Domani sera ci sarà la festa per i 60 anni di un caro amico di mio fratello, suo ex compagno di liceo, negli anni entrato anche nella mia famiglia come componente esterno ma giocoforza importante. L’appuntamento verrà organizzato in un locale che conosco molto bene, a Jesolo un po’ tutti lo hanno frequentato: è qui che si facevano gran parte delle feste dei matrimoni anni Ottanta, quegli infiniti appuntamenti che cominciavano alle dieci del mattino finendo a notte fonda. Li odiavo. Punto primo: l’abbigliamento che mi toccava subire, quei vestitini insulsi con la loro gonnellina ricca di volant, comprati di due taglie in più della mia perché ero in fase di crescita e così avrei potuto indossarli ancora e ancora senza causare troppe spese. Seconda battuta: il numero degli invitati presenti, molteplice, impegnati quando mi vedevano a ricoprirmi di baci che cercavo di ripulire con le mani ma senza farmi vedere, per educazione. E via procedendo sul tema: tavolate piene di persone dove io, sai tu il perché, capitavo sempre seduta accanto a un buon numero di perfetti sconosciuti cui non sapevo cosa dire mentre mamma e papà, sia pur vicini, se ne stavano dall’altro lato chiacchierando con parenti e amici ben conosciuti. Poi il menù. Infinito. Antipasti. Primi piatti, tra risotti, lasagne, pastasciutta con ogni genere di condimento serviti a più riprese, fino a ricoprirti con varietà di secondi difficili anche da ricordare mentre la giornata stentava a passare. Raggiunto il pomeriggio inoltrato toccava a una breve pausa, ma non per tornare a casa, era tempo per visitare l’abitazione dei novelli sposi, avevano il dovere di aprirne le porte, esporre tutti i regali ricevuti mentre gli invitati giravano di stanza in stanza sporcando, immagino, ogni dove. Ecco che si faceva largo il tempo per ritornare al ristorante, riconquistare il proprio posto e aspettare l’inizio del menù serale che cominciava sempre col mio piatto preferito – almeno quello – tortellini in brodo. Come agli altri toccava poi sciropparmi il resto, per terminare, alleluia, con la torta nuziale sempre dello stesso genere. Piano, piano, abituata, oggi come allora, ad andare a letto presto mi saliva una forte sonnolenza, ma sapevo, fin troppo bene, che la festa non si sarebbe chiusa di lì a breve. Quel locale, tra i più gettonati per l’organizzazione dei matrimoni, in quelle sale stile anni ’80 ne aveva anche una che ospitava gruppi musicali per esibizioni del dopo cena: gli invitati a quel punto poco alla volta si lanciavano in pista per ballare al ritmo di valzer, tango e mazurche, molto amati da tutti loro. Mi ci buttavo anche io: sui divanetti bordo pista però dove cominciavo a ronfare. Ecco, ora quel locale ha assunto un’aria rinnovata, i matrimoni vecchio stile non li organizza più ma le feste, anche di compleanno appunto, come quella di domani, invece sì, e credo pure molto divertenti. Mi farò raccontare.
Categoria: Cose che ricordo
L’albero, i ricordi e te papà
lo si faceva sempre l’albero di Natale qui in casa. Fino all’anno scorso. Eri tu papà il gran Maestro di cerimonia del nostro abete. Perché seguivi il mio di piacere che con te, infatti, c’era e che ho abbandonato da quando manchi. Ero piccola e in casa arrivava sempre un abete vero che tu sceglievi con attenzione, lo ricordo perché quasi sempre mi portavi con te ad acquistarlo, doveva avere le ramificazioni verdi e ordinate, l’altezza corretta, il fogliame distribuito in modo regolare. Eri preciso papà e, senza indugi, sapevi scegliere ciò che desideravi, una volta tornati a casa ti mettevi al lavoro e procedevi con la distribuzione degli addobbi racchiusi in una scatola che ricordo bene perché, anno dopo anno, era sempre la stessa, con il suo contenuto storico che tu, solo dopo un passaggio attento, poco alla volta, rinnovavi. Ricordo molto bene un dicembre di tanti anni fa in cui, mentre ti occupavi dell’abete, io, bambina, stavo sotto la finestra accanto a te sedotta da un’improvvisa nevicata dicembrina ai limiti della magia. Poi gli anni, accidenti a loro, sono passati e pure l’ultimo Natale che abbiamo trascorso insieme, quello di due anni fa che ci ha visti ancora una volta spalla contro spalla mentre si decideva come allestire al meglio il nostro albero, più piccolo, non più vero ma scelto con attenzione sempre da noi due. La scatola delle luci, ancora la stessa invece, custodita dentro la soffitta nel palazzo dove ci siamo trasferiti quasi vent’anni fa sollecitati da te papà che dentro il pensiero avevi già maturato l’idea che nella nostra vita sarebbe entrata a distribuire cazzotti la sclerosi multipla e, per questo, per me, l’ascensore sarebbe diventato, purtroppo, necessario. Buon Natale, papà, con un abbraccio grande come tutto il bene che ti voglio e che, maledizione a me, non ti ho mai dimostrato e dichiarato come meritavi.
