Quel film che mi è uscito di scena

La tv nel periodo natalizio è uguale a un armadio pieno di abiti superati, identici, che non indossi più, fuori taglia, rispondenti a un gusto sorpassato, per forme, colori, figura perciò da chiudere in cantina. Insomma fa il paio con una programmazione ripetiva da cui escludersi. Non del tutto però, e butto sul piatto un titolo: Parenti serpenti, 1983, regia di Mario Monicelli, film con, tra gli altri, Paolo Panelli, Alessandro Haber, Marina Confalone, Monica Scattini. Quante volte l’avrò guardato? Tante. È il racconto dell’annuale incontro per Natale di una famiglia piena di contraddizioni, tra fratelli, cognati, nuore, nipoti e che comincia con uno spirito di confronto, quasi in equilibrio, che tuttavia termina in modo amaro trainato da un sentimento nutrito di rabbia e cattiveria. Anno dopo anno l’ho sempre scelto Parenti Serpenti per guardarlo con la stessa attenzione mescolata al piacere e al desiderio di mettere insieme i caratteri dei personaggi: compongono una famiglia che si rivede per Natale in una maniera complessa soprattutto quando i protagonisti si trovano a fare i conti con le esigenze dei genitori, ormai invecchiati, che domandano ai figli di potersi trasferire, per ovvia necessità dettata dall’anzianità, nelle loro case. Molto più che tentennanti di fronte a questa richiesta, i figli si ricacceranno addosso l’uno all’altro la questione e qui cominceranno liti accese, scornate che buttano sul piatto la responsabilità di prendersi cura dei reciproci genitori. Sarà stata la scomparsa di papà, la mia sclerosi multipla con il suo carico pesante, mamma non certo giovane, per quanto volenterosa, ma l’anno scorso il finale del film l’ho trovato struggente e doloroso, la decisione dei figli di sbarazzarsi dei genitori con una violenza maturata da un atto di durezza mascherata da menzogna mi ha freddato i sentimenti. No, credo che Parenti serpenti lo metterò da parte quest’anno.

Cotto, stracotto

Che noia di tv, allontanarsene? Certo, devo farlo ed è su questo pensiero che piombo ogni volta perché sto soffocando travolta da un bel po’ di monotonia. Sto appesa troppo alla televisione, lì  dove tutto si muove su una programmazione fissa che parla sempre degli stessi argomenti, di cucina in larga parte, con cuochi, o forse nemmeno tali, che si accingono a confrontarsi su piatti composti da ingredienti pesanti, addirittura uguali perlopiù, abbondanti, fin troppo, composti piano dopo piano, uno sopra l’altro, senza nessun rispetto per economia e secondo me nemmeno gusto. Non cucino perché in piedi davanti a un piano cottura io e la mia sclerosi multipla non ci stiamo, aggiungo anche che comunque non ho mai amato farlo, resta il fatto che le portate televisive mi danno fastdio. Per i loro esiti finali, troppo elaborati, ciò che vedo cucinare sono perlopiù autentici “mappazzoni” scomposti, carichi di tutto ciò che amo di meno, sovrapposti, piano dopo piano, fino a formare un chissà cosa che mi sembra perfetto per guadagnarsi il titolo di spreco, completo, assoluto, integrale a totale discapito per chi ha difficoltà a riempire il carrello della spesa. Possibile mi chiedo che nessuno intervenga per bloccare questa visione onnivora composta da poco gusto e molto spreco? Vale la pena continuare su questo livello di tv, allora? No, direi di no visto l’insieme di ciò che offre. Col telecomando in mano procedo per scoprire che, chiusi i fornelli, arriva l’altro tema imperante, la cronaca nera, anche questo come argomento vestito da asse dei palinsesti quotidiani, con argomenti che si replicano, capitoli su altri capitoli, sempre gli stessi, uguali per racconto, narrazione, minimo valore giornalistico. Tizio uccide l’altra, caio insegue l’altro, chicchessia ruba a casa di ognuno. C’è da darsi una svegliata, Cinzia, lo riprendiamo un bel libro in mano per esempio o lo lasciamo coprirsi di altra polvere sullo scaffale, canaglia che non sei altro.

