Che giornate, santiddio, che pomeriggi soprattutto, avvolti da noia, nervosismi, voglia di piangere per dare un calcio a tutto mentre guardo le ore che avanzano lente, con questo sole che si sta riprendendo spazio accanto a un tramonto che non dà l’idea di voler arrivare. Avrei dovuto continuare con il lavoro dopo la morte di papà, mi dico, mi avrebbe aiutata di più a mantenere una maggiore apertura sul mondo. Ma c’è mamma appesantita e bisognosa di una voce vicina, c’è Luca che fa le capriole per reggere le fila della famiglia, c’è la sclerosi multipla, maledetta lei, che gode per ogni debolezza che le offro, c’è tutto che non quadra e che nello stesso tempo regola meccanismi sempre uguali, mai diversi, fin troppo prevedibili. Il lavoro avrebbe aggiunto pecche non risolvibili, ancora più gravose. Altroché. Ma se oggi mi guardo mi scorgo ai limiti del baratro, coi miei silenzi per non dare nuova voce alle tante cose, troppe, che non vanno. Eppure, mi dico, non siamo l’unica famiglia che si trova di fronte a un dolorosissimo lutto da vivere ma, e questo è fin troppo evidente, qui troppe cose non vanno, regolandosi attorno a un giro di sentimenti che ci stringono senza dare respiro. Io e mamma, chiuse in casa, a fare i conti con i nostri problemi di salute, opprimenti, ai nostri reciproci egoismi, io che guardo ai suoi, lei che guarda ai miei, gli stessi che ci fanno ringhiare l’una contro l’altra. Luca che vuole essere ovunque ma che non può e non deve soprattutto: una pasta mamma può farla, una spesa io la posso sistemare, per quanto poco questa carrozzina mi permetta di fare. Ma se non si cambia modo di agire, le nostre vite ci passeranno tra le mani, tra musi piantati addosso, solitudine, anche condividendo sempre gli stessi spazi. Ieri ho scelto di non guardare solo ai problemi, di non notare le difficoltà che mi lanciano frecce addosso, prima che la sclerosi multipla non mi avvolga dentro il suo sacco di pericolo e claustrofobia.
Categoria: Cose che vivo
Quello squillo feroce di un anno fa
Ci sono lacrime chiuse a chiave dentro di me, soffocate da giornate passate troppo velocemente, oppure molto lente, sa Dio come. Ma oggi che ho guardato lo schermo del telefono, 27 febbraio, ho visto che manca davvero poco all’anniversario di quella feroce telefonata nel cuore della notte, quella che ha spaccato tutto, quella che diceva ciò che in famiglia già sapevamo. Saranno settimane dure le prossime invocando parole mai dette per bene. Cose del tipo: ti voglio bene papà.
“Stagione” che viene, “stagione” che ricordi
Ieri la giornata si aperta come volevo, col sole, invernale certo, ma comunque sufficiente per uscire senza farmi tremare di freddo permettendomi di non subire temperature che, comunico, seduta su una sedia rotelle si amplificano fino a trasformare il mio corpo in un blocco di cemento, rigido e ruvido. Grazie ancora, sclerosi multipla che non sei altro. Per fortuna, dopo tanto, sono potuta andare da papà, con un fiore dedicato a lui che si è legato ai miei occhi lucidi e una scossa sul cuore davanti al suo nome inciso sulla tomba. Poi all’ora di pranzo la decisione di stare fuori con la mia famiglia per un panino al volo, al solito posto e lì trovare ad aspettarci due amiche carissime, la signora Ida e la mia amica Jenny, che ha costruito insieme a mio fratello Luca la sorpresa di un incontro inatteso con due persone importanti con cui s’è condiviso tanto, compreso l’addio a due mariti e due papà scomparsi a poche settimane l’uno dell’altro. Dopo un abbraccio e un saluto commosso, le chiacchiere hanno preso il largo subito, poi via, la corsa rapida verso il tavolo, la lettura del menù, la scelta golosa cercando anche di mettere insieme quella normalità di cui abbiamo tanto bisogno. Il tema del discorso è andato sul lavoro della prossima estate a Jesolo, è solo