E se manca il pc

Stamattina, come mi capita spesso, ho fatto l’inventario delle medicine che sto terminando e, vista la situazione, calcolate le necessità, ho aperto il pc e rivolto al mio dottore una mail per formalizzare una richiesta la stessa che, nello spazio di pochi giorni, sarà assolta permettendomi di recuperare in farmacia ciò di cui io bisogno. Mentre lo facevo m’è tornato in mente quel periodo in cui questo passaggio andava svolto direttamente nell’ambulatorio del proprio medico: si attendeva il turno seduti in ordine davanti alla sua segretaria e, paziente dopo paziente, si stava a osservare che la propria pratica venisse risolta. Poi è stata la volta in cui si è saliti di livello: era il telefono il mezzo necessario per assolvere il compito attraverso un numero a cui rivolgersi per ufficializzare la domanda. La linea però risultava ogni volta perlopiù occupata e quindi le pause si facevano sempre esagerate in attesa di richiedere ciò che serviva. Fino ad arrivare alla mail, mezzo introdotto dai medici a beneficio del paziente a garanzia di un rapporto più rapido, libero da esagerati intoppi, alla ricerca di una soluzione valida e priva di blocchi da superare. Già. Tutto servito con la mail, però solo per chi ha un pc a portata di mano, sa cos’è una mail, ne intende il procedimento, conosce il meccanismo del sistema, anche se solo in modo ordinario ma comunque ne sa. E le persone anziane mi chiedo, senza figli, nipoti, amici che li possono aiutare? Pensavo a loro mentre scrivevo al mio medico stamattina. Mi è capitato di vederne in ambulatorio da lui, con la scatola vuota del loro farmaco in mano mentre stavano lì, quieti, in attesa di ricevere la ricetta, mentre il mondo là fuori, quello che corre veloce in avanti, li lasciava al palo.

Aism per tanti di noi

Negli ultimi tempi circolano, tra stampa e tv, un numero decuplicato rispetto al passato di spot indirizzati alla ricerca scientifica che tenta di combattere – sia mai vincere – la sclerosi multipla. Per arrivare a questi esiti c’è ovviamente bisogno di denaro, donazioni insomma. La sclerosi multipla non avvisa, non aspetta, non si ferma. 14.000 persone hanno bisogno di te. Questo il claim promozionale individuato, bello, forte, potente aggiungo io, che di stampa ne capisco poco ma qualcosa sì. Eccola forse la ragione per cui mi chiedo come mai questo lancio pubblicitario sia tanto completo e ricco, abbondante per forma quantità, qualità rispetto ad altri. Un tempo con la mia famiglia avevamo deciso di fare tutti insieme, con carattere continuativo, donazioni all’Aism fino a che, durante una cena, seduti a tavola io ho detto una cosa semplice “siamo arrivati fino a qui, sedia a rotelle compresa, che dite, tiriamo i remi in barca?”. Mi hanno guardata, non so se fossero d’accordo, se mi hanno ascoltata, se le donazioni le hanno davvero interrotte o continuate, so solo che quando papà è morto tutti abbiamo deciso di non chiedere fiori per il suo funerale ma donazioni in favore della ricerca contro la sclerosi multipla. Come avresti voluto tu, papà, ne siamo certi.

Quel film che mi è uscito di scena

La tv nel periodo natalizio è uguale a un armadio pieno di abiti superati, identici, che non indossi più, fuori taglia, rispondenti a un gusto sorpassato, per forme, colori, figura perciò da chiudere in cantina. Insomma fa il paio con una programmazione ripetiva da cui escludersi. Non del tutto però, e butto sul piatto un titolo: Parenti serpenti, 1983, regia di Mario Monicelli, film con, tra gli altri, Paolo Panelli, Alessandro Haber, Marina Confalone, Monica Scattini. Quante volte l’avrò guardato? Tante. È il racconto dell’annuale incontro per Natale di una famiglia piena di contraddizioni, tra fratelli, cognati, nuore, nipoti e che comincia con uno spirito di confronto, quasi in equilibrio, che tuttavia termina in modo amaro trainato da un sentimento nutrito di rabbia e cattiveria. Anno dopo anno l’ho sempre scelto Parenti Serpenti per guardarlo con la stessa attenzione mescolata al piacere e al desiderio di mettere insieme i caratteri dei personaggi: compongono una famiglia che si rivede per Natale in una maniera complessa soprattutto quando i protagonisti si trovano a fare i conti con le esigenze dei genitori, ormai invecchiati, che domandano ai figli di potersi trasferire, per ovvia necessità dettata dall’anzianità, nelle loro case. Molto più che tentennanti di fronte a questa richiesta, i figli si ricacceranno addosso l’uno all’altro la questione e qui cominceranno liti accese, scornate che buttano sul piatto la responsabilità di prendersi cura dei reciproci genitori. Sarà stata la scomparsa di papà, la mia sclerosi multipla con il suo carico pesante, mamma non certo giovane, per quanto volenterosa, ma l’anno scorso il finale del film l’ho trovato struggente e doloroso, la decisione dei figli di sbarazzarsi dei genitori con una violenza maturata da un atto di durezza mascherata da menzogna mi ha freddato i sentimenti. No, credo che Parenti serpenti lo metterò da parte quest’anno.