Capo chino e stetoscopio

Medicina, passi distesi lungo i corridoi dei reparti, testa bassa, stetoscopio attorno al collo, sguardo pensoso rivolto al pavimento, riflessioni in corso forse, finte o presunte, eppure continue, incessanti, prolungate: ci si laurea solo dopo aver chiarito che il proprio futuro non potrà che avere questo aspetto? Tutte le volte che varco le porte di una clinica li vedo così i medici, se si muovono fuori dagli ambulatori evitano con alterigia (?) lo sguardo, spesso insistente, dei pazienti seduti lì in attesa della loro visita, dell’esame o sai cosa. Camminano tutti così i dottori, con gli occhi giù, al pavimento, bassi puntati al vuoto, evitano, io credo, richieste mosse solo da uno sfogo pieno di domande, spesso intimorite, se non disperate, fin troppo ricche di paure, irrisolte. Mi escludo da questi canoni, mica per educazione ma per autentica paura, di loro, delle loro risposte, delle avanzate violenze, senza pietà nate sotto il segno della sclerosi multipla. Ricordo, infatti, che dopo la diagnosi, nei primi tempi, a ogni visita di controllo partivo da casa con un mazzo di libri e giornali che leggevo mentre aspettavo il mio momento, avevano lo scopo di autoescludermi da ogni contatto col resto che mi stava attorno, niente volevo vedere, ascoltare, tantomeno raccontare. Poi il tempo è passate, io seguo ancora le direttive del mio silenzio, osservo di più forse, come i dottori, il loro capo chino che li allontana dalla sala d’attesa dove sostiamo noi pazienti. Vorrei tranquillizzarli, mi vedete lì ma statene certi, potete alzare il capo su di me, non vi fermerò, o forse solo per chiedervi se a questo modus che mettete tutti in pratica siete stati introdotti dai tempi dell’università.

Un posto al sole

Ieri sera, finita la cena, guardato il tg, già in pigiama, pronta per passare sul divano, ho cercato un po’ in giro tra i canali della tv per orientarmi col telecomando in mano e per vedere come avrei potuto passare la serata. Un tempo queste ore erano il momento imdiruzzato per la lettura ma da un po’ le mie abitudini serali sono del tutto cambiate, il libro si prende in mano di pomeriggio e la sera tocca alla televisione, con nessuna soddisfazione peraltro, se d’inverno il palinsesto è debole, d’estate rasenta la vera pietà. Potrei scegliere di muovermi tra una delle tante piattaforme streaming installate sulla mia tv, ma ci sono molte ragioni per cui non lo faccio, per esempio mi addormento subito davanti al televisore mentre le serie del digitale che pure potrebbero piacermi, richiedono attenzione per evitare quel viavai fastidioso, di sera in sera, tra una puntata e l’altra. Fatto sta che questa televisione, povera e scadente d’estate mette in scena le peggiori repliche di tutti i programmi passati durante la stagione invernale, cosa che come ovvio mi innervosisce oltre modo. Ieri sera ciondolando tra un canale all’altro in cerca di armistizio, sono passata da Raitre scovando addirittura Un posto al sole, guarda un po’ qui mi sono detta, lo fanno ancora, quanto tempo sarà passato, trent’anni da quella prima puntata? Niente di più facile. La prima serie italiana, ambientata a Napoli, davanti al Vesuvio, lì dove sorge Palazzo Paladini ovvero il set in cui si muovono le vicende della storia, quelle di ieri e per quel che ho visto anche quelle di oggi. Succedeva così decenni fa, tornavo dal lavoro, gli orari con l’inizio della puntata combaciavano con i miei, mi buttavo sul divano, accendevo la tv e mi trasferivo a Napoli, nel momento in cui saliva di quota la nuova puntata di Un posto al sole, la chiamavo la mia mezz’ora d’aria, il momento che mi faceva volare lontana da tutte le responsabilità appena chiuse in un cassetto dell’ufficio, lo stesso che avrei dovuto aprire il giorno dopo. Ieri sera ho riconosciuto Palazzo Palladini, gran parte dei personaggi che mettevano in scena la mia mezz’ora d’aria di un tempo anche se oggi sono ovviamente, invecchiati e coinvolti in storie che non ho riconosciuto e che non mi ha interessato riconoscere. Infatti. Non riprenderò a guardarlo questo telefilm sotto il Vesuvio ma resta il fatto che come prodotto televisivo sembra quasi più ben fatto di tutti quelli di oggi che pretendono di essere attuali, nuovi, correnti, addirittura innovativi e moderni, costruiti tuttavia seguendo realizzazioni narrative fintamente inedite.

