In programma domani sera c’è una serata coi miei amici storici, una cena che parte dai soliti caratteri di sempre; vederci per parlare di tutto, di noi, dell’insieme, per ridere, scherzare, essere presenti, ricordare, commentare i giorni di oggi. Ma io non ci sarò. Come accade da anni. Dalla prima valanga Covid, quella che ha prodotto danni e paure note e che oltre a tutto si potenziava con l’altra valanga che mi appartiene e che mi frana addosso sotto le spinte della sclerosi multipla. Ed è seguito da allora un no dopo l’altro. Perché poi è arrivato il caldo afoso dell’estate a Nordest, quello che mi inchioda sotto l’aria condizionata per sopportarlo. Quindi ancora no. Adesso che la sm si è moltiplicata con sintomi sempre diversi anche il freddo dell’inverno mi viaggia contro irrigidendomi su gambe interrotte che somigliano a blocchi che faticano a piegarsi. Perciò eccolo il no a questo nuovo appuntamento in programma domani. Insieme ai miei amici storici, quelli di sempre, conosciuti al liceo, in III C, ma anche in altri licei, loro, quelli con cui ho condiviso tanto, direi tutto di quanto è accaduto nelle nostre vite, di bello e meno. Amori, lauree, matrimoni, figli ma anche momenti faticosi e di dolore, quelli di ieri, di oggi e certo di domani. Loro sono i compagni di banco, ma non solo, sono quelli che mi legano a momenti potenti, complici di tanto: risate sotto l’ombrellone della spiaggia di Jesolo, ma anche partecipi di lacrime e giorni cupi, così come quelli pieni di fraintendimenti seguiti da recuperi ancora più belli di prima. Ma anche l’arrivo di figli che ho visto nascere e che, cavolo, oggi vanno al liceo. Pensa la grandezza del tempo insieme. Su wapp abbiamo un gruppo che si chiama “del rispetto” ma non ricordo perché si chiami cosi, sta di fatto che ci ritroviamo lì per scambiarci auguri di compleanno, battute e i nostri inviti per le pizze tra di noi appunto. A cui io non partecipo da troppi anni. Mamma mi dice di non isolarmi, di non perdere questi amici troppo importanti per essere messi da parte. Papà avrebbe voluto che dicessi sì, vengo e questo eccome se lo so. Arriverà il momento papà, ora non ce la faccio, mi sento spezzata da un cuore che ancora sanguina. Ho bisogno di ricucire tutto. Perdonatemi ragazzi del Gruppo del rispetto, vi chiedo solo di darmi ancora un po’ di tempo. Quando arriverà quel momento sarò felice di essere lì con voi e quella pizza la dedicherò a te papà.
Categoria: Cose che vivo
Corti, ma pieni d’amore
E ora guarda un po’ come ho i capelli. Corti. A dicembre. Con questo freddo a cui manca solo una bella nevicata per chiudere il conto. Sì ok, l’avevo detto io alla parrucchiera di tagliarmeli. Su per giù come la scorsa volta sono state le mie parole e il senso mi sembrava un sottinteso corretto visto poi che ero seduta sulle poltrone dello stesso salone. Fino a che, al momento di definire il risultato che avrei voluto, avevo il mio dito poggiato su una immagine precisa, quella che mi soddisfaceva, corta certo ma non come si è rivelato il risultato finale. Chi le capisce è bravo queste parrucchiere, almeno secondo me. O forse sono io che proprio non mi so spiegare. Un linguaggio doppio che non si incontra mai, diciamo così. Fatto sta che ora ho i capelli davvero corti con la conseguenza che mi si raffreddano orecchie, collo e sa il cielo cos’altro ancora. Hai voglia a mettere un berretto. Però la verità l’ha detta mia mamma: “Eri tu sotto le forbici, dovevi fermarla”. Concludendo comunque con complimento che commuove: “Sei bella e basta!”. Poi sento tutti gli altri che mi dicono che sì, sono corti, ma che tanto poi ricresceranno. Sottotitolo: che disastro. Fino a Federica, la mia amica storica che, con la sua risaputa sincerità, non fa giri di parole e dice che il taglio è innegabilmente corto e forse nemmeno troppo bello ma mi butta sul piatto mille e uno consigli per cercare di pettinarlo meglio. Insomma la voce di un’amicizia di quelle che quando ci sono il cuore si allarga di amore che scalda e basta. Ma che dire, non finisce qui. Perché quando sono passata alla cassa per pagare mi è stata consegnata una busta firmata da Jenny. Inseme cerchiamo di trascorrere questo periodo di dolore immenso il più legate possibile perché i nostri papà, le nostre famiglie, vicine da decenni li hanno visti andare via quasi stretti per mano. E ora siamo noi a cercarci per scambiare la forza di andare avanti, dicendoci a ragione che così avrebbero voluto loro. E nella busta c’era la sua dedica, il conto l’aveva pagato lei, un regalo, un altro omaggio ai nostri papà. Ma so anche che quando la vedrò, oltre a un bacio immenso tutto per lei so che dovrò fermarla prima che corra in salone a dirgliene quattro. Stai tranquilla Jenny, sono corti ma alla fine mi piacciano tanto, sarebbero piaciuti a papà e il tuo regalo è stato un pensiero talmente grande che io non potrò dimenticarlo mai.
