La mattina qui da me con mamma ci celebra una pausa per il caffè, quello casalingo a suon di moka, lo approvo certo, anche se preferirei berlo al bar, mi piace di più, ma va bene anche così. Mi chiedo spesso com’è il gusto di quello delle macchinette casalinghe, devo averlo anche provato da qualcuno che conosco, non ricordo la sensazione che mi ha dato, forse mediocre. Sono certa di aver sempre gradito, invece, il sapore di quello in arrivo dai sistemi allestiti nei luoghi pubblici: scuole, ospedali e spazi di lavoro. L’ho provato quasi sempre insieme alle colleghe con le quali ho trascorso le pause dal lavoro, quelle che rinfrancavano le mente tra una pratica e l’altra. All’inizio, quasi trent’anni fa, quando la sclerosi multipla era ancora solo roba mia, un segreto che mi sembrava, l’illusa, di mantenere silenzioso tra me e me, con la mia collega del tempo scendevo al piano inferiore, in ascensore, e davanti alla macchinetta, giorno dopo giorno, ci si beveva il nostro caffè, tra chiacchiere, risate, consigli. Segue un cambio professionale, altro ufficio, nuove colleghe, per andare alle macchinette del caffè adesso serve un braccio fermo cui poggiarsi, perché i passi si sono fatti incerti, la sclerosi multipla punge, tutto traballa, resta buona solo la pausa con le amiche. Nuova pagina ancora, il lavoro adesso si fa sopra una sar, il caffè segue le sue ruote per raggiungere la macchinetta, arrivata faccio qualche discorso coi colleghi che incontro, quando lo finisco volto direzione e raggiungo la scrivania, si comincia col lavoro. Fino a oggi: tutte le mattine con mamma c’è quello della moka che si fa piacere lo stesso, è un momento solo nostro uno spazio per recuperare tempo e ricordi.
Noblesse oblige
Ma s’è visto quanto si sono allungate le giornate? Il pomeriggio termina ben oltre le 18.00, è la primavera che fa capolino, maledizione a lei che si porterà in groppa la temibile estate, calda, soffocante, afosa, irrespirabile, per raccontarla al suo meglio. Che poi negli ultimi anni a Jesolo si registra poca differenza tra le stagioni, il mio amato autunno ha cambiato sembianze, non più scuro e vuoto ma animato da uno spirito inedito che non posso nemmeno accusare, passano più soldi tra le varie attività in questo modo, mi sembra ingiusto e ingrato chiedere il contrario, ah beata modernità, vai capita e accettata. Anni fa, quando lavoravo per un giornaletto della saga free press mi chiesero di intervistare un imprenditore jesolano, celebre figlio di una famiglia di albergatori, attività professionale che nella mia città assume le forme di una classe sociale auto dichiaratasi nobiltà. Mi raccontò come era nata la posizione della sua famiglia: disse che negli anni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale erano diverse le persone in arrivo dalle più vicine terre venete che si avventuravano alla scoperta del nostro litorale anche solo per una giornata. La sua famiglia, così come altre per la verità, prendendo le misure con questo movimento inedito, ebbe la lungimiranza di aprire al pubblico la cucina di casa offrendo una gastronomia semplice che comunque colpiva il piacere dei primi ospiti. Poco alla volta, vennero allestiti anche spazi per permettere soggiorni durante la notte, non ancora gli alberghi che conosciamo oggi, piccole locande piuttosto nelle quali i nuovi visitatori, quelli quasi benestanti probabilmente, scoprirono la possibilità di dormire da noi anche solo per una notte, vedere il mare all’alba, passeggiare lungo la spiaggia, consumare pranzi nelle strutture allestite sempre meglio in una nuova Jesolo che prendeva forma, pronta a mostrare una natura inedita che forniva spunti che già profumavano di vacanza. Seguendo questo pensiero imprenditoriale, coraggioso e sempre più completo, in molti, decennio dopo decennio, hanno contribuito a costruite una nuova industria che ha trascinato a sé tutte gli esercizi commerciali che sono Jesolo. La città dove sono cresciuta, vissuta e che con le sue potenzialità mi ha fatta migliorare, studiare, lavorare, imparare. Amo l’autunno, persisto nel dichiarare che l’estate mi sta sulle scatole (pure alla sclerosi multipla che col caldo trascende) ma che ci posso fare? Jesolo è la mia città e direi che è il caso di dirlo: per fortuna!