Era il 2002
Ieri ho fatto una passeggiata in auto lungo le vie di Jesolo, 8 dicembre, decorazioni luminose in quantità, pure esagerate, mercatini di ogni sorta, alberi di Natale in sfida tra loro per quale sia il più alto, luminoso, originale, colorato, poi gente e turisti pieni di pacchi un po’ ovunque. Una cittadina estiva Jesolo, con mare e spiaggia, che a dicembre cambia però volto, spirito e atmosfera, manifestando l’idea che lettini e ombrelloni si spostino dall’arenile alle vie principali. Tutto cominciò nel 2002, lo ricordo fin troppo bene: lavoravo da pochi mesi per un’agenzia di comunicazione che tra i suoi clienti vantava anche l’amministrazione jesolana che quell’anno introdusse nella sua programmazione un evento inedito: Jesolo vestita a festa, non solo tra luglio e agosto ma anche a dicembre, per Natale appunto. Si trattava di una scommessa buttata sul piatto e per portare a casa il risultato serviva un evento vincente, singolare, dai tratti epici. Fu cercato e trovato, prima tra molte città Jesolo scovò un’idea allora ancora esclusiva: la costruzione di un Presepe di sabbia e, dopo aver individuato i professionisti adatti a edificarne l’idea, si partì. Il tutto prese vita addirittura timidamente. Venne scelta una piazza, specificato un modello per installare il programma, cercato il sistema per coinvolgere gli addetti ai lavori, cittadini anche, dapprincipio poco inclini all’idea. E si arrivò al via. Prima timidamente. Ma il 26 dicembre 2002 il circolo cambiò, è la data in cui Jesolo conobbe la sua prima invasione natalizia, con code lunghe centinaia di metri di persone che aspettavano il momento del loro ingresso per ammirare il presepe. Papà, che faceva orgogliosamente parte della Protezione Civile, in quei giorni natalizi venne convocato con i colleghi per regolare l’ordine delle entrate; io nel frattempo dall’ufficio stampa del comune jesolano passavo le giornate lavorative per cercare nuovi contatti e raggiungere in questo modo il maggior numero di giornalisti, tv, radio. Non era comunque troppo necessario, quel Natale di festa jesolana finì più o meno a Carnevale, tra soddisfazioni gonfie di sorpresa e stupore. Che oggi, come ho visto ieri, durano ancora.
Parigi val bene un messa

Domenica scorsa, ora di pranzo, in auto con la mia famiglia, edizione straordinaria del tg radio: furto colossale al museo Du Louvre di Parigi dicono, in quasi sette minuti una squadra di pochi uomini ha messo a segno una rapina monumentale che ha sottratto alla custodia francese otto gioielli storici appartenuti alla collezione di Napoleone e all’imperatrice Eugenia. Che brivido ho provato, come tutti credo, chiedendomi come sia accettabile che uno dei musei più importanti, celebri, visitati, autorevoli e prestigiosi al mondo abbia potuto subire un’onta del genere, perché di vergogna e basta penso si debba parlare, forse perché l’esecuzione è quasi assimilabile a una banale rapina di paese, mica molto di più e, giusto per questo, disonorevole nel suo atto. Ho viaggiato poco nella mia vita, nei miei percorsi però Parigi c’è, il museo Du Louvre ovvio, le sale galleria d’Apollon impresse nel ricordo anche ma soprattutto la visita, ferma nella memoria, alla Gioconda di Leonardo. Questo mette in mostra una sostanziale povertà di sapere mi si potrà dire, amare la Monna Lisa significa non avere titoli superiori, già, lo dichiarano in tanti, si tratta di una verità detta in tutte le direzioni, ma, ripeto il mio ma, io davanti alla Gioconda ho provato un brivido caldo, illuminato da luce autentica. Ho fissato il suo sguardo passeggiando lentamente davanti a lei senza smuoverlo mai mentre sentivo che i mei occhi venivano seguiti dai suoi come se mi osservassero tanto da non lasciare mai la loro attenzione che sentivo fissa su di me. Ne so davvero poco di arte, pari a nulla, ma che palpito quella visita di tanti anni fa e che di certo mi ha resa sensibile verso le emozioni ricevute, prima ancora di sapere che, dentro quel paradiso di bellezza, sarebbe stata possibile una rapina come quella di domenica scorsa. Che va risolta con titoli, attenzioni e capacità spese al massimo.