febbraio, ancora inverno? Non proprio. Perché questo mese a Jesolo si sposa con un concetto disegnato addosso alla sua colonna portante, quello che qui chiamiamo da sempre inizio “stagione”. Che significa prepariamoci all’estate, un modus che appartiene alla città, costruito sul lavoro che coinvolge tutti, tra alberghi, bar, negozi e via sul tema. La “stagione” appunto. Pare presto febbraio per parlare di lavoro estivo? Di accoglienza per turisti, ospitalità, porte aperte per dare spazio alle vacanze di chi arriva da fuori? No, da jesolana, cresciuta con questo spirito, assicuro di no. Infatti ieri, mentre si parlava, forse anche per allontanare le tracce pesanti rappresentate dalla bellissima rosa rossa portata a papà, s’è arrivati a ragionare sui dubbi legati alla prossima “stagione”, a quel certo preoccupante spirito poco rassicurante che si intravede all’orizzonte. Anche se, arrivati al caffè, con le frittelle veneziane davanti a ogni piatto, s’è detto: Jesolo ha superato le estati con la mucillagine che avevano invaso il nostro mare, quella del Marco tedesco forte, quella del Muro di Berlino caduto che ha indebolito anche l’economia della Germania, quella della prima circolazione dell’Euro che ci vedeva fragili rispetto al resto dell’Europa e poi mai dimenticare la stagione del Covid, che ha visto i primi turisti entrare non prima di giugno. “Stagioni” partite in ciabatte e a settembre portate a casa sui tacchi ci siamo detti, andrà così anche quest’anno. I nostri papà, mentre ieri parlavamo di questo, loro che di “stagione” ne sapevano, eccome se ne sapevano, ci ascoltavano ed erano d’accordo con noi. Con il loro caffè davanti non senza un bel po’ di frittelle veneziane.
Scuola Holden
Da quando ho svoltato la curva dei 50 anni ho chiesto a tutti di non farmi regali per il compleanno. Mi blocco qui, ho detto, non mi frega di proseguire oltre, basta con tutto, tutto quello che somiglia a un festeggiamento non mi appartiene più. Basta coi regali poi, mi raccomando. Nessuno tra quelli che mi vuole bene mi ha ascoltata però. Anzi sono andati oltre in un crescendo di idee sempre più ricercate e fin troppo riuscite rispetto ai desideri che forse nemmeno io credevo di avere. Quest’anno poi, visto il grande addio che ho dovuto dare a papà, il mio compleanno è caduto in fondo a ogni pensiero, figuriamoci i regali. E guarda un po’ invece che è accaduto. Le mie amiche di sempre, Alessandra, Federica, Gloria e Sara (in rigoroso ed esclusivo ordine alfabetico, sia chiaro) hanno girato, scartabellato, cercato e scoperto quel qualcosa che non potrò mai dimenticare. Una busta, l’ho aperta, dentro una lettera, l’ho stesa davanti a me fissandomi sull’intestazione prima ancora di leggerne il contenuto. Scuola Holden. Ho guardato negli occhi le mie amiche fissandole con sguardo acceso, di sorpresa, felicità, compiacimento e gratitudine. Un corso di scrittura definito dalle tracce dettate sul progetto di educazione al testo composto attorno alle indicazioni fornite da Alessandro Baricco. Pura e agile soddisfazione la mia contenuta in una busta tutta per me. Che giro di idee hanno compiuto per arrivare dove sono arrivate? Se avessero chiesto a me un consiglio, oltre a dire che non volevo niente ma grazie, in nessun modo sarei arrivata a pensare alla Scuola Holden. E ora che benessere, ma anche che impegno e che paura di non farcela, supportata però da curiosità, voglia di buttarmici dentro per capire di più i meccanismi di un buon testo. Ma vi chiedo amiche mie, amplificate il valore del mio grazie, in rapporto soprattutto al caratterino che mi porto appresso, spigoloso, insopportabile, aspro, al punto che non so nemmeno come fate a tolletarlo da decenni. Eppure, oltre che con i regali, voi siete sempre qui. Con i valori indicibili del vostro sguardo rivolto a me in modo sempre più che attento.
