L’altra sera sono andata vedere la serata di presentazione del premio letterario Campiello 2021 organizzata a Jesolo. È una tappa verso la finale veneziana che qui si fa ogni anno per ragioni culturali ovvio ma pure un po’ economiche e politiche, dài su diciamolo, è il premio finanziato da Confindustria Veneto, conviene di certo mantenere aperti e buoni i rapporti con questi signori. Comunque la si pensi è stata una bella serata soprattutto perché nell’insieme quella di quest’anno è una bella cinquina di finalisti. Il limite semmai è che tra i cinque ce ne sono due, Bajani e Caminato, che si sono giocati con grande onore anche lo Strega 2021 e il Campiello poteva, anzi doveva, osare di più, cercare, leggere, proporre altri titoli per salire quella scala di valore letterario che un po’ gli manca. Eppure una sorpresa c’è, almeno per me: Paolo Nori. Parmense, docente di Lingua e Letteratura russa all’università di Parma mi ha incantata e il suo libro, Sanguina ancora, sarà certamente il mio prossimo acquisto perché lui, proprio lui, è stato capace di aggiungere un tono speciale a tutta la serata e non solo perché ha presentato il suo lavoro meglio degli altri autori ma perché mentre parlava mi ha fatta tornare agli anni dell’università quando sulla mia strada ho incontrato docenti del suo peso. Perché lo ricordo bene, mica sono tutti uguali quelli che siedono sulle cattedre degli atenei: ce ne sono perfino di scarsi, molti di livello medio, altri decisamente bravi e poi quelli fuori dal comune, quelli che sanno toccare corde in attesa di essere tirate per far brillare le menti riempendole di nuovo sapere. Ecco a voi Paolo Nori.
Categoria: Cose che vivo
No, tu no
Rieccomi. Dopo una quantità di tempo immemore, vergognosa direi, come se avessi abbandonato tutto, lasciato questo spazio che amo tantissimo senza nessuna giustificazione, solo per quella pigrizia che è una fastidiosa parte di me – direi la principale – e che mi ha risucchiata dentro un meccanismo di assoluta immobilità. Cosa ho fatto in questo lungo tempo? Niente. Oltre al lavoro, niente. Se non poltrire e dimenticare tutto. E scusa Fabi per quel silenzio gravissimo, e scusa Mattia per essermi dimenticata del tuo sorriso, e scusa Gloria per aver taciuto alle tue tante telefonate e scusate tutti voi per essere sparita di botto, proprio quando sembrava che davanti a noi il chiaro fosse vicino, il Covid forse addirittura vinto, o magari no, ma ridotto a un passo indietro questo sì, lo dicono almeno quelli che ne sanno di più. L’unica cosa che so anche io è che sono stata travolta da una stanchezza mai conosciuta prima e che mi ha provocato un desiderio intollerabile e mai assente di avere nulla attorno a me. E poi ci sono questi improvvisi vuoti di memoria che tutti imputano a quel livello di sfiancamento che io mi porto appresso da un bel po’ e che io invece attribuisco ovviamente alla sclerosi multipla che non è seconda a nessuno in quanto a danni anche di questo tipo, che lei sia maledetta nei secoli e per secoli. Capita sempre più spesso che mi venga detta una cosa e che io dopo pochi attimi la scordi per poi ripigliarla con tenacia solo col passare dei minuti. E poi che perda sempre più spesso il mio bagaglio lessicale, io, proprio io, che l’ho costruito con fermezza per anni, io che nutro il piacere di saper parlare bene, io che con la mia capacità di usare bene il linguaggio ho sempre, immodestamente, fatto scuola. E leggere? La mia vera passione. Non ne parliamo vi prego. Quello che mi accade mi dà tanto sui nervi: solo poche pagine, solo la sera e solo dopo una grande supplica personale, richiesta intima di impegno e tanto sforzo per la necessità di non mollare la presa. Io devo leggere, io devo rimanere al passo, non mi devo permettere di abbandonare quel piacere sconfinato che devo nutrire. Ma poi cosa resta se dimentico quello che leggo? Non dico tutto, che quello è ovvio, sono proprio i cardini che si disintegrano dopo essere passata al titolo successivo. No, questo no che non va bene. Sei tu sclerosi multipla che ti fai sentire anche in questo modo? No, ti prego scansati, questo no, questo non te lo permetto. Sei tu davvero? Stavolta sì che piango.