12 settembre
Sta arrivando una giornata attesa, da me e pure dai miei amici storici, quel 12 settembre che fa riferimento al compleanno di un grande nome della mia vita, quel Claudio che da tipo 25 anni entra ed esce dai miei ricordi marchiandosi di vari titoli, amore, affetto, evocazioni bellissime, sentimento potente, amicizia, cuore che batte, desiderio di non respingere nulla di ciò che ha dato. Il più grande amore che ho vissuto? Sarebbe come mancare di rispetto al resto – uno in particolare che comunque c’è – ma Claudio, santiddio, resta lui, nel suo modo pure scomposto, a tratti davvero poco serio, incapace di fermarsi quando era necessario farlo, protagonista di momenti bui che ha provocato per assoluta negligenza, eppure quando c’era da disegnare il bello nel mio cuore ecco, ve lo presento. Compie gli anni il 12 settembre, io l’1 gennaio come è noto su queste pagine, da quando ci siamo conosciuti, nel 2000, di strada ne abbiamo compiuta molta, più lontani che accanto va detto, perché la vita di entrambi è corsa avanti separandoci l’uno dall’altra eppure, in queste due date, ci siamo sempre riscoperti: con poca roba va detto, un wapp, uno solo o con una breve conversazione per scambiarci gli auguri e una breve chiacchierata. Mai dimenticati? Chi può dirlo, anche se è chiaro che non è ancora amore quello che ci fa cercare, sentimento direi. E gli amici che citavo all’inizio? Claudio resta Claudio, anche per loro, l’hanno conosciuto ovvio, e gli alti e i bassi del nostro rapporto li hanno sentiti raccontare, li hanno visti, notati, perché hanno preso forma anche davanti a loro. Nel gruppo wapp di noi amici oltretutto, ogni anno, il giorno del compleanno mio e in quello di Claudio, tra risate e momenti di pura ilarità, comunico anche a loro se la tradizione delle nostre ritrovate comunicazioni viene rispettata, soprattutto in memoria di tutte le cavolate che noi come coppia abbiamo combinato anche davanti ai loro occhi. Il prossimo 12 settembre io e Claudio, dopo 25 anni, saremo ancora qui, ne sono certa, quasi a stringerci la mano, a ricordarci chi siamo stati. Buon compleanno, caro Claudio.
Come ieri va bene anche oggi
Viso pallido e smunto, a fine estate il sole non mi ha vista mai, il mio aspetto appare così, affilato direi, spento, cereo, bianco, insomma brutto, senza volerci girare troppo attorno. Mi aiuterebbe un po’ di trucco, un’acconciatura più curata eppure nell’insieme il tutto resta lì, fermo e disordinato, da tanto, da anni, di sicuro da quando ho subito uno specifico intervento all’occhio destro, quello che mi ha impedito di usare su di lui prodotti chimici per un tratto di tempo ben lungo e che poi si è esteso per una mia intenzione specifica che si chiama assenza di volontà. Il risultato è che oggi mi vedo esteticamente pessima, ho perfino tagliato i capelli, ma corti, proprio corti come non mi sono mai piaciuti e per questo mai voluti ma adesso va così, mi sono adeguata a quelle necessità famigliari che impongono ragioni complicate da spiegare seppure doverose da rispettare. Fatto sta che, tornando all’inizio, non mi trucco più. E mi viene da pensare a quella mia prima adolescenza, quella che guardava ai prodotti per il trucco con una meraviglia nutrita da un desiderio che mi spingeva a sbirciare di nascosto dentro la busta dedicata alla cura di sé di mamma, la stessa che conteneva magiche creme, matite colorate per gli occhi, pennelli di vario tipo, ombretti, lucidalabbra e quanto richiedeva l’attenzione per il bell’aspetto. Eppure mamma faceva uso scarso di questi prodotti, nessun rossetto, niente ombretti troppo accesi, fondotinta dai colori ai limiti del naturale e via così, ma io, che lo stesso ero sedotta da quella busta, sapevo di doverla sbirciare solo da lontano, mi avesse vista mentre la toccavo avrei sentito uno strillo acuto, non se ne parla, mi avrebbe raccomandato, stanne alla larga. Il burrocacao, quello sì, concedeva, una crema bianca per ammorbidire la pelle, pure, prodotti trasparenti, sai che valore sul mio incarnato piatto. Poi penso al mio oggi, vuoi vedere che col trucco si torna sempre al punto di partenza mi dico.