Spritz insieme a papà
Da quando è morto papà, lo scorso marzo, la domenica a casa mia è diventata una giornata dai caratteri speciali, un’occasione in più per stare insieme noi tre pensando, ognuno a proprio modo, a lui. E quindi, in gran parte grazie a Luca, la giornata si veste di ricordo ma anche di sorrisi, di chiacchiere e ospiti, da accogliere con vivo piacere e casa nostra così come fuori. Un vuoto da riempire con qualche sorriso in più davanti a un carico di dolore che brucia come il fuoco. In molte occasioni si va a Messa nella chiesa dove c’è quel parroco cui papà nelle ultime settimane di vita si era tanto affezionato. Poche domeniche fa ci siamo andati e insieme a noi c’era uno nostro amico con sua mamma. Fizzo si chiama, nome noto nella Jesolo del divertimento, un vero personaggio che qui ha fatto storia, gran cerimoniere di corte del locale più famoso e amato da generazioni di ragazzi che, finché al timone c’è stato lui, qui e solo qui venivano a trascorrere le loro notti più belle. Dire che è amico mio forse è troppo, più correttamente lo è di mio fratello e così Fizzo mi ha un po’ adottata. Dopo la Messa noi tre con le nostre mamme siamo andati a pranzo fuori e lì, davanti a baccalà, frittura di pesce e spaghetti con le vongole, sono cominciate chiacchiere, ricordi e risate. Terrazza Mare era il locale indimenticabile che Fizzo guidava e dove noi eravamo sempre presenti. E poi tra un ricordo e l’altro, Fizzo ha raccontato del mitico spritz, anima ben presente del Terrazza, aperitivo storico nel nostro territorio veneziano e che dietro il bancone di questo locale ha lasciato i caratteri della bibita popolare per assumere quelli dell’aperitivo più alla moda. Era stata una scommessa, ci ha detto Fizzo, lo spritz valeva come aperitivo, leggero, poco alcolico tanto che, passo dopo passo, è diventato, grazie ai movimenti studiati dal Terrazza, una moda per i più giovani. Vino bianco, ghiaccio e un alcolico rosso, Aperol, che a Jesolo, stagione dopo stagione, veniva consumato in quantità crescente. Fino a che i suoi venditori se ne accorsero, facendosi domande, cercando giustificazioni che potessero soddisfare questo importante perché. Come mai a Jesolo se ne registrava un consumo così alto rispetto ad altre località? Si rivolsero ai loro clienti della zona e in un battito d’ali, ricevuti i giusti perché, lo Spritz veneto era già un successo italiano trasformato nell’aperitivo preferito dai giovani. Ma tutto parte dal nostro Terrazza, dal Fizzo e se io lo so è per una bella domenica passata fuori. Anche insieme a papà.