Il Villa
A Jesolo è morto quello che i giornali hanno chiamato il re della movida e che io definirei invece l’inventore del divertimento senza nodi, intoppi troppo duri da superare, quelli che creano disordine e confusione. La domenica pomeriggio in discoteca credo non vada più di moda andare ma quando avevo sedici anni io eccome se quello era il centro più atteso della settimana. Qui a Jesolo si andava nella sua invenzione, la discoteca Alla Villa anche se tutti quelli che la frequentavano – per darsi un tono e farsi vedere di casa – la chiamavano solo il Villa: vieni al Villa oggi? Eri al Villa ieri sera? Non vedo l’ora di andare al Villa domani. Il Villa era il locale per i ragazzi della Jesolo bene si diceva o semplicemente per i bravi ragazzi, quelli che non facevano troppe cazzate o meglio ancora proprio non le facevano. In uno dei tanti post di FB scritti per ricordarlo ne ho letto uno che diceva che quando mettevi piede al Villa lui era lì all’ingresso per guardare chi entrava e capire al volo se fosse o meno in linea con le regole che aveva dato al suo locale. Io non lo ricordo ma nessuno mi ha mai fermata quindi forse del tutto sbagliata non ero. In un altro ho letto che erano i genitori ad affidargli i figli chiedendogli di vigilare su quello che facevano, come fosse un secondo padre. Dubito che i miei lo abbiano mai fatto, certamente perché so che non lo conoscevano e poi perché il loro entusiasmo nel farmi andare in discoteca era pari a meno di zero. Resta il fatto che io al Villa mi sono sempre tanto divertita, con le amiche, che sono ancora accanto a me, e poi inseguendo le prime cotte che a quell’età hanno un valore colossale. Diventata grande un po’ l’ho conosciuto per ragioni di lavoro: autentico primo della classe del mondo della notte era diventato il presidente del Sindacato Locali da Ballo mentre uno dei miei capi di allora era il suo segretario. Ricordo una battaglia che aveva messo in campo qui a Jesolo entrata poi nella storia: la quasi certa approvazione di un Decreto Legge che stava per imporre la chiusura delle discoteche alle 2.00 lo aveva portato a organizzare durante un sabato sera estivo un evento epico. Convinse tutti i locali a far entrare i clienti senza far pagar loro il biglietto a patto che poi si traferissero sulle piazze per continuare a far festa. Fu un successo grandioso che in tempi di Covid, notti interrotte alle 22.00, locali chiusi da un anno e mezzo fa scendere qualche lacrima in più in ricordo di un ottimo professionista, lo stesso che mi faceva entrare al Villa anche senza sapere chi fossi.
Sempre lei che vince
Ieri sul lavoro è stata una giornata di quelle impossibili da sopportare, di quelle che capitano per carità, lo so, esiste una percentuale di momenti del genere da mettere in conto, roba nota, inclusa in ogni contratto anzi, ma quando accade è pesante lo stesso. Però ieri mi sono sentita vinta e il problema torna sempre lì, al punto di partenza, alla sclerosi multipla che mi rende tanto piccola di fronte a ogni problema. Sarei semplicemente scappata via ieri, due ore prima della fine, per la voglia di non sentire più gli stessi discorsi, di dare sempre le stesse risposte o di trovare sempre conclusioni adatte a risolvere seccature nuove con l’ansia crescente di non riuscire a farcela. Forse sono solo stanca e la sclerosi multipla non c’entra niente o solo in modo marginale, bisogno di ferie? Credo di sì. Anche perché i due colleghi con i quali mi alterno alla stessa scrivania – senza anticiparmi niente, pensa che bello – ad aprile si faranno alternativamente decine di giorni a casa e quello che resta del mese me lo sono trovata attaccato sulle mie giornate di lavoro con ore di lavoro in più e pochissime giornate di riposo. Le chiederò a maggio le ferie, ne ho bisogno e magari nel frattempo il Covid avrà fatto un passetto indietro. Chi non lo farà sarà la sclerosi multipla ma sarebbe già sufficiente se lo facesse quell’idea feroce di inadeguatezza davanti a tutto che si sta prendendo troppo spazio dentro me.