Quella casa lì
Ieri durante una veloce uscita con mamma e Luca sono passata davanti alla casa di mio zio, celibe, generoso, pure simpatico, che qui per anni ha vissuto da solo prendendosi pure cura, con estrema attenzione, della vecchiaia della mamma, sua e di un’altra buona quantità di fratelli, tra cui mio papà. Negli ultimi tempi ha deciso per il trasferimento in un’abitazione più piccola, in una zona meno defilata rendendosi per questo capace di provvedere a sé in modo più agevole e più comodo alle sue esigenze. Finché nonna è rimasta in vita la sua abitazione era il punto di ritrovo per la numerosa famiglia, l’appoggio di tutti che di lì passavano soprattutto la domenica per incontrarsi, vedersi, parlare di tutto e di niente, pettegolezzi compresi. Anche noi spesso si arrivava lì, di pomeriggio, la domenica, papà aveva scelto un posto preciso dove parcheggiare, sempre quello, e noi, scesi dall’auto, si suonava il campanello, una volta dentro era tempo per saluti energici completi di baci l’uno con l’altro. A questo punto c’era modo per osservare le occhiate che si scambiavano gli adulti tra loro, nette spesso, talvolta calde, dipendeva da chi e come, perché non tutti si piacevano tra loro allo stesso modo, è il gioco che impone l’intreccio tra fratelli, sorelle, cognate e cognati, roba fin troppo nota. Subito dopo si poggiava l’omaggio dolce in mezzo al tavolo che in poco meno di un frangente veniva risolto. Ho trascorso anche io diverso tempo tra quelle mura e lo notavo che forse non tutti si piacevano tra loro allo stesso modo, le chiacchiere si sopivano all’ingresso di qualcuno, mentre si alzavano a favore della sua uscita. I cugini? Non so, con alcuni incontravo una sintonia migliore che con altri. Anche perché, diciamolo, ero una stronzetta patentata, io parlavo in italiano, come pretendevano mamma e papà, loro per lo più in dialetto, non mi piaceva. Non vedevo l’ora di salutare e andare a casa pur sapendo che verso l’ora di cena, rimasti in pochi, gli zii si sarebbero messi d’accordo tra loro per andare a prendere le pizze, birra e Coca Cola a piacimento. Ora il pensiero che zio venderà la casa e quel posto cambierà la sua storia mi fa crescere un po’ di nostalgia in rapporto a un passato che oggi mi racconta tanto.
San Valentino
Mai festeggiato. O meglio nessuno ha pensato a me in questa occasione: in tanti anni di onorata carriera da fidanzata nessuna rosa ricevuta, non dico oltre, non ho mai chiesto di più, una margherita semmai. Ecco tutto. Ricordo una volta in cui il bel biondo in carica mi invitò a cena proprio per la sera del 14 febbraio: cosa dovevo credere io, che quella fosse l’occasione anche per scusarsi per tutte le corna che mi piantava testa, lui, quello moderno, quello che poi si scusava con dichiarazioni strappa cuore, strappa lacrime. Un invito per il 14 febbraio di un certo anno che ho scordato a cui risposi “sì, vengo”, una cena, in un bel locale vicino a casa, solo che, arrivati all’ingresso, lui dopo aver fatto un passo avanti ne fece in fretta uno indietro, “è San Valentino” disse “meglio cambiare rotta, una pizza?” Mi si imbrunì il volto, non era una questione di soldi per la previsione di un conto troppo alto, era il concetto che lo fermava sulla porta, partì un dialogo acceso tra noi: “è una festa stupida” sosteneva lui, “è solo una cena” replicavo io, “sarà tutto prenotato” affermava lui, “almeno proviamoci visto che siamo qui” concludevo io. Mentre, nel frattempo, dalla porta davanti cui stavamo facendo questa discussione entravano le altre coppie ben convinte di trascorrere insieme la loro cena romantica. Un passetto alla volta entrammo anche noi due, trovammo posto e cominciammo una cena che nemmeno ricordo, visto poi che dopo pochi mesi lui sposò un’altra da cui ebbe due figli. Poi ci fu un altro San Valentino, con un nuovo fidanzato, risolto solo con un rapido spritz, accompagnato da qualche patatina seduti ai tavoli di un baretto secondario a parlare delle sue seccature da cui evidentemente