Serve un volo verso l’alto

Questo blog non sale di quota, non viene letto in pratica, ha avuto qualche – raro – momento in cui sembrava piacere di più per poi colare subito a picco tra silenzi e mancati contatti. Mi si dice che la causa potrebbe essere mia perché non ci scrivo con la continuità sufficiente da conquistarmi l’interesse di chi su queste pagine desidera nutrirsi dei miei pensieri e della mia penna, può essere vero, non da meno è comunque forte la probabilità che gli argomenti toccati siano davvero poco interessanti, ovvio anche questo, ci aggiungo pure che stile, grammatica, sintassi che utilizzo mettano da parte ogni piacere per il lettore perché dimessi e ripetitivi, niente di più verosimile. L’insieme di questi fattori, fin troppo autentico, mi demoralizza togliendomi di dosso ogni entusiasmo, quello utile per continuare a far sopravvivere queste pagine, anche se scrivere mi mantiene viva, quel minimo almeno, ultimamente anche più della lettura visto che tutti gli spazi con cui gestisco la mia vita sono cambiati, rovesciati addirittura e non certo migliorati. Eccomi, qui, con un altro lamento, ancora e ancora, chi può avere il desiderio di leggere righe che piovono sempre infradiciando il terreno?

Ecco a voi Harry Potter

Se stai lì, in attesa che i tuoi capelli corti crescano imboccando la via che cerchi, cambia speranza che è meglio, fai il contrario, mettiti in disparte, spostati dalle illusioni, allontanati dallo specchio, stai distante dalle tue certezze, perché il desiderio di vederti in testa una chioma ancora lunga sarà disattesa. Abituarsi al caos nato sul tuo capo sarà però impossibile, giorno dopo giorno, anziché crescere con garbo i capelli si trasformeranno in ciuffi un po’ alti e un po’ bassi che parlano di incuria, trascuratezza e sciatteria e per questo sarà necessario tornare dal parrucchiere per accorciarli di nuovo. Quello che è capitato a me: all’inizio dell’inverno li ho tagliati un po’ troppo, me ne sono accorta solo quando ho cominciato a soffrire per ogni grammo di freddo che si poggiava sopra le orecchie rimaste belle che scoperte dal loro cappotto naturale. Ora invece sono stata costretta a tornarci dal parrucchiere per restituire un po’ d’ordine all’acconciatura. Quindi ho dovuto rivedere le forbici sferruzzarmi ancora sul capo per ridargli disciplina. Che dovevo fare se non questo? Ma un dettaglio sul mio stato d’animo da aggiungere c’è: sono cresciuta amando i capelli lunghi, la mia capigliatura castano scuro poggiava ben oltre le spalle, tagliavo perfino da sola le doppie punte, pensa te che fessa. Da piccola era mamma a portarmi dalla sua di parrucchiera, odiavo quel momento perché lei voleva ricondurmi a casa con un caschetto disegnato in testa “Assomigli alla Carrà” mi diceva come tentativo di convincimento, poca roba come manovra. Oggi è cambiato tutto ancora, più per caso che per scelta, ma tant’è, i capelli sono corti, e pure per mia iniziativa e sembra che mi vada bene così, sono più pratici da mantenere, questo è innegabile. Solo che poi appena indosso gli occhiali e mi metto davanti allo specchio riflesso ci vedo solo Harry Potter. Sai gioia