Operazione finale
Fatto. Il richiamo anti Covid intendo e proprio ieri poi ad un anno dalla prima presa d’atto che il mondo stava cambiando. Avevo più paura questa volta rispetto alla prima, i colleghi che ci erano passati prima di me non si erano risparmiati i lamenti paragonadolo a una piaga d’Egitto che nella migliore delle ipotesi provocava febbre alta e dolore di traccia altissima. Per ora io non posso lamentarmene troppo invece, un po’ di male al braccio dove mi hanno iniettato il vaccino questo sì e pure nell’altro – per solidarietà mi ha detto un’amica, facendomi ridere tantissimo – ma poi ieri pomeriggio niente attacchi di calore improvvisi che l’altra volta mi avevano accompagnata fino a sera, forse nell’insieme qualche fastidio in più alla muscolatura compensati però da una bella dormita stanotte che non fa mai male. È troppo presto per cantare vittoria? Vale la regola dispensata dai virologhi da bar secondo cui sono proprio gli effetti collaterali a comprovare l’efficacia del vaccino? Non sono più una bambina e quindi il mio fisico è addestrato meglio di uno più giovane a difendersi? Sarà come sarà ma so di aver concluso un percorso fondamentale, tra i pochi in Italia oltretutto e questo non senza provare qualche senso di colpa nei confronti di chi rimane in attesa del suo legittimo momento senza nemmeno sapere per quanto.
Era una notte del 1976
Oggi, ora di pranzo più o meno, l’istinto, o chissà che, mi fa alzare gli occhi verso l’alto, guardo le lampade e si muovono per un tempo troppo lungo, continuo, che non accenna a fermarsi. La terra sta tremando, e molto, e da qualche parte non troppo lontana da me. Terremoto infatti, in Croazia, a Zagabria, 6.3 scala Richter, percepito in Friuli Venezia Giulia, Veneto, lungo tutto l’Adriatico, Bosnia, Serbia, Austria, Germania, Repubblica Ceca e altro credo. È il 6 maggio del 1976, ho quattro anni e sono a letto, vengo svegliata all’improvviso da mio papà, mi prende in braccio con un impeto che non gli riconosco, urla al resto della famiglia qualcosa che non afferro, mi porta fuori insieme a loro, alzo la testa e vedo tutto che si muove ma in un modo che non mi diverte anche se sono bambina. E poi ricordo tutta quella gente in strada, non chiedo perché lo stiamo facendo insieme a loro, e di notte poi – che ne sono io che sono solo le 21.00 -, forse mi riaddormento subito eppure quella serata così strana non l’ho mai dimenticata, è il mio ricordo più remoto, quello nel quale non avevo capito cosa stava accadendo, quello in cui Friuli, Udine e Gemona avrebbero preso significato qualche anno dopo, ma tensione e nervosismo disegnato sul volto di tutti questo sì è ben impresso nella mia testa. Come la parola terremoto. Quando cominciarono le elementari la mia maestra spiegò che la città dove abitavamo noi, al mare, poggiata sulla sabbia, apparteneva a una zona a basso rischio sismico, le scosse si sentono – ci disse – ma il terreno ne attutisce le vibrazioni mettendoci in salvo. Ricordai la notte di pochi anni prima e tirai un sospiro di sollievo. Mi interessa poco o niente se gli studi di geologia da quando ho finito le elementari io sono andati avanti di quasi quattro decenni aggiungendo caratteri diversi alla sismologia, le parole della mia maestra per me restano d’oro, le uniche vere da non mettere in discussione. Anche se stamattina per la paura mi è scesa una lacrima.