La cena del rispetto
In programma domani sera c’è una serata coi miei amici storici, una cena che parte dai soliti caratteri di sempre; vederci per parlare di tutto, di noi, dell’insieme, per ridere, scherzare, essere presenti, ricordare, commentare i giorni di oggi. Ma io non ci sarò. Come accade da anni. Dalla prima valanga Covid, quella che ha prodotto danni e paure note e che oltre a tutto si potenziava con l’altra valanga che mi appartiene e che mi frana addosso sotto le spinte della sclerosi multipla. Ed è seguito da allora un no dopo l’altro. Perché poi è arrivato il caldo afoso dell’estate a Nordest, quello che mi inchioda sotto l’aria condizionata per sopportarlo. Quindi ancora no. Adesso che la sm si è moltiplicata con sintomi sempre diversi anche il freddo dell’inverno mi viaggia contro irrigidendomi su gambe interrotte che somigliano a blocchi che faticano a piegarsi. Perciò eccolo il no a questo nuovo appuntamento in programma domani. Insieme ai miei amici storici, quelli di sempre, conosciuti al liceo, in III C, ma anche in altri licei, loro, quelli con cui ho condiviso tanto, direi tutto di quanto è accaduto nelle nostre vite, di bello e meno. Amori, lauree, matrimoni, figli ma anche momenti faticosi e di dolore, quelli di ieri, di oggi e certo di domani. Loro sono i compagni di banco, ma non solo, sono quelli che mi legano a momenti potenti, complici di tanto: risate sotto l’ombrellone della spiaggia di Jesolo, ma anche partecipi di lacrime e giorni cupi, così come quelli pieni di fraintendimenti seguiti da recuperi ancora più belli di prima. Ma anche l’arrivo di figli che ho visto nascere e che, cavolo, oggi vanno al liceo. Pensa la grandezza del tempo insieme. Su wapp abbiamo un gruppo che si chiama “del rispetto” ma non ricordo perché si chiami cosi, sta di fatto che ci ritroviamo lì per scambiarci auguri di compleanno, battute e i nostri inviti per le pizze tra di noi appunto. A cui io non partecipo da troppi anni. Mamma mi dice di non isolarmi, di non perdere questi amici troppo importanti per essere messi da parte. Papà avrebbe voluto che dicessi sì, vengo e questo eccome se lo so. Arriverà il momento papà, ora non ce la faccio, mi sento spezzata da un cuore che ancora sanguina. Ho bisogno di ricucire tutto. Perdonatemi ragazzi del Gruppo del rispetto, vi chiedo solo di darmi ancora un po’ di tempo. Quando arriverà quel momento sarò felice di essere lì con voi e quella pizza la dedicherò a te papà.
Corti, ma pieni d’amore
E ora guarda un po’ come ho i capelli. Corti. A dicembre. Con questo freddo a cui manca solo una bella nevicata per chiudere il conto. Sì ok, l’avevo detto io alla parrucchiera di tagliarmeli. Su per giù come la scorsa volta sono state le mie parole e il senso mi sembrava un sottinteso corretto visto poi che ero seduta sulle poltrone dello stesso salone. Fino a che, al momento di definire il risultato che avrei voluto, avevo il mio dito poggiato su una immagine precisa, quella che mi soddisfaceva, corta certo ma non come si è rivelato il risultato finale. Chi le capisce è bravo queste parrucchiere, almeno secondo me. O forse sono io che proprio non mi so spiegare. Un linguaggio doppio che non si incontra mai, diciamo così. Fatto sta che ora ho i capelli davvero corti con la conseguenza che mi si raffreddano orecchie, collo e sa il cielo cos’altro ancora. Hai voglia a mettere un berretto. Però la verità l’ha detta mia mamma: “Eri tu sotto le forbici, dovevi fermarla”. Concludendo comunque con complimento che commuove: “Sei bella e basta!”. Poi sento tutti gli altri che mi dicono che sì, sono corti, ma che tanto poi ricresceranno. Sottotitolo: che disastro. Fino a Federica, la mia amica storica che, con la sua risaputa sincerità, non fa giri di parole e dice che il taglio è innegabilmente corto e forse nemmeno troppo bello ma mi butta sul piatto mille e uno consigli per cercare di pettinarlo meglio. Insomma la voce di un’amicizia di quelle che quando ci sono il cuore si allarga di amore che scalda e basta. Ma che dire, non finisce qui. Perché quando sono passata alla cassa per pagare mi è stata consegnata una busta firmata da Jenny. Inseme cerchiamo di trascorrere questo periodo di dolore immenso il più legate possibile perché i nostri papà, le nostre famiglie, vicine da decenni li hanno visti andare via quasi stretti per mano. E ora siamo noi a cercarci per scambiare la forza di andare avanti, dicendoci a ragione che così avrebbero voluto loro. E nella busta c’era la sua dedica, il conto l’aveva pagato lei, un regalo, un altro omaggio ai nostri papà. Ma so anche che quando la vedrò, oltre a un bacio immenso tutto per lei so che dovrò fermarla prima che corra in salone a dirgliene quattro. Stai tranquilla Jenny, sono corti ma alla fine mi piacciano tanto, sarebbero piaciuti a papà e il tuo regalo è stato un pensiero talmente grande che io non potrò dimenticarlo mai.