non voleva escludermi. Ma quella storia era cominciata da poco meno di un mese e quando lui mi disse che doveva andare subito a casa senza nemmeno ricordare di darmi un bacio un più visto che era la festa degli innamorati sottovalutai la questione pensando che “povera stella” doveva trovare in fretta una soluzione plausibile alle sue rogne famigliari. La tonta. Anche perché io in casa sono sempre stata abituata ad altri maccanismi: a San Valentino papà inviava a mamma un omaggio floreale, sempre, ogni anno, vuoi una pianta, vuoi un mazzo di fiori. Al momento della consegna si metteva in moto un siparietto irresistibile, davanti alla pianta mamma diceva che era troppo grande, che in casa ce ne erano già troppe, che non sapeva più dove metterle, che era bella, certo, ma anche difficile da mantenere, un mazzo di fiori sarebbe stato una scelta più adeguata. L’anno dopo, quando arrivavano i fiori le parole di mamma viravano verso una convinta preferenza per una pianta a discapito di quel fantastico mazzo di rose che però, di lì a poco, sarebbe appassito. Ma poi tra loro spuntava un sorriso e uno scambio occhio con occhio che era bellissimo da guardare
Ancora Malaussène
Ecco che ritorno qui, l’ho già scritto come mi sento, troppo spesso, in molti frangenti, in quei momenti che pungono e che farebbero venir voglia di scaraventare tutto in aria. E invece sto zitta, per carattere, per bisogno, per incapacità, per piena consapevolezza dei miei limiti, per mancata comprensione delle ragioni che stanno alla base di ogni dettato. Sono i frangenti Malaussène, quelli in cui in famiglia mi vestono da capro espiatorio, come ieri sera, quando le urla me le sono sentite rovesciare tutte addosso, all’improvviso, da destra come da sinistra, senza capire il perché. Mi sono serrata nel silenzio allora, non avevo di che ribattere del resto, mi mancava la voglia di farlo soprattutto, quindi ho riportato a bordo i remi della barca per fermare ogni navigazione e mi sono accovacciata sul divano. Pensando a papà che in casa vestiva i panni di sua Maestà Malaussène: Pennac conoscendolo avrebbe reso i suoi romanzi migliori per riferire come proprio noi lo si trattasse troppo spesso, senza perché, con quei modi spicci che al pensarci oggi mi fanno piangere di un dolore che mi lacera dentro.
Un libro
Ho ripreso a leggere. Ho ripreso a leggere? Con continuità. Con continuità? Ricordo le righe che mi passano sotto gli occhi. Le ricordo? O mi volano accanto, e poi via dalla mente in modo rapido, senza lasciare traccia quella che dà significato alla qualità del fattore lettura? Cerco di darmi una risposta ma la perdo perché se la aggancio mi infastidisce ciò che disegna, ovvero la me di oggi, quella poco sintonizzata su capitoli, capoversi, parole che non mi seducono come un tempo. Però, dopo mesi lunghissimi in cui il libro non era più cosa mia, adesso, sforzandomi l’ho ripreso in mano: quanta fatica per stare sola con lui tuttavia, per entrare dentro i suoi contenuti, abbracciarne il tema, essere lui per me, io per lui. Dopo la morte di papà niente è più lo stesso, il grande dolore ha cambiato tutto in casa, altri sistemi, altri perché. Il tempo è vuoto. Un libro tenta di riempirlo? Sto mettendo in pratica qualche meccanismo per tornare lì, al punto che prima era noto e che ora mi sa lontano. Dov’è il banco d’origine? Non lo so. Ci provo. Solo che oggi per leggere devo prendere le misure con spazi diversi da quelli di ieri, orari nuovi a cui abituarmi, posizioni anche, luoghi inediti, con molti rumori nuovi che fanno da sottofondo, passaggi insoliti con cui fare i conti, pensieri in testa che si accavallano gli uni con gli altri e che mi prendono per mano portandomi via la concentrazione che un tempo era sempre pronta a farsi strada appena lo aprivo il libro. “Si tratta solo di fare proprie le nuove abitudini, ti porteranno dov’eri – mi ha detto Laura, la mia amica, maestra delle mie migliori letture – datti forza, non abbandonare il libro, è roba tua”. Le credo? Sì.