Scusami di tutto, papà
Muso lungo, lamenti gratuiti, parole facili, sparate a caso contro di me come a non sapere che posso fare fino a lì, che non sono una menefreghista, che se parlo tento di mettere al meglio in campo il mio contributo, invece no, mi si considera diversa, i miei tanti problemi gravano sugli altri e lo so, ma non a titolo di sfavore, piuttosto perché diversamente, col carico che dà la sclerosi multipla, non posso agire. In famiglia dico. Va così. Ho assunto il ruolo di capro espiatorio che aveva papà, non so come lo potesse sopportare, era bravo, generoso, nobile nei sentimenti quelli che esprimeva liberamente, con generosità, come se noi tutti avessimo il diritto di essere duri con lui. Adesso manca troppo ma non solo per quello che faceva, piuttosto per la consapevolezza di quelle gratuite cattiverie che gli ho rovesciato addosso anche io e che non possono essere cancellate dai sensi di colpa che la sua assenza ha fatto crescere dentro il mio cuore. Scusami di tutto, papà.
La sette vocali della lingua italiana
Ieri sera mentre guardavo la tv e ascoltavo un attore che è pure doppiatore, non ho potuto che notare la sua ottima dizione, l’intonazione calcolata, l’attenzione per l’uso di un dialogo dall’accordatura esemplare, la pronuncia pulita, priva di sbavature, composta da un insieme di fattori sufficienti per farmi andare indietro con la mente a ben trent’anni fa, poco più, poco meno, ai tempi dell’università, lettere e filosofia (più lettere che filosofia per quel che mi riguarda) e a un corso di studi che mi ha davvero arricchito la vita. Avevo l’obbligo di completare il piano di studi di quel semestre con un esame che doveva comprendere una materia di linguistica italiana, non sapevo come muovermi, ma da lì non potevo scappare, anche cercando non trovai niente oltre a quello di Fonetica e Fonologia che non sapevo nemmeno cosa fosse ma mi serviva, e così mi buttai, i tempi lo richiedevano. L’aula era arrampicata sopra una scala – che grazie al cielo allora potevo ancora fare –, piccola, pochi i banchi a disposizione, una decina di colleghi presenti, tra loro, già seduto, Massimo, ex compagno di liceo, con il quale in cinque anni avevo scambiato dalle dieci alle venti parole, dopo un rapido saluto mi accomodai infatti lontano da lui, poco alla volta però il corso conquistò entrambi tanto da diventare inseparabili amici di studio. Imparammo che la lingua italiana non è solo letteratura e bella pagina scritta ma anche parola che si compone di voce, tonalità, suono, inflessione corretta, valori che sull’onda dell’accento richiesto cambiano il significato alle parole. Quel corso mi ha arricchita di un valore che nemmeno sapevo esistesse, un punto fermo sulla nostra bella lingua che, per esempio, trova l’inizio dalla conoscenza che le vocali non sono solo cinque ma sette (a, è, é, i, ò, ó, u), giusto per partire dal principio, e poi via su una strada complessa che purtroppo non so praticare per intero ma almeno riconoscere. La ricordo quella scala ripida, quasi con affetto, soprattutto perché non mi ha chiuso le porte di uno studio fondamentale che non sapevo nemmeno esistesse. E la sclerosi multipla che, già c’era questo è sicuro, almeno non mi ha impedito di salire quei gradini per farmi buttare via la possibilità di comprendere quanto sa essere perfetta la lingua italiana.