Secondaria Progressiva
Martedì scorso sono andata a fare la visita di controllo per verificare come sta sguazzando dentro di me quella bella rogna della mia, per niente cara, sclerosi multipla. Non credevo di trovare ciò che mi sono sentita dire. Ho dovuto registrare ben altro rispetto al passato, almeno un passaggio in più in considerazione di quanto pensavo, qualcosa che ignoravo, un transito in avanti della grande mazzata che mi porto appresso insomma. La sclerosi multipla si compone di due gradini: il primo, RR, recidivante-remittente, quella con cui si presenta al suo esordio e che disegna, poco, poco alla volta, piccoli passaggi in avanti spesso trascurabili o comunque gestibili – lo dice chi non vive quotidianamente con lei comunque – e poi il secondo, SP, secondaria progressiva, quello successivo che potrebbe anche non arrivare, dipende dal suo decorso. Ma mentre la scorsa settimana facevo la visita saltano fuori invece queste due parole, secondaria progressiva, che al di là di tutto, e di come sto, credevo non mi riguardassero. Malgrado la sedia a rotelle, malgrado le visibili difficoltà, malgrado il bisogno costante di aiuto, malgrado tutto il tanto che c’è io mi sentivo ancora dentro altro, dentro il primo stadio, dentro quella fase RR che contavo mi somigliasse ancora tanto. Perché nessuno mi aveva mai detto altro. Gli esiti delle risonanze magnetiche evidentemente non li so leggere, né capire visto che mi sembrava concludessero sempre con definizioni non troppo peggioranti rispetto al mio stato di salute. Sbagliavo. E di fronte alle parole che la scorsa settimana la dottoressa mi ha detto in un modo nemmeno troppo altero mi sono sentita lì, arrivata dove non volevo e non credevo, e allora ho sbarrato gli occhi e abbassato la testa. La mia neurologa ha fatto dei segni su un foglio di carta per spiegarmi al meglio la situazione attuale ma credo di non averli neanche guardati, le sue parole invece certo che le ricordo “la tua diagnosi risale a 24 anni fa, allora si brancolava nel buio, ora forse ci si muove un po’ più in avanti, ma al momento non posso dire di più, è passato tanto tempo, speriamo solo che tutto si stabilizzi in modo che così il piano della tua SP vada avanti con questo disegno silente il più a lungo possibile”. Io insomma sono diventata una Sclerosi multipla SP. Odiosa lei. Ma forse qualche responsabilità ce l’ho anche io, avvolta che non sono altro dentro una pigrizia ripugnante. Oppure no, così doveva andare e coì è andata.
Grazie, maestra
È morta la mia maestra delle scuole elementari e in questo anno carico di dolore immenso si è aggiunto un nuovo addio importante. Lei mi ha insegnato a leggere e a scrivere mettendo insieme il valore della bella pagina e del bel significato, mica solo il dato di tecnico di come si fa e di come si deve. Lo ricordo quel primo giorno di scuola accompagnata da mio papà, guarda un po’ te, e il suo entusiasmo perché solo lì aveva saputo che la mia maestra sarebbe stata proprio lei, tra le più brave, le più apprezzate, le più ambite. E poi l’ingresso in aula, forse l’appello, non ricordo bene, di certo l’inizio di qualche piccolo disegno alla lavagna, le famose cornicette, e poi magari già quel giorno la presentazione della prima lettera dell’alfabeto, perché ricordo i componenti di una classe intera che alzavano la mano per dire la prima parola che veniva loro in mente e che cominciava con la lettera A. E via con albero, anatra, albicocca, asino, arancio e chissà che altro mentre la maestra annuiva. Io zitta non parlavo, paura di sbagliare? Poche idee, ben confuse? Timidezza? Forse, finché mi esce la voce e mi fa dire “aradio”, stramaledetto veneto dei miei stivali. La maestra non mi corregge, chissà che pensa di me ma forse c’è bisogno di tempo per inquadrare tutto, è probabile che ci sia bisogno anche di passare da quello sciatto errore per sistemare la strada e lei lo sa. Poco alla volta si impara a leggere, a scrivere, a far di conto, le tabelline – con davvero minima abilità da parte mia – fino al giorno in cui in classe lei ci legge un brano de I Promessi Sposi, addirittura. Per dire quanto era brava: “Scendeva dalla soglia di uno di quegli usci…”, la morte di Cecilia, la mamma che depone la piccola figlia annientata dalla peste, e che lei ha vestito di bianco, sopra il carro dei monatti. Un brano potente che mi fece piegare la testa per nascondermi mentre mi scendeva una lacrima. Ma la maestra Mariucci se ne accorge lo stesso e mi carezza la testa. Ecco quanto le devo, le mie passioni, ciò che sono, il piacere per leggere, scrivere è merito suo, a lei, che quel primo giorno di scuola nemmeno intese umiliarmi correggendo il mio “aradio”. Grazie di tutto maestra.