“Vecchiette” del ’72
Domani la mia amica “storica” compirà gli anni e per noi due sarà l’occasione per ricordare tutta la bellezza e il potere affettivo del nostro rapporto. Siamo nate entrambe nel 1972, un po’ “vecchiette” insomma, forse per questo la nostra amicizia ha molto da raccontare: conosciute il primo giorno delle scuole superiori, alla fermata del bus che ci portava al Liceo, lei diretta allo scientifico io verso il classico, avemmo modo, per fortuna, di piacerci tanto da darci appuntamento per il rientro. Da quel giorno le cose non sono cambiate, per cinque anni è andata così: la mattina, una volta a bordo, si tirava fuori un libro con la volontà di fare un ripasso al programma di studio della giornata ma poi, pochi minuti al massimo, e lo si richiudeva, era tempo per dare avvio alle nostre chiacchiere quotidiane. Il sabato pomeriggio l’appuntamento prevedeva un’uscita per un gelato da consumare insieme, divenute più grandi era la volta di una pizza spesso anche con altri amici. Poi il tempo è andato avanti, è arrivata l’Università, lei a Udine mentre io a Venezia, eppure nulla si è modificato perché abbiamo coltivato il bene che ci vogliamo fin dall’inizio, con sincerità, dialoghi aperti, liti anche, confronti accesi spesso, ma placati ben presto perché la volontà reciproca di riconciliazione non è mai mancata. C’era troppo da preservare. Non sono nemmeno purtroppo mancati quei momenti trancianti con i quali, tanto lei quanto io, abbiamo dovuto fare i conti: pagine di vita inattese, la morte veloce e prematura della sua mamma, una sofferenza profonda con cui fare i conti da un giorno all’altro, un tetto di dolore scoperchiato senza preavviso non avendo idea di che direzione prendere. Fino alla mia sclerosi multipla piombatami addosso di peso, arrivata come una freccia che disegna segni malvagi. Ma proprio in questi momenti tanto duri siamo sempre state consapevoli che ci saremmo sempre trovate accanto, l’una per l’altra, di continuo fissando tra noi un’asse cui poggiarci per buttare all’aria le solitudini reciproche. Soffocate anche da risate, condivisioni di gioie immense – come l’arrivo di quel gioiello che si chiama Beatrice – prese in giro anche, inseguite da abbracci caldi e tutto il bello che sappiamo consegnarci gratuitamente. Ora me lo consenti un favore? Buon compleanno, Federica, “vecchietta” del 1972.
Da Mestre a Cortina: ciao Pippo
In questi giorni olimpici mi è salito in mente il ricordo di un compagno di Liceo che aveva una casa a Cortina, è qui che trascorreva le sue vacanze invernali. Per un paio di anni, circa, ha vissuto nella cittadina dove frequentava il classico, si condivideva la stessa classe, mi fa quasi ridere ricordare come non ci fosse mattina che arrivasse puntuale malgrado la distanza tra casa sua e la scuola corrispondesse a una strada da attraversare. Pochi metri. Non conoscevo la sua famiglia, la voce che girava tra i corridoi sosteneva che fosse molto più che benestante ma riservata, poco incline alla chiacchiera e ancora meno a dimostrare lo stato sociale cui apparteneva, facoltosa eppure mai incoraggiata da troppe esibizioni. Nessuno di noi compagni di classe era mai stato invitato in casa sua, solo una volta ci permettemmo di suonare quel campanello e a farci avanti: di lì a poco si partiva per la gita scolastica, poche giornate, non ricordo se a Firenze o a Roma, ma la sua famiglia gli aveva negato il permesso di partecipare, la pagella portata a casa era scarsa. Quel pomeriggio ci aprirono l’ingresso, salimmo, entrai anche io scoprendo un appartamento disposto su due piani che mi accecò per la sua raffinata eleganza. Scoprii per la prima volta l’autentico contesto economico cui apparteneva il mio compagno di classe che infatti, dopo poco tempo lasciò la nostra scuola perché con la famiglia si stava traferendo in un palazzo a Venezia, acquistato, ristrutturato e arredato. Pochi anni dopo, verso l’ora di pranzo, mi chiamò un altro amico del liceo per dirmi che lungo la Tangenziale veneziana che conduceva a Cortina, accanto a una famosa discoteca, nel cuore della notte, un’auto con a bordo il nostro ex compagno di banco si era schiantata provocando la morte di tutti i passeggeri. Anche la sua. Con quasi tutta la classe ci ritrovammo a Venezia per partecipare al funerale, non salutammo quasi nessuno della sua famiglia che comunque non ci avrebbe riconosciuti ma per noi era comunque importante essere lì. Ciao, Pippo.