Care ragazze, cari ragazzi – XXIII

Vi chiamano la Generazione Z nata a cavallo del nuovo secolo, tra il 1996 e il 2010, oppure Generazione Alpha, quelli di voi, giovanissimi, nati dal 2011 in poi. Noi adulti, invece, siamo altro e ci chiamano Boomer (1946-1964); Generazione X (1965-1980); Millenials o Generazione Y (1981-fine anni ‘90). Mi fanno ridere queste definizioni? Sì. Per me del resto tutto si risolverebbe con due sostantivi: voi giovani, noi adulti, pure vecchi se preferite. Al primo approccio infatti queste descrizioni mi sembrano delle perfette sciocchezze ma poi informandomi meglio ho scoperto una serie di dettagli che sottolineati si mostrano caratteri che appartengono appieno alla società nella quale viviamo e di cui voi ragazzi siete assoluti protagonisti. I Boomer e la Generazione X siamo noi adulti e voi lo sapete molto bene. Gli ultimi in particolare, ovvero gran parte dei vostri genitori, zii, insegnanti, vengono definiti anche la “generazione invisibile”. Si proprio noi, figli del boom economico prodotto dai vostri nonni; un’epoca intatta la nostra che ci ha permesso di vivere godendo di un benessere gratuito con tutte le occasioni per stare bene, studiare, lavorare e senza sforzarci troppo, anzi per niente. Poi si arriva ai Millennials o Generazione Y, nati tra il 1981 e la fine degli anni ’90, anche qui si rintracciano certamente molti dei vostri genitori ma pure questa è una generazione che vivendo uno spazio temporale diverso rispetto al vostro non si può che definire poco intricato soprattutto se paragonato a quello in cui state crescendo voi. Ovvero la Generazione Z, nati tra il 1997 e il 2010 definiti i nativi digitali che utilizzano le tecnologie e il web quotidianamente con sapere e abilità facendo propria una dimensione che è parte fondamentale della vostra vita. Dietro c’è la generazione Alpha, i giovanissimi nati dal 2011 in poi. Il mondo del lavoro cerca voi cari ragazzi della Generazione Z e Alpha perché siete in grado di mettere a servizio delle aziende che vi scelgono capacità e approcci corretti che non necessitano di formazione e quindi di tanti investimenti economici. Appartenete di principio a generazioni che fanno riferimento alle necessità del mondo del lavoro moderno e, pur se nati dentro un’epoca difficile, in modo autonomo, forse casuale, avete acquisito le capacità richieste dall’oggi. Basta quindi con il darvi sempre addosso, forse esagerate quando passate troppe ore in silenzio maneggiando il telefonino, ma in un certo senso state pure migliorando il vostro curriculum vitae. Non investite tutto in bazzecole però, informatevi per bene perché solo così entrerete nella linea giusta per definire il vostro domani.