Amicizia e biscotti
Ieri pomeriggio è passata a trovarmi la mia amica Romina. È entrata in casa, per non sporcare si è tolta le scarpe sistemandole nell’angolo dell’ingresso, mi ha ricoperta di baci e carezze mettendo sul tavolo un pacchetto di biscotti molto più che deliziosi e così ha preso corpo il nostro tanto atteso momento di chiacchiere, racconti e voglia di stare insieme. Romina è una ex collega di lavoro: abbiamo vissuto insieme tanto, condividendo molti spazi, risate e pure discussioni – mica siamo due sante -, ma soprattutto desiderio, potente, di esserci l’una per l’altra. Non lavoriamo più insieme da un buon numero di anni eppure adesso siamo ancora qui. E chi avrebbe potuto dirlo per come era cominciata. Ci stavamo cortesemente sulle palle. Io me ne assumo gran parte della responsabilità se è per questo. Diciamo allora che non è facile spartire gli stessi spazi di lavoro così, all’improvviso, soprattutto senza la mediazione intelligente di un capo che ha voglia di far funzionare con sapienza un ufficio. Visto come sono abile a girare la torta, Romina? Ma le svolte, se sono destinate a esserci, arrivano per fortuna. Una cena aziendale, per esempio, quelle risate furbe e comuni che nascono anche senza volerlo, fino a che, passo dopo passo, scatta tra noi quella sghignazzata in più che porta al giorno dopo, a un altro ancora mentre il clima si distende attorno a una chiacchiera che porta all’altra. Fino a che io sento il bisogno che certe parole tra noi due diventino una verità che mi pesa dentro. Ricordo ancora la mattina in cui davanti alle nostre scrivanie le dissi che le dovevo parlare, una cosa importante, continuai. Ci scostammo dai computer, presi tempo, ma prima di dire le mie parole le imposi che nulla avrebbe dovuto cambiare i suoi modi nei miei confronti, lavoriamo insieme, continuai, nel caso di discussioni devi sentirti libera di mandarmi a quel paese, proseguii, non voglio pietà per nulla. Mentre parlavo lo sguardo di Romina si metteva sulla scia di un punto di domanda sempre più grande. “Ho la sclerosi multipla”. Lo dissi con tono fermo ma carico di paura, mista di rabbia. Ci abbracciammo piangendo entrambe. No che non nacque lì la nostra amicizia, quello fu solo uno scambio importante per me e che sugellava un sentimento che già esisteva. E che è ancora qui.
Li vogliamo felici, vero Jenny?
Prendi due famiglie, un pianerottolo condiviso, una vita fatta di tante storie passate insieme, figli, risate ma anche lacrime soffocate perché troppo pesanti da gestire, piccoli viaggi comuni, pizze in compagnia, aiuti reciproci che non sono mai mancati, poi traslochi, altre case, un po’ di lontananza fino ad arrivare a oggi che si ritrova attorno a un punto di arrivo simile e pieno di un dolore che riporta tutti di nuovo sopra lo stesso pianerottolo. Questo è accaduto seguendo le rette di due morti rapide, inattese, fin troppo uguali; due mariti, due papà andati via a poco più di un mese di distanza. Ecco cosa è successo: alla mia famiglia, alla famiglia della signora Ida, di Simonetta e di Jenny con una sofferenza che porta a guardarci in faccia per tentare di capire come dare uno straccio di significato a tutto, per ritrovarci, prenderci per mano e chiedere come sia stato possibile il tanto che ci è crollato addosso. Adesso si tratta di riuscire a intendere fino in fondo se possa convivere il carico della lacrima con il sapore della risata quando pensiamo possa farci sentire meno soli. Noi due, le famiglie di quello stesso pianerottolo, nel momento in cui i nostri mariti e i nostri papà ci hanno salutati abbiamo cercato un modo tutto nostro per camminarci accanto e andare oltre. Riaprendo le porte delle nostre case siamo andati alla ricerca di una soluzione in cui lacrime e ricordi ci spingessero avanti non senza mettere da parte risate e momenti da assaporare insieme, quelli che abbracciano e rendono più leggeri rispetto a un dolore che non smette di colpire forte e senza pausa. E così capita sempre che assieme, tra attimi che ricordano quel pianerottolo di decenni fa, dopo una battuta di spirito seguita o preceduta da una lacrima noi ci si chieda se i nostri papà – che solo dio sa quanto mancano – siano insieme adesso, se ci stanno guardando, se siano soddisfatti di saperci qui a parlare di loro e se questi nostri ricordi siano anche i loro e quindi, come noi, stiano ridendo tra loro perché noi è così che li vogliamo, solo felici.