Ben tornata Pfizer
Forse ci siamo. Entro fine anno potrebbe arrivare il vaccino contro il Covid-19, quello che aspettiamo tutti come l’acqua nel deserto. Le case farmaceutiche si sono messe fin da subito al lavoro per raggiungere il traguardo che garantirà il ritorno alla normalità del pianeta e per chi di loro ce la farà ovviamente anche l’incontro con un progetto economico dalle dimensioni colossali. Questo fanno le case farmaceutiche del resto e la mia non è un’accusa. In prima linea tra le probabili al titolo c’è l’americana Pfizer, poi stanno arrivando anche altri nomi e, vivaddio, meno male. Circa vent’anni fa frequentavo una carissima amica e un carissimo amico che di professione facevano gli informatori scientifici del farmaco. Li ho conosciuti più o meno insieme ma lì per lì il loro lavoro per me era un vero punto di domanda. Non sapevo cosa significasse e chiesi chiarimenti: presentiamo ai medici le proprietà dei farmaci che proponiamo, mi dissero, perché li possano prescrivere correttamente ai pazienti e aiutarli nella cura delle loro patologie. Ah, dissi, siete i rappresentanti, quelli che nelle sale d’attesa dei medici passano davanti a chi è arrivato prima di voi. Mi guardarono tipo fossi un po’ scema. Ma era già nata una certa simpatia tra noi e si passò oltre. Per lunghi anni li ho frequentati e per lunghi anni mi è capitato di sentirli parlare di lavoro, la loro casa farmaceutica era la stessa e quindi anche la direzione nella quale navigavano, ovvio poi che per loro due fossero gli altri quelli sbagliati e fuori rotta. C’era solo un nome concorrente che illuminava lo sguardo di entrambi: Pfizer. Era l’evidente pezzo da novanta, da invidiare, a cui aspirare o comunque questa è la sensazione che avevo io. Poi negli anni la vita ha allontanato le nostre strade ma non la mia attenzione verso la scienza farmaceutica. Ho la sclerosi multipla, come milioni di altri in tutto il mondo, e questa è l’unica fortuna nell’avere una malattia del genere: siamo in tanti e di vario tipo, lo dice anche il nome, i nostri sintomi sono maledettamente multipli, le case farmaceutiche hanno tutti gli interessi economici per studiarmi, per studiarci, per venire a capo di questo gran casino. E infatti in vent’anni di onorata carriera ho cambiato molte terapie, toccando anche il tasto Pfizer mi sembra. Oddio, i risultati non sono stati chissà cosa ma per me la scienza resta il punto fondamentale, l’unico percorso a cui rivolgermi e non certo a quelli dettati dalle varie cialtronerie che ci sono in giro. E ora che sento il nome Pfizer tutti i giorni anche il mio sguardo si illumina: nell’augurio che il vaccino arrivi e sia efficace ma anche nel ricordo di quegli anni del passato così spensierati, belli e liberi.
Una che le cose la sa davvero
Magari sono io un po’ insofferente. O forse sono proprio io ad essere completamente ignorante. Ma chi lo sa, è pure probabile che io invecchiando sia diventata più fastidiosa della sabbia nel letto. Ma tant’è. In questi giorni mi trovo circondata da voci che sanno tanto. Tendenzialmente tutto. E su ogni argomento. E ogni volta che tento di dire la mia alzano il tono e mi spiegano la verità. Ma mica robetta sia chiaro, loro mettono in campo quella suprema. E allora mi metto da parte e taccio, cosa vuoi discutere con i portatori del verbo? Non si può mica. L’argomento principe è il Covid: c’è da fare così e colà, meglio girarsi a destra invece, o ancora, si faccia una capovolta in alto guardando a sinistra per arrivare al finale. Lo dicono loro, va bene quindi. Perché è così da sempre, più l’argomento è complesso più si sviluppa lo spirito della pura onniscienza, quella insopportabile tra l’altro. Io che non ne so niente, che sono solo terribilmente spaventata, più ancora della scorsa primavera, che mi tengo lontana da giornali e tv per non sentire più gli aggiornamenti diventati inquietanti, che esco solo per andare al lavoro – sperando sia possibile ancora a lungo – mi irrito di fronte ai discorsi inutili di questa ricca schiera di saputo-saputelli. L’altra sera ero al telefono con una cara amica, si parlava in generale, le chiedevo come stava, ha cominciato a raccontarmi, a dirmi che andava meglio e dopo aver passato un periodo difficile sentiva che il percorso cominciato per superare la crisi evidentemente era in via di riuscita. Poi si è interrotta e mi ha detto che sabato sarebbe andata al compleanno di un’amica e che lì avrebbe rivisto il suo ex. Si è fermata un attimo e mi ha detto “Ma per forza che sto meglio!” e siamo scoppiate a ridere. Eccola una con cui mi piace parlare perché lei si sa davvero tanto.