L’albero, i ricordi e te papà

lo si faceva sempre l’albero di Natale qui in casa. Fino all’anno scorso. Eri tu papà il gran Maestro di cerimonia del nostro abete. Perché seguivi il mio di piacere che con te, infatti, c’era e che ho abbandonato da quando manchi. Ero piccola e in casa arrivava sempre un abete vero che tu sceglievi con attenzione, lo ricordo perché quasi sempre mi portavi con te ad acquistarlo, doveva avere le ramificazioni verdi e ordinate, l’altezza corretta, il fogliame distribuito in modo regolare. Eri preciso papà e, senza indugi, sapevi scegliere ciò che desideravi, una volta tornati a casa ti mettevi al lavoro e procedevi con la distribuzione degli addobbi racchiusi in una scatola che ricordo bene perché, anno dopo anno, era sempre la stessa, con il suo contenuto storico che tu, solo dopo un passaggio attento, poco alla volta, rinnovavi. Ricordo molto bene un dicembre di tanti anni fa in cui, mentre ti occupavi dell’abete, io, bambina, stavo sotto la finestra accanto a te sedotta da un’improvvisa nevicata dicembrina ai limiti della magia. Poi gli anni, accidenti a loro, sono passati e pure l’ultimo Natale che abbiamo trascorso insieme, quello di due anni fa che ci ha visti ancora una volta spalla contro spalla mentre si decideva come allestire al meglio il nostro albero, più piccolo, non più vero ma scelto con attenzione sempre da noi due. La scatola delle luci, ancora la stessa invece, custodita dentro la soffitta nel palazzo dove ci siamo trasferiti quasi vent’anni fa sollecitati da te papà che dentro il pensiero avevi già maturato l’idea che nella nostra vita sarebbe entrata a distribuire cazzotti la sclerosi multipla e, per questo, per me, l’ascensore sarebbe diventato, purtroppo, necessario. Buon Natale, papà, con un abbraccio grande come tutto il bene che ti voglio e che, maledizione a me, non ti ho mai dimostrato e dichiarato come meritavi.

Era il 2002

Ieri ho fatto una passeggiata in auto lungo le vie di Jesolo, 8 dicembre, decorazioni luminose in quantità, pure esagerate, mercatini di ogni sorta, alberi di Natale in sfida tra loro per quale sia il più alto, luminoso, originale, colorato, poi gente e turisti pieni di pacchi un po’ ovunque. Una cittadina estiva Jesolo, con mare e spiaggia, che a dicembre cambia però volto, spirito e atmosfera, manifestando l’idea che lettini e ombrelloni si spostino dall’arenile alle vie principali. Tutto cominciò nel 2002, lo ricordo fin troppo bene: lavoravo da pochi mesi per un’agenzia di comunicazione che tra i suoi clienti vantava anche l’amministrazione jesolana che quell’anno introdusse nella sua programmazione un evento inedito: Jesolo vestita a festa, non solo tra luglio e agosto ma anche a dicembre, per Natale appunto. Si trattava di una scommessa buttata sul piatto e per portare a casa il risultato serviva un evento vincente, singolare, dai tratti epici. Fu cercato e trovato, prima tra molte città Jesolo scovò un’idea allora ancora esclusiva: la costruzione di un Presepe di sabbia e, dopo aver individuato i professionisti adatti a edificarne l’idea, si partì. Il tutto prese vita addirittura timidamente. Venne scelta una piazza, specificato un modello per installare il programma, cercato il sistema per coinvolgere gli addetti ai lavori, cittadini anche, dapprincipio poco inclini all’idea. E si arrivò al via. Prima timidamente. Ma il 26 dicembre 2002 il circolo cambiò, è la data in cui Jesolo conobbe la sua prima invasione natalizia, con code lunghe centinaia di metri di persone che aspettavano il momento del loro ingresso per ammirare il presepe. Papà, che faceva orgogliosamente parte della Protezione Civile, in quei giorni natalizi venne convocato con i colleghi per regolare l’ordine delle entrate; io nel frattempo dall’ufficio stampa del comune jesolano passavo le giornate lavorative per cercare nuovi contatti e raggiungere in questo modo il maggior numero di giornalisti, tv, radio. Non era comunque troppo necessario, quel Natale di festa jesolana finì più o meno a Carnevale, tra soddisfazioni gonfie di sorpresa e stupore. Che oggi, come ho visto ieri, durano ancora.