Parigi/Londra/Liceo Classico

Poche settimane dopo aver aperto questo blog, anni fa, chiesi a Enrico, mio amico ed ex compagno di liceo, di darci un’occhiata, giusto per conoscere il suo parere, per avere un consiglio e per aiutarmi con un’opinione di cui mi sarei certamente fidata. Era estate, mattina, c’era molto caldo, venne a Jesolo per fare colazione insieme nella pasticceria dietro casa mia, ricordo che, presi dalla discussione, cambiammo molti tavoli per rintracciare l’ombra che si spostava con il passare delle ore. Era sottointeso il tema del blog: l’ospite mai voluta che mi si era calata addosso e che si chiamava sclerosi multipla. Lui che a casa aveva già letto tutto me ne parlava con una sostanziale approvazione fino quando fece considerazioni su quei post che divagavano dall’argomento centrale toccando invece ragioni che comprendevano anche temi politici e opinioni personali sul tema. “Non sono né richieste, né interessanti – mi disse – soprattutto rispetto alla tua ospite; non è certo piacevole sapere come si fa spazio dentro te ma è rilevante sentire come affronti il disordine che ti provoca”. Ci ragionai, approvai il suo consiglio e le mie considerazioni personali di tema politico sparirono. Fino a ieri sera con lo scrutinio finale delle elezioni politiche in Francia, quello che ho sentito, quello che ho letto. Non esprimo giudizi in merito ma una considerazione mi viene. I voti che hanno sostenuto portando alla vittoria Mèlenchon con il Fronte Popolare e al secondo posto Macron sono arrivati in gran parte dalla capitale Parigi, Le Pen e Bardella avrebbero conquistato il resto del Paese. Lo stesso meccanismo che ha portato il Regno Unito alla Brexit: me lo ha raccontato Donatella, compagna di banco al liceo, che oggi vive a Londra e che all’indomani del risultato del referendum del 2016 era sbalordita dall’esito, lei e i suoi amici londinesi mai avrebbero previsto questo esito tanto che in molti non erano nemmeno andati a votare sicuri che il Paese mai avrebbe accolto una tale proposta. Ieri ho scambiato un sacco di wapp con Marina – sempre il liceo! –  e alle 19.10 circa ci siamo scritte: “Fatta, ma che strizza!”. Enrico, basta politica, promesso, ma stavolta serviva per dire che senza informazione, studio e preparazione si va dentro il pericolo. E non a caso in questo post, il nostro liceo è salito alla ribalta, come una capitale.

Care ragazze, cari ragazzi – V

Me lo spiegate voi cosa significa essere Maranza? O ancora meglio qual è il piacere di esserlo? Io parlo per me ma credo di essere una valida portavoce di tutti noi adulti, a partire dai vostri genitori, insegnanti e quant’altro: non ci è chiaro cosa significhi mettere in atto il comportamento di Maranza. Prima di cominciare a scrivere mi sono informata, ovvio, ma tutto quello che ho letto mi ha molto impensierita, possibile che sia questa la valida descrizione di quegli atteggiamenti che alcuni di voi giovani mettete in piedi auto-definendovi Maranza? La cronaca parla dei Maranza come giovani – molto spesso giovanissimi – che somigliano a sollevatori di malessere che si sfoga con movimenti di bullismo e cattiveria verso i  coetanei, ma anche nei confronti del bene comune come monumenti, opere pubbliche, locali all’aperto, mezzi pubblici. Ho fatto un racconto sbagliato di questo pezzo di società che si sta diffondendo sempre più e che è composto proprio da voi giovani? Ditemelo, raccontamelo cosa significa Maranza ma soprattutto il piacere di esserlo perché questo mi sfugge e sfugge a tutti gli adulti. Siamo molto lontani dall’essere giovani come voi e capire il mondo che vi circonda e che create è davvero difficile. Comprendiamo il valore della vostra età, l’abbiamo avuta anche noi con i nostri modi e i nostri tempi, ma oggi sembra che il caos vi stia crescendo accanto. Il perché proviate piacere a mettere in moto certi atteggiamenti Maranza vorremmo saperlo da voi che vi definite così. Avete il vostro modo di vestire, ma questa è la bella gioventù, lontana dalla nostra e quindi è giusto che voi scegliate ciò che vi piace indossare, sono tutte impronte di riconoscimento che non possono mancare nel vostro guardaroba. E fino a qui tutto bene, ogni generazione ha il proprio modo di essere, è un segno di identificazione, ve lo dice una che era adolescente come voi oggi negli anni Ottanta e c’era da mettersi le mani trai cappelli, attorno c’era il look dei Paninari e tutti noi volevamo esserlo. Ogni generazione ha la sua storia infatti. Ma sembra che i Maranza di oggi cerchino la rissa, la provochino per strada e allora vi chiedo perché? Sento che accade sempre più spesso, non mi sembra un divertimento però è questa l’immagine che restituisce il termine Maranza. L’informazione poi aggiunge del suo e dice che voi giovani siete tutti così e questi servizi giornalistici che parlano in questo modo fanno accapponare la pelle. Possibile che siate compiaciuti di questo ritratto che vi viene fatto? Ora io lo so che troppo spesso noi adulti non capiamo voi giovani e per questo non credo che aspiriate tutti a diventare così. Concludo chiedendovi il favore di prendere le distanze da questo modo di essere. Un consiglio: date un corpo nuovo alla vostra immagine, siete altro, mettevi in mostra per quello che siete davvero. Nel caso di coinvolgimenti contrari alla vostra volontà chiedete aiuto a noi grandi, siamo qui per questo.