La stagione di Jesolo
Stamattina mi sono svegliata mentre da fuori sentivo il rumore di una pioggia battente che una volta aperte le finestre ha fatto entrare un piccolo brivido fresco. “Finita la stagione” ho pensato tra me e me, non senza quel senso di soddisfazione che, arrivato settembre, provo fin da quando ero giovane. La stagione estiva di Jesolo è quel carburante economico che coinvolge tutti, imprenditori più o meno ben collocati sulla scala sociale ma anche forza lavoro che dentro questo meccanismo trova posto per avere occupazione certa d’estate e contributi economici forniti dallo Stato d’inverno. Un quadrimestre di lavoro, giorno più giorno meno, che all’arrivo di settembre fa sentire un suo certo sapore di leggera libertà. Anche a me che da qualche anno non sono più coinvolta dalle sue traiettorie di impiego. Ma mentre sto scrivendo sta già uscendo il sole, fa ancora fresco certo, di sicuro no afa, eppure niente mi mette più di cattivo umore di una giornata che nasce con il cielo grigio e poi si apre seguendo un sole che scalda l’aria, Non è finita la stagione allora? E chi lo sa. Quest’anno però, se a Jesolo si parla un po’ in giro con gli imprenditori o i lavoratori coinvolti nella stagione, pure se soffocati da un caldo dai tratti innaturali, tutti esprimono il desiderio di prolungarla: i tempi sono cambiati fanno capire, le certezze ben radicatequelle che nei decenni hanno permesso al litorale di germogliare con fiori brillanti, si sono fatte più complesse. La conseguenza è che persiste la volontà di mantenere la cassa ancora aperta, così come quella di non mettere subito da parte il grembiule del lavoro, una risolutezza rafforzata da quegli sguardi sul domani che qualche incognita la intravedono. E siccome sono jesolana, e dal momento che i miei genitori hanno faticato tanto con la “stagione” e poi perché proprio grazie a lei mi hanno dato tutte le possibilità di cui ho potuto godere, questo sole che dopo la pioggia sta uscendo non lo mando al diavolo come al solito. Lo dedico anzi a chi proprio così può prolungare la sua “stagione”.
Care ragazze, cari ragazzi – XI
E sicché è arrivato Ferragosto e tradotto in termini pratici significa che le giornate cominciano a farsi più brevi, che le temperature – e questo credo sia un piacere che vale per tutti – diventano meno soffocanti, ma pure che in un batter d’occhio dietro l’angolo spunterà settembre. Non sto celebrando la fine dell’estate, sia mai, vorrei solo parlare di ciò che si porta appresso questo mese rivolgendo le mie parole in particolare a quei ragazzi che tra poche settimane cominceranno una nuova avventura della loro vita: la scuola superiore di secondo grado. Come vi invidio! Perché? Presto detto: si stanno aprendo davanti a voi cinque anni scolastici che corrispondono a una pagina piena di novità, ricca di incontri importanti, cose da imparare sempre diverse e fondamentali, cariche di spunti inediti e ancora mai conosciuti. E poi amicizie che vi resteranno accanto a lungo, per sempre mi sembra il termine più corretto da usare. State uscendo da casa, e da soli, e per imparare ma anche per conoscere nuove persone. E attenzione, non certo gente qualunque ma amici veri che anno dopo anno cresceranno con voi e sarà bello così. Non credo di essere stata più fortunata di altri, credo valga per tutti questo principio, o magari serve solo il desiderio di allacciare legami sinceri, non per abbandonare quelli che già si hanno ma per stringerne ancora e anzi creare ambiti più grandi, spazi dove includerne diversi. Io ricordo ancora il primo giorno di liceo, ma oltre all’entrata in classe e all’incontro coi miei nuovi compagni di studio, non posso non ricordare quanto è accaduto poco prima. Siamo io e una ragazza, all’epoca ci si concoceva solo di vista, dobbiamo salire sull’autobus che ci porta a San Donà di Piave, io per andare al classico lei allo scientifico, ma siamo visibilmente imbranate e molto emozionate e sbagliamo mezzo, su quello in cui saliamo si va in piazza Mazzini, ce lo dice una signora quasi per caso e noi scendiamo di fretta e correndo arriviamo al capolinea e riusciamo a prendere al volo quello giusto, quello che ci deve portare a scuola, ma ovviamente in ritardo, per fortuna arriviamo in tempo prima della campanella. Durante il viaggio siamo in ansia, non ci scambiamo una parola, ma quante risate negli anni ricordando quella mattina, quel primo giorno di liceo che ci ha fatto conoscere trasformandoci in vere amiche. Ecco cosa vi auguro: un ottimo anno scolastico, tante cose da imparare e il valore più autentico che sa dare l’amicizia. Anche quello di ricordare, a trent’anni di distanza, un autobus sbagliato e quel valore di amicizia che per fortuna ha trasportato con sé.