Sant’Ambrogio alla Scala

Vorrei possedere le virtù culturali valide per assistere, con la competenza che dà soddisfazione, domani sera, alla prima della stagione lirica milanese in programma al Teatro alla Scala e trasmessa in diretta su Raiuno. Sì ecco appunto vorrei, dal momento che sono priva di ogni direzione precisa per orientarmi in questo ambito del sapere, per comprenderne i movimenti figuriamoci poi dopo che ho letto il titolo dell’opera e il nome del suo autore (Una lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitrij Dmitrievič Šostakovič) che mi hanno collocato dentro un grande niente che mi ha schiantantata  contro il nulla della mia purissima ignoranza; gretta, sporca, impregnata attorno a un niente autoritario e per nulla gradevole. Ecco a voi la mia bassa identità che in ogni caso, domani sera dalle 18.00, mi trasferirà davanti alla televisione per prendere atto di come si muoverà questo evento lirico diretto dal Maestro Riccardo Chailly. Mi staccherò dal video dopo poco, già lo so, me misera, ci provo ogni anno seguendo lo stesso valoroso intento ma niente da fare, dopo un po’ il non sapere dà noia. Ecco il segreto di cui avrei bisogno: la mia amica Marina seduta accanto me, lei, grande conoscitrice di questi valorosi disegni musicali mi introdurrebbe alle massime qualità di un’arte suprema. L’amicizia è anche questo, prima o poi, forse, il mio desiderio salirà di quota, chissà. Io e lei davanti a una tv perché andare alla Scala mi sembra un sogno fin troppo esagerato.

Cotto, stracotto

Che noia di tv, allontanarsene? Certo, devo farlo ed è su questo pensiero che piombo ogni volta perché sto soffocando travolta da un bel po’ di monotonia. Sto appesa troppo alla televisione, lì  dove tutto si muove su una programmazione fissa che parla sempre degli stessi argomenti, di cucina in larga parte, con cuochi, o forse nemmeno tali, che si accingono a confrontarsi su piatti composti da ingredienti pesanti, addirittura uguali perlopiù, abbondanti, fin troppo, composti piano dopo piano, uno sopra l’altro, senza nessun rispetto per economia e secondo me nemmeno gusto. Non cucino perché in piedi davanti a un piano cottura io e la mia sclerosi multipla non ci stiamo, aggiungo anche che comunque non ho mai amato farlo, resta il fatto che le portate televisive mi danno fastdio. Per i loro esiti finali, troppo elaborati, ciò che vedo cucinare sono perlopiù autentici “mappazzoni” scomposti, carichi di tutto ciò che amo di meno, sovrapposti, piano dopo piano, fino a formare un chissà cosa che mi sembra perfetto per guadagnarsi il titolo di spreco, completo, assoluto, integrale a totale discapito per chi ha difficoltà a riempire il carrello della spesa. Possibile mi chiedo che nessuno intervenga per bloccare questa visione onnivora composta da poco gusto e molto spreco? Vale la pena continuare su questo livello di tv, allora? No, direi di no visto l’insieme di ciò che offre. Col telecomando in mano procedo per scoprire che, chiusi i fornelli, arriva l’altro tema imperante, la cronaca nera, anche questo come argomento vestito da asse dei palinsesti quotidiani, con argomenti che si replicano, capitoli su altri capitoli, sempre gli stessi, uguali per racconto, narrazione, minimo valore giornalistico. Tizio uccide l’altra, caio insegue l’altro, chicchessia ruba a casa di ognuno. C’è da darsi una svegliata, Cinzia, lo riprendiamo un bel libro in mano per esempio o lo lasciamo coprirsi di altra polvere sullo scaffale, canaglia che non sei altro.