Spritz insieme a papà
Da quando è morto papà, lo scorso marzo, la domenica a casa mia è diventata una giornata dai caratteri speciali, un’occasione in più per stare insieme noi tre pensando, ognuno a proprio modo, a lui. E quindi, in gran parte grazie a Luca, la giornata si veste di ricordo ma anche di sorrisi, di chiacchiere e ospiti, da accogliere con vivo piacere e casa nostra così come fuori. Un vuoto da riempire con qualche sorriso in più davanti a un carico di dolore che brucia come il fuoco. In molte occasioni si va a Messa nella chiesa dove c’è quel parroco cui papà nelle ultime settimane di vita si era tanto affezionato. Poche domeniche fa ci siamo andati e insieme a noi c’era uno nostro amico con sua mamma. Fizzo si chiama, nome noto nella Jesolo del divertimento, un vero personaggio che qui ha fatto storia, gran cerimoniere di corte del locale più famoso e amato da generazioni di ragazzi che, finché al timone c’è stato lui, qui e solo qui venivano a trascorrere le loro notti più belle. Dire che è amico mio forse è troppo, più correttamente lo è di mio fratello e così Fizzo mi ha un po’ adottata. Dopo la Messa noi tre con le nostre mamme siamo andati a pranzo fuori e lì, davanti a baccalà, frittura di pesce e spaghetti con le vongole, sono cominciate chiacchiere, ricordi e risate. Terrazza Mare era il locale indimenticabile che Fizzo guidava e dove noi eravamo sempre presenti. E poi tra un ricordo e l’altro, Fizzo ha raccontato del mitico spritz, anima ben presente del Terrazza, aperitivo storico nel nostro territorio veneziano e che dietro il bancone di questo locale ha lasciato i caratteri della bibita popolare per assumere quelli dell’aperitivo più alla moda. Era stata una scommessa, ci ha detto Fizzo, lo spritz valeva come aperitivo, leggero, poco alcolico tanto che, passo dopo passo, è diventato, grazie ai movimenti studiati dal Terrazza, una moda per i più giovani. Vino bianco, ghiaccio e un alcolico rosso, Aperol, che a Jesolo, stagione dopo stagione, veniva consumato in quantità crescente. Fino a che i suoi venditori se ne accorsero, facendosi domande, cercando giustificazioni che potessero soddisfare questo importante perché. Come mai a Jesolo se ne registrava un consumo così alto rispetto ad altre località? Si rivolsero ai loro clienti della zona e in un battito d’ali, ricevuti i giusti perché, lo Spritz veneto era già un successo italiano trasformato nell’aperitivo preferito dai giovani. Ma tutto parte dal nostro Terrazza, dal Fizzo e se io lo so è per una bella domenica passata fuori. Anche insieme a papà.
