non lo ha mai fatto per la verità, qualche volta si è buttato nel piatto del vago interesse, di tanto in tanto ha guadagnato qualche valore maggiore, una timida, affezione, che tuttavia non ha mai registrato continuità, solo una misura ristretta di lettori in più, sempre però al confine della distrazione. Cosa sbaglio mi chiedo sempre, perché tra queste righe la protagonista sono io, quella che si racconta, la stessa che scrive: c’è qualcosa che mi rende noiosa evidentemente e che non mi porta a creare un seguito deciso. Certo che è così. Quando cominciai su queste pagine ero entusiasta del progetto, guidata lungo una riga composta su tre recapiti, per prima c’era la sclerosi multipla, ovvio, attaccata com’è alla mia vita fino a condurmi sopra queste due ruote temute dalla diagnosi, quando già si sapeva, con terrore, che sarebbero state loro quelle indispensabili per ogni minimo spostamento. Questa cavolo di sedia. Il blog parte da qui, scrivere di lei, raccontare il momento da cui mi ci sono trovata sopra a vivere le mie sensazioni che, guarda caso, hanno coinciso con la vita professionale, la stessa che avevo da credo vent’anni e che mi è stata troncata dall’oggi al domani, con maleficio e cattiveria improvvisa, a carico di un gruppo di datori di lavoro che sono andati oltre ad ogni senso di responsabilità. Ma tutto mi è servito per scoprire, direi per caso, in seguito a una richiesta fattami da un amico, che scrivere mi piace quasi quanto leggere una buona pagina. Su questi tre punti è nato il mio blog, creato appunto per riempire il mio tempo, parlare della sclerosi multipla certo, della mia vita, quella, sopravvissuta con fatica a molti fattori pesanti, inattesi, appunto, Accidenti a loro.
Ballo di ieri e ballo di oggi
Domani sera ci sarà la festa per i 60 anni di un caro amico di mio fratello, suo ex compagno di liceo, negli anni entrato anche nella mia famiglia come componente esterno ma giocoforza importante. L’appuntamento verrà organizzato in un locale che conosco molto bene, a Jesolo un po’ tutti lo hanno frequentato: è qui che si facevano gran parte delle feste dei matrimoni anni Ottanta, quegli infiniti appuntamenti che cominciavano alle dieci del mattino finendo a notte fonda. Li odiavo. Punto primo: l’abbigliamento che mi toccava subire, quei vestitini insulsi con la loro gonnellina ricca di volant, comprati di due taglie in più della mia perché ero in fase di crescita e così avrei potuto indossarli ancora e ancora senza causare troppe spese. Seconda battuta: il numero degli invitati presenti, molteplice, impegnati quando mi vedevano a ricoprirmi di baci che cercavo di ripulire con le mani ma senza farmi vedere, per educazione. E via procedendo sul tema: tavolate piene di persone dove io, sai tu il perché, capitavo sempre seduta accanto a un buon numero di perfetti sconosciuti cui non sapevo cosa dire mentre mamma e papà, sia pur vicini, se ne stavano dall’altro lato chiacchierando con parenti e amici ben conosciuti. Poi il menù. Infinito. Antipasti. Primi piatti, tra risotti, lasagne, pastasciutta con ogni genere di condimento serviti a più riprese, fino a ricoprirti con varietà di secondi difficili anche da ricordare mentre la giornata stentava a passare. Raggiunto il pomeriggio inoltrato toccava a una breve pausa, ma non per tornare a casa, era tempo per visitare l’abitazione dei novelli sposi, avevano il dovere di aprirne le porte, esporre tutti i regali ricevuti mentre gli invitati giravano di stanza in stanza sporcando, immagino, ogni dove. Ecco che si faceva largo il tempo per ritornare al ristorante, riconquistare il proprio posto e aspettare l’inizio del menù serale che cominciava sempre col mio piatto preferito – almeno quello – tortellini in brodo. Come agli altri toccava poi sciropparmi il resto, per terminare, alleluia, con la torta nuziale sempre dello stesso genere. Piano, piano, abituata, oggi come allora, ad andare a letto presto mi saliva una forte sonnolenza, ma sapevo, fin troppo bene, che la festa non si sarebbe chiusa di lì a breve. Quel locale, tra i più gettonati per l’organizzazione dei matrimoni, in quelle sale stile anni ’80 ne aveva anche una che ospitava gruppi musicali per esibizioni del dopo cena: gli invitati a quel punto poco alla volta si lanciavano in pista per ballare al ritmo di valzer, tango e mazurche, molto amati da tutti loro. Mi ci buttavo anche io: sui divanetti bordo pista però dove cominciavo a ronfare. Ecco, ora quel locale ha assunto un’aria rinnovata, i matrimoni vecchio stile non li organizza più ma le feste, anche di compleanno appunto, come quella di domani, invece sì, e credo pure molto divertenti. Mi farò raccontare.
L’albero, i ricordi e te papà
lo si faceva sempre l’albero di Natale qui in casa. Fino all’anno scorso. Eri tu papà il gran Maestro di cerimonia del nostro abete. Perché seguivi il mio di piacere che con te, infatti, c’era e che ho abbandonato da quando manchi. Ero piccola e in casa arrivava sempre un abete vero che tu sceglievi con attenzione, lo ricordo perché quasi sempre mi portavi con te ad acquistarlo, doveva avere le ramificazioni verdi e ordinate, l’altezza corretta, il fogliame distribuito in modo regolare. Eri preciso papà e, senza indugi, sapevi scegliere ciò che desideravi, una volta tornati a casa ti mettevi al lavoro e procedevi con la distribuzione degli addobbi racchiusi in una scatola che ricordo bene perché, anno dopo anno, era sempre la stessa, con il suo contenuto storico che tu, solo dopo un passaggio attento, poco alla volta, rinnovavi. Ricordo molto bene un dicembre di tanti anni fa in cui, mentre ti occupavi dell’abete, io, bambina, stavo sotto la finestra accanto a te sedotta da un’improvvisa nevicata dicembrina ai limiti della magia. Poi gli anni, accidenti a loro, sono passati e pure l’ultimo Natale che abbiamo trascorso insieme, quello di due anni fa che ci ha visti ancora una volta spalla contro spalla mentre si decideva come allestire al meglio il nostro albero, più piccolo, non più vero ma scelto con attenzione sempre da noi due. La scatola delle luci, ancora la stessa invece, custodita dentro la soffitta nel palazzo dove ci siamo trasferiti quasi vent’anni fa sollecitati da te papà che dentro il pensiero avevi già maturato l’idea che nella nostra vita sarebbe entrata a distribuire cazzotti la sclerosi multipla e, per questo, per me, l’ascensore sarebbe diventato, purtroppo, necessario. Buon Natale, papà, con un abbraccio grande come tutto il bene che ti voglio e che, maledizione a me, non ti ho mai dimostrato e dichiarato come meritavi.