Oceano mare

Sabato Alessandro Baricco sarà a Jesolo per presentare il nuovo lavoro. Appuntamento sopra le righe. Inatteso, fuori dai canoni, suoi e del pubblico che lo legge, amandolo, da decenni. Come me. Una serata che travalica i livelli noti della presentazione di un libro perché assumerà i caratteri di un format in cui il lavoro letterario diventerà anche festa, happening musicale, lezione notturna. Un Baricco proiettato ben oltre se stesso. Non ci sarò ma non per voler starmene alla larga piuttosto per ragioni d’altra natura e ben note su queste pagine. Ma il suo arrivo a Jesolo è stato sufficiente per portare alla luce tutti i ricordi che mi legano alla sua letteratura scoperta direi per caso ma con che soddisfazione. Un’edicola vicina a casa, giornali, quotidiani e qualche libro tipo una collezione di titoli venduti a basso costo, tra questi uno in particolare, Castelli di rabbia, acquistato ben per caso dandomi modo di tuffarmi dentro a una parola mai sentita prima, circondata da quel suo tono fluido, ricco, nuovo, legato a una narrativa sviluppata su un ritmo mai letto, toni arrotolati da una musicalità inedita che non dimentica mai una potenza lessicale, sontuosa, splendente, certamente esclusiva. Benvenuto nella mia vita, signor Baricco. Tocca poi scoprire poco dopo anche il suo Oceano Mare per confermare lo stesso piacere caldo e autentico, mai perso, nemmeno nei tempi successivi. I due esordi di Baricco, quelli che hanno trasformato e arricchito la letteratura italiana a partire da inizio Novecento, raccontano ciò che non è lecito evitare di leggere. Come tutto il resto del suo palinsesto

Noi veneti che non siamo altro

La mia sensazione è che il Veneto, i veneti, il loro modo di pensare, esprimersi, sintonizzare il proprio volto sul pensiero generale appaia orientato su caratteri poco accolti e non recepiti dal resto del paese Italia. Veneti, ovvero popolo caratterizzato da un fondo ben netto di ignoranza, cultura accordata ai minimi termini, cattiveria pura nel complesso, analfabetismo di ritorno quello con cui ne viene disegnato il profilo, né più né meno che in questo modo. Antipatici anche, arroccati attorno a quell’abbondante benessere economico che punge perché non viene nascosto, anzi, fieramente esibito fino a suscitare quella patina di invidia bruma che dà fastidio, allontanata dalla vista positiva dell’intelletto come caratteristica suprema e superiore rispetto a tutto il resto. Da veneta fremo, ma che dire d’altro, condividere? Arrabbiarsi? Sentirsi travolgere da un afflitto senso di inferiorità autentica? Noi veneti eccome se li conosciamo certi limiti culturali di cui siamo corrieri, ma il tono con cui l’informazione ci racconta è parziale? Inadatto a restituirci il vero volto mi chiedo sempre? Stiamo davvero antipatici tanto quanto sembra? Non lo so, ma l’immagine generale che da veneta mi sento dipinta addosso mi sembra questa. E chissà poi cos’altro.

Storie di tutti i giorni

Ieri, mi sembra, sono stati annunciati i cantanti che prenderanno parte al prossimo Sanremo, il Festival, ovvio, quello che amo sopra ogni cosa da decenni, e di cui devo aver già parlato su queste pagine, almeno così credo. Perché sono cresciuta, invecchiata direi, guardandolo sempre ma il tempo m’è passato addosso cosicché tutto il circolo del Festival, da molti anni a questa parte, mi risulta quasi inedito, troppo giovane per potermi piacere, così lontano da quel “Sanremo è Sanremo” che faceva da sottotitolo a ogni mossa sul palco del teatro Ariston. Mi sa che sarà così pure quest’anno visti i nomi dei partecipanti che ho sentito nominare, molti neanche so chi siano, la causa però sono solo io, la mia inettitudine verso la ricerca del nuovo, l’assenza di studio nei confronti del domani così come il desiderio di voler rimanere inchiodata dietro al ricordo di ieri, quello che sembra l’unico in grado di animare il mio spirito. Eccolo il primo Sanremo che ho guardato: classe 1982, avevo dieci anni, sul palco c’è un tal Riccardo Fogli, mica sapevo tanto di lui, solo che durante l’estate precedente era passata tra le radio una sua canzone che mi era piaciuta. Il gennaio dopo me lo trovo sul palco sanremese, bello, elegante con una canzone in pieno stile festivaliero, calma, placida, racconta di un amore quasi finito tra lacrime e dolore, mi piacque subito, a me e ad altri, vinse difatti. Credo sia nata lì la mia passione sanremese, inseguendo quel Riccardo Fogli che pochi anni prima era stato uno dei Pooh lasciandoli in fretta alla ricerca di una sua scia che da quel momento, e per un po’ di anni, è salita di quota. Io, al di là di tutto, so comunque che anche senza di lui di Sanremo mi sarei innamorata lo stesso anche se poi gli anni sono trascorsi, sono invecchiata, la musica nuova ha assunto il suo corso quello che io non comprendo più, ma va bene lo stesso. “Perché Sanremo è Sanremo”.