Alfredo Rampi e il resto del 1981

Ieri sera in tv c’era poco da vedere, come capita spesso, ma siccome durante la giornata avevo bevuto due caffè neanche sonno mi veniva, allora ho cercato qua e là e mi sono fermata su una serie Netflix, il racconto della storia di Alfredo Rampi, il bimbo che nel 1981 nel Lazio in località Vermicino morì dopo essere caduto dentro un pozzo artesiano. La ricordo quella vicenda perché fermò il Paese in un modo innaturale per quei tempi. Anni fa ho letto Marco Mancassola che nel suo Non saremo confusi per sempre offre lo spunto per una riflessione su un caso di cronaca nato, secondo la sua interpretazione, con la precisa intenzione di accendere un’attenzione inedita. La notizia arrivò, infatti, sulle redazioni dei tg che stavano curando l’impaginato dell’edizione delle 13.00 mentre si barcamenavano per mettere insieme pezzi potenti come una probabile crisi del Governo Spadolini, il primo Presidente non democristiano d’Italia, la confessione del brigatista rosso Roberto Peci e l’ancora indicibile scoperta dei primi nomi degli affiliati alla Loggia massonica P2 segnalata per il probabile colpo di stato che avrebbe potuto mettere in atto. La vicenda di quel bambino sembrava perfetta per dare aria ai tg, per stringere gli altri spazi, per rassicurare il Paese inducendolo a seguirne la storia dal momento che sembrava un fatto di cronaca prossimo a volgere al meglio come segnalavano le corrispondenze locali. La storia di Alfredo Rampi invece prese una strada diversa, sovrastò tutto facendo rimanere l’Italia attaccata al video in attesa di poterne salutare la salvezza. Si mise in moto un meccanismo di informazione irragionevole che anche io, pur bambina, ricordo: lunghissimi, per quanto giustificati, tentativi di salvarlo, telecamere sempre accese e conseguenti trasmissioni tv in onda senza sosta, auto di gente curiosa che raggiungeva Vermicino per osservare da vicino la situazione, addirittura camper da fiera che vendevano panini per un pubblico evidentemente convinto di partecipare a una festa. Il Presidente Pertini che arriva per parlare con Alfredo contribuendo ad accendere altri sciocchi riflettori. Mi chiedo  la ragione che ha portato alla produzione di questa serie, fra l’altro non proprio un capolavoro, se i famigliari sono stati d’accordo con la sua messa in onda visto che ricordo bene come anni fa si erano opposti con forza alla decisione di un quotidiano nazionale di allegare alle copie in vendita i video che raccontavano quelle giornate trasmesse dalle tv. Per valore di storia: il premier Spadolini rimase in carica fino all’agosto del 1981, Roberto Peci fu ucciso a Roma poco dopo, alla fine di quell’anno, dopo una parentesi d’indagine molto lunga, venne istituita una commissione parlamentare d’inchiesta che rivelò i nomi degli affiliati alla P2. Alfredo Rampi morì il 13 giugno 1981.