Natale a San Vito di Cadore
Olimpiadi 2026, da Cortina, quelle che mi stanno riempiendo la testa con scampoli di ricordo per quegli inverni natalizi in cui con la mia famiglia si andava in Cadore, a San Vito, la località ben disegnata nella mia testa per quei momenti trascorsi durante le Feste di quando ero bambina o poco più. Di tanto in tanto in certe giornate ci si spostava anche verso Cortina, sulle sue piste da sci, oppure nel tardo pomeriggio per visitarla. Ricordo molto bene che per me c’erano due angoli di osservazione lungo la strada che ci portava a Cortina e che dal finestrino dell’auto non perdevo mai: la Dogana Vecchia, l’antico posto di confine austro-ungarico edificato al termine della Prima Guerra Mondiale, e che passandoci davanti dovevo sempre scrutare con occhio fisso, vigole e attento. E poi, non da meno, l’albergo Miramonti Majestic Grand Hotel, costruzione del 1900, simbolo dell’ospitalità alberghiera delle Dolomiti. Spalancavo gli occhi davanti a un sogno composto da una bellezza ricca e potente: dal sedile dell’auto seguivo le linee di quell’immagine architettonica carica di valore prestigioso e storico e che, solo a osservarlo, evocava un incanto completo. In questi giorni olimpici Cortina appare al meglio, col centrale Corso Italia illuminato, la schiera di negozi, terrazze accese di caffè e ristoranti predisposti con tratti superiori. Penso alla mia famiglia quando eravamo in quella città, mica che li frequentassimo quei locali, troppo costosi, ma l’aria natalizia ci faceva respirare un sentimento vigoroso. Nelle piste più facili della conca ampezzana, poi, di tanto in tanto si saliva per sciare, poca gioia per me in quei momenti, io e lo sport ma andati d’accordo, il piacere più grande era quello di mangiare dal cestino che ci preparava la cucina dell’albergo dove alloggiavamo a San Vito, panini ricchi di salumi e formaggi, non senza biscotti, marmellate e cioccolatini. La nostra pausa pranzo, consumata sulla neve, sotto il sole, che meraviglia, quanti ricordi.
Milano-Cortina 2026
Poche righe questa mattina e veloci, alle 11.00 c’è la gara di discesa libera maschile sulla pista dello Stelvio che vale per una medaglia Olimpica e che ho molta ansia di vedere. Ieri sera in tv c’è stato l’evento firmato Marco Balich che ha condotto all’apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026. Ben riuscito? Ma chi può dirlo, sovrastato come è dalle parole continue, perlopiù inutili e fuori tono dei telecronisti Rai che non hanno taciuto mai. Per l’accensione dei cinque cerchi si sono parlati addosso cercando di ricavare più spazio dei colleghi senza che ce ne fosse bisogno visto quanto era bello il momento: Gustav Thoeni, il maestro della valanga azzurra che con la torcia in mano camminava lungo corso Italia a Cortina, quasi commosso per l’emozione, affidando poi il tesoro luminoso alla campionessa di slalom Sofia Goggia mentre a Milano, contemporaneamente, davanti all’Arco della Pace, Enrico Fabris passava la torcia ad Alberto Tomba visibilmente emozionato e a Deborah Compagnoni sorridente e garbata come sa essere solo lei: Milano e Cortina hanno dato il via ai giochi olimpici invernali 2026 accendendo il braciere insieme. Adesso vado a godermi la libera dallo Stelvio, pista tra le più impegnative e brusche, quasi cattive dell’arco alpino.