Secondaria Progressiva
Martedì scorso sono andata a fare la visita di controllo per verificare come sta sguazzando dentro di me quella bella rogna della mia, per niente cara, sclerosi multipla. Non credevo di trovare ciò che mi sono sentita dire. Ho dovuto registrare ben altro rispetto al passato, almeno un passaggio in più in considerazione di quanto pensavo, qualcosa che ignoravo, un transito in avanti della grande mazzata che mi porto appresso insomma. La sclerosi multipla si compone di due gradini: il primo, RR, recidivante-remittente, quella con cui si presenta al suo esordio e che disegna, poco, poco alla volta, piccoli passaggi in avanti spesso trascurabili o comunque gestibili – lo dice chi non vive quotidianamente con lei comunque – e poi il secondo, SP, secondaria progressiva, quello successivo che potrebbe anche non arrivare, dipende dal suo decorso. Ma mentre la scorsa settimana facevo la visita saltano fuori invece queste due parole, secondaria progressiva, che al di là di tutto, e di come sto, credevo non mi riguardassero. Malgrado la sedia a rotelle, malgrado le visibili difficoltà, malgrado il bisogno costante di aiuto, malgrado tutto il tanto che c’è io mi sentivo ancora dentro altro, dentro il primo stadio, dentro quella fase RR che contavo mi somigliasse ancora tanto. Perché nessuno mi aveva mai detto altro. Gli esiti delle risonanze magnetiche evidentemente non li so leggere, né capire visto che mi sembrava concludessero sempre con definizioni non troppo peggioranti rispetto al mio stato di salute. Sbagliavo. E di fronte alle parole che la scorsa settimana la dottoressa mi ha detto in un modo nemmeno troppo altero mi sono sentita lì, arrivata dove non volevo e non credevo, e allora ho sbarrato gli occhi e abbassato la testa. La mia neurologa ha fatto dei segni su un foglio di carta per spiegarmi al meglio la situazione attuale ma credo di non averli neanche guardati, le sue parole invece certo che le ricordo “la tua diagnosi risale a 24 anni fa, allora si brancolava nel buio, ora forse ci si muove un po’ più in avanti, ma al momento non posso dire di più, è passato tanto tempo, speriamo solo che tutto si stabilizzi in modo che così il piano della tua SP vada avanti con questo disegno silente il più a lungo possibile”. Io insomma sono diventata una Sclerosi multipla SP. Odiosa lei. Ma forse qualche responsabilità ce l’ho anche io, avvolta che non sono altro dentro una pigrizia ripugnante. Oppure no, così doveva andare e coì è andata.
Grazie, maestra
È morta la mia maestra delle scuole elementari e in questo anno carico di dolore immenso si è aggiunto un nuovo addio importante. Lei mi ha insegnato a leggere e a scrivere mettendo insieme il valore della bella pagina e del bel significato, mica solo il dato di tecnico di come si fa e di come si deve. Lo ricordo quel primo giorno di scuola accompagnata da mio papà, guarda un po’ te, e il suo entusiasmo perché solo lì aveva saputo che la mia maestra sarebbe stata proprio lei, tra le più brave, le più apprezzate, le più ambite. E poi l’ingresso in aula, forse l’appello, non ricordo bene, di certo l’inizio di qualche piccolo disegno alla lavagna, le famose cornicette, e poi magari già quel giorno la presentazione della prima lettera dell’alfabeto, perché ricordo i componenti di una classe intera che alzavano la mano per dire la prima parola che veniva loro in mente e che cominciava con la lettera A. E via con albero, anatra, albicocca, asino, arancio e chissà che altro mentre la maestra annuiva. Io zitta non parlavo, paura di sbagliare? Poche idee, ben confuse? Timidezza? Forse, finché mi esce la voce e mi fa dire “aradio”, stramaledetto veneto dei miei stivali. La maestra non mi corregge, chissà che pensa di me ma forse c’è bisogno di tempo per inquadrare tutto, è probabile che ci sia bisogno anche di passare da quello sciatto errore per sistemare la strada e lei lo sa. Poco alla volta si impara a leggere, a scrivere, a far di conto, le tabelline – con davvero minima abilità da parte mia – fino al giorno in cui in classe lei ci legge un brano de I Promessi Sposi, addirittura. Per dire quanto era brava: “Scendeva dalla soglia di uno di quegli usci…”, la morte di Cecilia, la mamma che depone la piccola figlia annientata dalla peste, e che lei ha vestito di bianco, sopra il carro dei monatti. Un brano potente che mi fece piegare la testa per nascondermi mentre mi scendeva una lacrima. Ma la maestra Mariucci se ne accorge lo stesso e mi carezza la testa. Ecco quanto le devo, le mie passioni, ciò che sono, il piacere per leggere, scrivere è merito suo, a lei, che quel primo giorno di scuola nemmeno intese umiliarmi correggendo il mio “aradio”. Grazie di tutto maestra.