Alla guida non so stare
Io non ho mai amato guidare, no, anzi, rifacciamo: stare seduta davanti al volante di un’auto mi ha dato sempre paura, non mi sono mai sentita al posto giusto, di quella roba sotto piedi composta da tre pedali necessari per gestirne l’andatura meglio non parlarne, quel volante poi, ricco di tasti, sistemi per gestirne l’andatura e sa il cielo cos’altro meglio tacere. Fino a quando la sclerosi multipla è avanzata, disegnando il suo andamento su di me, lo stesso che mi ha condotto alla scelta di acquistare un’auto col cambio automatico, um Panda nera, più semplice da gestire, meno movimenti con le gambe, soprattutto con la destra, quella fallata per prima, quella dell’area marchiata fin dall’inizio dalla sm. Papà si innamorò della mia auto automatica, di tanto in tanto, quando io non dovevo usarla la prendeva, solo col mio assenso però, che non metteva comunque in disparte le mie scortesi critiche, carogna come so essere, mi dico adesso. Quando è troppo tardi però. Poi la sm è avanzata di più, la patente andava rinnovata davanti a una commissione per disabili, un gruppo di medici senza cuore, pronti a umiliare con distacco criminale il mio orgoglio di donna che di colpa aveva solo una grave malattia causata da un destino meschino, sfortunato, miserabile non certo da errori provocati da scelte di vita incivili. Dopo l’esame superato loro malgrado, potevo guidare nuovamente con cambi manuali installati sul volante di un’automobile che manteneva comunque i mezzi per essere condotta da patentati di Classe B. Come papà. Quando allo scadere della patente per disabili scelsi di non rinnovarla per evitare di passare nuovamente davanti alla stessa commissione che tanto mi aveva mortificata due anni prima, la mia Panda divenuta Bianca passò quindi ufficialmente a papà che poté guidarla per poco più di un mese prima di lasciarci. La sua auto nuova, l’ultima, la tanto desiderata, la preferita, era diventato un angolo tutto per sé e che io avrei dovuto concedere prima, con larga parte del mio cuore.
2003 sta a 2025
Eccomi qui, tornata all’ovile, pazienza ci vuole con me, ma direi che sono giustificata stavolta perché il caldo delle ultime settimane, sporco, pesante, bagnato, fin troppo voluminoso, bugiardo e malfidente è salito sul ring attaccando la mia sclerosi multipla e, neanche a dirlo, insieme hanno fatto squadra contro di me, vincendo. L’afa l’ha gonfiata di orgoglio la sm, fino a stendermi con un carico superbo e malvagio che sa fin troppo bene dove e come colpirmi per fare male davvero e a lungo. Bere tanto, non uscire nei tempi più caldi della giornata, rispettare la controra, mangiare frutta e verdura, tanta, ripetono così gli esperti dei tg. Lo fanno ogni anno per poi aggiungere che il pianeta sta cambiando, il clima lo abbiamo peggiorato noi e via sul tema. Mentre io vado con la memoria al 2002, ho appena cominciato un nuovo lavoro, molto importante mi racconto, un ambiente inedito per me, mi avvio a frequentare giorno dopo giorno meccanismi mai conosciuti prima, quelli di una Jesolo che sta crescendo attraverso gli interventi di personalità che le stanno disegnando addosso un volto ancora mai visto. Quindi imparo molte novità e mi piace, ne discuto insieme coi miei capi, propongo, inseguo con fierezza il risultato migliore per varcare il traguardo che pare ideale, mi capita ovvio di sbagliare e ci rimango male, ma va da sé, credo. Fino al giugno del 2003 che solleva, all’improvviso, un’ondata di calura che prosegue con fierezza – e con spirito altero, viste le preghiere di tregua che alziamo tutti – fino al settembre dello stesso anno. Mentre io me ne sto ogni giorno in un ambiente professionale che oltre a richiedere un’attenzione razionale spinta ai massimi, reclama anche una presenza quotidiana elegante, curata, più che ordinata, sempre diversa, mai trascurata ma nell’insieme tutt’altro che fresca rispetto al clima che impera in quell’estate infuriata. Come in tutti gli ambiti professionali si dirà, certo che sì, ma lì dove un programma sta nascendo e i traguardi sono nuovi, serve maggiore cura per il dettaglio anche quello estetico, ci sono incontri da organizzare, riunioni da mettere in campo, tecnici da accogliere, il caldo resta un punto secondario rispetto al resto. È necessaria la propria e continua attenzione per la presenza personale che corre di pari passo con la scelta del proprio abbigliamento, il migliore. Di quell’estate 2003, dove la sclerosi multipla si era già presentata alla mia porta fornendo una tregua che ancora mi illudeva, quell’afa furibonda la ricordo fin troppo bene, ma insieme anche i tanti segnali impartiti da una bella professione che stavo facendo mia.Vorrei svegliami come se domani fosse ancora il 2003, anche se già so già quello che mi accadrà dopo, compreso il doloroso debutto sopra una sedia a rotelle, che in quell’anno solo intuivo scorgendolo tra le righe, ma che importa, ero troppo impegnata a stare bene come persona che imparava un lavoro che mi faceva sentire bene. Al di là di te, sclerosi multipla che non sai che essere, con tutti i quesiti che ti porti appresso, le cattiverie che sai mettere in campo, le bassezze sempre nuove che sai inventare, le risate che ti fai da sola, senza amicizia o amore che nessuno ti ha mai dimostrato, o mi sbaglio?