S’ha invernà
S’ha invernà: c’era scritto nel wapp che mi ha mandato ieri una mia vecchia amica che non sentivo da tempo. Appena l’ho letto sono scoppiata a ridere. È dialetto veneto, ruvido e molto pesante: significa che l’inverno è sceso in modo veloce e improvviso e noi l’usavamo ogni volta che capitava qualcosa di simile a quello che sta succedendo in questi giorni, una temperatura fredda arrivata senza nessun annuncio di autunno. Chissà perché la usavamo visto che noi due siamo delle grandi tutrici della lingua italiana, ma ‘sta roba del s’ha invernà è sempre stata un’espressione buffa che ci piaceva usare, forse si cominciava addirittura alla prma pioggia di settembre. Io e lei abbiamo condiviso un passato davvero forte, poi ci siamo lasciate piano piano, credo che, con una naturalezza imbarazzante, la vita si sia presa altri spazi, purtroppo. Peccato però, perché io con lei ho trascorso anni divertentissimi e ricchi per quell’intesa che ci portava a fare cazzate di cui non ho nessun rimpianto e nello stesso tempo condividere scampoli di vita indimenticabili. Ricordo lunghissime vasche in macchina a parlare di noi, a scambiarci consigli e pure a spettegolare, che non guasta di certo. Mi sono anche innamorata del suo capo se è per questo, ma non era certo la ragione che mi legava a lei. Un dispiacere se penso a quel periodo però ce l’ho: all’inizio eravamo una squadra di amiche non solo noi due, poi qualche cosa si è spazzato. Un equilibrio da fare invidia che purtroppo s’ha invernà.
12 settembre 2000
Che scossa stamattina, sono entrata in una pasticceria per fare colazione e mentre scelgo il mio dolcetto preferito parte Mille giorni di te e di me e Baglioni mi spalanca il cuore, cavolo proprio oggi che è il 12 settembre, non un giorno qualunque, oggi è il compleanno di lui, quel primo grande amore che nel tempo, negli anni, mi ha fatta tremare di emozione, lacrime, silenzi, batticuore, ritorni, innamoramento, dolcezza e un po’ di tutto. Mica roba di oggi, è da vent’anni che questo è un giorno speciale. Quando ci si frequentava ancora, era sempre il 12 settembre a darci l’occasione per la ripresa dei contatti che erano spesso stati interrotti da qualche settimana o addirittura mese a causa di liti furenti, quasi sempre dovute a tradimenti e conseguenti scenate. Ci si prendeva, ci si lasciava con la certezza che sarebbe stato per sempre e poi bastava una telefonata, un cenno e tutto riprendeva con la stessa passione per poi interrompersi di nuovo per tutto o magari per nulla. Roba strana lo so, ma era così che andava. Per questo il 12 settembre era e restava il 12 settembre, lo si sapeva e lo si aspettava, punto e basta. E poi anche con il passare degli anni, quando il tempo aveva fatto il suo corso e la vita di tutti e due aveva preso altre direzioni e di certo non meno importanti chissà perché il 12 settembre restava una gran data e anche se nulla andava oltrea un sms prima e un wapp dopo, i toni, sempre dolci, sempre partecipati, sempre pieni di emozione e comunque nell’assoluto rispetto del presente di entrambi, sapevano fare la differenza. Una piccola porta che si apriva lì, su quel passato evidentemente tanto importante. E poi stamattina, 12 settembre 2020, due decenni dopo quel primo incontro, mi ritrovo seduta ai tavoli d una pasticceria per fare colazione mentre attorno a me parte una colonna sonora perfettamente agganciata a quei momenti. Un tempo lontano, lontanissimo, dettagli importanti di vita che una selezione di canzoni ben assegnate porta a galla senza annuncio. Buon compleanno, allora.